Presi per il culto (15): Euphoria – A Gift From Euphoria (Capitol, 1969)

Mi pare la definizione migliore per delinearne le coordinate e farne immaginare al volo, a chi sfortunatamente non li conosce, il suono: l’anello mancante fra i 13th Floor Elevators e il doppio rosso dei Beatles. Lo so, lo so… I quattro di Liverpool fecero un doppio bianco, non rosso. Al secondo provvedevano, spedendolo nei negozi poche settimane dopo, i tre di Brisbane, fratelli e gli ultimi due pure gemelli, facenti Gibb di cognome e Barry, Robin e Maurice di nomi. Inorriditi? Sbagliate. Fra i tanti revisionismi che si sono fatti strada negli ultimi anni la rivalutazione dei Bee Gees di “Odessa” è uno di quelli più giustificati. Poi si può discutere se sia più appropriato paragonarlo quel disco, per una questione cromatica e di monumentalità, allo “White Album” piuttosto che a “Sgt. Pepper’s”. Opera in ogni caso ammirevole per il suo sapiente mescolare ballate pop dall’etereo allo zuccherino e presagi di progressive, country e folk in punta di dita, un rock schietto e arrangiamenti importanti. Mutando qualche elemento e più che altro aggiungendone, si potrebbe asserire lo stesso del viceversa misconosciuto “A Gift From”, solo LP mai pubblicato – a sua volta qualche mese dopo “Odessa” – dal chitarrista Hamilton Wesley Watt Jr. e dal cantante William D. Lincoln, insieme Euphoria e da non scambiare assolutamente, pena delusioni cocenti, con una schiera di loro omonimi coevi. In particolare con quelli, floreali e leggerotti e ad aggiungere confusione californiani trapiantati in Texas, titolari sempre nel ’69 di un omonimo 33 giri su Heritage. Tornando laddove ero partito: sul retro di copertina di “A Gift From” i Bee Gees vengono ringraziati. Chissà perché. Forse per qualche consiglio dato incrociandosi negli studi londinesi che duo e trio si trovarono entrambi a frequentare nell’autunno del 1968. E Roky Erickson e soci? Con costoro gli Euphoria dividevano di più: un tot di palcoscenici nella Houston in improvvisa, piena (e in anticipo sul resto del mondo) fioritura lisergica del 1966 e quindi il trasloco sulla West Coast, prima a Los Angeles – per i nostri due amici un ritorno – e poi a San Francisco.

A raccontare la storia di Watt e Lincoln si fa in fretta, per quanto poco se ne sa e per la loro totale scomparsa dalle mappe musicali all’indomani dell’uscita di un prodigio – le migliori orchestrazioni su questo lato di “Forever Changes”! le eccentricità più deliziose su quell’altro di “United States Of America”! – che costò una cifra pazzesca e non vendette nulla. Primo punto fermo: cominciavano a collaborare a Los Angeles nel ’65, scrivendo alcuni brani per i mediocri East Side Kids e dando alle stampe (l’anno dopo?) un singolo come Word per la Brent, una succursale Mainstream, con su un lato un folk-rock alla Byrds (Now It’s Over) e sull’altro un garage già da Elevators (So Little Time). Era invece direttamente su Mainstream che vedeva la luce nel 1967 il primo e unico 7” a nome Euphoria, ripreso già entro l’anno sulla raccolta “A Pot Of Flowers”: un po’ per argomenti, un po’ per stile, Hungry Woman e No Me Tomorrow potrebbero essere dette rispettivamente la You’re Gonna Miss Me e la Reverberation dei Nostri. Ancora per Mainstream i ragazzi registravano un demo con quattro brani che rimarranno inediti fino all’inclusione nell’82 nell’antologia su Texas Archive Recordings “Houston Hallucinations”: lì blues inacidato, prodromi di hard, folk dalla quinta dimensione e per l’ultima volta solari affinità elettive con la banda Erickson. Non un possibile hit alle viste.

Quale pazzo li fece firmare per Capitol? Quale pazzo concesse loro carta bianca nella realizzazione del debutto a 33 giri e ne pagò i salatissimi conti? Disco inciso fra Hollywood, Nashville e Londra, convocando intere orchestre a dare man forte. Disco inclassificabile se non facendo ricorso alla più omnicomprensiva delle etichette: psichedelia. Fra i sinfonismi avvolgenti di Lisa e il  fosco sogno iniettato di fuzz di World, di tutto e di più: i Grateful Dead che giocano a fare i Dillards in Stone River Hill Song e Something For The Milkman e i Beatles in Through A Window, l’avant-country con uno slargo raga di Did You Get The Letter e lo squisito pop cameristico alla Peter Sarstedt di Young Miss Pflugg, il Donovan in trip cattivo di Suicide On The Hillside, Sunday Morning, After Tea e i Fifty Foot Hose che si credono di essere i Flying Burrito Brothers (o viceversa) di I’ll Be Home To You. E ancora: una Lady Bedford regalmente pastorale, George Clinton che incontra Gram Parsons in Sweet Fanny Adams, i Love di “Forever Changes” che saltano a bordo di un Hollyville Train. Ce l’ho da sedici anni, “A Gift From Euphoria”, dacché See For Miles lo rese nuovamente di pubblico dominio dopo una quasi trentennale assenza dai cataloghi, e non mi sono ancora stancato di riascoltarlo. A ogni passaggio ci scopro una suggestione nuova, a ogni passaggio mi persuado sempre più che a dirlo un classico “minore” lo si danni piuttosto che lodarlo.

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6 commenti

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6 risposte a “Presi per il culto (15): Euphoria – A Gift From Euphoria (Capitol, 1969)

  1. stefano piredda

    Ostia, è chi sarebbe Peter Sarstedt?

  2. stefano piredda

    Non male, come idea. Lo faccia, Maestro.

  3. stefano piredda

    E comunque, la canzone di Sarstedt è bellissima. Ostia.

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