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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (18)

The Waterboys - Girl From The North Country (dalla “Collector’s Edition” di “Fisherman’s Blues”, EMI, 2006; registrazione originale del 1988)

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Beth Orton – Sugaring Season (Anti-)

Mai stati inconsueti e anzi a conti fatti una regola i lunghi periodi di ritiro per Elizabeth Caroline Orton, più familiarmente Beth, da Norwich, che mai ha posto meno di tre anni fra un suo album e l’altro e il precedente “Comfort Of Strangers” già ce lo aveva fatto aspettare per quattro. Sei però sono davvero tanti e a fare la differenza è che questa volta il silenzio sia stato oltretutto (di rilevante giusto la partecipazione a un tributo a Judee Sill) pressoché totale. Niente tour, niente collaborazioni importanti, niente di niente. Più che il classico blocco dello scrittore o in questo caso della scrittrice hanno pesato la fine del rapporto con la EMI, cui la signora era giunta via Heavenly, e il consolidamento di quello con Sam Amidon e i pargoli sono già due. Magari Arthur si godrà di meno, rispetto a Nancy, le attenzioni della mamma, se “Sugaring Season” verrà promosso come si deve. Oppure no e Beth Orton si dimostrerà una volta di più impermeabile alle leggi e alle pressioni dello showbiz. Per intanto c’è comunque un nuovo disco da gustare. A rischio di sbrodolature dopo un sì prolungato tacere? Ah, ma allora la Beth non la conoscete proprio… dieci canzoni in tutto, poco più di trentasette minuti.

Ha ragione il recensore di “Pitchfork”: se in passato l’etichetta di cantautrice è sempre parsa inadeguata a contenere uno stile eclettico quantomai e costantemente proteso a lanciare ponti fra mondi, a questo giro per raccontare la Orton – e il completamento di un passaggio (probabilmente definitivo) dalla folktronica all’alt-folk – è perfetta. Niente, per così dire, contaminazioni in un disco i cui primi due brani – Magpie e Dawn Chorus – potrebbero essere rispettivamente ascritti ai Fairport Convetion e alla Suzanne Vega più rétro. Laddove nel terzo –Candles – risuonano echi di Ode To Billy Joe e il quinto – Call Me The Breeze: non una cover che sarebbe stata sul serio spiazzante del classico di J. J. Cale bensì una creazione autografa a quattro mani – si scommetterebbe  un prezioso lascito dell’amicizia con Bert Jansch, che in Beth trovò un’ultima, sublimemente ricettiva allieva. Invece, e si stenta a crederci, a co-firmarla è un altro amico di più antica data e tutt’altri ambiti: Tom Rowlands dei Chemical Brothers, niente di meno. È uno dei tre momenti che più ho apprezzato, essendo gli altri due lo spumeggiante valzer See Through Blue e il sospeso, incantato congedo di Mystery, di un album che si concede (squisita contraddizione in termini) con suadente ritrosia. Alla sua riuscita ha concorso fior di musicisti che la titolare (pure in questo la differenza con certe altisonanti collaborazioni trascorse) ha usato per cesellare piuttosto che per sgrossare la materia prima. In tutta franchezza: chiamare Marc Ribot (al confronto alquanto in evidenza il violino di Eyvind Kang) per fargli fare due ricami invece che due assoli è un po’ come ingaggiare Alonso per farsi accompagnare al supermercato. Tant’è. Beth Orton è così. Sregolata. Dolcemente.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (3)

Tim Buckley - Once I Was (da “Goodbye And Hello”, Elektra, 1967)

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (5)

Fairport Convention - Who Knows Where The Time Goes? (da “Unhalfbricking”, Island, 1969)

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (8)

Nick Drake - Time Has Told Me (da “Five Leaves Left”, Island, 1969)

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Wovenhand – The Laughing Stalk (Glitterhouse)

Confesserò di avere un problemino con David Eugene Edwards e di averlo dal giorno uno e d’altronde, se lui mai devia dalla strada che ha scelto di percorrere, l’essere coerenti non gli è esclusivo. Strano è magari che, come mi ha appena rivelato una rapida consultazione degli archivi, con tutte le volte che mi sono ritrovato a scrivere di 16 Horsepower e Wovenhand abbia sempre evitato di esprimermi al riguardo. Ci arrivo. Vai (per fare l’esempio più facile e facilmente verificabile) sulla pagina Facebook ufficiale di quella che è nei fatti una one man-band e, sì, la copertina del nuovo album vi fa capolino, ma per il resto nulla fa pensare che si tratti appunto del profilo di un gruppo rock. Se qualche post di argomento musicale c’è anche (in questo momento un video di Andy Williams che canta Moon River e un breve estratto di un concerto d’epoca degli Stooges: arduo immaginare proposte al pari antipodiche), la stragrande maggioranza sono citazioni della Bibbia. Edwards è cristiano, militante nella professione della sua fede e non bastasse il suo (così mi pare: sbaglio?) è un cristianesimo del tipo che meno mi garba, ammesso ce ne sia uno che mi garbi: cupo, poco o punto consolatorio, vendicativo. Pentiti! Ma, se Lui disporrà in tal senso, sarai perduto uguale. Ho un problema con David Eugene Edwards ed è serio. E però non riesco a impedirmi di ammirare l’artista e di provare comunque empatia nei confronti di un’anima in ogni evidenza tormentata, per quante certezze sbandieri. È in fondo tanto diverso da uno (cui non di rado musicalmente somiglia assai) come Nick Cave? È per caso più radicato e radicale nella sua fede di quanto non fossero Mahalia Jackson o Sister Rosetta Tharpe, di quanto ancora non siano i Blind Boys Of Alabama piuttosto che Aretha? E certo che ne sono ben conscio che il gospel è tutt’altro tipo di musica sacra rispetto a quella declinata dal Nostro: espressione di un’inesausta gioia di vivere invece che di infiniti tormenti. Ma, via, tocca farsene una ragione e bere l’amaro calice. Vi piacerà. A me se è di musica che si parla è piaciuto, come al solito.

Album di grandi cambiamenti per i Wovenhand questo loro settimo, annuncia in pompa magna il comunicato stampa, ma millanta. Che fra gli accompagnatori due su tre siano cambiati è praticamente ininfluente, giacché il progetto rimane nella sostanza lo spettacolo di un uomo in tutti i sensi solo. E sarà pure “the most heavy incarnation of the band ever” ma non aspettatevi di vedere Edwards e sodali al prossimo “Gods Of Metal”. Per quanto King O King adombri timidamente lo stoner e As Wool rocckeggi fra il dramma e il melodramma, restano all’incirca i Wovenhand che conosciamo. D’accordo: le maglie del suono sono appena più strette (responsabile Alexander Hacke degli Einsturzende Neubauten) e i volumi un filino più alti e nondimeno sono nella sostanza inezie. Senza averle mai sentite prima riconoscerete e vi calerete al volo in una Long Horn serrata e maestosa e nella psichedelia gotica di discendenza Banshees della traccia omonima, nelle liturgie ansiogene di In The Temple e in una sciamanica Coup Stick, nella guerriera e tuttavia torpida Closer e nell’indianeggiante (d’America) Maize. E poi andate in pace.

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Di cuori d’oro ed Heroin rurali: il Neil Young di “Harvest”

Nell’attesa tremebonda dell’ennesimo nuovo album del Canadese (una “Psychedelic Pill” che c’è ragionevolmente da temere indigesta) qualche mia riflessione, in un Destroy Babylon! d’annata, sul disco di Neil Young che per molti è “il” disco di Neil Young.

C’è chi afferma che “Silver & Gold” sia il nuovo “Harvest”, il terzo cioè dopo quello vero e “Harvest Moon”. Altri (Sylvie Simmons sulle pagine di “Mojo”) sostengono sia piuttosto un altro “Comes A Time”, che era poi di “Harvest” una versione spogliata di ogni drammaticità, con il bucolico che si sostituiva al campagnolo. Sia quel che sia, e in special modo se vale la seconda ipotesi, la faccenda non mi eccita. Credo che lascerò “Silver & Gold” nei negozi. È un fatto che da quando nel 1989 “Freedom” – seguito l’anno dopo da “Ragged Glory” e quello dopo ancora dal live “Weld”, trittico di bellezza sublime e possenza monumentale – cancellò un decennio in cui il nostro uomo aveva dato tristissimo spettacolo di sé, mettendo in fila uno dopo l’altro dischi di bruttezza imbarazzante, non si trova uno disposto a pronunciare una cattiva parola su di lui. Meglio: una parola obiettiva. Che resti allora fra me e voi che, sebbene nessuno fra essi possa essere detto scadente e con la notevole eccezione di “Mirrorball” (imbevuto di linfa giovane dai Pearl Jam), gli album post-“Weld” del Canadese sono irrilevanti. Che da un certo punto di vista è peggio che se fossero orrendi. Voglio dire: almeno “Everybody’s Rockin’” era talmente ridicolo che si faceva notare. “Silver & Gold” è invece un altro disco di Neil Young. Un altro disco acustico di Neil Young, ove il sunnominato trittico era elettrico.

Del Neil Young unplugged “Harvest” costituisce, con il precedente e più bello “After The Gold Rush”, l’archetipo. Fra l’uno e l’altro il quartetto con Crosby, Stills e Nash era assurto a popolarità beatlesiana, ma sono vicende di cui potete leggere su ogni enciclopedia e che probabilmente racconta almeno uno fra i miei compagni di rubrica, e allora ve le risparmio, e vado al centro delle cose: il Canadese è uno e bino. C’è un Neil Young dal cuore d’oro – Heart Of Gold, ma va! – che sciorina country zuccherino, pieno di buoni sentimenti e di valori americani. Non a caso è quello che vende di più e difatti “Harvest” è stato l’unico numero uno di un’ultratrentennale carriera. Poi c’è l’altro, colmo di lirico furore rockista e disposto alla cavalcata a briglie sciolte, a fare impennare la sei corde, cadere e rialzarsi e scagliare l’urlo verso il cielo. Uno dei numi tutelari del grunge. Uno degli idoli dei Sonic Youth. Ma siccome c’è sempre un po’ del dottor Jekyll nel signor Hyde e viceversa, pochi dei suoi dischi acustici sono del tutto acustici e lo stesso vale per il contrario. A rendere questo album superiore ai suoi succedanei sono uno sbuffo o due di elettricità. L’invettiva politica di Alabama. Il ringhio smorzato di Words.

Ma è soprattutto l’inquietudine che lo sottende, ovunque, anche in quel dolcissimo valzerone che lo intitola e che tempo quattro versi fa rimare “pain” con “rain”, a redimere “Harvest” dalla dannazione del buonismo alla torta di mele. Se le orchestrazioni insieme roboanti e bolse di A Man Needs A Maid e There’s A World restano imperdonabili, se l’orecchiabilità di Heart Of Gold e Are You Ready For The Country sfiora la carineria, il languore moderato di Out On The Weekend e il mosso dialogo intergenerazionale di Old Man offrono un riscatto. È però The Needle And The Damage Done,  che arriva quasi alla fine, a chiarire che almeno mezzo grande disco in “Harvest” c’è. Una Heroin rurale carica di presagi di morte. Prima che quel 1972 finisse, l’ago bucò per l’ultima volta la pelle del Cavallo Pazzo, e amico fraterno di Young, Danny Whitten.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.26/27, luglio/agosto 2000.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (30)

Laddove a fondo corsa lanciavo una sciocca frecciatina all’emergente Paisley Underground. Ma presto cambierò idea. Oh, se cambierò idea!

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (29)

Fred Neil - The Dolphins (da “Fred Neil”, Capitol, 1966)

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Bob Dylan – Tempest (Columbia)

Pare sempre più evidente ogni volta che Sua Bobbitudine ci fa pervenire nuove parabole da un Olimpo che da lungi abita da solo, ammesso l’abbia mai diviso con qualcuno: Bob Dylan non lo si recensisce, lo si venera. Tutto è salvabile, lodabile, sottoponibile a esegesi e persino – lo dico per amor di paradosso, sia chiaro – se mettesse mano – che so? – a una collezione di canzoni natalizie, ebbene, ci sarebbe chi scoverebbe nella mossa chissà quali profondi intendimenti. Invece che con ogni probabilità uno sberleffo alla platea plaudente quale fu quel al suo modo epocale “Self Portrait” indimenticabilmente sintetizzato da Greil Marcus con quattro semplici parole: che è ‘sta merda? Ogni volta che Sua Bobbitudine scodella un disco stelle a grappoli vengono sottratte al firmamento e qualunque recensione non contenga l’espressione “il suo migliore album da” esagera anche di più offrendo in alternativa “un album del livello di” e vai con un elenco di effettivi classici. Ora: a me sembra che scrivere di “Tempest” mettendolo sul piano di un “Blonde On Blonde” sia rendergli un pessimo servizio, creando nell’ascoltatore aspettative impossibili da soddisfare e manco a dire che si tratta di epoche diverse, che al tempo di “Blonde On Blonde” Dylan andava ancora plasmando il mondo nel quale tuttora viviamo. “Tempest” non è “Bringing It All Back Home”, non è “Highway 61 Revisited”, non è “Blonde On Blonde”, non è “Blood On The Tracks”, non è nemmeno “Oh Mercy”: è semplicemente… dunque… direi… ecco, sì… il migliore album di Bob Dylan da “Time Out Of Mind”. Il che mi fa notare che il nostro uomo non ha ossequiato quella santa regola che voleva che in ogni decennio post-’60 un capolavoro ce lo regalasse comunque. Negli anni Zero, zero. No, per favore, “Modern Times” no. Ogni tanto lo estraggo dagli scaffali e mi chiedo se rimetterlo su (metti caso potessi mai cambiare idea), ma vince sempre il ricordo di quanto mi annoiò. Ecco: neppure nei suoi momenti più sfiancanti – e vi garantisco che ne ha – “Tempest” annoia. Tiene sempre sulla corda, financo nei quattordici minuti – li hanno contati: quarantacinque versi senza l’ombra di un ritornello – di una traccia omonima che no, non è la nuova “Desolation Row”. Madonna maiala.

Su una singola canzone mi sento di sbilanciarmi: nel peraltro chilometrico elenco delle creazioni più memorabili del Nostro a partire da oggi Duquesne  Whistle un posto lo occuperà sempre. Ritmica che swinga superbamente, chitarra che a Chuck Berry non è mai giunta avendo preferito soffermarsi su Charlie Christian, voce che gigiona quanto roca favoleggia e blandisce, i suoi 5’43″ volano in un battibaleno e contengono idealmente il più delizioso film nostalgico di Woody Allen sugli anni ’30 che Woody Allen non ha ancora girato. Qui la singolare voglia di Dylan di suonare musica pop nello stile di un’era precedente quella in cui Dylan cambiò per sempre la musica pop produce un apice probabilmente insuperabile di bonomia e perfetta resa stilistica nondimeno non museale. È un attacco di clamorosa efficacia che fa sperare eccome di trovarsi un capolavoro in mano. Pur senza replicarne il livello, per una buona prima metà di programma “Tempest” non smentisce. Non con lo shuffle lieve e sorridente di Soon After Midnight o con il dondolare dolente di Long And Wasted Years, non con una Pay In Blood che country-souleggia come novella dust bowl ballad in salsa tex-mex, o ancora con una Scarlet Town di cui banjo e fiddle incrementano e sottolineano la fuorviante affabilità affabulatoria. E certamente non con quell’altro brano da consegnare plausibilmente a future antologie che è il blues improvvisamente elettrico, sferragliante, cattivo sull’orlo della ferocia di Narrow Way: brano che… massì, su uno “Highway 61 Revisited” ci sarebbe anche potuto stare.

A proposito di blues: Early Roman Kings lo è e in una vita precedente si chiamava Mannish Boy, così come nella vita prima la My Wife’s Home Town di “Together Through Life” si chiamava I Just Want To Make Love To You. È a questo punto, dopo formalmente due terzi di scaletta ma solo poco più di trenta dei suoi quasi settanta minuti, che “Tempest” comincia non dico ad andare in malora, che sarebbe sul serio esagerare, ma a commettere in forma più veniale il medesimo peccato di “Modern Times”, laddove spartiti troppo schematici soccombevano a una verbosità (d’altra parte elisse e sintesi non sono mai state fra le caratteristiche precipue di Dylan) definitivamente straripante. Sicché quando, a quel punto inatteso, un violino lampeggia ricami nello staticamente ondoso frangersi della tragedia del Titanic rievocata nella canzone che battezza l’opera è come quando il primo sorso d’acqua ti fa realizzare quanto fossi assetato. Quanto alla Roll On John che suggella, il sentimento è apprezzabile più della realizzazione ed è forte il sospetto che Lennon, alla cui memoria è dedicata, sardonico se ne sarebbe fatto beffe. Passo d’addio minore di un disco che minore non è. Detto però da uno che Dylan può pure recensirlo, se deve, ma preferibilmente si limiterebbe a venerarlo.

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