Paul Weller – Sonik Kicks (Island)

È uno che ha in orrore la routine, Paul Weller. Scioglieva i Jam all’apice del successo, rovinava irrimediabilmente gli Style Council con una deriva dance censurabile non perché dance ma in quanto di un’inconsistenza assoluta e una banalità imbarazzante. E poteva accontentarsi, ormai cinquantenne, delle buone vendite e della devozione canina della stampa del suo paese? Certo che no e per fortuna, giacché, e non per fare quello che grida che il re è nudo solo per vedere l’effetto che fa, non mi pare proprio che il Weller solista ci abbia regalato chissà quali capolavori. Tanti album carini (qualcuno manco quello) e nessuno veramente imprescindibile (“Wild Wood” ci va vicino). Una decina o anche due di canzoni gradevoli ma nessuna epocale come tante di era Jam e qualcuna di quando gli Style Council erano freschi di ideazione. Fra l’omonimo debutto del ’92 e “As Is Now” del 2005 funziona sicuramente il suono, che quando è elettrico si situa in una terra di mezzo fra Curtis Mayfield, Neil Young e i Traffic e quando è acustico da qualche parte fra Nick Drake barra Tim Hardin e… Neil Young e i Traffic. Molto di meno una scrittura troppo spesso sull’orlo del formulaico. Ecco, pur senza essere esattamente indimenticabili “22 Dreams”, che veniva dato alle stampe nel 2008 e dunque giusto nell’anno in cui il Nostro festeggiava il mezzo secolo, e il successivo di due anni “Wake Up The Nation” avevano almeno il merito di mettere in discussione il cliché dianzi delineato. Erano dischi avventurosi, nella misura in cui può esserlo una rockstar cinquantenne. Mai però quanto “Sonik Kicks”. Un “nuovo” Paul Weller non per modo di dire.

Sia subito chiaro: un album anche sconcertante. Parecchio. Perché a parte che l’interprete è lo stesso nulla di nulla accomuna, ad esempio, l’iniziale Green, un qualcosa a mezza via fra i Neu! e gli Human League quando gli Human League sperimentavano, e la conclusiva Be Happy Children, ballatona sentimentale sui figli che so’ piezze e’ core di cui si sarebbe felicemente fatto a meno. Né hanno punto di contatto alcuno, per dire, lo scintillante britpop di The Attic e il David Bowie circa “Young Americans” di That Dangerous Age, o circa “Lodger” di Around The Lake. Cosa possa legare gli Style Council clamorosamente “in dub” di Study In Blue (altro che il jazzetto patinato di cui ho letto!) a una Paper Chase che (non fosse per la ritmica) potrebbe gioiosamente confondersi in una qualche raccolta di antiquariato psych britannico risulta un mistero. Che ci azzecca una By The Waters decisamente pastorale con una Dragonfly che vive di incalzanti retropulsioni sf? E così via, e dire che il tutto è concentrato in tredici tracce (una quattordicesima non è che un fulmineo interludio noisy) e meno di tre quarti d’ora. La chiave interpretativa la offre probabilmente il titolo: sono divertimenti sonici, chi li ha ideati se l’è spassata un mondo, chi li ascolta potrebbe goderne quasi altrettanto, a patto di sapersi lasciare andare. Paul Weller è vivo, felice di esserlo e sta abbastanza bene.

“Sonik Kicks” sarà nei negozi a partire dal prossimo 27 marzo.

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3 commenti

Archiviato in anteprime, recensioni

3 risposte a “Paul Weller – Sonik Kicks (Island)

  1. Andrea Peviani

    E Stanley Road lo vogliamo proprio schifare? Non pretendo che tutti si tengano in casa l’opera omnia come me, ma stare senza WIld Wood e Stanley Road sarebbe autolesionstico per chiunque.
    Ovviamente dopo quanto hai scritto la breve attesa sarà più serena e fiduciosa.

    • “Stanley Road” lo metto appena sotto “Wild Wood”. Però un bel pezzo sotto “The Gift”, un altro paio di album dei Jam e anche “Café Bleu”. Comunque averlo male non fa, sia chiaro.

  2. Roby

    Questa è la mia recensione e dovrebbe uscire su distorsioni.net..
    PAUL WELLER – Sonik Kicks
    Island 27-03-2012

    Undicesimo disco della carriera solista del nostro amato Modfather, seguito ideale dell’ acclamato Wake Up Nation del 2010, disco che segnava il risveglio di una certa urgenza espressiva, dopo che 22 Dreams, sorta di personale White Album di due anni precedente, aveva rappresentato in qualche modo sia il sunto che la ripartenza di una carriera invidiabile.
    Come e più del disco precedente, caratterizzato da un ritorno a canzoni più brevi e nervose, in qualche modo riconducibili al periodo Jam, pur con suoni meno convenzionali rispetto agli ultimi canoni, questo nuovo lavoro mette in luce una creatività sfrenata anche se non sempre accompagnata da pari lucidità.
    Album che era già pronto circa un anno fa ma che è stato lasciato a decantare tra ripensamenti, sforbiciate alla scaletta e un decisivo, a detta dello stesso Weller, intervento di Stan Kybert in fase di mixaggio.
    Vicenda simile era accaduta in passato con l’album degli Style Council “Modernism: A New Decade”, addirittura rifiutato dalla Polydor. Ascoltatone poi il risultato come dar loro torto..
    Non preoccupatevi, qui le cose vanno decisamente meglio .
    Tralasciando ogni commento sull’ orribile quanto colorata copertina, si parte con l’accattivante Green che piace per il poderoso groove fatto di elettronica, beat, psichedelia, chitarre fuzzate e strambi effetti panning, e, saltando di palo in frasca, spizzicando un genere qua e un riferimento là, si finisce circa quaranta minuti più tardi con Be Happy Children, bellissimo mid-tempo in chiave Northern Soul.
    In mezzo, tra (Mod)ernismo e (Mod)ernariato, c’è da stordirsi mica poco, tanti sono i rimandi e i tentativi di fusione più bizzarri. Succede così che tra una Know Your Rights dei Clash quasi clonata e pucciata nel Kashmir di Kling I Klang, si svolti verso il pregevole apocrifo drakiano di una By The Waters gentilmente screziato dagli archi, si incontrino i Kinks al pepe di In The Attic, impreziosita dalla presenza di Grahm Coxon, ma ci si imbatta anche, proprio a metà programma, nei sei minuti e passa del super dubbone Study in Blue che parte Style Council e vorrebbe terminare Material ma che presenta un conto di un peso tale che neanche il cinghiale del digestivo Brioschi. Si procede tra svariati riferimenti ai Neu!, strambi intermezzi dal sapore space-ambient centrifugando anche, giusto per non farsi mancare nulla, certo synt-pop anni ’80.
    Brillano comunque una tosta e quasi noir Around The Lake, con ospite Noel Gallagher, e una Paper Chase con i Blur nel DNA.
    Insomma, non fosse che ci si impigli sovente in molta fuffa, questo sarebbe anche un bel disco.
    La sensazione che rimane però è, che per la troppa voglia di dimostrare di essere al passo coi tempi, si sia finito per strafare.
    Insomma, per capirci: è come quando per uscire ci si sia voluti vestire da fighi per poi scoprire di finire la serata in bocciofila.

    Roberto Remondino

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