Sun Kil Moon – I Also Want To Die In New Orleans (Caldo Verde)

Quasi valeva la pena di buttare via tre ore della mia vita facendo andare due volte “I Also Want To Die In New Orleans” (muori dove vuoi, ma sbrigati) per il divertimento che mi ha procurato leggere la recensione scritta da un tizio che attacca dicendo che lui ogni mattina comincia la sua giornata lavorativa ascoltando in cuffia un album appena uscito. Dopo di che, spiega in cosa consiste il suo lavoro (è un magazziniere), ricorda un incidente che gli successe una volta, fa colazione con una banana (troppo matura) fra un ordine e un altro, si beve un caffè, guarda fuori dalla finestra, sbriga altri ordini, si è fatta ora di pranzo, prende l’auto per percorrere le tre miglia che lo separano da un self service messicano dove ha una discussione con la cassiera riguardo al resto, mangia pensando alla sua ragazza, a certi amici e a Obama le cui politiche migratorie non erano poi così diverse da quelle di Trump. Mentre manda giù l’ultima cucchiaiata di piselli, il dodicesimo album in assoluto e settimo in cinque anni a nome Sun Kil Moon di Mark Kozelek (che negli stessi cinque anni ne ha pubblicati altri sei per così dire da solista, più tre live) finalmente finisce (OK, deve aver fatto qualche pausa; o l’ha lasciato in repeat). La cosa che gli è piaciuta di più, scrive, è quando Kozelek imita un cane che si è appena preso un calcio in culo.

Puro genio. Perché il recensore fa ciò che fa il recensito, che ci racconta una tonnellata di cazzi suoi su fondali appena meno monotoni di chitarra acustica, sax e batteria. Kozelek è stato uno bravo e importante (i suoi Red House Painters fra le cose più suggestive dell’indie USA dei primi ’90), e per questo finora si è continuato a scriverne, ma sembra ormai avere perso del tutto senno e senso della misura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019.

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Audio Review n.410

Ormai tanti, tanti, tanti giorni fa, mentre io ero intento a svuotare librerie, sudare, riempire scatoloni, sudare, svuotare scatoloni, sudare, riempire librerie, sudare, nominare tutti i santi del calendario da Alberto a Zeno, è uscito il numero 410 di “Audio Review”. Contiene fra il resto mie recensioni degli ultimi album di Big Thief, Black Mountain, Earth, Craig Finn, Fire! Orchestra, Flying Lotus, Cate Le Bon, Little Steven & The Disciples Of Soul, Mountain Goats, Mavis Staples, Sunn O))), Vampire Weekend, Jane Weaver e Jamila Woods e di una ristampa di Roy Harper. Nella rubrica del vinile ho scritto di Slits e UNKLE.

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Il lungo apprendistato e il più grande trionfo di Albert King

Aver raggiunto una posizione notevole partendo da una molto umile; aver cominciato dal basso la propria carriera; essersi costruiti una fortuna dal niente. Nel linguaggio militare indicava quei casi in cui un soldato, che per il cibo usava la gavetta, arrivava per meriti suoi al grado di ufficiale”: così il “Dizionario dei modi di dire” della Hoepli spiega origini e significato di un’espressione, “venire dalla gavetta”, che nel caso dell’uomo che nacque – il 25 aprile 1923 a Indianola, Mississippi – Albert Nelson e si fece King può essere intesa letteralmente. Visto che quando nei tardi ’40 per guadagnarsi da vivere guidava un bulldozer mangiava sul posto di lavoro, dal baracchino portato da casa. Apprendistato infinito il suo, giacché non arriverà a esordire discograficamente, con un singolo per una piccola indie dell’Illinois, la Parrot, che quasi trentunenne e questo dopo avere cantato il gospel e avere cominciato a suonare il blues non da chitarrista ma da batterista, nel gruppo di Jimmy Reed. Venuto al mondo in una famiglia povera e numerosissima (tredici figli) di coltivatori di cotone, si era autocostruito da bambino la prima chitarra e solo da adolescente poteva permettersi uno strumento vero che, mancino, imparava a suonare da autodidatta senza invertire l’ordine delle corde. Il che contribuirà a plasmare uno stile unico – massiccio, aggressivo quanto dinamico, quando abbandonerà l’acustica per l’elettrica e tanto di più quando si imbatterà nella sua Lucy, una Gibson Flying V fresca (1958) di commercializzazione. Le resterà fedele a vita, come B.B. King – di cui a lungo millantò di essere un fratellastro – alla leggendaria Lucille. A proposito: Nelson si ribattezzava King giusto in occasione del debutto di cui sopra e la nuova identità resterà.

È una falsa partenza quel 78 giri, con su un lato Be On Your Merry Way e sull’altro un non beneaugurante Bad Luck Blues, e il nostro eroe impiegherà talmente tanto a dargli un seguito che nel frattempo quel tipo di supporto non sarà più in uso. Il singolo successivo va difatti a 45 giri ed esce, primo di sette di nessun impatto per la Bobbin di Little Milton, nel 1959. La prima hit si chiama Don’t Throw Your Love On Me So Strong, data 1961 e la dà alle stampe la King di Syd Nathan (e James Brown), stesso marchio che griffa l’anno dopo l’eccellente esordio a 33 “The Big Blues”. È nondimeno con l’approdo nel 1966 alla Stax che l’ormai quarantatreenne Albert King svolta, commercialmente e artisticamente. House band della casa sono Booker T. & The MG’s e ad affiancare in studio la chitarra solista del leader sono dunque quella ritmica di Steve Cropper, le tastiere di Booker T. Jones, il basso di Donald “Duck” Dunn e la batteria di Al Jackson. Più i Memphis Horns, vale a dire Wayne Jackson alla tromba e Andrew Love al sax tenore. Non vi pare abbastanza? Ogni tanto al piano siede tal Isaac Hayes. Collocati a un ideale incrocio fra il più poderoso blues di Chicago e quel soul sudista che proprio l’etichetta di Memphis sta provvedendo a canonizzare, vedono la luce uno via l’altro quattro singoli classici e sei di quegli otto pezzi andranno poco dopo, nell’agosto 1967, a formare il nucleo di “Born Under A Bad Sign”: album non solo fra i capolavori totali della storia della musica in dodici battute ma probabilmente quello che maggiormente ha influenzato il rock. Influenza oltretutto immediata, su Jimi Hendrix come sui Cream (l’uno e gli altri incidevano loro versioni della title track), sui Free (che coverizzeranno The Hunter) e sui Led Zeppelin (che incorporavano lo stesso brano in How Many More Times). E dice bene Stephen Thomas Erlewine quando annota che non si contano i chitarristi bianchi andati a scuola da allora da Albert King (per citarne ancora giusto tre, in ordine di apparizione alla ribalta: George Thorogood, Stevie Ray Vaughan, Jeff Healey) e molti dei quali senza manco rendersene conto, avendone recepito il magistero indirettamente.

È un LP davvero diviso in due facciate, “Born Under A Bad Sign”, nel senso che a una prima strepitosamente corposa ed energica – ascoltarla e intendere come mai il titolare, da lì a un anno, si ritroverà a incidere un live al Fillmore West davanti a un’entusiasta platea hippie è un tutt’uno – ne va dietro una seconda decisamente più rilassata. Quasi una faccenda anni ’50, laddove l’altro lato dovette risultare, affrontato al tempo, inaudito. Da una traccia inaugurale e omonima densa e tagliente a una The Hunter che tambureggia guerriera, anticipando tanto di quell’hard che quando nel 1988 i Danzig la rifaranno nel debutto parrà insieme più moderna e classica di tutto il resto della scaletta. Passando per una Crosscut Saw su cui già il titolo la dice lunga e una festosa Kansas City, la squadrata Oh Pretty Woman (no, Roy Orbison non c’entra) e una Down Don’t Bother Me che in 2’10” appena è un manuale intero del blues elettrico. Giri il disco e pare un altro mondo, con la sola Personal Manager, lenta ma possente, che avrebbe potuto stare sul primo lato. Segue una supersentimentale, con tanto di flauto svolazzante di Joe Arnold, Almost Lost My Mind; precede un pigro Laundromat Blues, una struggente As The Years Go Passing By e la ballata jazz (ascoltata pure da Frank Sinatra) The Very Thought Of You. Sigillo a un album perfetto, che resta il preferito di Albert King per tutti quelli che non optano per (altro titolo programmatico) “I Wanna Get Funky”, del 1974 e ultimo lavoro in studio dell’artista per la Stax. Di “Born Under A Bad Sign” la Sundazed aveva approntato, la bellezza di vent’anni fa, una ristampa soltanto in vinile con come preziose bonus i due retri di singoli scartati in origine, Funk-Shun e Overall Junction. La loro assenza è l’unico appunto che si può muovere alla filologica riedizione che ne fa adesso la Speakers Corner: se no invero favolosa per come esalta la forza contundente delle canzoni più vigorose, la raffinatezza di quelle più morbide e gigione.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, maggio 2018.

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Damien Jurado – In The Shape Of A Storm (Loose)

Ma quanto è diverso il quattordicesimo album in studio di Damien Jurado, nei negozi nei giorni in cui questo “Audio Review” andrà in edicola, dal tredicesimo? Pubblicato nel maggio 2018 e dunque appena undici mesi fa. Era e per ora rimane, “The Horizon Just Laughed”, il lavoro più “mainstream” dell’artista di Seattle, pieno com’è di canzoni che in altri tempi – diciamo in quel 1973 che intitola uno dei suoi undici brani – le radio americane in FM avrebbero senz’altro messo in playlist. Ma fra quanti stanno leggendo queste righe solo chi non lo ha mai seguito nel quasi quarto di secolo trascorso dacché debuttava discograficamente, con un EP, può pensare che con quell’album Jurado volesse imprimere una svolta commerciale (certi anni ’70 sono tornati – senza essere in fondo mai passati – di moda) a una carriera tutta sottotraccia. Giacché stiamo parlando di uno che – sotto contratto per la Sub Pop in patria e su Rykodisc su questa sponda dell’Atlantico – temendo che la sua visibilità crescesse troppo, sottraendolo a un lavoro e una famiglia “normali”, decideva di passare alla più piccola Secretly Canadian. Se in Europa “In The Shape Of A Storm” vede la luce per la londinese e di medie dimensioni Loose, negli USA esce per la minuscola Mama Bird.

Sarà psicologia da due soldi ma, se in “The Horizon Just Laughed” si coglieva la felicità per la salute ritrovata dopo un periodo difficile, da ogni singolo brano dei dieci che sfilano in “In The Shape Of A Storm” traspare il dolore per la recente scomparsa di Richard Swift, collaboratore e amico fraterno. Sono le canzoni più scarne e tristi che ci abbia mai donato Jurado. Probabilmente quelle che meno verrà voglia di riascoltare tranne una, lo squisito bozzetto coheniano Oh Weather. Purtroppo, dura un minuto scarso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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Il suono di New Orleans – In ricordo di Dr. John (20/11/1941-6 giugno 2019)

Ci ha lasciati ieri Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, e con lui un bel pezzo di storia di New Orleans. Ci restano per fortuna i suoi dischi, che sono tanti e quasi invariabilmente meravigliosi. È stato un grandissimo fino all’ultimo e qui lo celebro recuperando le recensioni di tre delle sue cose più belle dell’ultimo ventennio di una carriera lunghissima.

Duke Elegant (Parlophone, 1999)

Il primo incontro del Dottore con la musica del Duca avvenne esattamente quarant’anni prima di porre mano a questo, fra gli omaggi a Ellington usciti nel centenario della nascita il più spassoso: “Ero in un gruppo che suonava nei locali di spogliarelli e facevamo sempre brani di Duke, arrangiati rock o R&B. Mi piace ancora trasfigurarli così. So essere fedele alla lettera di Ellington, ma posso anche adattare la sua musica alla mia personalità”. E proprio questo fa il nostro uomo in un disco che, vivaddio, sottrae spartiti nati per essere suonati nei bordelli più infimi come nei teatri più prestigiosi, nei bar malfamati come nei club alla moda all’insopportabile seriosità delle accademie e del jazzofilo standard. Il peggiore nemico del jazz, con la sua voglia di rispettabilità e di malintesa cultura dimentica del fatto che il jazz nacque come musica da ballo e ha le sue origini più remote nelle danze degli schiavi nelle piazze di New Orleans, nostalgica memoria dell’Africa perduta.

Proprio di Crescent City è figlio Dr. John e si avverte chiaramente in queste dodici rivisitazioni di alcuni dei più celebri cavalli di battaglia di Ellington, da It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) a Perdido, da Satin Doll a Mood Indigo a Caravan (ma ci sono anche composizioni meno note come On The Wrong Side Of The Railroad Tracks, I’m Gonna Go Fishin’ e Flaming Sword): esecuzioni travolgenti, dense di bassi funky, piani a rotta di collo, organi grassi e sincopati, colme di una gioia di vivere che il Duca avrebbe senz’altro riconosciuto come sua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.201, aprile 2000.

N’Awlinz Dis Dat Or D’Udda (Parlophone, 2004)

Unica grande città statunitense che non è mai stata a maggioranza protestante, dove il francese a lungo è stato più parlato dell’inglese, dove la percentuale di neri liberi prima dell’abolizione della schiavitù era considerevole e agli schiavi era consentito danzare e usare i tamburi. Filo diretto insomma, via Indie Occidentali, fra Africa e America, con il vudù presenza costante sullo sfondo: c’è da stupirsi se New Orleans è stata la culla di ogni musica afroamericana a cominciare dal jazz, che nacque nei suoi bordelli? E poi di un funk che oltre a essere quello primigenio è sempre stato unico e inconfondibile, sofisticato e terrigno insieme, urbano e campagnolo, distante dalla muscolare meccanicità di un James Brown e più vicino al gusto sincopato di un Jelly Roll Morton. Progenie inevitabile e bellissima della città più meticcia del paese meticcio per antonomasia. Ha tutto ciò come retroterra culturale Malcolm “Mac” Rebennack Jr., in arte Dr. John, sessantaquattro anni splendidamente portati il prossimo novembre e una carriera musicale lunga quasi cinquanta e che negli ultimi dieci lo ha visto rilanciarsi prepotentemente, quando da tempo lo si era ormai consegnato alle enciclopedie: un bianco per sbaglio, se mai ce n’è stato uno, e lo riconoscevano i suoi colleghi di colore quando nel 1961 lo invitavano a entrare, unico viso pallido in una compagnia tutta di neri, nella storica AFO, una cooperativa che raccoglieva tutti i principali musicisti di Crescent City. In quello stesso anno fatidico Prince Lala lo introduceva ai misteri del vudù, onore ancora più inusitato per un bianco. Non si sarebbe mai più ripreso, per fortuna.

Non è questo il primo omaggio che il Dottore organizza e dedica alla città della Louisiana e anzi si può dire che lo siano stati, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi album, un paio di dozzine dal 1968 a oggi. È però uno dei meglio congegnati, il più corposo, quello più attentamente bilanciato fra standard e composizioni autografe e insomma il disco che riesce in un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile: sbaragliare capolavori in tutti i sensi antichi come “Gris Gris” (1968), “Gumbo” (1972), “In The Right Place” (1973). “With a little help” da un po’ di amici del posto (Cyril Neville, Dave Bartholomew, la Dirty Dozen Grass Band) oppure no (B.B. King, Willie Nelson, Randy Newman, Mavis Staples). Non faccia passare in secondo piano, la loro presenza, una scaletta sensazionale per come mischia spiritual e funk, blues e rock’n’roll, marce funebri e/o carnascialesche e tanghi, organi da chiesa e pianoforti da casino. Un album monumentale, spassosissimo, commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.586, 6 luglio 2004.

Locked Down (Nonesuch, 2012)

Inclassificabile se non alla voce “New Orleans” ma usualmente taggato come “rhythm’n’blues classico”, il pianista, autore e cantante Malcolm John Rebennack – in arte Dr. John – ha settantun anni e un’abbondante paio di dozzine di album all’attivo. Vecchi di decenni i suoi conclamati capolavori – “Gris-Gris”, “Gumbo” e “In The Right Place” vedevano la luce fra il ’68 e il ’73 – neppure nel secolo nuovo si è però accontentato di essere una leggenda vivente. Praticante e pure ancora a ottimi livelli se devo giudicare, oltre che da ciò che leggo, da alcuni titoli che ho in casa, e dunque dire “Locked Down” un grande ritorno sarebbe improprio. Che nondimeno si tratti della sua prova più brillante da quei leggendari primi ‘70 in cui perfezionava un inconfondibile stile a base di funky e rock’n’roll, psichedelia ed errebì, jazz, blues e misticismo vudù pare evidente sin dal primo ascolto e sempre di più con il prolungarsi della frequentazione. E c’entrerà più di qualcosa che la produzione sia firmata da un Dan Auerbach che potrebbe divenire per Dr. John ciò che Rick Rubin fu per Johnny Cash. Rubin non reinventò l’Uomo in Nero. Gli ricordò chi era stato, lo mise nella condizione di tornare a esserlo. Suoni meravigliosamente lucidati ma levigati mai, “Locked Down” si potrebbe definire una versione in HD delle pietre miliari di cui sopra.

Disco strepitoso nel riassumere un suono e una carriera aggiungendo un qualche ineffabile di più: la battuta che è quella dell’hip hop nell’infervorarsi di gospel di Kingdom Of Izzness e nella sferzante funkadelia di Eleggua, un tocco Gnarls Barkley (ma alle prese con Tom Waits!) in Big Shot. Quando la traccia omonima è Jimi Hendrix se ce l’avesse fatta a darsi sul serio al funk, Getaway sono i Little Feat, The Band e i Grateful Dead che sfilano a una parata carnascialesca e You Lie… be’, sì, la si riascolterebbe volentieri giusto dai Black Keys. Più indimenticabile di tutto il resto è Revolution: Sun Ra, Duke Ellington e Mulatu Astatke riuniti chez Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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Less Than Zero – Gli orribili Tortoise di “Beacons Of Ancestorship”

Collaboro ad “Audio Review” dal 1996 e il mio contributo in questi ventitré abbondanti anni ammonta a diverse migliaia di recensioni. Lì si usa dare i voti. Ebbene: due sole volte mi sono spinto ad affibbiare uno zero. La seconda a un album di cui mi sono occupato per il numero attualmente in edicola. La prima era nel 2009, quando così scrivevo di un gruppo che pure ho amato molto.

La storia si ripete, le tragedie si ripresentano in forma di farsa e di degenerazioni di idee stupende sono lastricate le strade per l’inferno della musica. Dici “Sgt. Pepper’s” e non puoi non ricordare che il semino di certo progressive veniva interrato lì. Celebri “Weather Report” e sai che, navigati i mari del jazz elettrico, si sbarcherà non su una spiaggia di rena fina, calda e accogliente ma su sabbie mobili chiamate fusion. Era sembrato una bella trovata il post-rock, un non-luogo perfetto da cui ripartire dopo grunge e crossover. Riprendeva il jazz elettrico e con esso la psichedelia ma più che altro il krautrock, del progressive stava attento a citare al massimo Canterbury e legava il tutto con il dub e un’astrazione di folk, con ambient e minimalismo ma pure con l’exotica ed era un recupero che certificava un bel “sense of humour”. Tanto più benvenuto trattandosi di musica tutta di testa, cuore poco, viscere meno persino quando si corteggiava il funk. I Tortoise sono stati il più grande gruppo del post-rock. A suo tempo salutai come un capolavoro il secondo album, “Millions Now Living Will Never Die”, e tredici anni dopo resto della medesima opinione. Però se qualcuno mi dicesse che, a ben scrutinare cotanta magnificenza, si sarebbe potuto già allora vaticinare lo sfacelo odierno, gli darei ragione. Ho il sospetto di averlo sempre saputo anch’io che sarebbe finita così.

Che esaurite le idee avrebbe preso il sopravvento il “saper suonare”. Che i Can sarebbero stati sostituiti dai Soft Machine e malauguratamente non da quelli con Wyatt, che da “Bitches Brew” si sarebbe arrivati agli ultimi Return To Forever (ma magari!). Di “Beacons Of Ancestorship” non saprei dire se sia più noioso o tronfio. Gli do zero perché di meno non si può.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, luglio 2009. Trovate un’altra stroncatura del medesimo disco qui.

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Steve Earle & The Dukes – Guy (New West)

Abbonato alla classifica country dacché ne conquistava la cima nell’86 con il tardivo esordio “Guitar Town” (bella rivincita su una Nashville che lo aveva emarginato più di quanto non provvedesse lui a emarginarsi da sé), l’eterno ribelle Steve Earle è entrato un’unica volta nei Top 20 di “Billboard”: fu dieci anni fa e con un’antologia – lui che è autore superbo – di canzoni altrui. “Townes”, dentro una quindicina di riletture da brividi di Townes Van Zandt, splendido cattivo maestro cui il nostro uomo era a tal punto legato da chiamare un figlio (a sua volta divenuto artista di vaglia) Justin Townes. C’è da credere che quel piazzamento se lo sia appuntato come una medaglia al valore, non per le vendite (figurarsi!) quanto per la soddisfazione di avere contribuito lui pure alla glorificazione, sfortunatamente post mortem, di un gigante del cantautorato USA. “Più grande di Dylan”, azzardò una volta proprio Steve Earle e se esagerava non stava esagerando troppo.

Ora: due modelli ha avuto il Nostro e l’altro era Guy Clark, uno che (parole di quell’altro grande cantastorie di Jerry Jeff Walker) scriveva “di uomini anziani e treni vetusti e ricordi come fossero film in bianco e nero”. E “se ho un rimpianto”, racconta il titolare di questo disco (che è uno che si è sposato sette volte e ha rischiato di morire, di eroina o alcool, settanta volte sette), “è di non avere mai scritto un pezzo con Guy e dire che me lo aveva chiesto lui”. Gli domanda perdono, a tre anni da quando un tumore glielo e ce lo ha strappato, rifacendone sedici dei brani più memorabili. Fedele alla lettera oltre che allo spirito quando con Townes qualche libertà se l’era presa. Sto parlando di classici come Desperados Waiting For A Train e Rita Ballou e ogni appassionato di Americana sa che non serve aggiungere altro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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