black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Non è che frequentare la BRIT School For Performing Arts & Technology ti porterà per forza a seguire le orme di chi come Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule passato da quelle aule ha poi venduto dischi a decine di milioni. Ciò che l’istituzione londinese ti garantisce è che ne uscirai con una preparazione nel settore scelto di primissimo ordine. A te farla fruttare. I giovanissimi black midi ─ a stento totalizzavano ottant’anni in quattro quando nel 2019 debuttavano con lo strepitoso “Schlagenheim” ─ lo stanno facendo eccome. Modesti finora i riscontri commerciali, quasi insignificanti a fronte di recensioni che pure a questo giro spargono stelle e superlativi, e nondimeno si può affermarlo senza remore: se anche non vedranno mai le zone alte delle classifiche oggi come oggi non c’è in circolazione gruppo rock più entusiasmante.

Severi con se stessi i ragazzi, che nel frattempo hanno quasi perso per strada causa stress uno dei due chitarristi, Matt Kwasniewski-Kelvin, e hanno rimediato in parte facendosi dare una mano in studio dal tastierista e dal sassofonista che li avevano affiancati in tour: del predecessore, frutto di un approccio improvvisativo, si dicono annoiati. In sala di incisione sono entrati con un obiettivo: “stavolta combiniamo qualcosa di buono sul serio”. Rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso: più strutturato e vario (dal resto del programma si staccano la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich e l’oscura epopea post-folk Ascending Forth), più progressivo nell’accezione nobile del termine. Parte dai King Crimson e dai VDGG per arrivare via Primus a Slint e June Of 44. O viceversa. Ma nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

L’uomo della pioggia (RIP Michael Chapman (24/1/1941-10/9/2021)

Classe 1941, Michael Chapman pubblica tuttora dischi con cadenze da giovincello, fa concerti e alla fine di ogni tour torna nel remoto villaggio del Northumbria dove vive dacché i proventi dell’album dopo questo, “Fully Qualified Survivor”, gli permisero di acquistarci una cascina. A lungo patrimonio di pochi, gli anni ’10 del nuovo secolo lo hanno visto intervistato a destra e a manca e fatto oggetto di un documentario, lui che già aveva avuto la soddisfazione di scoprire che artisti di altre generazioni (più giovani, tipo Thurston Moore, o parecchio più giovani, come Devendra Banhart) lo considerano un maestro. Può volgersi all’indietro, questo superbo chitarrista usualmente catalogato alla voce “folk progressivo” ma che ha suonato di tutto, fino all’improv più radicale, e guardare con orgoglio al percorso fatto. Prima tappa (datato 1969, griffato Harvest) questo stupendo “Rainmaker”. Assemblato con il cruciale contributo di altri musicisti stellari (per dire: al basso si alternavano Rick Kemp e Danny Thompson, in un paio di brani dietro la batteria sedeva Aynsley Dunbar) il disco parla la lingua di un folk elettrico ed elettrizzante, pregno di blues, disposto a concedersi al country. L’avessero fatta i Led Zeppelin, la traccia che gli dà il titolo la conoscerebbe chiunque.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

1 Commento

Archiviato in coccodrilli

Gli inni urbani dei Verve

Pochi ma ruggenti gli anni vissuti dai Verve (no, le rimpatriate non contano): appena sei fra i primi singoli per i quali la stampa britannica immediatamente impazziva, ma senza convincere più di tanto il pubblico della loro bontà, e lo scioglimento, all’indomani di un tour americano volto a promuovere oltre Atlantico proprio “Urban Hymns”, loro terzo album, che in Gran Bretagna era andato al primo posto in classifica e aveva inoltre fruttato tre top 10 (un numero 2, un  uno, un 7) nella graduatoria dei singoli. Lacerata dai contrasti fra il cantante Richard Ashcroft e il chitarrista Nick McCabe, la compagine del Lancashire si congedava all’apice della sua parabola sia artistica che commerciale: il momento migliore per salutare, ma ditelo alla Virgin, che si perdeva dei campioni di vendite in Europa nel preciso istante in cui stavano per divenire campioni di vendite ovunque. Resta un catalogo smilzo ma entrato in percentuale rilevante nella categoria dei sempreverdi, capace di coniugare alla perfezione nei suoi episodi più classici – The Drugs Don’t Work, una Bitter Sweet Symphony adattata su The Last Time dei Rolling Stones – gusto per la melodia insidiosa e attitudine psichedelica.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Richard Ashcroft festeggia oggi il cinquantesimo compleanno.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Del Amitri – Fatal Mistakes (Cooking Vinyl)

A vent’anni la vita è un quaderno pieno di pagine bianche da riempire di sogni e progetti. Con i sessanta incombenti la copertina è sgualcita, il dorso consumato, spazio per scrivere non ne è rimasto molto, né tempo per farlo. Quanti fogli hai strappato, quanti scopri affollati di scarabocchi incomprensibili, chissà se hai infine deciso cosa sia meno peggio fra un rimorso e un rimpianto. Una certezza: You Can’t Go Back, come recita il titolo del primo brano del primo album che gli scozzesi Del Amitri, eroi locali prima di farsi star globali (sei milioni di dischi venduti in giro per il mondo e pare un miracolo pensando a band affini che non hanno avuto un centesimo di un tale successo), consegnano alle stampe da diciannove anni in qua. Si scioglievano poco dopo avere pubblicato lo spiazzante, pieno di synth e batterie elettroniche, “Can You Do Me Good?”, che il pubblico non capiva né gradiva e allora ciao. Nostalgia canaglia: tornavano assieme nel 2013 e due lunghi tour datati 2014 e 2018 certificavano come non fossero stati affatto dimenticati. Tempo di rinfrescare il repertorio.

Vero che pure in gioventù erano opportunità mancate e fallimenti l’argomento preferito di Justin Currie, ma un sentore agro di vissuto sale da una I’m So Scared in cui canta “sono così spaventato dall’idea di lasciarti indietro/ogni giorno cerco di restar vivo/per non farti provare la tristezza di una sedia vuota”. È un disco inaspettatamente splendido che ripropone i Del Amitri più classici. “Suoniamo folk con attitudine rock”, dice Currie, e qui lo fanno al meglio. La ballata Close Your Eyes And Think Of England è una delle loro più belle di sempre, una delle canzoni più struggenti che vi sarà dato di ascoltare quest’anno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Audio Review n.434

È in edicola da metà della scorsa settimana il numero di settembre di “Audio Review”. Ho contribuito recensendo i nuovi album di Ryan Adams, Devendra Banhart & Noah Georgeson, Leon Bridges, David Crosby, Lucy Dacus, Goon Sax, Durand Jones & The Indications, Los Lobos, Modest Mouse, Prince, Saint Etienne, Ty Segall, Son Volt, Emma-Jean Thackray e Yola e una recente ristampa degli White Stripes. Manca all’appello questo mese (ma ha portato la giustificazione) la rubrica del vinile.

Lascia un commento

Archiviato in riviste

Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!)

Da alcuni anni piuttosto che dagli USA, dove pure agisce un gigante quale Kamasi Washington, è dalla Gran Bretagna che ci giunge il jazz più fresco e felicemente propenso a contaminarsi: l’unico capace di catturare, oltre che vecchi appassionati ancora aperti di orecchie e in spirito, le giovani generazioni. Scena meticcia, incestuosa, vivacissima, con al centro uno che come Kamasi è, oltre e più che sassofonista eccelso, compositore e band leader. Ne ha addirittura tre di band il trentasettenne Shabaka Hutchings, nato a Londra ma cresciuto nell’isola di Barbados, dove i genitori erano tornati e dove si accostava alla musica avendo come primo strumento il clarinetto, prima di percorrere a ritroso la stessa rotta e rientrare nel Regno Unito: i più canonicamente jazz del lotto (se può dirsi canonico chi si fa ispirare principalmente da Sun Ra, Alice Coltrane, Pharoah Sanders) sono gli Ancestors; poi ci sono i Comet Is Coming, magmaticamente fra fusion, funk, soul e psichedelia; e infine, o meglio per cominciare giacché erano i primi a pubblicare un album, nel 2013, i Sons Of Kemet.

“Black To The Future” è per costoro la seconda uscita su Impulse! e quarta in assoluto. Fare graduatorie consigliando questo invece che quel titolo sarebbe esercizio di pura soggettività, essendo stato da subito stellare il livello, e “Black To The Future” vale come introduzione quanto uno qualunque dei predecessori. Nei suoi solchi fluiscono, collidono, si mischiano post-bop e afrobeat, jazz modale e calypso, cumbia e ritmi che adombrano il Brasile come la Giamaica, la tradizione bandistica di New Orleans e scale mediorientali, e molto altro, mentre una ghenga di voci ospiti ci ricorda che “black lives matter”. Resta comunque una festa. Tuffatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.432, giugno 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Blow Up n.280

Nel numero di “Blow Up” di settembre, freschissimo di arrivo nelle edicole e nelle buche delle lettere degli abbonati, mi sono fatto riservare otto delle complessive 144 pagine per celebrare il genio dei Kaleidoscope, fra i campioni veri della psichedelia britannica probabilmente i più sottovalutati. Il sentito omaggio vede la luce nel primo anniversario (che cade il 21 di questo mese) della scomparsa di Eddy Pumer, che della band fu non solo il chitarrista ma l’autore di tutte le musiche.

3 commenti

Archiviato in riviste

Uno studio arkeologico su Lee “Scratch” Perry

Posso garantire che, se solo il governo britannico mi lasciasse mano libera, potrei riportare questo paese ai vertici. In che modo? La musica rende tutto possibile. La musica è felicità e la felicità è potere. Sto cercando di portare la verità alla gente. Un uomo deve dire ciò che pensa e cercare la perfezione. Anche l’uomo più perfetto commetterà degli errori, ma saprà trarne un insegnamento.

– Che progetti hai per l’immediato futuro?

Sposare la Regina d’Inghilterra, licenziare il Duca e vivere a Buckingham Palace. Voglio che la Regina abbia un’opportunità di fare sesso con me. Ciò potrebbe guarirla dai suoi malanni e scioglierle la lingua – lo so che è timida. Ma è comunque amabile, una bella figliola.

– Raccomanderesti lo stesso trattamento a Margaret Thatcher?

Bah! Ti aspetti che mi piaccia una strega? A tutto c’è un limite. (scambio di battute fra Lee Perry e un intervistatore, 1987)

Del superare ogni limite Rainford Hugh Perry, sessantatré anni ben portati il prossimo marzo, ha fatto una filosofia di vita. Suoi gli abiti di scena più bizzarri che mai si siano visti eccettuati gli altri due grandi eccentrici della musica nera dell’ultimo mezzo secolo, Sun Ra e George Clinton. Sue le interviste più stravaganti nelle quali possiate imbattervi: torrenziali diluvi di parole, a volte persino in rima, in cui si mischiano ricostruzioni inverosimili della sua carriera e brandelli di una personale mitologia a base di alieni e peculiari interpretazioni della Bibbia, umoristici deliri di onnipotenza e ogni tanto una genuina perla di saggezza. Sa di avere la fama di esser matto e ci gioca su. Nel momento più drammatico della sua vita matto probabilmente, nel senso clinico del termine, lo fu davvero. Stressato da troppi anni di superlavoro, scaricato dalla Island, abbandonato dalla moglie che aveva portato con sé i figli e – pare – un bel po’ di nastri, in preda a ossessioni paranoidi accentuate dall’abuso di alcool e cocaina, una mattina del 1979 Lee Perry diede fuoco alla sala di registrazione che aveva inaugurato cinque anni prima e in cui aveva posto mano a diverse delle pietre miliari della storia del reggae e la guardò bruciare. Poi, dopo avere coperto le macerie dei Black Ark Studios di graffiti insensati, prese il primo aereo per la Gran Bretagna. “Ho impiegato dieci anni per ricostruire la mia vita”, confesserà in un’intervista in un passeggero momento di serietà.

Da tempo Perry vive in Svizzera, sposato a un’ex-tenutaria di bordello dal look crampsiano che gli fa anche da manager. Benché siano trascorsi sette anni dall’uscita dell’ultimo album all’altezza del suo genio (“Lord God Muzik”), l’interesse per la sua opera non è mai stato così vivo. Il recupero di un catalogo immenso (fra produzioni sue e per altri, un migliaio di 45 giri e svariate decine di LP: perdonate l’assenza di una discografia) prosegue senza posa e i giornalisti fanno la fila per parlargli. Una nuova generazione di ascoltatori va scoprendolo, grazie in primis ai Beastie Boys, che gli hanno dedicato un numero monografico della fanzine “Grand Royal” e lo hanno invitato a partecipare ai concerti pro-Tibet. Si comincia infine a percepirlo per ciò che è: uno dei giganti della musica del Novecento. Non sono solo comportamentali i limiti che ha violato da quando, nel 1959, trovò lavoro presso la sala di incisione di Coxsone Dodd, la più importante di Kingston.

Considerate quanto segue: la sua People Funny Boy, colorita invettiva nei confronti dell’ex-principale Joe Gibbs, è ritenuta una delle prime canzoni che appropriatamente possano essere definite reggae; fu il primo a portare un gruppo reggae in tour in Gran Bretagna (accadde nel 1969 a ruota del suo più grande successo, Return Of Django, numero 5 nella classifica dei 45 giri); fu il primo a valorizzare Bob Marley; il suo “Blackboard Jungle Dub” contende ad “Aquarius Dub” di Chin Loy e a “Java Java Java Java” di Clive Chin il titolo di primo 33 giri dub; ogni volta che si fa una lista dei cento, dei cinquanta, dei venti migliori LP di reggae mai usciti vi figurano al peggio uno o due titoli suoi e tre o quattro prodotti da lui. Per John Lydon è poco meno che Dio. I Clash lo idolatravano e lo vollero per registrare Complete Control. E una collaborazione con i Talking Heads non andò a buon fine soltanto per un madornale equivoco: dacché stazionavano presso i Compass Point di Nassau, Perry credette che fossero sotto contratto per l’odiata Island e non ne volle sapere.

Tranne i diretti interessati, nessuno sa perché non abbiamo mai avuto l’opportunità di scoprire cosa avrebbero potuto combinare insieme Paul McCartney e Lee “Scratch” Perry.

Dub! La batteria è il cuore che batte. Bum! Bum! Il basso è il cervello. Il basso che cammina, il basso che parla. Sono perfetti insieme.

Dibattuta, e in fondo irrilevante, la questione della primogenitura del dub, ciò che conta è che il Nostro ne è stato, oltre che uno degli inventori, il supremo maestro. Nato in maniera casuale dagli esperimenti cui diversi produttori cominciarono a sottoporre, nei primi anni ’70, la versione strumentale che si accompagnava nei singoli di reggae alla canzone principe, con il passaggio al formato del 33 giri il dub conquistò l’autonomia dallo stile che lo aveva generato ed esasperandone la lentezza e la ripetitività completò il processo di moviolizzazione della musica giamaicana, scandito in precedenza dalla trasformazione dello ska in rocksteady e di quello in reggae. Ma a parte ripetitività e lentezza, altre caratteristiche rendono storicamente il dub un modo di fare musica unico e straordinariamente innovativo: la prevalenza assoluta della sezione ritmica; la rilevanza avuta dalla tecnologia (unità di ritardo, stanze d’eco, equalizzazioni estreme) nella sua nascita e nella sua evoluzione e l’uso creativo del mixer, assurto con esso alla dignità di strumento; la sovrapposizione di ritagli di melodie con una tecnica accostabile al cut up burroughsiano; l’accento posto sull’improvvisazione (di molti titoli di Lee Perry – come dei vari King Tubby, Bunny Lee, Joe Gibbs – non esiste master, perché la manipolazione del nastro originale venne impressa sulla lacca in diretta) che rende ciascuna version un esemplare unico come nel jazz, dal be bop in avanti, ogni esecuzione live; infine, l’effetto straniante che ne fa la più lisergica delle musiche. Ma ove nel rock psichedelico l’effetto allucinatorio è raggiunto di norma con l’addizione di elementi, nel dub è ottenuto per sottrazione.

Prosegue per altre 15.200 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. Lee “Scratch” Perry ha lasciato ieri il pianeta Terra, alla bella età di ottantacinque anni. Buon viaggio, Maestro. Stupisci gli alieni.

5 commenti

Archiviato in Hip & Pop

Squid – Bright Green Field (Warp)

L’album d’esordio degli Squid, quintetto di Brighton con l’insolita caratteristica di avere un cantante che è anche il batterista, contiene undici brani. Sono quattro di meno di quelli pubblicati dal 2016, alcuni solo come file audio e gli altri sparsi su vinili che coprono l’intero arco dimensionale del supporto (7”, 10” e 12”), nessuno dei quali è qui ripreso. L’auspicio è che prima o poi la Warp, etichetta storica della più nobile elettronica “di consumo” che non disdegna di avventurarsi anche in lande chitarrose, convinca Ollie Judge e soci a recuperarli su una raccolta che varrebbe poco meno di un debutto che vale tanto. Forse, tantissimo: “The Quietus” lo ha salutato come uno dei migliori debutti di questo secolo e più gli ascolti si susseguono più cresce la convinzione che non si tratti del solito “hype” cui sovente la critica di quelle parti indulge. Per certo anche perché punto di arrivo di un percorso non breve.

Da cui una maturità, non a discapito della freschezza, inusuale per degli esordienti in lungo. Come degli abili coreografi che mantengono alla danza un’illusione di spontaneità benché ogni movimento sia stato in precedenza accuratamente provato (lo ha scritto “Pitchfork”, per una volta azzeccandoci), gli Squid. Qui il cosiddetto “nuovo post-punk” appare, se non del tutto nuovo (come potrebbe?), in sintonia con lo zeitgeist. E se non rinuncia a fare esercizio di critica dissezionandolo (e allora e per esempio se G.S.K. incrocia i P.I.L. con i King Crimson reinventatisi new wave Narrator è funk come lo erano i Gang Of Four ma pure i Contortions, se Paddling revisiona indie i Neu! Peel St. rilegge i Fall in chiave LCD Soundsystem) a prevalere nel recensore è un epidermico entusiasmo. Merce rara.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Elvis Presley – Una storia americana

Qui è dove l’anima di un uomo non muore mai.” (Sam Phillips, a proposito del suo amore per la musica nera)

Elvis era un eroe per i più/ma non ha mai voluto dire un cazzo per me/Era un razzista quel fottuto/fatto e finito/Vadano a fare in culo lui e John Wayne.” (Public Enemy, Fight The Power)

C’è stato un tempo in cui anche per me Elvis non voleva dire un cazzo. Quindicenne, da poco scottato dalla fiamma della musica e ignaro che le ustioni mi avrebbero segnato per il resto della vita, appresi con un’alzata di spalle della sua dipartita da un Tiggì di ora di pranzo. Roba da vecchi, pensai. Mi impressionò all’incirca quanto avrebbe potuto impressionarmi la morte di uno dei suoi imitatori italiani, un Bobby Solo o un Little Tony qualunque. Così continuai a mangiare e subito dopo mi immersi di nuovo nel vento e nel sole di una vacanza siciliana noiosa come possono esserlo soltanto le vacanze trascorse, da adolescente, in famiglia e presso parenti, ma del cui scorrere di giorni perlopiù uguali l’uno all’altro ho tuttavia conservato ricordi sorprendentemente numerosi. Scorci di natura domestica eppure selvatica. Lo stormire degli ulivi in una campagna riarsa. L’odore del mare. Resse e risse di ormoni in subbuglio alla vista di carne giovane e abbronzata disinvoltamente esposta in spiaggia. Guardare e non toccare. E poi rammento, come fosse ieri, lo speaker che annuncia che Elvis non è più. Possibile? Eppure lui davvero non rappresentava nulla per me, non avevo mai sentito un suo disco, era un sorpassato. Ma qualcosa mi si scavò nella memoria, forse un presagio dell’esistenza che l’amore per la musica mi avrebbe regalato o per meglio dire inflitto.

Ho comprato il mio primo album di Elvis a inizio 1983, da un mercante torinese di vinili di seconda mano all’anticipo alla stragrande sui tempi, visto che molto prima che il carrozzone delle fiere del disco raro si avviasse usava praticare prezzi discretamente esosi. “Ma come!”, protestai indignato, “mi fa pagare un usato e in serie economica come se fosse nuovo e a prezzo pieno?” “Guarda che l’hanno messo fuori catalogo e non lo si vede più mica tanto. Comunque lascialo pure lì, che è roba che appena metto fuori va subito via.” Naturalmente, non mi sognai neppure di lasciarlo.  Mi separai mugugnando da qualche banconota da mille e me lo portai a casa. Avevo appena scritto quello che sarebbe stato il mio primo articolo pubblicato (ancora ne ero all’oscuro) e grazie a una mia naturale inclinazione per la storia (sempre stata la mia materia preferita) e all’insegnamento dei Clash, che con “London Calling” e “Sandinista!” mi avevano spalancato universi, oltre che un entusiasta dell’attualità del rock stavo cominciando a diventare uno studioso del suo passato anche remoto. Mi piacevano fra l’altro parecchio all’epoca gli Stray Cats (ehi! là fuori! qualcuno se li ricorda gli Stray Cats?) e avvertivo l’incongruenza dell’avere negli scaffali materiali neo-rockabilly, o i Cramps, e poco o nulla delle fondamenta del rock’n’roll. E poi era un bell’inizio (sono un tipo metodico, io) partire proprio da dove tutto era cominciato, vale a dire dalle prime sedute di registrazione di Elvis Presley per Sam Phillips. Diciannove anni dopo la “Sun Collection” continua a essere, e sempre sarà, uno dei miei dischi da isola deserta. Pur essendomi da allora passate per le mani stampe, pure in vinile, più belle, non ho mai cambiato la mia copia RCA Linea Tre (una delle prime serie economiche in Italia, così detta perché dapprincipio aveva un prezzo imposto di 3.000 lire). E se anche un giorno dovessi cedere alla tentazione di un CD con l’integrale delle incisioni di Elvis per l’etichetta di Memphis la terrei con me, non solo come memento della giovinezza che fu ma perché convinto che le edizioni allargate pubblicate in seguito non abbiano in realtà aggiunto niente e forse sottratto qualcosa alla perfezione di quelle cinque facciate più cinque, con resto di cinque più un doppione per la RCA già famelica. Il contorno sono sfizi da filologo e vizi da guardone. È lì, sappiamo che c’è, ma non ne abbiamo davvero bisogno. Di quelle quindici canzoni sì.

Le sto riascoltando proprio adesso, brividi ed elettricità sulla spina dorsale come sempre. La voce di Elvis singultante e calorosa, innocente e teneramente istrionica e Scotty Moore e Bill Black che ci danno dentro, chitarra e contrabbasso al trotto in lande con già molto di familiare al tempo, nondimeno inesplorate. Perché, come capirono subito i due Phillips (Sam il discografico e Dewey il dj, che mandò in onda un acetato di That’s Alright Mama l’8 luglio 1954, tre giorni dopo la registrazione), non era musica né bianca né nera, non country, non pop, ma un mondo nuovo. Quasi tutto quello che posseggo del nostro uomo è stato comprato fra l’83 e l’86. Diverse antologie da trentadue successi per volta e senza sovrapposizioni, l’ultimo LP in studio degno di nota (un “Elvis Country” del 1971), minutaglie. Non sorprenda la mancanza degli album i cui titoli potete rintracciare in qualunque enciclopedia. Fui presto consapevole che, tralasciando la gran messe di colonne sonore che sanno solo intermittentemente offrire momenti di grazia, Presley ragionò sempre in termini di singola canzone, di 45 giri, mai di 33. Per comprare allora compilazioni d’epoca con gli inevitabili riempitivi, tanto valeva e vale procurarsi antologie concepite in seguito (la stessa “Sun Collection” vide la luce a un ventennio dal periodo che documenta) e dunque con meno cadute. Appiccicato al muro da That’s Alright Mama e compagnia blues e hillybilleggiante, apprezzai quasi altrettanto le prime cose per la RCA, pur percependone la natura già in qualche misura addomesticata, e con mio grande stupore mi scoprii non meno colpito da talune incisioni dei tardi ’60 e persino dei primi ’70. Sarebbe dovuto essere (era) l’Elvis appesantito nel fisico e ottenebrato nello spirito che si avviava a una morte grottesca come i suoi ultimi anni di dischi, sempre più raffazzonati, e concerti, alla fine imbarazzanti persino per un fandom che l’aveva elevato a figura cristologica. Ciò nonostante nel fragore della caduta si avvertivano con chiarezza echi e qualcosa di più delle glorie trascorse.

Non è stato però che nel 1988 che ho iniziato a capire sul serio cosa abbia rappresentato Elvis al suo apparire per l’America, grazie a un surrogato di macchina del tempo in forma di festival cinematografico, in quel di Firenze. Seduto nel buio di una sala, mi feci ipnotizzare da immagini del 1956 di una forza a tal punto stravolgente da scoprirmi schiacciato alla poltroncina, le mani strette convulsamente ai braccioli, gli occhi sgranati. Erano spezzoni di concerti e apparizioni televisive e mai in vita mia avevo visto qualcosa di altrettanto… non primitivo, no… primordiale. Adrenalina pura. Quintessenza di sesso. Paragonabile solo, per esperienza personale, ai Cramps che osservai nel 1980 fare infuriare fino ai tentativi di linciaggio un intero Palasport in attesa dei Police. Medesima la carica selvaggia, con però un quarto di secolo di rock in mezzo e l’ulteriore differenza che Lux Interior me l’ero visto a pochi metri in carne, ossa e sudore ed Elvis stava su uno schermo in sbiadite immagini in bianco e nero. Pensai all’effetto che doveva avere fatto a chi lo aveva allora guardato in TV e la mia mente vacillò. Cercai di immaginare cosa potesse avere significato per chi aveva assistito a qualcuno dei suoi fulminanti concerti (venti minuti, al massimo mezz’ora la media dell’epoca) e non ce la feci.

Prosegue per altre 39.374 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per La prima volta su “Extra”, n.5, primavera 2002. Elvis ci lasciava quarantaquattro anni fa. Ne aveva quarantadue.

7 commenti

Archiviato in Hip & Pop