The Decemberists – We All Raise Our Voices To The Air (Capitol)

Ovvio che non facciano più quei begli album live di una volta, che quando invece li facevano ti scocciava pure un po’ e magari (sempre che non eternassero serate o tour davvero particolari) non li compravi, perché di quasi tutte le canzoni avevi già la versione in studio. Non può avere alcun senso il disco dal vivo, che un tempo rappresentava l’approdo di una carriera, o la possibilità di mettere un punto e a capo per poi avviarne una nuova fase, in un’epoca in cui di carriere autentiche si stenta a costruirne (che si pubblichi tantissimo è un altro discorso). Non può più fungere né da memento, se è vero come è vero che torni a casa da un concerto e qualcuno lo ha già messo su YouTube, né da “Best Of” alternativo, quando chiunque può confezionarsene uno andando su iTunes o Amazon e scegliendosi uno per volta i pezzi che più gli aggradano.  È patentemente assurdo nel 2012 dare alle stampe un live che non sia testimonianza storica e, insomma, operazione di recupero di archivi di decenni da lungi trascorsi. Credo che siamo tutti d’accordo, no? Bene. I Decemberists hanno appena mandato nei negozi il più classico dei doppi album dal vivo, che addirittura nell’edizione in vinile è triplo. Ed è bellissimo.

Come punto di approdo di una carriera ci siamo: lo scorso anno “The King Is Dead”, sesto lavoro in studio di un gruppo che licenziava il suo primo nel 2002, ha sorpreso tutti e per cominciare i suoi artefici volando al primo posto della classifica di “Billboard”. Come punto e a capo pure: perché dopo un numero uno o poltrisci sugli allori o ti reinventi e, sfortunatamente, anche perché problemi di salute per la tastierista, armonicista e corista Jenny Conlee impongono una pausa. Come “Greatest Hits” siamo alla meraviglia più pura e, d’altronde, se ti concedi una scaletta di venti brani difficile che pure il fan più esigente abbia a che ridire. Ma se per caso i Decemberists non li avete mai ascoltati potete e anzi dovete cominciare proprio da quest’album, registrato durante una successione di concerti ma montato in maniera tale che sembra documentarne un unico e indimenticabile: migliore ritratto immaginabile di una formazione capace di mettere assieme la scuola del folk elettrico britannico di fine ’60 (Fairport Convention, Pentangle) con quanti la perpetuarono negli ’80 (Pogues, Waterboys) e questi e quelli con il college rock à la R.E.M., la devozione per gli Smiths, gli altarini alla Band con e senza Dylan. Dei Talking Heads si disse che scrivevano psicodrammi ballabili. Quelli dei Decemberists sono melodrammi “you can dance to”. Persino quando durano oltre sedici minuti, come è il caso della vera e propria suite, The Crane Wife, che suggella il primo CD. Grandioso ed esilarante, suonato fantasticamente da gente che si sta divertendo pazzamente e ancora di più sta facendo divertire il proprio pubblico, “We All Raise Our Voices To The Air” è il tipo di album che ad ascoltarlo da ragazzino ti cambia la vita. In qualunque altra stagione, si limiterà a illuminartela d’immenso. È il live più memorabile (in toto: centosedici minuti) che mi sia capitato di ascoltare da quando quei bei live di una volta non li fanno più. Per ora, quelle nove o dieci volte.

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17 commenti

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17 risposte a “The Decemberists – We All Raise Our Voices To The Air (Capitol)

  1. Giancarlo Turra

    Sarà mica un altro segnale che stiamo andando avanti tornando indietro, allo stesso tempo? Il ritorno in auge del vinile, gli album dal vivo…

    • It’s Retromania time. You will understand.

      • Che gli Wilco siano più rilevanti dei Decemberists, è fuori discussione. Sul fatto che “Kicking Television” sia un eccellente live, non ci piove. Trovo però che nella dimensione del concerto i Decemberists, che riescono a essere insieme eccezionalmente raffinati e straordinariamente epidermici, abbiano una marcia in più.

  2. Anonimo

    da non dimenticare kicking television degli wilco , il piu’ bel live degli ultimi 30 anni !

  3. Matteo

    …li adoro…però…cavolo…come è mai possibile che in nessuna delle 6 facciate 6 ci sia stato posto per “The Wanting Comes in Waves/Repaid”???…per me, forse…la migliore canzone degli anni zero!!!

  4. giuliano

    mi sono convinto a prenderlo dopo aver letto la tua rec., nonostante la mia diffidenza verso i live (e i doppi). D’accordo al cubo con le tue considerazioni iniziali, quindi.
    Anche se poi, curiosamente, ripensandoci, sono ben due i live – per di più doppi – che mi piacciono moltissimo degli anni zero: oltre a kicking television, anche okonokos dei my morning jacket.
    magari un giorno ci parlerai dei dischi live che consideri cruciali della storia del rock. a me, al momento vengono in mente solo live at leeds e live/dead. e magari at fillmore east degli allman.
    ma devo avere un vuoto -cosa che mi capita spesso… dico cruciali, non belli, o splendidi (in questa categoria metterei sul podio it’s too late to stop now di van morrison, the name of this band dei TH, il “Royal Albert Hall” 1966 di Bob Dylan)

    nel frattempo, grazie per tramp di sharon van etten: davvero splendido. scoperta felicissima, insieme a maraqopa di damien jurado.
    porca miseria, conviene seguire ‘sto blog.

    • Parto dal fondo… conviene seguire ‘sto blog? O potrebbe rivelarsi faccenda troppo dispendiosa? ;-)
      Riguardo ai live… sul numero 5 di “Extra” se ne fece una lista di 50 indispensabili che in buona parte proposi io. I primi dieci erano questi.

      TIM BUCKLEY – Dream Letter (Demon, 1990)
      RY COODER – Showtime (Warner Bros, 1977)
      DOORS – Absolutely Live (Elektra, 1970)
      BOB DYLAN – Live 1966/The “Royal Albert Hall” Concert (Columbia, 1998)
      ARETHA FRANKLIN – Aretha In Paris (Atlantic, 1968)
      LITTLE FEAT – Waiting For Columbus (Warner Bros, 1978)
      BOB MARLEY – Live! (Island, 1975)
      VAN MORRISON – It’s Too Late To Stop Now (Warner Bros, 1974)
      LOU REED – Rock’n’Roll Animal (RCA, 1974)
      THE WHO – Live At Leeds (Track, 1970)

      Non ti stupire per la mancanza del “Fillmore East” e di “Live/Dead”. Erano già finiti negli elenchi degli album migliori in assoluto rispettivamente degli anni ’70 e ’60.

      • giuliano

        top 10 inattaccabile, indubbiamente. metterei giusto quello dei talking heads al posto di quello dei little feat.
        però aretha in paris e showtime non ce l’ho, colpevolmente. Mi affretto ad accattarli. grazie

      • “The Name Of This Band” non era nemmeno nei 50. E’ un album molto gradevole, ma chiunque abbia avuto la fortuna di assistere a un concerto del tour di “Remain In Light” sa che quel doppio non è che una rappresentazione molto pallida di ciò di cui i Talking Heads erano capaci dal vivo.

      • Giancarlo Turra

        Undicesimo: The Name Of THis Band Is… nella versione allungata in due CD di qualche anno fa; anche se, forse, sarebbe un pò “barare”. A fin di bene, ma sempre barare :P

      • Undicesimo “1969” dei Velvet Underground se non ci si cura di una qualità tecnica da bootleg venuto male. Se no, uno fra “At Folsom Prison” di Johnny Cash, “Welcome To The Club” di Ian Hunter e “Old Quarter” di Townes Van Zandt. Per quanto anche “Rock Of Ages” della Band e “At The Regal” di B.B. King…

  5. Io ricorderei un altro grande disco dal vivo degli anni zero, anche se qualcuno rabbrividirà, che è quel piccolo capolavoro di Live at New Amsterdam dei Counting Crows. Questo dei Decemberists è a dir poco maestoso. Per il resto, bé, sono d’accordo con Lei parola per parola!

  6. Anonimo

    grazie delle bellissime parole eddy!
    decemberists una delle pochissime band da amare incondizionatamente in tutto e per tutto!

    mau

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