Al divampare dell’incendio punk erano ben pochi i nomi consolidati, i solisti e i complessi con una storia già lunga e la nomea di rockstar a sfuggire al rogo appiccato dalle giovani generazioni. Fra i non molti i Thin Lizzy, riveriti persino dal più irriverente – Johnny Rotten: ça va sans dire – dei nuovi arrivati e non era soltanto una questione di comuni origini irlandesi, bastanti a garantire a chiunque una collocazione almeno in partenza nella categoria degli “underdogs”. Dei Thin Lizzy piacevano le radici popolari – proletarie, per usare un termine desueto – e la fedeltà alle stesse, espressa dai testi semplici ma non banali scritti dal leader Phil Lynott (non solo irlandese: pure nero!) e da un sound energico e lirico nel contempo. Anche raffinato (Lynott un maestro del basso elettrico immancabilmente affiancato da chitarristi stellari) ma di rado con una nota più del necessario. All’altezza di “Bad Reputation”, che vedeva la luce proprio nel 1977 e diveniva a quel momento il più grande successo del gruppo di Dublino (quarto in Gran Bretagna, il piazzamento più alto, e negli USA dritto nei Top 40), evolutosi nell’arco di otto intensi anni in una peculiare forma di hard imparentata egualmente con il blues e il folk celtico. L’anno dopo “Live And Dangerous” replicherà con anche maggiore fortuna: testimonianza fenomenale rimasta negli annali del rock di quanto fosse efficace su un palcoscenico la macchina da guerra lynottiana, con tuttavia il torto di avere consolidato nella memoria collettiva l’idea di un sound in fondo sempre uguale a se stesso, dalle origini al tragico epilogo della saga, sopraggiunto nell’86 con la prematura scomparsa (troppo alcool persino per un irlandese; troppa droga) del leader. Ma è in realtà un falso storico, dovuto in parte a un successo che non cominciava a manifestarsi che con il 33 giri numero cinque, quando il gruppo era in pista da altrettanti anni. Valgano come testimonianze inoppugnabili al riguardo i primi tre di LP, quelli usciti su Decca fra il ’71 e il ’73, l’omonimo debutto, “Shades Of A Blue Orphanage” e “Vagabonds Of The Western World”. In essi trova assemblaggio una sorta di patchanka ante litteram sotto il cielo d’Irlanda, a base di country e psichedelia, folk da entrambe le sponde dell’Atlantico, funk e soul, blues e giusto in ultima istanza hard. Van Morrison un’influenza forte quanto Hendrix, il primo Springsteen un “blood brother” a sua insaputa. Vendite modeste nonostante un singolo extra-album (Whiskey In The Jar) nei Top 10 tedeschi, britannici e irlandesi (lì un numero uno) inducevano la Decca a non rinnovare il contratto. Si faceva avanti la Vertigo, probabilmente attendendosi di tutto dalla banda Lynott tranne un “Nightlife”. L’ultimo insuccesso dei Thin Lizzy. Il più glorioso.
Pur conoscendo per filo e per segno tutto il resto della loro vicenda è l’album che da costoro non ti aspetteresti mai: una formidabile collezione di ballate molto soulful, notturne come da titolo, nella quale il blues è quasi costantemente propenso a un sofisticato quanto lirico romanticismo. Un possibile referente potrebbe essere certo Eric Clapton e vi prego di intendere come una lode l’accostamento. Non potrebbero provenire dai solchi di uno “Slowhand” (peraltro ancora ben lungi dal manifestarsi) una She Knows, una Frankie Carroll, la traccia omonima stessa? O anche Banshee, che è un J.J. Cale traslocato dal Sud degli USA al Regno Unito, mentre Still In Love With You è un Santana che, partito con l’idea di compiere il medesimo percorso, si è fermato a mezza via, a pantereggiare languidamente con sullo sfondo lo skyline di New York. It’s Only Money tira fuori il funk, Showdown è di un lubrico da vietarla ai minori. Soltanto quasi a fondo corsa, che si chiude ognimmodo con una Dear Heart di sentimentalismo sfrenato, il rock alza la testa: con una marziale Philomena, con il riffeggiare svelto di Sha La La.
“Nightlife” è stato appena ripubblicato, così come quel “Fighting” che gli andava dietro di dieci mesi rinnegandolo sin da una copertina proto-metallara e veniva premiato da buoni incassi. Mettendovelo in casa adesso potrete gustarvi una dose doppia (il programma originale ampiamente espanso da registrazioni radiofoniche e versioni alternative) del Lynott più negro e misconosciuto di sempre.


certo che sono un po’ estremista: a me la copertina da sola – che mi pare disegnata da roger dean , quello degli yes (brrr…) – basterebbe a tenermi lontano da questo disco.
E poi: etichetta vertigo. Peggio mi sento… (vabbè, qui esagero volutamente. tra i primi vertigo c’erano anche black sabbath e nucleus: alzo le mani).
mi dev’essere successo qualcosa, perchè il prog in realtà da ragazzino l’ho ascoltato molto… magari un trauma… boh.
se tu, maestro, scrivi che è buono vinco le mie paure e mi metto sentire pure i thin lizzy
Di prog non ce ne sono proprio tracce qui (né in nessun altro album dei Thin Lizzy a dire il vero). La particolarità di “Nightlife” in quella discografia è che si fatica a trovarci pure qualche tratto di hard. E’ un grande disco di ballate molto black e alquanto da camera da letto. Lo si può avere se anche il resto del catalogo Thin Lizzy non piace o, viceversa, lo si può detestare avendo invece tutti gli altri album.
Comunque, se si parla di Thin Lizzy io comincerei da “Live & Dangerous”.
Anch’io mi sono sempre tenuto lontano dai Thin Lizzy, ma credo sia giunto il momento di provarci… Dopo il live cosa consigli ?
Direi “Bad Reputation”. Magari nella recente “Deluxe Edition” che gli aggiunge una BBC Session coi fiocchi.
Mi sembra di capire che i dischi in studio che ti sono piaciuti di più sono quello in questione e Bad Reputation (su quest’ultimo avevo letto la tua recensione su Classic Rock). MI pare anche che i primi tre li avevi giudicati acerbini, no?
I primi tre non sono acerbi, sono proprio un’altra cosa rispetto alla macchina da guerra hard che diventeranno i Thin Lizzy. A me piacciono, assolutamente, e difatti ne scrissi bene. Se però mi si chiede di consigliare UN disco della banda Lynott dico “Live And Dangerous”. Il secondo è “Bad Reputation”. “Nightlife” è una gemma di album ma – ripeto – fa storia a sé.
Ricordavo male allora sui primi tre dischi! Io dei Thin Lizzy ho ascolato solo il brano “Whiskey in the jar”. davvero bello. Spero di poter approfondire al più presto
“Whiskey In The Jar” è un traditional che i Thin Lizzy ripresero, infuriandosi quando la Decca lo pubblicò a 45 giri senza prima avvertirli. Nemmeno il fatto che in Irlanda fosse andato al numero 1 e in Gran Bretagna al 6 li ammorbidì.
Pure io per anni mi sono tenuto lontano dai Thin Lizzy, ora ho preso la versione concisa delle BBC sessions, su 2 cd, si va dal 1971 al 1983, con una prevalenza della metà degli anni ’70 (e 6 brani su dieci di Nightlife in scaletta), mi pare un ottimo colpo d’occhio sull’evoluzione del gruppo