The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (per Scott Walker, 9/1/1943-25/3/2019)

Non è più di questo mondo (ammesso lo fosse prima, ammesso lo sia mai stato) uno degli artisti più geniali – e forse quello dalla parabola più singolare – dell’ultimo, abbondante mezzo secolo. Lo celebro ripescando le recensioni di una sua bella quanto difettosa raccolta e di quello che, tolte due colonne sonore, è adesso in ogni senso il suo ultimo album. Una collaborazione con i Sunn O)))! Niente di meno.

Classics & Collectibles (Mercury, 2005)

È un tondo decennio che attendiamo un nuovo album, dopo quell’alieno capolavoro chiamato “Tilt”, da Noel Scott Engel, in arte Walker, e non è nemmeno ancora l’intervallo più lungo posto da costui fra un disco e l’altro giacché il suddetto “Tilt” di anni di gestazione ne ebbe undici. Mettere una bottiglia da parte per il 2006? Si potrebbe, ma senza farsi troppe illusioni. Forse aspetteremo ancora di più. Forse il nostro uomo ci sta prendendo in giro e, inoltratosi ormai da un po’ nei sessanta, è andato in pensione senza dirlo a nessuno e fingendo di continuare a lavorare a quella singola canzone o due in un anno. Meglio non farlo sapere ai sempre più numerosi iscritti a un club di ammiratori che conta Julian Cope e i Blur, i Radiohead e i Coral e ancora Pulp, Smog, Tindersticks, Lambchop. Unica come la sua musica – uneasy listening se mai ve n’è stato uno – la parabola di Walker, da idolo delle ragazzine a oggetto di un ristrettissimo culto che giusto nel quarto di secolo in cui ha prodotto la miseria di due album (ma che album!) si è gradualmente allargato, fino alla discretamente diffusa popolarità odierna. Chi ha i diritti su un catalogo nonostante tutto cospicuo – siccome il Nostro da giovane arrivò a pubblicare cinque LP in due anni, a cavallo fra ’68 e ’69, all’immediato indomani dello scioglimento di quei Walker Brothers rivali in fama dei Beatles – osserva sornione e ricicla.

È appena dell’anno scorso il quintuplo “5 Easy Pieces”, cui dedicammo un paio di estasiate pagine. “Classics & Collectibles”, doppio, da un lato giunge propizio per coloro che non azzardarono un acquisto così impegnativo, dall’altro, con le sue numerose sovrapposizioni e però il bel gruzzolo di cose mai riversate in digitale che le accompagna, farà infuriare chi invece aveva già posto mano al portafoglio. Tant’è e paiono oltretutto lunari i criteri di scelta di una scaletta che si scapicolla su e giù nel tempo, essendo i “collectibles” sul serio tali ma mancando diversi “classics” all’appello (ma stavolta The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore, il superhit dei Fratelli, c’è). Dove è inattaccabile è sul piano della qualità, sebbene sia un ritratto incompleto – era un Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, è diventato uno Schubert travestito da Van Morrison, un’impossibile mutazione di Robert Johnson in Wagner via Brian Eno e questo manca – quello che offre. Ma se ancora non conoscete Scott Walker preparatevi a farvi stregare lo stesso da questi profluvi d’archi e dal melò che avanza irrestistible al proscenio fra squilli di tromba. E poi andatevi a comprare “Tilt”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

Scott Walker & Sunn O))) – Soused (4AD, 2014)

Pazzesca la parabola di Scott Walker, come nessun’altra nella musica sia colta che popolare del Novecento: da idolo per teenager poco dopo il giro di boa dei ’60, alla testa di quei Walker Brothers indecisi fra l’essenzialità del beat e i fronzoli di Tin Pan Alley, a cantante confidenziale in un finale di decennio in cui si trasformava in una sorta di Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, con successo dapprincipio ancora enorme ma via via decrescente. E poi una terza vita dedicata a scolpire, con intervalli lunghissimi a separarli l’uno dall’altro, inclassificabili e avanguardistici capolavori capaci di unire idealmente Robert Johnson a Brian Eno via Wagner muovendosi fra Nick Cave e Bartók, Schubert e Van Morrison e no, se non li avete mai ascoltati non potete proprio immaginarveli. Ho citato Eno ed eccolo l’ideale punto di contatto fra costui e il duo formato nei secondi ’90 dai chitarristi Stephen O’Malley e Greg Anderson: pur’essi unici, campioni del doom metal più doom di sempre e da un certo punto in poi autocatalogatisi alla voce – un ossimoro – “power ambient”. Fermo restando che mai Eno ha declinato musica della annichilente intensità dei Sunn O))).

Insomma: sulla carta la collaborazione fra Walker, O’Malley e Anderson prometteva di essere l’album di uneasy listening più uneasy a memoria d’uomo e alla resa dei conti non è così, per quanto non si tratti certo di una ricetta per tutti.  Nondimeno i cinque lunghi brani che vi sfilano in cinquanta minuti netti più che terrorizzanti sono (a volumi medio-bassi) incantatori, con quell’inconfondibile baritono a stagliarsi su tappeti di bordoni occasionalmente sfrangiati da stridori industrial che ne spezzano l’effetto mantrico. Si potrebbe persino dirla new age, per quanto ossianica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Memorabilia (5)

Qualche altra buona ragione per ricordare con affetto (la nostalgia, che è sempre canaglia, lasciamola stare) gli anni ’80. Di cui già al tempo si diceva un gran male e invece…

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Pavlov’s Dog – Prodigal Dreamer (Rockville)

Ma davvero? Ma sul serio a quarantatré anni dalla pubblicazione di quel “Pampered Menial” che guadagnò all’allora settetto di St. Louis la nomea di “King Crimson d’America” (in realtà, se qualche somiglianza c’era i Pavlov’s Dog erano e restano band di peculiarità assoluta) David Surkamp ancora tiene in vita la prodigiosa creatura? Al di là dell’occasionale tour con l’ennesima formazione che dei fondatori schiera giusto lui, anche perché purtroppo Siegfrid Carver (violino e viola), Doug Rayburn (mellotron e flauto) e Rick Stockton (basso) già da un po’ non sono più fra noi. Ebbene sì, Surkamp invece per fortuna vive e ben più che vegeta a giudicare da un disco che ha l’ardire di richiamarsi a quel remoto e misconosciuto capolavoro sin da una copertina per cui è stata scelta un’altra opera del medesimo pittore ottocentesco, il britannico Sir Edwin Henry Landseer, celebre per le sue rappresentazioni di animali straordinariamente dettagliate e vivide.

Per il poco che vissero – un lustro: abbastanza da incidere tre LP, il primo uscito quasi in contemporanea per due case discografiche e il terzo invece cassato (non vedrà la luce legalmente che nel 2007) – i Pavlov’s Dog ebbero vicende incredibilmente complesse e non è questo il luogo per narrarle. Ciò che qui preme sottolineare è che in “Prodigal Dreamer” rivive quel suono tanto caratteristico, progressive nel senso alto del termine, reso unico dalla voce androgina del leader e da un substrato di influenze eminentemente d’oltre Atlantico. Ma resterebbe una ricreazione sterile non fosse convalidata da una scrittura ispiratissima, con vette nell’iniziale, delicata Paris, nel country girato gitano Winter Blue, nella ballata sudista Easter Day, nel folk-rock Being In Love, nella quasi canterburiana The Winds Wild Early.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Audio Review n.407

È in edicola dalla fine della scorsa settimana il numero 407 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album in studio di Beirut, Robert Forster, Steve Gunn, Juliana Hatfield, Jarboe, Lambchop, John Mayall, Motorpsycho, Gemma Ray, Specials, Yann Tiersen, Twilight Sad, Nick Waterhouse e Xiu Xiu, di un cofanetto dei Flamin’ Groovoes e di una ristampa dei Green River. Nella rubrica del vinile ho detto la mia sull’ultimo LP “live in studio” degli LCD Soundsystem e e su riedizioni di Beastie Boys e Imamu Amiri Baraka.

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Un grande affresco collettivo di Americana – Il Ry Cooder di “Paradise And Lunch”

Probabile che non se ne accorga nessuno, ma proprio nei giorni in cui questo numero di “Audio Review” raggiungerà le edicole uno dei più importanti agitatori culturali dell’ultimo mezzo secolo americano compirà settant’anni. Agitatore culturale e dunque politico, sì, in primo luogo. Poi musicologo. E solo in terza istanza straordinario chitarrista, ottavo (per quanto possano valere certe classifiche) nella lista dei cento campioni dello strumento che stilava nel 2003 “Rolling Stone”. Qualche lettore potrà legittimamente dissentire, rovesciando le posizioni in questo mio personale podio, e mi sia allora permesso di argomentare. Ricordando per cominciare che nel 1972 Ry Cooder, perché è di lui che stiamo parlando, sceglieva per aprire “Into The Purple Valley”, suo secondo LP da solista dopo un omonimo esordio in cui aveva riletto fra il resto Woody Guthrie e un classico dell’era della Grande Depressione quale How Can A Poor Man Stand Such Times And Live? di Alfred Reed, un brano di Agnes “Sis” Cunningham. A dire il vero, Cooder ignorava che la fondatrice dei Red Dust Players e di quella bibbia del folk di oltre Atlantico che fu “Broadside” fosse l’autrice di How Can You Keep Moving (Unless You Migrate To) e lo indicava come “traditional” (l’errore, presente nella prima edizione, verrà corretto nelle successive ristampe), ma non ha importanza. Conta il concetto alla base di una canzone che risolveva come stridula marcetta: in genere non si emigra per scelta bensì per necessità e la politica non può fermare ciò che l’economia ha innescato. Qualcuno lo spieghi al muratore Donald Trump. A proposito: rileggo quanto scrissi su queste pagine recensendo nel 2012 il disco che è a oggi l’ultimo di Cooder, “Election Special”, e mi scappa da ridere agro quando mi scopro a definire Mitt Romney il peggiore candidato alla presidenza mai espresso dal partito repubblicano.

Ryland Peter Cooder nasce a Los Angeles il 15 marzo 1947, da padre statunitense e madre italiana, e le origini conteranno senz’altro qualcosa in una concezione del mondo con al centro la fecondità del meticciato. Che è l’unico filo conduttore che lega una vicenda artistica che, dopo averlo visto federatore di una musica dalle mille radici quale è quella popolare americana, lo vedrà collaborare con Vishwa Mohan Bhatt come con Ali Farka Touré, con i Chieftains come con Manuel Galbán, e nel mezzo regista dell’operazione Buena Vista Social Club. E di sicuro molto contava pure l’incontro, giovanissimo, con uno spirito affine, praticamente un suo gemello di colore, Taj Mahal, con cui condivideva l’avventura precoce e acerba ma intrigante dei Rising Sons, quintetto fra folk-rock e country-blues elettrico che registrava nel 1966 un 33 giri che la Columbia pagava solo per inverecondamente tenerlo in un cassetto fino al ’92. Talento precocissimo, avendo messo le mani per la prima volta su una chitarra treenne, Ry arriva al debutto in proprio datato 1970 con un curriculum pazzesco per uno che ha ventitré anni: è stato il fulcro della prima Magic Band di Captain Beefheart (sua l’elettrica in “Safe As Milk”), ha prestato la sua abilità di strumentista al Randy Newman di “12 Songs” e a Judy Collins in un tour che ha fruttato un live, ha collaborato con Van Dyke Parks come con i Little Feat e, quel che più conta, a lungo è stato una sorta di sesto (o meglio settimo, contando Ian Stewart) uomo nei Rolling Stones: Love In Vain (su “Let It Bleed”) e Sister Morphine (su “Sticky Fingers”) i contributi più importanti. In “Ry Cooder” e in “Into The Purple Valley” il nostro eroe comincia a elaborare un manifesto del folk in senso lato d’America tanto più “suo” perché in luogo di scrivere (fintanto che non si darà alle colonne sonore – formidabile carriera “a latere” che a momenti mi stavo dimenticando – sarà quasi sempre interprete, rarissimamente autore) sceglie e peculiarmente si appropria, pescando in un catalogo sterminato. Sono lavori già intriganti, ma il colpo da maestro – il capolavoro, a detta di una critica praticamente unanime al riguardo – lo piazza dopo averlo lungamente preparato, nel 1974, con “Paradise And Lunch”. Lì folk, blues, soul e gospel, e un pizzico di jazz, si mischiano inestricabilmente in un assieme ineffabilmente coeso. Nessuno come Cooder ha saputo sistemare tanto armoniosamente nello stesso album, chiarendo come siano parte della medesima tradizione, cose così diverse: il funky-gospel di Married Man’s A Fool, un Blind Willie McTell riletto come fosse The Band, e una processione antifonale da Esercito della Salvezza quale Jesus On The Mainline; il Bobby Womack già rifatto dagli Stones e ora girato in calypso di It’s All Over Now e lo schietto blues elettrico If Walks Could Talk; una Tattler di gusto caraibico e infiltrata di archi e il Burt Bacharach trasferito sul serio sul Border di Mexican Divorce; per suggellare il tutto, avendo aperto con la collisione fra spiritual e dixie prossima a tante cose Hot Tuna di Tamp ’Em Up Solid, con lo strepitoso duetto fra la sua acustica e il piano ragtime di un gigante del jazz quale Earl Hines di Ditty Wah Ditty.

Ecco: la forza di “Paradise And Lunch” sta anche nel suo essere affresco in una certa misura collettivo. Nell’interazione fra il titolare e una ritmica quanto mai fantasiosa (con il batterista Jim Keltner la collaborazione sarà assai proficua, giungendo fino ai giorni nostri) come nell’esplosività delle ricche parti corali, negli interventi misurati di archi e ottoni e in quelle tastiere che ora dialogano e ora legano. Produzione magistrale perché per niente intrusiva di Russ Titelman e Lenny Waronker, “Paradise And Lunch” è fresco di riedizione su Speakers Corner ed è una stampa favolosa, che supera in scioltezza la pur ottima edizione tedesca anni ’80 (su quella USA d’epoca avrei un tot da ridire) che già avevo in casa. “Spumeggiante” è l’aggettivo che meglio si attaglia a un’incisione con voci che scappano da tutte le parti, corde che danzano, una ritmica agile e squadrata nel contempo, più sul versante dello swing che su quello del groove. Se questo mese vi avanzano 32 euro, non saprei consigliarvi un modo migliore di spenderli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017. Ry Cooder spegne oggi settantadue candeline.

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Jeff Tweedy – Warm (dBpm)

Il debutto da solista di Jeff Tweedy è il quarto album da solista di Jeff Tweedy. Mi spiego. C’era stato nel 2002 “Chelsea Walls”, ma trattasi di colonna sonora. E nel 2014 “Sukierae”, uscito però a nome Tweedy e lì Jeff, che pure firma da solo l’intera scaletta, si faceva accompagnare alla batteria dal primogenito Spencer. E poi nel 2017 “Together At Last”, dove il nostro uomo rivisita “unplugged & alone” brani suoi ma dai repertori di Wilco, Golden Smog e Loose Fur. E allora sì, “Warm”, che pubblica a cinquantun anni, può anche essere considerato un esordio e come tale in maggioranza lo trattano le recensioni che già a decine (e scrivo quando non è fuori che da una decina di giorni) lo stanno acclamando, le più sobrie, come un disco degno degli apici di una vicenda artistica trentennale, e le altre come un capolavoro tout court. Dopo svariati ascolti, e non che non mi sia piaciuto, resto perplesso e con il sospetto che tanto entusiasmo si debba principalmente a due fattori: la reverenza per la storia di chi ha in curriculum due band enormi come Uncle Tupelo (forse i vessiliferi massimi del cosiddetto alt-country) e Wilco (che dal country partivano ma un esperimento via l’altro sono arrivati a lambire il post-rock); l’attenzione ai testi, che inevitabilmente chi non è di madre lingua tende a sottovalutare.

A me pare un album gradevole ma un po’ troppo classicamente cantautorale per uno che ha saputo osare ben di più: dalla ballatona Bombs Above che lo inaugura alla strascicata e sommessa How Will I Find You? che lo suggella, passando per il sonnolento blues How Hard It Is For A Desert To Die, una quietamente festosa Let’s Go Rain, il country-rock I Know What It’s Like. L’impressione – mia – è che partendo da questi stessi materiali gli Wilco avrebbero potuto cavare di più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Memorabilia (4)

Io ne ho visto cose che voi umani che negli anni ’80 non c’eravate non potreste immaginarvi.  OK, avete YouTube. Ma non è proprio come esserci stati, eh?

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