Presi per il culto (5): Sandy Bull – Fantasias For Guitar And Banjo (Vanguard, 1963)

C’è stato un solo Sandy Bull e da quasi undici anni ormai, dacché un tumore ce lo portò via, non c’è più. C’è stato un solo Sandy Bull e nella sua troppo breve esistenza – era nato il 25 febbraio 1941, è morto l’11 aprile 2001 – ci sono stati periodi troppo lunghi sprecati in drogati torpori. C’è stato un solo Sandy Bull e sedici anni separarono il suo quarto LP (ultimo su Vanguard), “Demolition Derby”, del 1972, dal ritorno, “Jukebox School Of Music”. Quattro i decenni sulle scene,  sette gli album pubblicati, miseria che si sarebbe potuta accettare giusto se ci fosse stato qualche altro Sandy Bull e invece no. Mai sentito nominare? Non preoccupatevi: è un’ignoranza che condividete con quasi tutto il resto dell’umanità. E se è vero come è vero che non è mai tardi per avere un’infanzia felice non lo è di meno che, per chi ama la musica, la meraviglia della scoperta è benvenuta a qualunque età. Tantopiù da appassionati navigati, quando giocoforza è più difficile stupirsi, ed emozionarsi, e averne l’occasione ringiovanisce. Non potreste cominciare meglio a fare la conoscenza di colui che contende a John Fahey la palma di più inventivo chitarrista di area folk della seconda metà del Novecento che partendo da quello che fu il suo debutto a 33 giri.

Fresco di studi a Boston, Bull era tornato due anni prima nella natìa New York e si era in breve conquistato estimatori nei locali del Village con il suo stile estroso. Era già stato introdotto al jazz, come racconta Nat Hentoff nelle note di copertina, da Buell Neidlinger, contrabbassista che qualche lettore potrebbe ricordare con Cecil Taylor. Profondamente colpito dalla rivoluzione posta in essere proprio in quei mesi da Ornette Coleman, il giovanotto non a caso chiamava il batterista di costui, Billy Higgins, ad accompagnarlo in Blend, favolosa suite di quasi ventidue minuti che occupa interamente il primo lato e nella quale al matrimonio fra folk americano e jazz modale sono chiamati a fare da testimoni minimalismo (con uno stupefacente uso del bordone) e raga (Bull fu fra i primi in Occidente a innamorarsi di Ravi Shankar e Ali Akbar Khan). Non avesse inciso che questo brano, Sandy Bull andrebbe ricordato come un Genio. Ma cambiate facciata e lo sorprenderete, in solitudine, alle prese con una variazione di gusto zingaro sui Carmina Burana e una ancora più medioevaleggiante Non Nobis Domine, con il bluegrass modernizzato e insieme arcaicizzato di Little Maggie e con un Gospel Tune in cui per la prima volta imbraccia l’elettrica e ci ricorda, da par suo, da dove Ray Charles prese ispirazione per I Got A Woman.

Non potreste avere approccio migliore a questo artista immane e dimenticato di “Fantasias”, ma non negate alla vostra esplorazione due tappe almeno ancora. Innanzitutto “Inventions” (1965 e ancora con Higgins), in cui oltre a regalarci con Blend II il rinnovarsi dell’incantesimo di psichedelia e world music entrambe ante litteram del predecessore rileggerà a modo suo Johann Sebastian Bach e Chuck Berry, compiendo pure un’incursione in Brasile. Poi “E Pluribus Unum” (1969), più tipicamente inscrivibile in un canone di folk-rock inacidato senza che per questo il circolo dei fedeli si allargasse più di tanto. Anzi! Nome “di culto” da subito, sfortunatamente per lui Sandy Bull un culto è rimasto. Va da sé che non cambierà la situazione la recentissima (27 marzo scorso) pubblicazione da parte della Drag City di un “Live 1976” per un verso prezioso,  perché appena la seconda testimonianza dal vivo che si rende disponibile ai posteri dopo “Still Valentine’s Day 1969” (un Water del 2006), e per un altro un po’ deludente: giacché il Nostro è colto in una serata di buon umore, sì, ma non di particolare lustro e a scandire i ritmi della performance è una volgare batteria elettronica, altro che il batterista di Ornette.

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4 risposte a “Presi per il culto (5): Sandy Bull – Fantasias For Guitar And Banjo (Vanguard, 1963)

  1. posilliposonica

    Le suite strumentali di Sandy Bull affascinano sul serio e sono
    l’ennesima conferma che la concentrazione di talenti e creativita’
    che si e’ manifestata durante gli anni sessanta negli Stati Uniti in
    ambito rock e’ difficilmente eguagliabile.

    p.s. il live “Still Valentine’s day 1969″ e’ valido ? Ho la possibilita’ di
    comprarlo a pochi euro.Compro ?

  2. Dott N.

    Stavolta il culto non mi coglie impreparato; ho incontrato infatti per la prima volta il nome del chitarrista – lo so la cosa non ti piacerà- girando nel sito di Scaruffi, e poi nella rassegna sui dischi di folk americano in un mucchio extra (magari la scheda era opera tua?)
    ascolterò con avidità.

    P.S. Un saluto e una buona Pasqua dalla Germania

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