They Really Got Me: l’età aurea dei Kinks

Da parecchi anni ormai per i Kinks va avanti quello che definire a questo punto un “riordino di archivi” sarebbe veramente eufemistico: dopo le ristampe delle ristampe delle ristampe, le riedizioni “Deluxe” delle edizioni “Deluxe”, i cofanetti e così via. Non c’è dunque da attendersi che l’imponente box (sei fra compact e DVD) di registrazioni per la BBC annunciato per agosto chiuda i discorsi. E un po’ fa sorridere pensare a un tempo, che sembra giurassico, in cui una parte cospicua del catalogo del gruppo dei fratelli Davies era di ardua reperibilità e procurarsi tutti i singoli essenziali una piccola impresa. Era così nel 1995, quando scrivevo questo che era l’articolo con il quale esordivo ufficialmente sulle pagine di “Rumore”. È tutt’altro che esaustivo (non poteva esserlo), ma è un pezzo al quale sono rimasto affezionato.

C’è un momento straordinariamente emozionante in “Live At Kelvin Hall”, tale da redimerlo quasi dalla sostanziale inutilità che condivide con altri dischi dal vivo degli anni ’60 (cfr. “Got Live If You Want It!” e “Get Yer Ya-Ya’s Out!” degli Stones): praticamente finita Sunny Afternoon, Ray Davies invita il pubblico a riprenderla in coro. Viene accontentato. La dolcezza, l’esuberante gioia di vivere, l’innocenza che trasmettono quelle voci, in prevalenza femminili oltre che adolescenti, è pura magia. È uno di quegli attimi fuggenti che solo il grande pop riesce a fermare. Certo: un’emozione da poco. Ma non è poi, il pop, faccenda di emozioni da poco o, ancora di più, messa in scena di un’emozione? In esso la questione dell’“autenticità”, centrale a tante disamine (a)critiche del rock, non ha ragione d’essere. Ecco perché, per fortuna, nessuno ha ancora costruito castelli di scemenze su un pop “del vero sentire”.

Mettere in scena è quanto sognava di fare da grande Ray Davies: il regista teatrale, colui che disegna fondali davanti ai quali disporre personaggi che raccontano storie. Alla fine, a ben vedere, è esattamente quello che farà. Prima ancora dei concept album, Davies creerà un suo peculiare universo, un’Inghilterra decadente e nostalgica di un’età dell’oro mitologica, che sarebbe esistita se l’era vittoriana si fosse prolungata fino e oltre il secondo conflitto mondiale e l’Impero non fosse mai caduto. Nella Daviesland il sentimento che prevale è il rimpianto per un passato glorioso che la mediocrità del presente (accettata senza farne una tragedia, si badi bene) rende tanto più struggente. È un mondo gozzaniano ove i piccoli drammi quotidiani si consumano in beneducati sussurri o nel silenzio, profondamente aristocratico anche quando gli ambienti sono borghesi o operai. Ray Davies, in fondo, non è mai stato giovane: la disperazione irridente dello “spero di morire prima di diventare vecchio” dei primi Who del suo coetaneo Pete Townshend sulle sue labbra sarebbe apparsa fuori posto. Inconcepibile. I suoi personaggi sanno accontentarsi e quindi qualche brandello di felicità, nonostante tutto, riescono a conquistarlo. Ecco una delle ragioni principali per le quali, se i Kinks furono uno dei gruppi cardine dei ’60, i loro anni ’60 sono stati diversi da quelli di chiunque altro: antiutopici, volti indietro piuttosto che proiettati in avanti, sempre lievemente fuori sincrono rispetto al corso principale degli eventi. Ancora figli degli Stones devoti a Chuck Berry e Bo Diddley dopo che la banda Jagger aveva iniziato a evolversi, i Nostri, e un battito di ciglia dopo psichedelici ante litteram in contemporanea coi Beatles. Ma a distinguerli musicalmente dal resto del rock britannico di quel decennio fu soprattutto il loro essere, in verità, molto poco “rock”. Rock i Kinks lo saranno nella loro breve seconda giovinezza, a cavallo fra la fine dei ’70 e il principio degli ’80, quando rivendicheranno la primogenitura (riconducibile a un unico, marmoreo riff) in materia di hard. Ma nel loro lustro d’oro, dal 1965 al 1970, furono una formazione eminentemente pop.

Tanto l’elementare riff di You Really Got Me (se esiste un riff che da solo ha virtualmente inventato l’heavy metal, eccolo) che la santa trinità – All Day And All Of The Night/Till The End Of The Day/I’m Not Like Everybody Else – di ogni garagista di questa terra da trent’anni in qua paiono, con il senno di poi, felici incidenti di percorso di un grandissimo autore di canzoni ancora in cerca di un’identità sua e sua soltanto. Sicuro, You Really Got Me è una scarica d’adrenalina mozzafiato ma in “Kinks” (ottobre 1964) l’identità daviesiana è esplicitata molto meglio da quella meravigliosa ballata che è Stop Your Sobbing. Se Beautiful Delilah, I’m A Lover Not A Fighter, Cadillac, Too Much Monkey Business potrebbero, cantasse Jagger, uscire da uno qualunque dei primi LP delle Pietre Rotolanti (e sarebbero invariabilmente i pezzi più deboli), Just Can’t Go To Sleep e I Took My Baby Home suonano già personali e, con il loro prendere come punto di riferimento il Merseybeat, inconfondibilmente “inglesi”. Nei successivi “Kinda Kinks” (febbraio 1965) e “Kontroversy” (uscito esattamente un anno dopo) gli inchini al blues, al soul al rhythm’n’blues sembrano sempre più, oltre che scolastici (Dancing In The Street sul primo), fuori posto (Milk Cow Blues sul secondo), mentre prende forma uno stile Kinks che progressivamente si sgancia dalle influenze afroamericane della maggior parte della scena albionica del tempo. Quando Ray Davies guarda oltre Atlantico è a Dylan che si ispira (in I Am Free e in Where Have All The Good Times Gone, su “Kontroversy”, l’omaggio è trasparente) e di conseguenza a un folk che non ha dimenticato le sue radici anglo-scoto-irlandesi. Oltre che dai testi, che acquistano insieme spessore e sottigliezza (distanze siderali separano una You Really Got Me da una A Well Respected Man), l’inglesità dei Kinks è resa lampante da una fitta rete di rimandi alla musica popolare del loro paese e in special modo alle tradizioni del cabaret e del music hall. Le melodie sono leggere, solari anche quando fanno da sfondo a storie melanconiche o a satire sferzanti (ché gli inglesi si sono sempre presi molto sul serio ma, vivaddio, sono sempre stati pure capaci di prendersi in giro: e pochi hanno sbeffeggiato l’inglesità, amandola, come Ray Davies).

Un’enfasi, che è caratteristica precipua del pop, posta sulla costruzione melodica del pezzo piuttosto che su quella ritmica distingue dunque i Kinks della maturità (nei quali anche il fratello minore di Ray, Dave, comincia a mostrare discrete doti compositive) da, per rifare un nome già chiamato in causa, i Rolling Stones. E come è usuale per i grandi autori pop è sulla distanza breve del singolo più che su quella lunga dell’album che Ray Davies esibisce le sue doti migliori: una Dedicated Follower Of Fashion vale interi LP “a soggetto” come “The Kinks Are The Village Green Preservation Society” (1968), “Arthur Or The Decline And Fall Of The British Empire” (1969) e “Lola Vs Powerman And The Money Ground” (1970), pure tutt’altro che disprezzabili. Alla norma fanno eccezione “Something Else” (settembre ’67) e soprattutto il suo predecessore “Face To Face” (novembre ’66) che è il “Rubber Soul” e il “Revolver” dei Kinks nello stesso tempo, la creazione più memorabile di Ray Davies e uno degli album più monumentali e sottovalutati del decennio tutto: stupende ballate alla maniera di John Lennon, frammenti barocchi, sprazzi psichedelici, fiammate boogie, ritornelli perentori. Pressoché in chiusura la Sunny Afternoon citata quattro cartelle fa: non avesse scritto altro, Ray Davies meriterebbe per quest’unica canzone la qualifica di genio del pop e un posto nella storia della musica dell’ultimo trentennio.

“Face To Face” è opera da conoscere assolutamente se si vogliono comprendere gli anni ’60 inglesi. Accompagnatela con le due raccolte di singoli (come i Beatles, anche i Kinks pubblicarono molto del loro materiale più pregevole solo a 45 giri) della See For Miles e avrete in casa un buon 80% del Ray Davies da amare incondizionatamente.

Furono un po’ gli Oasis del loro tempo, i Kinks: i pubblici litigi dei fratelli Davies sono leggendari e fanno apparire, al confronto, quelli dei Gallagher amabili scambi di idee. Furono assai di più i Blur, che come la banda Davies hanno avuto esordi incerti ma promettenti, salvo poi piazzare un capolavoro all’altezza del quarto LP. Che ai Kinks i Blur si ispirino parecchio è reso evidente anche da gustose coincidenze. Il singolo che ha anticipato “The Great Escape” si chiama Country House: la canzone che chiude la prima facciata di “Face To Face” di titolo fa House In The Country. E il “girls who are boys who like boys to be girls” di Girls And Boys, dello scorso anno, somiglia un po’ troppo al “girls will be boys, boys will be girls” di Lola (en passant: la più bella, tenera, ironica canzone sull’ambiguità sessuale mai scritta) perché si possa invocare il caso.

Alcune recenti esibizioni di un Ray Davies, da tempo orfano del gruppo, in forma smagliante sono state accolte con toni reverenziali dai settimanali britannici. Che, dopo gli Small Faces, tocchi ai Kinks essere finalmente rivalutati?

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n. 46, novembre 1995.

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15 commenti

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15 risposte a “They Really Got Me: l’età aurea dei Kinks

  1. david mariotti

    The Kink kontroversy in realtà uscì nel novembre ’65; l’anno dopo i Kinks pubblicarono solo un album, quel Face to face che per te -almeno all’epoca in cui scrivesti l’articolo- è l’album da avere del gruppo inglese. La pensi ancora allo stesso modo? Te lo chiedo perché negli ultimi tempi ho riascoltato più volte i primi sei dischi della band e Something else mi pare il loro lavoro migliore. Pezzi come Two sisters o Lazy old sun non vengono quasi mai presi in considerazione ma non hanno niente da invidiare alle composizioni più conosciute ed amate, non trovi?

    • All’epoca non lavoravo ancora con Internet e in ogni caso Internet era lungi dall’essere la pazzesca banca dati che è adesso. Probabilmente quella data, che è giusta se si parla dell’edizione USA ma sbagliata se riferita – come dovrebbe essere e come giustamente fai notare – all’edizione UK la presi da qualche volume di discografie. Quando ritiro fuori qualche articolo per il blog mi limito a formattarlo correttamente e a correggere, se c’era, qualche refuso.
      “Face To Face” è sempre e sempre sarà IL capolavoro dei Kinks. “Something Else” lo segue comunque da vicino.

  2. posilliposonica

    Che meravigliosa rivista che era all’inizio Rumore,probabilmente la migliore intuizione editoriale di Sorge .Tu incominciati a scriverci dopo tre,quattro anni,se non sbaglio.Io purtroppo avevo smesso di comprarlo da qualche mese.Ci scrivesti continuamente fino al ritorno al M.S. ?

    p.s. se non sono indiscreto, in due righe mi scriveresti la tua opinione su
    Sorge giornalista ?

    • Collaborai dal novembre ’95 al giugno ’99 e il rapporto si interruppe dunque prima del mio ritorno al “Mucchio”.
      Riguardo a Sorge me la cavo in fretta: è uno che per la musica nutre una passione vera e che dunque, per quanto mi riguarda, merita già solo per quello più rispetto che non tanti altri.

  3. giuliano

    Mi chiedevo se oggi, a distanza di anni, sottoscriveresti di nuovo quel giudizio su village green preservation society: “tutt’altro che disprezzabile”, niente di più.
    E’ che io lo considero -insieme a face to face, sia chiaro- il vertice dell’arte di ray davies: una facilità e una leggerezza che mi verrebbe da definire mozartiane, se non temessi di andare fuori squadra o di abusare di paragoni impropri (ma “là ci darem la mano” e, che so, “picture book” potrei ascoltarle gioiosamente di fila senza avvertire il salto).
    Una manciata di raccontini felici e trasparenti come un cristallo.

    Poi, sul fatto che ray abbia espresso il meglio sulla misura breve del singolo ho qualche dubbio: gli album che hai citato – da village green, appunto,a lola – lo certificano, a mio personalissimo parere, come scrittore pop capace di ogni impresa.

    • “Face To Face” e “Something Else” secondo me si elevano di due o tre spanne su tutto il resto. “Village Green” è terzo, ma distaccato. Da un po’ di anni a questa parte come quarto sistemerei “Muswell Hillbillies”.

  4. sono d’accordo sulla bellezza di “face to face” e “something else”, ma.. liquidarmi così “village green” (che secondo me è in assoluto il loro LP migliore), “lola” e “arthur”! di grandissimi pezzi pop ce n’è a bizzeffe in quei dischi: i kinks non sarebbero considerati i geni che sono se non avessero scritto “australia”, “shangri-la”, “animal farm”, “days”, “picture book”, la stessa “lola”, “get back in line” (la più bella canzone mai scritta sul mondo del lavoro che non c’è?), “this time tomorrow”… e “strangers”!!
    hai cambiato idea da quell’ormai lontano 1995?
    ps: bellissimo pezzo, comunque!
    ps2: che malinconia sentir parlare di “girls and boys” come di un pezzo dello scorso anno.. io ero bambino, ora c’ho già dei capelli bianchi..

    • Non so se si possa definire “cambiare idea” l’avere un’opinione sempre migliore di qualcosa, avendone sempre avuto una ottima. Mettiamola così: “Village Green” è un grande album, “Face To Face” è “Something Else” sono capolavori (che è qualcosa di più che non essere grandi album). “Arthur” come assieme continuo a trovarlo deboluccio.

  5. Dott.N (Nicholas)

    Mi accodo agli altri, ho ascoltato in maniera sregolata Face to Face (Sunny afternoon e Dandy le ricordo bene però!), non ne ho tanta memoria. Sono invero molto convinto nel ritenere il Village e Arthur artisticamente superiori a Something Else, sono meglio strutturati, più omogenei, e hanno molti più picchi qualitativi. Trovo delizioso il Village in particolare, credo trascenda il formato della raccolta di canzoni, ha quella coesione e quella atmosfera che caratterizza tutti i grandi album, riascoltandolo ogni episodio sembra la naturale prosecuzione dell’altro, perde giusto un pò di smalto nelle ultime 3-4 tracce.

    Poi come al solito tutto si riconduce all’arbitrio dei gusti; in ogni caso mi fa molto piacere parlare dei Kinks, la maggior parte degli appassionati che frequento non ha la mia idea di chi siano.

    • Ma infatti! Alla fine stiamo discutendo di quali siano i dischi più belli di un gruppo che ne ha fatti solo dall’almeno discreto in su. Chi gode di più con l’uno, chi con l’altro, ma siamo tutti grati a Ray Davies di quanto ci ha regalato. Felici che uno come lui esista.

  6. giuliano

    a proposito di…
    che spettacolo!

  7. giuliano

    io per “village green” mi ammazzerei.
    e per “big sky” mi farei impiccare.
    cristo, ray, che gran figo sei ancora :)

  8. Nicholas

    ahh… anche io adoro Big sky …

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