L’isola del tesoro di Duke Reid

È uno degli aneddoti più celebri della storia del rock. 1977. Nel pieno di quel delirio di paranoia e onnipotenza che furono le registrazioni di “Death Of A Ladies Man” Phil Spector estrae una pistola e ne appoggia la canna alla gola di Leonard Cohen. “Ti voglio bene, Leonard”, sussurra il produttore. “Lo spero proprio, Phil”, replica impassibile il cantante. Al posto dell’inventore del Wall Of Sound, Duke Reid avrebbe probabilmente fatto di peggio. Sparato in aria qualche colpo dimostrativo. Piantato nel bancone del mixer il machete che teneva sempre alla cintola insieme a un grosso revolver. Tolto la sicura alla granata con cui amava giocherellare. Ordinato agli scagnozzi di cui si circondava di fare saltare qualche dente e rompere qualche osso. Però nel 1977 Reid era già morto da due anni, sessantenne. Però non si era mai occupato né di rock né di canzone d’autore, essendo sempre stata la musica giamaicana (mai operato fuori dall’isola caraibica, se non vendendo licenze in Gran Bretagna) il suo business. Duke Reid era un mafioso che agiva con la totale assenza di scrupoli che può essere giusto di chi è stato un tutore dell’ordine. Duke Reid era un colossale figlio di puttana. Però era il nostro figlio di puttana. Senza di lui ska, rocksteady e reggae sarebbero stati assai diversi da ciò che furono, o forse non sarebbero stati affatto. Come non onorarne la memoria, allora?

Fresca di stampa per la francese Jahslams provvede abbastanza adeguatamente alla bisogna, diventando in ogni caso la collezione di produzioni del nostro uomo da avere, la quadrupla “Treasure Isle – The True Story Of Ska, Rocksteady, Dub, And Reggae”. Facendosi nel complesso preferire al finora indispensabile doppio “Duke Reid’s Treasure Chest”, un Heartbeat del ’92. Tutt’altro che scevra di difetti – il dub sta nel titolo e basta, la qualità sonora lascia spesso a desiderare e il minutaggio è modesto: passi la suddivisione in volumi “a tema”, ma di CD ne sarebbero bastati tre, se non due – è nondimeno una festa da non dirsi. In particolare per l’inclita (il colto dovrebbe già avere in casa tutto, o quasi) che, complice anche un discreto libretto, potrà istruirsi spendendo poco e godendo tanto su una vicenda fra le più intriganti ed epiche nella musica popolare del Novecento. Per quanto se ne sia scritto, la memoria dell’anno esatto in cui tutto iniziò si è persa. Siamo comunque nei primi ’50. Classe 1915, Arthur Reid ha lasciato la polizia, dopo avervi prestato servizio per un tondo decennio, per aiutare la moglie a gestire un emporio di crescente successo in cui si vendono principalmente frutta, verdura e liquori. Dischi non ancora. Appassionatissimo di jazz e pazzo per il nascente rhythm’n’blues, quelli il buon Arthur li compra per sé e all’epoca non sono molti gli isolani a potersi permettere un simile lusso. Cominciare a suonarli in negozio e rendersi conto che la clientela aumenta istantaneamente è una cosa sola. Il passo successivo è diffonderli nell’etere dagli studi dell’unica radio locale approfittandone per fare pubblicità a – questo il nome dell’emporio – Treasure Isle. Quello dopo ancora è prendere a girare per Kingston, e poi per il resto dell’isola, con un camioncino con sopra un piatto, un amplificatore a pile e una pila come nessuno ha mai visto di casse acustiche. È il primo sound system e non c’è da stupirsi che, in un paese dove non solo i più non hanno una radio ma l’allaccio alla rete elettrica è roba da ricchi, il successo sia subito travolgente. La discoteca volante è gratis, le bibite no e presto sono bei soldi. Unico ma non piccolo cruccio è che qualcun altro abbia avuto la medesima idea. Si chiama Clement “Coxsone” Dodd e a lungo la sua vita e quella di Arthur “Duke” Reid si svilupperanno con un parallelismo perfetto. Si ruberanno vicendevolmente dapprincipio pubblico e dischi e poi musicisti e cantanti, si odieranno, giocheranno di norma sporco. Molto più Reid, il cui trucco preferito sarà quello di incaricare delinquenti prezzolati di provocare risse alle feste del rivale. E allora va bene quando a volare sono cazzotti e sedie, perché non di rado sono pallottole. Bel tipo, eh?

Faccio breve una storia lunga e sulla quale non faticherete comunque a dettagliarvi meglio annotando come era la sempre maggiore difficoltà a procurarsi vinili americani in esclusiva a indurre i due… ehm… amici a creare, con mezzi quantomai artigianali, un’industria discografica autoctona, forti della presenza in Giamaica di un manipolo di musicisti – sostanzialmente: quelli che si ritroveranno negli Skatalites – coi fiocchi. L’errebì prendeva una coloritura indigena, innanzitutto ma non soltanto con un inaudito ritmo singultante, ed ecco lo ska. Il rallentare della scansione e l’accentuarsi delle influenze più specificamente soul lo trasformeranno prima in rockstedy, con i cantanti ora prevalenti sugli strumentisti; quindi in reggae. Orecchie sempre ben ritte e concorrenzialità esasperata, Reid e Dodd saranno protagonisti assoluti fino ai primi ’70, quando l’insopprimibile antipatia che nutriva per la dottrina rastafari comincerà a spostare l’ex-poliziotto dal centro di una ribalta che si riprenderà prontamente – ultimo colpo di genio prima di arrendersi a un tumore – scatenando la voga del dj. E di tutto ciò “Treasure Isle” – sottotitoli dei quattro dischetti: “Madness Of Ska”, “Rocksteady Beat”, “Soul Island”, “Treasure Songs” – offre più che apprezzabile sinossi. Parata mozzafiato di campionissimi cui Duke Reid fu debitore di montagne di soldi ma che a loro volta a costui debbono l’immortalità.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.644, marzo 2008.

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Lee Ranaldo – Electric Trim (Mute)

Trent’anni separano “Electric Trim” da “From Here To Infinity”, che era il debutto da solista di Lee Ranaldo. Lavoro che nella sua versione originale in vinile non supererebbe che di qualche secondo i dodici minuti, formalmente. Ossia solo se alla fine di ciascuna delle tredici tracce, divise su due facciate da fare andare a 45 giri, si alza subito la puntina, prima che venga catturata da un solco chiuso che manda in loop gli ultimi secondi del brano facendolo potenzialmente durare, per l’appunto, “da qui all’infinito”. E sarà per questo che il disco viene considerato un album e non un EP? Un album? Direi piuttosto un oggetto d’arte, un’installazione sonora che ciascuno dei rari possessori può ricreare in ambiente domestico nella configurazione che preferisce.

Più che tre decenni – e un’altra decina di album in proprio, tante collaborazioni con William Hooker e varia minutaglia – sono allora universi a frapporsi fra le due opere. Va da sé: e la valanga di dischi con i Sonic Youth, di cui Ranaldo è stato uno dei due chitarristi dal primo giorno all’ultimo, dall’81 al 2011. Se della Gioventù Sonica Thurston Moore e Kim Gordon hanno perpetrato nei successivi percorsi il côté più ruvido, il nostro uomo ha invece magnificato l’anima psichedelica che il quartetto perdipiù nascose, salvo occasionalmente porgersi come una versione post-punk o anche noise dei Grateful Dead. Mai in precedenza come in “Electric Trim”. Che nel contempo sa pure confinarsi, saggiamente, in un perimetro di canzone. È il suo album più fruibile e bello, pieno di scorci alla R.E.M. ma inseriti in contesti squisitamente lisergici, da un’iniziale Moroccan Mountains su cui la dice lunga il titolo a una Circular devotissima a Tomorrow Never Knows, da una traccia omonima fra Dead e Love al raga rock Purloined.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

 

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Un blues per Otis, che ci lasciava cinquant’anni fa

Assai diverse le circostanze delle premature scomparse (ventiseienne l’uno, ventisettenne l’altro), le vicende artistiche di Otis Redding e Jimi Hendrix questo hanno in comune oltre al trionfo al “Monterey Festival” del 1967 poi immortalato in un 33 giri condiviso: che si consumarono in un triennio appena (quella del secondo cominciava mentre quella del primo finiva) e che i due furono prima di Prince gli ultimi artisti di colore ad avere un impatto forte sul pubblico ormai quasi esclusivamente bianco del rock. Scavando altro si trova: ad esempio che Otis iniziò la sua carriera imitando il concittadino (Macon, Georgia) Little Richard e che Jimi ebbe i primi assaggi di gloria proprio suonando con l’uomo di Tutti Frutti. Sono però curiosità e ciò che conta è quanto si diceva riguardo al rapporto con la platea bianca. Il chitarrista la conquistò con geniale pirotecnia, il cantante con un non meno geniale e istintivo ecumenismo. Paradigmatica a tal riguardo la scaletta di quello che tanti ritengono l’album soul per antonomasia, “Otis Blue”: tre riletture che passano al vaglio ogni Sam Cooke possibile (da quello sentimentale di Wonderful World a quello politicamente consapevole di Change Gonna Come per tramite del ballo sfrenato di Shake), del sofisticato soul virato pop (My Girl dei Temptations) e dell’altro più terrigno (Down In The Valley di Solomon Burke e You Don’t Miss Your Water di William Bell), un classico del blues elettrico (Rock Me Baby di B.B. King) e una versione propulsa da fiati stentorei di uno dei successi rock del momento (Satisfaction).

Per arrivare a undici bisogna aggiungere i tre originali: l’atavica sofferenza di Ole Man Trouble cui fa da contraltare il proclama di fierezza di Respect; lo struggente peana d’amore I’ve Been Loving You Too Long. Esito: un classico insieme appieno del suo tempo e fuori dal tempo. La quintessenza del soul sudista. In un mondo migliore di questo, quell’aereo non è mai caduto e Otis ha cambiato la storia della musica popolare del XX secolo molto più di quanto non gli permise un destino cinico e baro.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Otis Redding periva il 10 dicembre 1967 nello schianto dell’aereo che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto. Con lui morivano quattro dei cinque componenti della band che lo accompagnava, i Bar-Kays. Lui aveva ventisei anni, tre mesi, un giorno.

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The National – Sleep Well Beast (4AD)

Nel momento in cui scrivo il settimo lavoro in studio dei National è fuori da pochissimo e ancora non si sa se eguaglierà o migliorerà il piazzamento dei più immediati predecessori – “High Violet” del 2010; “Trouble Will Find Me” del 2013 – nelle classifiche USA. Entrambi arrestatisi al numero 3. Può essere un indizio che in quella UK, già uscita, sia primo. Lì mai il gruppo di Cincinnati (ma newyorkese di adozione) del cantante Matt Berninger e delle coppie di fratelli Dessner (Aaron e Bryce, alle chitarre) e Devendorf (Scott e Bryan, rispettivamente basso e batteria) aveva guardato tutti dall’alto. Quando fino a “Boxer” del 2007, già il quarto album e a detta dei più il loro capolavoro, erano un nome solo “di culto”. Invece cocchi della critica da subito e in misura financo esagerata. Pensate che quando nel 2013 il “New Musical Express” compilava una lista dei cinquecento più grandi dischi di tutti i tempi ne includeva quattro loro e c’è da credere che gli stessi National l’abbiano ritenuta una forzatura. Ma in fondo stupisce di più che, dai e dai, si sia conquistata una solida popolarità una band tanto elusiva, i cui album crescono alla distanza, che di rado porge riff o melodie capaci di agganciare al volo l’ascoltatore.

Come dei Radiohead americani, si legge sempre più spesso e – nonostante non abbiano mai avuto una loro Creep e sperimentino meno radicalmente di Yorke e soci, mantenendosi sostanzialmente in un ambito pop-rock – il paragone ci sta. Qui più che altrove in I’ll Still Destroy You, in Guilty Party, in una traccia omonima che suggella a mo’ di spettrale (ansiogena e dunque un ossimoro) ninnananna. Convincono altrettanto quando evocano piuttosto gli U2, in Empire Line. Di meno quando fanno collidere Pixies e Pearl Jam, nel raro assalto rock Turtleneck.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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The War On Drugs – A Deeper Understanding (Atlantic)

Dalla Secretly Canadian alla Atlantic è un salto non da poco quello che compiono i War On Drugs, da Philadelphia: band con un potenziale invero notevole se si pensa che all’inizio la leadership era divisa fra Adam Granduciel e quel Kurt Vile poi solista di tutto rispetto, avendo lasciato la compagnia già dopo l’uscita del debutto del 2008, il promettente “Wagonwheel Blues”. Come dei My Bloody Valentine alle prese con il Dylan di “Highway 61 Revisited”, li raccontava allora qualcuno e, se gli esiti non valevano la premessa, la approssimavano abbastanza da far credere che ci si trovasse in presenza di un gruppo destinato a segnare il rock di questo secolo nuovo non avaro di bei dischi ma pressoché privo di nomi in grado di confrontarsi, per impatto e carisma, con i campioni di quello passato. Non è andata così, per quanto Granduciel un certo talentaccio abbia continuato a esibirlo, pure in questo “A Deeper Understanding” che, fossimo in quegli anni ’80 da lui tanto amati, verrebbe passato sotto la lente di ingrandimento di fan pronti a gridare al compromesso figlio dell’ingresso in area major. Ma i tempi sono cambiati e il mercato è troppo piccolo perché un’etichetta possa ritenere che meriti snaturare il suono di qualcuno, fargli perdere qualche cultore per fargli guadagnare le masse.

Basterebbe guardare le durate medie delle canzoni che sfilano qui – in dieci fanno 66’13” – per capire che l’Atlantic non ci ha messo bocca e verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio se sì. Che bene avrebbe fatto a suggerire delle sforbiciate a pezzi che, instillando synth-pop in un cuore di Americana, troppo si adagiano su certo Springsteen da “Tunnel Of Love” in poi. Una certa panoramicità paradossalmente claustrofobica si sarebbe persa, ma la noia non avrebbe mai fatto capolino.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

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Il jazz più che free di Albert Ayler

Il 25 novembre 1970 il corpo di Albert Ayler, a tal punto malridotto dalla lunga permanenza in acqua da essere a malapena riconoscibile, veniva ripescato nell’East River, a New York. Erano trascorsi venti giorni dacché era stato visto vivo da qualcuno per l’ultima volta. A seguire, una piccola rassegna di mie recensioni di album – due dal vivo (in origine tre) e due in studio – di uno dei sassofonisti più grandi e originali della storia del jazz.

Prophecy

Formidabile quell’anno, il 1964, per Albert Ayler, che il 14 gennaio si sposava, il 24 febbraio registrava contestualmente il suo ultimo album di standard (il meraviglioso e sottovalutatissimo “Swing Low Sweet Spiritual”, aka “Goin’ Home”) e il primo di composizioni autografe (“Spirits”), il 14 giugno incideva dal vivo, al newyorkese Cellar Cafe, questo “Prophecy” e il 10 luglio tornava in studio, con gli stessi accompagnatori, sul medesimo materiale, nella seduta che frutterà il 33 giri d’esordio su ESP e secondo in assoluto dopo “My Name Is” dell’anno prima, “Spiritual Unity”. Dal che avrete dedotto che il 1964 del nostro eroe fu sì formidabile ma che il mondo non era ancora pronto per lui, né mai lo sarà nella sua vita troppo breve e dal finale tragico. Tant’è che di cinque LP (contando la colonna sonora improvvisata sul momento “New York Eye And Ear Control”) registrati, solamente due vedevano la luce allora. Troppo ardite le traiettorie tracciate dal suo sax sulla sghemba ritmica di Gary Peacock e Sunny Murray perché persino un uomo dalle ampissime vedute come Bernard Stollman, che aveva fondato la ESP dopo avere assistito a un concerto del nostro uomo, si azzardasse a seguirle sempre e comunque. Lo stesso Ayler – non solo i tanti denigratori – rifiuterà più avanti di chiamare “jazz” le sue schizoidi creazioni. Aveva ragione? Discuterne sarebbe un esercizio di sofismo: è semplicemente musica immortale.

Ghosts, che tante altre volte tornerà, debutta qui in due versioni, attorniata da Spirits, Wizard, Prophecy. Felici sarabande d’animo popolaresco e indicibile lirismo sulla strada che da New Orleans condurrà al John Coltrane ultraterreno dell’ultima fase di carriera e all’Ornette Coleman profeta della no wave.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.227, settembre 2002.

Spiritual Unity

Il 10 luglio 1964 Albert Ayler entrava in uno studiolo newyorkese con il contrabbassista Gary Peacock e il batterista Sunny Murray. Con loro, pare, solo altre due persone: la moglie di Peacock, Annette, e il proprietario della neonata casa discografica per la quale l’album doveva uscire, Bernard Stollman. Non c’era invece il tecnico del suono che, abituato a registrare musica latina, sconcertato da quanto stava ascoltando se ne andò appena finito di regolare i livelli e come non bastasse (convinto che si trattasse di un demo) lasciando tutto in mono. Poco male: la registrazione è cristallina. Peggio per lui: si perse uno dei momenti più emozionanti della musica del ’900. “Mio dio! Che debutto beneaugurante per un’etichetta!”, commentò a un certo punto Stollman rivolto ad Annette. E aveva proprio ragione.

Fu un doppio esordio, “Spiritual Unity”. Per Ayler, che in precedenza ne aveva pubblicato due in Danimarca, era il primo 33 giri americano. Per Stollman, che aveva da poco lasciato una proficua attività avvocatizia fulminato proprio da un concerto del sassofonista di Cleveland, il primo impegno (fu però il numero due del catalogo ESP) da discografico. Se si cerca un album che riassuma la poetica ayleriana smussandone gli spigoli più acuminati, è “Love Cry”, debutto su raccomandazione di Coltrane e datato 1968 per la Impulse!, il titolo da avere. Ma se tale poetica, tanto oltre il jazz precedente da trascenderlo, la si vuole conoscere nella forma più incompromissoria è con queste giostre impazzite di suoni, che portarono al limite estremo l’ideale di improvvisazione collettiva di New Orleans, e nel farlo anticiparono di oltre dieci anni la no wave, che bisogna confrontarsi. Incompreso alla fine anche dai pochi estimatori, che tacciarono di commercialismo nel 1969 la svolta funk (e persino psichedelica in spirito) di “New Grass” e non si fecero blandire dal successivo e coltraniano “Music Is The Healing Force Of The Universe”, Ayler cadeva nella depressione e nelle luride acque dell’East River. Venne ripescato il 25 novembre 1970, tanto malridotto da essere a stento identificabile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

Live In Greenwich Village: The Complete Impulse Recordings

Appena tre numeri fa si auspicava che la Impulse! riparasse, per quanto possibile, alla criminale indifferenza con cui trattò Albert Ayler in vita ristampando finalmente i cinque LP, sui sei che pubblicò del nostro eroe, assenti da troppo tempo all’appello (l’unico in catalogo era “Love Cry”). Almeno per quanto attiene alle incisioni dal vivo ha provveduto. “Live In Greenwich Village” raccoglie integralmente i due album (singolo il primo, doppio il secondo) che documentarono i concerti del 18 dicembre 1966 e del 26 febbraio 1967. Saggiamente, le scalette di “In Greenwich Village” e “The Village Concerts” sono state rivoluzionate in modo da presentare un concerto per CD. Piccola consolazione per chi già possedeva i dischi originali, sono state aggiunte, in apertura e in chiusura, una Holy Ghost datata 28 marzo 1965 e una Universal Thoughts del febbraio ’67.

È l’Ayler della maturità quello dei concerti al Greenwich. L’esuberanza un po’ isterica di “Bells” ha lasciato il passo a gesti più misurati e a un maggiore controllo della materia sonica. Che è però poi la stessa, coagulo di feste carnascialesche a New Orleans, danze zigane e jazz che più free non è dato immaginare. Oltre tre decenni dopo, ancora stordente e illuminante d’immenso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.9, gennaio/febbraio 1999.

Music Is The Healing Force Of The Universe

Disco sfortunato come pochi questo “Music Is The Healing Force Of The Universe”, che non vendette nulla e causò il licenziamento del suo artefice da parte della Impulse!, è rimasto fuori catalogo per ben trentatré anni e torna infine disponibile, per la prima volta in digitale, in un’edizione ben suonante, esteticamente valida (un cartonato apribile che riproduce in miniatura l’originale) ma per due ragioni sommamente discutibile: una è che priva di note e l’altra è che già si sa che la sua permanenza nei negozi, come del resto quella di altri titoli della stessa etichetta, è a tempo. La seconda vita concessa a quest’album controverso – pessima la sua fama postuma, ma quanti davvero lo hanno ascoltato? – avrà fine nel marzo 2006 e dunque regolatevi.

Sfortunato, ho scritto, ma è un eufemismo: è l’ultimo lavoro che Ayler incise in vita, visto che quindici mesi meno due giorni dopo il completamento delle sue registrazioni il corpo del sassofonista, probabilmente suicida, veniva ripescato nelle acque dell’East River, e con il senno di poi impressiona il suo volto sul retro copertina, che è quello di uno che mica sta tanto bene. Nondimeno un’aura di positività, espressa sin dal titolo, avvolge un disco assai distante dal suono post-free che si è soliti associare al nostro uomo, anche se meno del precedente “New Grass”, misconosciuto classico che vergognosamente continua a essere irreperibile. Qui la sua musica è coltraniana per un verso, ma più Alice che John (esemplare in tal senso il raga scozzese Masonic Inborn, Part 1), e per l’altro imbevuta d’errebì, con Henry Vestine dei Canned Heat a blueseggiare nella conclusiva Drudgery. Quest’ultima è solo una curiosità, tutto il resto della scaletta no.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.236, giugno 2003.

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