Presi per il culto (14): David Ackles – David Ackles (Elektra, 1968)

Se la prima volta che ci sbatteste contro Frankie Teardrop risultò per voi uno shock – così le successive: della nichilista epopea annichilisce anche il pensiero di quando fu concepita – cercate di rubare un ascolto di His Name Is Andrew, penultimo dei dieci titoli in programma nell’omonimo esordio che David Ackles pubblicava nel 1968 e dunque ben prima che i Suicide prendessero forma. Su un catacombale organo suonato da quel Michael Fonfara che molto dopo ritroveremo con Lou Reed, il nostro uomo recita la storia di Andrew, che lavora in fabbrica, non ha amici e vive in attesa del giorno in cui morirà e si congiungerà a quel Dio che gli hanno fatto conoscere gli inni che, sin da bambino, canta in chiesa. Ma alla fine del brano quegli inni sono in imperscrutabili modi mutati e gli hanno rivelato che Dio è morto. E Andrew, be’, Andrew non può fare a meno di continuare a credere in ciò che canta, avendoci sempre creduto. Sei minuti e quattro secondi in diretta dall’anno che separò Monterey da Woodstock. Qualcuno là fuori sta cianciando di “pace e amore”? Ci si scopre boccheggianti mentre l’ultimo accordo si spegne e si mette in moto la giostrina struggente di Be My Friend. Benvenuti nel mondo di David Ackles, culto fra i culti, artista immane quanto dimenticato, ma indimenticabile per chiunque si sia imbattuto in lui.

David Ackles nasce a Rock Island, Illinois, il 20 febbraio 1937, e nel 1941 è già nel mondo dello spettacolo, sulle ribalte del vaudeville come da tradizione familiare. Sul finire del decennio la sua fama cresce esponenzialmente, nazionale, siccome ha un ruolo da protagonista, che conserverà fin quando la sopraggiunta adolescenza non lo farà implausibile, in Rusty, serie di telefilm antesignana di Lassie. E poi è la sua esistenza stessa a farsi un film o se preferite un romanzo: di Jim Thompson. Ragazzetto ribelle, finisce dietro le sbarre cinque volte per furto, prima di mettere la testa a posto e volare a Edinburgo per studiare letteratura inglese e filologia germanica. Tornato in patria, frequenta i corsi di tecnica e storia del cinema presso la University Of Southern California. Completatili, nella prima metà dei ’60 è pianista di piano bar e venditore di automobili, giardiniere, addetto alla sicurezza in una fabbrica di carta igienica (giuro!) e detective privato. In quest’ultima veste, si trova a investigare sulla persona sbagliata e gli toccherà nascondersi per salvare la pelle. Meno rischioso scrivere canzoni. Peculiare da subito in tempi che sono ancora, Dylan a parte, da “voglio tenerti per mano”, fa dei disordini razziali di Watts l’argomento di una Blue Ribbons per la quale Jac Holzman perde la testa. Lo porta alla Elektra e a lungo cerca di convincere questo o quello dei nomi della prestigiosa scuderia a incidere una qualche composizione del nostro eroe. Alla fine si scoccia e le fa registrare all’autore stesso quelle canzoni singolarissime e meravigliose. E vada come vada. Andrà male.

Nell’epoca del “non fidatevi di chi ha più di trent’anni” Ackles dà alle stampe il suo primo LP a trentuno. Lo fiancheggiano musicisti sulla carta poco adatti, il gruppo della casa e quegli stessi che in proprio declinano psichedelia sui generis come Rhinoceros. Se la cavano invece benissimo e più di tutti il succitato Fonfara, il cui organo prende sì occasionalmente sfumature lisergiche, ad esempio nel mosso folk-rock di Lotus Man, ma è perlopiù chiesastico ed è un funerale la liturgia che si sta celebrando. Bene pure le chitarre di Doug Hastings (già con Daily Flash e Buffalo Springfield) e Danny Weis (dagli Iron Butterfly), sia quando lavorano di fino che quando improvvisamente paiono perdere il controllo e bluesate si impennano, nel finale di Down River come in quello dell’iniziale The Road To Cairo, per me il capolavoro di un capolavoro, Eric Burdon che incontra Tim Buckley per rifare Fred Neil. Brian Auger e Julie Driscoll la sceglieranno per dare un seguito al successone della dylaniana This Wheel’s On Fire, ma il buco nella ciambella verrà quadrato. Down River la rifaranno gli Spooky Tooth e gli Hollies, His Name Is Andrew Martin Carthy. Mentre nessuno oserà toccare la sospesa e delicatissima When Love Is Gone, il Buckley al circo di Sonny Come Home, il Tim Rose dammi-una-lametta-che-mi-taglio-le-vene di What A Happy Day, il Van Dyke Parks dell’ammiccante marcetta Laissez-faire. L’autore pubblicherà altri due 33 giri su Elektra (ultimo l’acclamato – ma non per questo di successo – “American Gothic”) e uno per la Columbia. Già finita a meta ’70 la sua “carriera”, i dischi resteranno fuori catalogo per oltre vent’anni. Muore nel 1999. Nel 2003, nel discorso con cui accetta l’invito a entrare nella “Rock And Roll Hall Of Fame”, Elvis Costello lo cita come un’influenza decisiva. Un paio di cultori più sorprendenti: Elton John (da sempre) e Phil Collins.

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8 commenti

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8 risposte a “Presi per il culto (14): David Ackles – David Ackles (Elektra, 1968)

  1. Giancarlo Turra

    Non se ne ha mai abbastanza di Ackles, mai…

  2. Si vede che piace a quelli che si chiamano Giancarlo, che vi devo dire…La cosa allucinante è che leggo questo articolo soltanto oggi e mercoledi sera avevo tirato fuori questo album pensando che ne avevo proprio voglia e me lo sono sciroppato per due giorni ininterrottamente o quasi. Immagino che le informazioni le avrai prese da qui:http://www.songsinger.info/da/
    Nel caso non fosse così, ti segnalo il sito, che è una meraviglia. Poca roba, ma di sostanza.

  3. stefano piredda

    Io, di Ackles, ho ascoltato solo AMERICAN GOTHIC.
    Una delle emozioni che devo a Eddy Cilìa.

  4. Disco immenso (per me molto superiore ad American Gothic…). Lo scoprii una decina di anni fa, avevo più o meno diciott’anni, e fu una specie di pugno nello stomaco. The road to Cairo è una delle cose più intense che abbia mai sentito. Come sempre, grande Eddy!

    • Ma anche “Subway To The Country” ha i suoi bei sublimi momenti.

      • Perché “Blue Ribbons”? Con quel ritornello che oltre alla meravigliosa linea melodica gioca con le rime piazzandole in modo super strategico? L’aveva scritta per CHER, pensa te…Questo cd io lo trovai in non so quale bancarella, a 5 euro o giù di lì. Non avevo ancora sentito nulla di suo, soltanto sentito parlare di “American Gothic” che poi ho trovato in vinile al “modico” prezzo di 25 cocuzze un paio di anni dopo. Non possiedo gli altri due, ma esistono ancora tanti colpi di fortuna o almeno spero.

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