Thomas Pynchon on vinyl: il solo e unico Van Dyke Parks

Le notizie sono due. La prima: escono oggi su Bella Union le ristampe dei tre album classici di Van Dyke Parks, i primi. Dischi da isola deserta o poco meno (il primo poco più) dei quali nessuna casa dovrebbe essere priva. La seconda: il Maestro è in Italia per due delle sue rare apparizioni dal vivo, questa sera al Teatro del Verme di Milano, domani alla chiesa di San Paolo entro le Mura a Roma. Per impegni precedentemente assunti io non potrò esserci e non potete avere idea di quanto mi faccia rodere la cosa. Anyway… per l’occasione ripubblico un articolo che scrissi per “Blow Up” nel 1999, quando a rieditare i tre capolavori di cui sopra aveva appena provveduto la Ryko.

Sono dieci anni che Van Dyke Parks è uno dei miei idoli. ‘Song Cycle’ è il mio disco preferito in assoluto di sempre, niente di simile è stato realizzato in questo secolo. Ricordo di avere parlato con lui alcuni anni fa, al tempo in cui stavo cercando di ristampare i suoi primi 45 giri. Mi disse che all’epoca in cui si andava formando come musicista prendeva un sacco di droghe, troppe, e che se anche apprezzava il fatto che mi interessassi ai suoi primi lavori riteneva che quanto fa oggi sia migliore. Fu il suo modo da educato gentiluomo sudista di dirmi no.

Ipse dixit, in una recente, brevissima ma succosa, intervista al mensile britannico “Mojo”, Jim O’Rourke, guru per eccellenza dell’attuale avanguardia a stelle e strisce e santino personale dei più fra i lettori di questo giornale (e anche mio, lo ammetto). Curioso che fra i tanti recensori in sollucchero per la fastosità melodica di “Eureka” tutti abbiano citato Burt Bacharach, molti il Brian Wilson di “Pet Sounds” e il solo Andy Medhurst di “The Wire”, oltre all’ottimo David Sheppard, il predecessore più ovvio di quel disco. Ascoltando di seguito la trilogia classica di Van Dyke Parks e l’ultimo parto del compositore chicagoano lo stacco è inavvertibile: l’incredibile versione per basso funky e banda jazz peyotera del Canone in re maggiore di Johann Pachelbel sfuma senza soluzione di continuità, nonostante quasi un quarto di secolo separi le due incisioni, negli arpeggi chitarristici, nei fraseggi orchestrali, nel ritornello angelicato di Women Of The World. Curioso, dicevo, ma nemmeno tanto, dacché Parks è uno dei segreti meglio celati del pop e della musica colta dai ’60 in avanti. Alla sua scarsa notorietà ha contribuito, oltre alla peculiarità degli spartiti, una produzione discografica quanto mai parca, sette soli album in studio (più uno dal vivo) in oltre tre decenni, con una cesura di nove anni fra i primi tre e i secondi quattro.

Il Nostro pare preferire questi ultimi: “Jump!” (Warner Bros, 1984), “Tokyo Rose” (medesima etichetta, 1989), “Fisherman & His Wife” (Windham Hill, 1991; con Jodie Foster) e “Orange Crate Art” (di nuovo Warner, 1994; con Brian Wilson). Tappe mediamente interessanti del suo cammino su quell’idiosincratico sentiero adombrato dal titolo di una bella, ma terribilmente incompleta, antologia. Nondimeno opere di seconda schiera rispetto alle tre appena ristampate, con contorno risicato ma goloso di bonus tracks, dalla benemerita Ryko: “Song Cycle”, “Discover America” e “Clang Of The Yankee Reaper” (1968, 1972 e 1975; tutte su Warner in origine). Gemme di abbacinante splendore delle quali si stava smarrendo la memoria.

Ho giocato un ruolo in quel movimento musicale, molto creativo, che contraddistinse la California meridionale negli anni ’60. Ero là. Ho aspirato. E curiosamente lo ricordo ancora, io.” (Van Dyke Parks)

Nato ad Hattiesburg, Mississippi, il 3 gennaio 1943 ma cresciuto fra la Lousiana e il New Jersey, il Nostro ha un approccio precocissimo alla musica e allo showbiz. Studia piano, clarinetto e composizione e non ancora novenne ha modo di duettare con un dilettante (brillante, si dice) noto per ben altro: tale Albert Einstein, nientemeno. Decenne, è attore e cantante in uno sceneggiato televisivo della NBC. Due anni dopo è a Hollywood, per recitare in The Swan con Alec Guinness e Grace Kelly. Non lascerà più, se non per brevi periodi, la California.

Gli undici anni di gavetta che dal diploma al college lo porteranno al primo LP in proprio sono a tal punto densi di eventi che se ne potrebbe cavare un film. Si esibisce come cantante folk in duo con il fratello Carson. Suona il piano nella colonna sonora del disneyano Il libro della giungla e l’organo in “Fifth Dimension” dei Byrds. È chitarrista con i Brandwyne Singers. Pubblica alcuni singoli da solista per la MGM. Si inventa gli Harper’s Bizarre, battezza i Buffalo Springfield, collabora con Paul Revere & The Raiders e con le Mothers di Zappa. Firma per la Warner, della quale è ancora, trentadue anni dopo, l’eccentrica mascotte (nonostante i suoi dischi abbiano sempre venduto assai poco). Per limitarsi agli accadimenti principali… e ancora non ho riferito dei tre più memorabili.

Nel 1965 il giovane Parks conosce a una festa Brian Wilson. Il sodalizio subito fondato, cui porranno provvisoriamente fine i malumori degli altri Beach Boys e il drammatico degenerare della salute mentale di Brian, esercita un’enorme influenza sulla pietra miliare “Pet Sounds” e frutterà (non frutterà anzi) “Smile”, il più celebre album “perduto” della storia del rock. Nel 1966 è responsabile degli arrangiamenti del luminoso (quanto sottovalutato!) esordio di Tim Buckley. Nel 1967, sdraiato su un lettino per massaggi a fianco di Frank Sinatra, persuade Old Blue Eyes che Carson ha scritto una canzone che sarebbe perfetta per un duetto con la figlia Nancy. Somethin’ Stupid porterà il 33 giri che la contiene a vendere oltre un milione di copie (il successo più grande della carriera di Sinatra), regalando a The Voice una seconda giovinezza.

Di tutti i cantanti di fama mondiale che io abbia mai visto/al cinema/Lawrence Tibbett e Nelson Eddie/Donald Nobis e Morton Downey/Kenny Baker e Rudy Vallee/il più prodigioso fra i confidenziali è Bing Crosby/Bing ha un modo di cantare con il cuore e l’anima/che incanta il mondo/e i suoi milioni di ascoltatori non mancano mai di rallegrarsi/per la sua voce d’oro/amano ascoltare il suo ‘la di dah di dah.” (Bing Crosby, da “Discover America”)

Di tutti i cantanti che si vedono al cinema/sono i neri i migliori che si siano mai sentiti/Morton Downey andò a scuola di canto/ma i quattro fratelli Mills sono dolci e cool.” (The Four Mills Brothers, stesso LP)

In questo sta la grandezza di Van Dyke Parks: che è ponte che congiunge innumerevoli Americhe. Frank Sinatra e i Beach Boys psichedelici, Bing Crosby e i Byrds, Esquivel e Frank Zappa, Harry Belafonte e i Little Feat, Carl Stalling e Leonard Bernstein, Broadway e la California lisergica passando per New Orleans. E pure: Randy Newman, Ry Cooder, Tom Waits. È etnico, classico, rock. Un ironico aristocratico del profondo Sud caduto preda del vudù ma non per questo dimentico delle buone maniere. Mai.

La copertina di “Song Cycle” (“Thomas Pynchon su vinile”, scrisse “Billboard”, e di rado etichetta è stata tanto azzeccata) lo immortala seduto in un ambiente di gusto ottocentesco, vestito con eleganza casual, faccia seria da studentello molto più giovane dei venticinque anni che aveva allora. Esteticamente antipodico alla nazione dei figli dei fiori. Eppure su questo capolavoro, fuori dal tempo come pochi altri, spira una brezzolina che ai quei tempi rimanda inequivocabilmente. Si avverte nel fantasmatico accenno di ballata, sommersa da scrosci temporaleschi e rumori di risacca, di Van Dyke Parks come nel lunatico folk-rock di The Eagle And Me, preziosa postilla apposta all’edizione Ryko. Soprattutto, nella straordinaria rilettura di un cavallo di battaglia di Donovan, Colours, trasfigurato in carillon a tempo quasi di bolero, con sprazzi di flamenco. Non siamo troppo distanti dal coevo, colossale debutto degli United States Of America, né da quella West Coast Pop Art Experimental Band che un anno prima aveva coverizzato High Coin, canzone scritta dal Nostro per gli Harper’s Bizarre. Pieni anni ’60, insomma, ma dove collocare se non nell’Età dell’Oro del musical Palm Desert? Che fare del valzerone disneyano di The All Golden, degli archi gioiosi di The Attic e di quelli sospesi e dolenti di By The People, del piano classicheggiante e della voce vagamente operatica di Pot Pourri? Come confrontarsi con l’iniziale Vine Street, un bozzetto di Randy Newman che Parks trasforma in una sinfonia campagnola, estremamente articolata e compiuta nonostante non arrivi ai quattro minuti? Ha davvero ragione O’Rourke quando afferma che non ci sono plausibili termini di paragone per “Song Cycle”. Un UFO, se mai uno ha solcato i cieli del pop.

Trinidad e Hollywood, indicano come destinazione i due autobus che campeggiano sul davanti di copertina di “Discover America”. Nella foto sul retro il nostro eroe appare più cambiato di quanto giustifichino i quattro anni trascorsi: gli abiti sono moderatamente trasandati, i capelli si sono allungati e gli occhiali e il baffo sornione ne fanno un Groucho Marx hippie. Nel frattempo non ha poltrito. Come produttore, pianista e arrangiatore ha posto mano a “Tape From California” e al finto “Greatest Hits” di Phil Ochs, all’omonimo esordio di Ry Cooder e a “Randy Newman”; e ancora a “Who Knows Where The Time Goes” di Judy Collins,  “Roots” degli Everly Brothers e “Running Down The Road” di Arlo Guthrie. Ma l’esperienza che lo ha maggiormente segnato è stata “July 1971”, un album della Esso Trinidad Steel Band grazie al quale si è infiammato di divorante passione per la musica caraibica. Il nuovo amore informa gran parte del suo secondo LP, a partire dal delizioso calypso ubriaco che lo inaugura, Jack Palance. Prima di arrivare alla stravagante interpretazione di Stars And Stripes Forever che lo conclude (la stampa Ryko si congeda con il gospel Out On The Rolling Sea Where Jesus Speaks To Me), “Discover America” fa scalo più volte nell’arcipelago che fronteggia gli Stati Uniti. Talvolta già nei titoli: FDR In Trinidad (singultante, solare, belafontiana), Sweet Trinidad (idem, con un surplus di felina giocosità), Ode To Tobago (filmica e squisitamente retrò). Spessissimo nelle atmosfere: Steelband Music, John Jones, Your Own Comes First.

È possibile dividere in due fazioni la sparuta umanità adepta del culto di Van Dyke Parks: quanti reputano “Song Cycle” il suo capolavoro e coloro che gli preferiscono il più epidermico “Discover America”, rimproverando al predecessore una certa astrusità. Polemica che basta un brano come Bing Crosby (così avrebbe suonato Strauss fosse nato ai Caraibi) a rendere oziosa. Si potrebbe dire che sono due facce della medesima medaglia e in verità è così. “Discover America” si approssima allo zenit proprio quando lancia ponti verso il fratello maggiore, con la marcetta dixie di The Four Mills Brothers, i suadenti archi anni ’30 di Be Careful, le già citate Bing Crosby e Ode To Tobago. Lo raggiunge però nei due brani che prefigurano il 33 giri successivo: l’irresistibilmente sincopata G-Man Hoover e la sua perfetta antitesi, un’onirica versione, antecedente a quella degli stessi Little Feat, di Sailin’ Shoes.

Van Dyke è un genio. I suoi arrangiamenti sono unici, inconfondibili.” (Brian Wilson)

Se nei primi due LP del nostro eroe  le riletture di brani altrui non mancano, il terzo è composto quasi soltanto da cover. Eppure, proprio a rimarcare quell’unicità sostenuta dal leader dei Beach Boys, “Clang Of The Yankee Reaper” è quintessenzialmente parksiano, sintesi mirabile di più o meno tutti i suoi amori: una psichedelia da vaudeville (la title-track), Bing Crosby e Harry Belafonte a braccetto (Pass That Stage), Trinidad (Another Dream), il musical (You’re A Real Sweetheart), Cuba (Iron Man), Crescent City (Love Is The Answer, Tribute To Spree), certa musica classica (Cannon In D). Americano come la torta di mele in una City On The Hill che sarebbe stato un colpo ascoltare, esattamente con questo arrangiamento, dall’Elvis più tardo, l’album è da avere assolutamente nella sua edizione attuale, coronata da due versioni di indicibile personalità di quel classico, usurato fra i più usurati, che è Amazing Grace: orchestrale e solenne la prima, più svelta e scanzonata la seconda.

Nello scatto di copertina Van Dyke Parks sembra uscito da un racconto di Mark Twain, un distinto signore in attesa di scendere il Mississippi su un battello a ruote. Eccettuati i capelli ormai candidi le foto più recenti, che lo vedono sfoggiare camiciuole hawaiiane, sembrano negare che siano trascorsi due decenni e mezzo. È come se Parks, al pari della sua musica, vivesse in qualche universo parallelo ove lo scorrere del tempo non ha alcuna rilevanza e tutto, a partire dalle canzoni, ritorna. Ciclicamente.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

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8 commenti

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8 risposte a “Thomas Pynchon on vinyl: il solo e unico Van Dyke Parks

  1. el murro

    notarella a margine: le bonus tracks dell’edizione Ryko sono scomparse nella ristampa su Bella Union -(

  2. roberto

    Avevo tirato su una copia vinilica di Discover America un paio fa non sapendone nulla. Solo che questo V.D.P.era uno dei grandi e che c’erano alcuni dischi da avere. Non ti dico la delusione per queste canzonette….Poi si,una volta o due l’ho riascoltato e apprezzato ma non quanto me lo sto godendo ora. Non vedo l’ora di rimetterlo su domani pomeriggio col sole che attraversa il verde del giardino.
    Salute Maestro. Buonanotte.

  3. stefano piredda

    Questo pezzo me lo sono perso, al tempo.
    Grazie, Maestro.

    (THE SONG CYCLE è una delle cose che ogni tanto mi fanno pensare che Dio, forse, esiste…)

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