Jimi Hendrix: il sole sorge ancora

Un breve articolo che scrissi per “Rumore” quindici anni fa, sull’onda lunga dell’emozione per la pubblicazione di “First Rays Of The New Rising Sun”: primo album postumo di Jimi Hendrix capace di rendere giustizia alla memoria del chitarrista di Seattle e degno di figurare nella sua discografia “vera”.

C’è un bel racconto di Lewis Shiner, intitolato (come, se no?) Voodoo Child e pubblicato nel luglio 1993 sull’”Isaac Asimov Science Fiction Magazine” (una traduzione è rintracciabile sul numero 18, novembre ’95, dell’edizione italiana della rivista), in cui si immagina che un viaggiatore del tempo, proveniente dal 1989, giunga a Londra il 15 settembre del 1970 con una missione: salvare Jimi Hendrix. Per tramite della fotografa Erika Hanover, un mito della Swinging London, riesce a parlare con il chitarrista al termine della jam con Eric Burdon al Ronnie Scott’s (l’ultima apparizione dal vivo di Hendrix) e a persuaderlo che viene dal futuro. Gli racconta cosa ha fatto negli ultimi mesi, come morirà se non gli darà retta, cosa succederà ai nastri che lascerà incompleti. A farla breve: la fatale notte del 17 settembre, Jimi prende due sole pasticche di sonnifero e anziché morire soffocato dal suo stesso vomito si fa una soda dormita. La sera dopo è allo Speakeasy e l’estasiato uomo del 1989 (“I Beatles non si sono più riuniti, però gli Stones si esibiscono ancora. E anche gli Who.” “Non so, amico, mi suona tutto piuttosto strambo, con questi vecchietti che suonano ancora il rock. Si è fermato tutto dopo che sono morto io?”) assiste a una sua jam con Clapton, Sly Stone e la sezione ritmica dei Faces. All’uscita dal locale, un Mark Chapman qualunque uccide Hendrix con cinque colpi di pistola a bruciapelo nel petto. È stato tutto inutile: niente “First Rays Of The New Rising Sun”; niente disco con Miles Davis; niente. Se non torme di indecenti imitatori e una profusione di ancora più indecenti uscite postume.

Quando questo numero di “Rumore” raggiungerà le edicole, saranno trascorsi ventisette anni dacché Jimi Hendrix ci lasciò, appena dieci mesi meno del tempo che trascorse su questa terra. Anche se suona terribilmente retorico, tocca dirlo: Hendrix è morto, ma è vivo. Parafrasando il titolo di una biografia di Dick: lui è vivo, e molti fra quanti oggi suonano rock sono morti. Se sarebbe eccessivo affermare che sì, “si è fermato tutto”  dopo la sua scomparsa, bisogna riconoscere che fu l’ultimo grande innovatore di questa musica, l’ultimo che maneggiandone gli elementi costitutivi tanto li trasfigurò da renderli totalmente “altri”. Non vale chiamare in causa il punk, dacché musicalmente era stato inventato dai gruppi garage di metà anni ’60, se non da Eddie Cochran nei tardi ’50. Né la new wave, che fu parte Velvet Underground e parte krautrock, con un uso dell’elettronica che il Nostro poté al limite immaginare ma non mettere in atto per mancanza di strumenti. O l’hardcore, il thrash,  il grind,  il grunge: riscritture dell’esistente, magari radicali, non scoperte di nuovi mondi. Con il cronoviandante di Shiner, possiamo provare a immaginare “cosa sarebbe successo se…” e scoprirci devastati dal pensiero. Se è impossibile dire cosa farebbe oggi Hendrix se fosse vivo e si può al massimo teorizzare su cosa avrebbe fatto nei primissimi ’70, questo si può affermare con ragionevole certezza: non sarebbe immobile mentre il resto del mondo seguita a girare; probabilmente, come furono John Coltrane e Miles Davis fino all’ultimo, sarebbe tuttora in avanscoperta, qualche fuso orario innanzi a tutti.

Proprio Coltrane e Davis rappresentano, nella musica del secondo dopoguerra, i soli metri di paragone con i quali misurare l’arte del genio di Seattle. Neri come lui, come lui rivoluzionarono un genere, il jazz nel loro caso,  e come lui hanno avuto epigoni ma non veri eredi. Per il secondo, Hendrix nutriva autentica venerazione, contraccambiata (l’avvento di Jimi fu una delle ispirazioni alle basi dell’epocale svolta elettrica del trombettista), e con lui vagheggiava di incidere un album. Cosa avrebbe potuto produrre l’incontro di questi due titani! La mente vacilla.

Avrebbero potuto essere gli anni ’70, per Hendrix, la vera età dell’oro. Furono invece, per la sua arte visto che lui non c’era più, stagioni di latta e di infamia. Abituato a porre su nastro tutto ciò che suonava ma a pubblicare soltanto ciò che lo soddisfaceva appieno (era un perfezionista, come usano esserlo gli artisti veri), il chitarrista lasciò  centinaia di ore di registrazioni che fornirono materiale per ogni sorta di nefandezze. Solo i primi tre – “Cry Of Love”, “Rainbow Bridge” e “War Heroes” – fra la marea di LP in studio usciti postumi furono allestiti con rispetto per la materia maneggiata e solo il primo fu all’altezza della discografia pre-settembre ’70. “Loose Ends”, “Crash Landing” e “Midnight Lightning” sono gli album da evitare se si ama Jimi o se si vuole imparare ad amarlo. Il primo contiene fondi di magazzino  che  in vita mai avrebbe reso pubblici; negli altri due, vaghi abbozzi vengono sviluppati da musicisti distanti dalla sua sensibilità e che suonarono con il suo fantasma: un sacrilegio.

Come stupirsi, considerato pure il proliferare di banalissimi imitatori, se a un dato punto Hendrix è stato ridimensionato, quasi accantonato? Complice certa critica che fece passare la leggenda di un artista in declino al momento della morte, come avrebbe dimostrato – state a sentire (si potrebbero scrivere bei saggi sul razzismo della critica rock) – la  svolta funky di “Band Of Gypsys”. Ma non era un Hendrix minore quello, solamente diverso. Lo avrebbe dovuto provare “First Rays Of The New Rising Sun, il doppio al quale stava lavorando al momento della scomparsa, il Santo Graal da allora di hendrixologi e hendrixofili. Quattro sole canzoni erano ritenute pronte per la pubblicazione, ma alle rimanenti per essere complete mancava giusto qualche rifinitura. Uscirono disseminate per i tre LP di cui si è detto e soltanto nella primavera di quest’anno sono tornate a farsi compagnia tutte insieme in un CD singolo, o doppio vinile, che recupera anche quel titolo e se non è quello che Hendrix avrebbe voluto che fosse ci va quanto più è possibile vicino. Su mandato della famiglia del chitarrista, finalmente unica proprietaria della sua eredità, lo ha curato con amore e scrupolo filologico Eddie Kramer, il produttore originale dei nastri. Ascoltarlo è stato un’emozione  molto più grande di quanto non ci si sarebbe potuti attendere, dal momento che già le si conosceva queste diciassette canzoni. Ma così non le si era mai ascoltate. È  infine il quinto vero album di Hendrix che si svela. È come se lui fosse di nuovo fra noi.

“First Rays Of The New Rising Sun” percorre con estro e sobrietà maggiori i sentieri battuti da “Band Of Gypsys”. È un Hendrix che sta recuperando (a modo suo: rimodellandole) le proprie radici black quello che ne emerge: se lo strepitoso trittico iniziale – Freedom, Izabella, Night Bird Flying: funky durissimo, travolgente – sa di Sly Stone all’apice della forma, quella meravigliosa ballata soul che è Drifting è il più bell’omaggio a Curtis Mayfield mai scritto da chiunque; se il blues di In From The Storm è cosmico, quello di My Friend e di Belly Button Window è canonico e dolcissimo; se in Dolly Dagger voce e piglio sono dylaniani, in Earth Blues ci sono le Ronettes ai cori. È stato scritto del Nostro che fu mezzo Robert Johnson e mezzo John Coltrane: più Coltrane, magari, nei dischi storici, in “First Rays… “ è splendidamente a metà del guado.

Nessuno ne ha raccolto il testimone. Certamente non gli imitatori di cui si diceva, i Robin Trower, i Frank Marino, gli Stevie Ray Vaughan: copiare la lettera di Hendrix significa non averne compreso lo spirito. Al quale è più vicino, per dire, un Bill Frisell che stilisticamente non è per niente hendrixiano ma di Jimi ha la pulsione a osare, caratteristica che lo accomuna al compianto Sonny Sharrock, che invece a volte poteva essere scambiato per il Nostro (ci risiamo: per scovare affinità elettive con Hendrix tocca rivolgersi al jazz di frontiera). Del figlio più illustre di Seattle, Prince ha la curiosità ma non il genio assoluto e Lenny Kravitz appena i vestiti, e si sa che l’abito non fa il monaco. Vernon Reid avrebbe potuto essere un accettabile surrogato anni ’90 ma non  è stato all’altezza. Ed Hazel dei Funkadelic, pur’egli nero, l’unico suo coetaneo  a essergli tecnicamente pari, ci ha anche lui lasciati.

È altrove che bisogna cercare l’eredità di Hendrix nel rock che gli è venuto dietro e in special modo in quello odierno. Nelle ibridazioni con il resto della musica nera (perché il rock è musica nera, anche se non lo si ricorda mai) azzardate con risultati solo occasionalmente convincenti dalla scena crossover e in maniera più persuasiva da gente come i Beastie Boys o Beck. Soprattutto, nel noise e nell’elettronica più radicali: le stordenti spirali di feedback che si srotolavano dalla Fender del Nostro ai suoi contemporanei dovettero sembrare assai più estreme di quanto non possano parerci oggi i Merzbow o non ci siano sembrati un tempo i Sonic Youth, i Loop o Jesus And Mary Chain. Jimi Hendrix sapeva che, a saperci scavare, nel Rumore c’è Melodia, c’è Bellezza, e ce lo dimostrò.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.68, settembre 1997.

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7 commenti

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7 risposte a “Jimi Hendrix: il sole sorge ancora

  1. Orgio

    “Non vale chiamare in causa il punk, dacché musicalmente era stato inventato dai gruppi garage di metà anni ’60, se non da Eddie Cochran nei tardi ’50. Né la new wave, che fu parte Velvet Underground e parte krautrock, con un uso dell’elettronica che il Nostro poté al limite immaginare ma non mettere in atto per mancanza di strumenti. O l’hardcore, il thrash, il grind, il grunge: riscritture dell’esistente, magari radicali, non scoperte di nuovi mondi”
    Non è una posizione un po’ estrema? Passi che il punk deriva dal cocktail Eddie Cochran+Detroit anni 60 e che l’hardcore altro non è che una sua estremizzazione sonora e concettuale; passi anche che il grunge è grosso modo punk+hard anni 70. Ma la new wave è materia troppo vasta per inscatolarla sotto il connubio Velvet Underground e krautrock (anzi, per dirla con le tue parole di un commento recente, “non-genere se mai ce n’è stato uno”), e thrash e grind (o black) sono un po’ troppo “in là” per indovinarci influenze hendrixiane (dico, chi mai potrebbe indovinare echi di quella magica Strato nella proposta di Slayer, Immortal o Napalm Death?). Va bene che Hendrix è stato il capostipite, ma dire che l’innovazione in ambito rock è morta con lui mi pare un po’ troppo apologetico.

    • Quando ripubblico un articolo mi limito a correggere i refusi, se ce n’erano, e – al massimo – a eliminare qualche ripetizione. Non faccio ulteriori interventi, nemmeno se mi capita – ed era questo il caso – di non essere più tanto d’accordo con me stesso. Sì, era una posizione estrema. Virgola più, virgola meno, oggi sono più d’accordo con te di quanto non lo sia con quanto scrivevo quindici anni fa. Tolto che non mi pare proprio di avere individuato mai degli eredi in gente come Slayer o Napalm Death.

      • Romano

        Dovendo cercare gli eredi li individuerei in Duane Allman (che dal vivo mi sembra molto più razionale e musicale di Jimi) e il Prince anni ’80 (che fece una sintesi di decenni di musica nera per certi versi più ampia) .Comunque è stato sicuramente un capostipite ma anche lui ha avuto maestri: i Cream anticiparono con Fresh cream la sua proposta musicale e lo ha riconosciuto.

  2. Orgio

    No,ok, ma era per dire che gente come Slayer o Napalm Death di Hendrix sono discendenti, ma non eredi. Ad ogni modo sono contento che tu ci abbia ripensato. :-)

  3. Chango

    A parte alcune cose poco a fuoco, di cui già si è detto, un articolo bellissimo forse il più bello di quelli che ho letto su questo blog dopo quello su Mingus. Imbattibile quello.

    • Su Hendrix ho scritto in maniera molto, molto, molto più approfondita sul numero 24 di “Extra”, un cinque anni or sono.

      • Chango

        Lo so, ce li ho tutti i numeri della rivista musicale migliore d’italia :)
        Naturalmente su quel numero Hendrix stava rigorosamente in copertina….

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