Soulsavers – The Light The Dead See (V2)

Rich Machin e Ian Glover come alternativa alla solita, costosa clinica di disintossicazione? Viene da pensarci (e che peccato non abbiano avuto l’idea di cercare la Amy Winehouse prima che fosse troppo tardi), notando la propensione della coppia di produttori britannici che dal 2003 pubblica insieme dischi come Soulsavers a convocare, per dare voce ai suoi spartiti, gente con qualche problemino di dipendenza: Mark Lanegan non per uno ma per ben due album (e sarà un caso ma oggi sembra stare assai meglio) e adesso Dave Gahan. Della possibile collaborazione i tre discutevano per la prima volta nel 2009, nei camerini di un tour nel quale i Soulsavers dei Depeche Mode erano spalla, e che razza di stagione terribile era quella per il cantante, non solo alle prese con l’annoso vizietto dell’eroina ma sotto i ferri per un tumore. Sette vite come i gatti e forse qualcuna di più (non a caso proprio The Cat è il suo soprannome) ed essendo già sopravvissuto a infarti, overdose e tentativi di suicidio, Gahan offre probabilmente in “The Light The Dead See” la sua performance più rimarchevole di sempre. Il senso di spaesamento indotto dal sentire una voce che si è soliti associare a tutt’altre sonorità stagliarsi su paesaggi sonici da Far West gotico dell’anima non dura che un attimo: subito spazzato via dall’intensità dell’interpretazione.

Siccome i Soulsavers da lì arrivano, e una volta che un’etichetta è appiccicata hai voglia di inzupparla di solventi prima che si stacchi, capita ancora di vederli “taggati” alle voci “elettronica” e “downtempo”. Della prima in quest’album non vi è traccia, al secondo lo legano parentele vaghissime, nel senso che qualche suo scorcio qui e là potrebbe non parere corpo del tutto estraneo in un disco, per dire, dei Portishead. Ma ben altri sono i nomi che si affacciano alle labbra per raccontare queste musiche spesso morriconiane e mai quanto nel quietamente spettacolare incipit di La ribera, armonica che vibra affondando nel solenne abbraccio di un’orchestrazione ipercinematografica. Se Longest Day è un’ipotesi di Black Heart Procession che peccano squisitamente di magniloquenza, Presence Of God è più Nick Cave di Nick Cave e Just Try sono gli U2 “americani” al netto della retorica. Se Gone Too Far è un peccato sia sbocciata troppo tardi per sentirla da Johnny Cash, Take Me Back Home è Leonard Cohen restituito ai sogni country’n’western della sua gioventù. Se un peccato può essere rimproverato a “The Light The Dead See” è una certa uniformità di passo: fa ammirevole ammenda un dittico finale che in coda al valzer acustico scarno e soffuso di Take sistema il rock a gola infine spiegata di Tonight.

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