Gang – Calibro 77 (Rumble Beat)

“E tutto che sembrava pronto/per fare la rivoluzione/ma era una tua immagine o soltanto/una bella intenzione”, cantava nel 1976 Giorgio Gaber in I reduci, brano di apertura di “Libertà obbligatoria”. Per poi concludere amaro che “già a vent’anni siam qui a raccontare/ai nipoti che noi/noi buttavamo tutto in aria/e c’era un senso di vittoria/come se tenesse conto del coraggio la storia”. Così Gaber si congedava dall’utopia sessantottina. Così, inconsapevole o preveggente, un anno in anticipo già annunciava la sconfitta del Movimento che a breve avrebbe occupato strade e università. Figli in ogni senso del ’77 – politicamente come musicalmente, ma la loro musica era d’importazione e si chiamava punk-rock – i Gang scelgono proprio I reduci per congedarsi da questa resa dei conti con la loro precedente educazione sentimentale. E la chiusa d’organo di un brano girato significativamente in blues ha un che di definitivo. Solo che poi ti viene da rischiacciare “play” e ripartire, da Sulla strada, dal Finardi di “Sugo” (sempre 1976), il jazz accantonato e in suo luogo un bel piglio funk.

Ancora troppo recente (2015) “Sangue e cenere”, ed esito di una gestazione troppo incredibilmente lunga (ma quanto fruttuosa!) perché già gli si possano fare andare dietro pezzi nuovi, la banda dei Severini sceglie di dargli un seguito con questa collezione di cover, di cui pure da tantissimo si favoleggiava. Brani che del ’77 furono colonna sonora e vengono ripresi con un affetto che non indulge al rispetto eccessivo. Sicché nulla vieta di trasportare in Centro America il De Gregori di Cercando un altro Egitto, di iniettare di soul il De André di Canzone del maggio o di virare country il Bennato di Venderò. Decisiva la produzione americana (Jono Manson) per evitare l’effetto nostalgia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Prince, nel secolo nuovo

Esattamente un anno a oggi Prince se ne andava: dipartita quantomai intempestiva sia per un’età ancora non certo veneranda che perché lasciava come involontario congedo una sequela di album così così o francamente orrendi, quando il suo inizio di secolo nuovo era stato favoloso. Qui recupero le recensioni di cinque suoi lavori pubblicati fra il 2004 e il 2015.

Musicology (NPG/Columbia, 2004)

Il modo peggiore per accostarsi a questo disco con la certezza di non valutarlo poi affatto per quanto vale, che non è poco, è rimproverare al suo artefice di non essere più uno snodo cruciale del pop come lo fu negli anni ’80 e ancora appena oltre, fino al superlativo “& The New Power Generation” che è del 1992. A parte il fatto che da un dato punto di vista non è per niente vero – in quanto a influenza l’uomo di Minneapolis è centrale adesso più di quanto non fosse nella sua età aurea, visto il peso degli eredi: OutKast, Felix Da Housecat, Cody ChesnuTT, N.E.R.D., per non nominarne che alcuni – sarebbe un po’ come rinfacciare al Bob Dylan che tira fuori un “Time Out Of Mind” di non essere importante quanto all’epoca di “Highway 61 Revisited”. Come se il tempo si potesse fermare, come se a chi ha inscenato rivoluzioni non fosse poi consentito non dico un tranquillo tran-tran ma il licenziare lavori semplicemente eccelsi, non copernicani rivolgimenti, non fughe nel futuro. Colui che da qualche tempo possiamo di nuovo chiamare Prince verrà ricordato per “Musicology” se sarà su un album o due o tre che si concentrerà il ricordo? No di certo. “Musicology” è un grande disco e nello specifico un grande disco di Prince? Assolutamente sì. È un grande ritorno? No, ma soltanto perché Prince non se n’era forse mai andato (giocava a nascondino, quello sì, e noi eravamo distratti: capita) e se se n’era andato aveva già cominciato a tornare nel 2001 con il lunare, schizofrenico e a tratti genialoide “The Rainbow Children”. È rientrato in alveo major e questo lo rende di nuovo visibile: ottima cosa.

Ecco: volendo a tutti i costi muovere una critica a “Musicology” si può annotare che della precedente prova in studio, cui peraltro è superiore, non ha i vertiginosi guizzi, quel frenetico, a momenti zorniano rimbalzare fra generi all’interno di uno stesso brano, e attribuire ciò se non a diktat della Columbia (che il signor Roger Nelson non sia uno che si fa condizionare lo testimonia la sua storia) a un legittimo desiderio di essere, in un passaggio così importante, accessibile. Ma a che vale lamentarsene se il risultato sono canzoni di questa incisività? A partire da quella che inaugura e intitola, tastiere petulantemente ’80 innestate/innescate in un superbo funk di pura scuola James Brown, e proseguendo con il gusto da hip hop primigenio di Illusion, Coma, Pimp & Circumstance, con la squisita seduzione soul dalle parti di Purple Rain di Call My Name, con il rotolante basso wave e la chitarra hard di Cinnamon Girl, con il blueseggiare di On The Couch. Niente male, a un abbondante quarto di secolo dagli esordi.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

3121 (NPG/Universal, 2006)

Tralasciando le innumerevoli realizzazioni “private” e il monumentale triplo dal vivo “One Nite Alone”, siamo al terzo atto della rivincita inscenata nel corrente decennio dall’Artista Che Per Qualche Tempo Non Volle Più Farsi Chiamare Prince. Il primo era stato, nel 2001, l’ineguale ma a tratti folgorante guazzabuglio stilistico, da Frank Zappa negro, di “The Rainbow Children”. Il secondo, nel 2004, il ritorno a una più canonica forma “canzone” e a vendite di tutto rispetto con “Musicology”, ritorno anche a una multinazionale del disco dopo il burrascoso divorzio dalla Warner, con un contratto per quel solo album con la Columbia. La vendetta nei confronti di quanti lo diedero per finito, cioè quasi tutto il mondo compreso il sottoscritto, si è completata con un lavoro che sin dai primi ascolti è parso candidarsi a riportare il Nostro in cima alle classifiche, dopo che in vetta a una particolare graduatoria era già tornato giustappunto nel 2004: cinquantasei milioni e mezzo di dollari i ricavi dei suoi spettacoli live, numero uno della stagione negli Stati Uniti.

Predestinati alla gloria il singolo Te amo corazon, sorta di tango con piano latin jazz, e una ballatona come Beautiful, Loved & Blessed, che in materia di modern soul dimostra come Roger Nelson sia in grado di dare lezioni a praticamente tutti gli epigoni. Promettono però di restare ancora più a lungo nella memoria i brani ritmicamente più accesi, da una traccia omonima che è un animale funk dagli artigli affilati a una singultante e mooolto clintoniana Lolita, da un’iperammiccante con tanto di rap Incense And Candles a una strepitosa Fury, che è una novella Kiss dal rockappiglio e dalla densità elevate al quadrato. Così come la collisione fra flamenco e hip hop di The Word e il favoloso soul-blues, da pieni ’60, di Satisfied e cosa ci si ritrova in mano dunque, a conti fatti? Magari non il Prince più bello, pur essendo notevolissimo, da “Purple Rain” in avanti: però quello commercialmente più solido.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio – Annuario 2006”.

Planet Earth (NPG/Columbia, 2007)

Peccato! Peccato che il frastuono mediatico che ha salutato l’uscita di questo disco in Gran Bretagna in omaggio con un quotidiano, e perdipiù in anticipo sulla data ufficiale di pubblicazione e la distribuzione nei negozi (a un prezzo analogo a quello delle novità di fascia alta), abbia finito per fare passare in secondo piano qualunque seria analisi del disco in sé. La notizia d’altronde era curiosa, né è mancato chi ha saputo fare discorsi intelligenti sull’apparentemente irreversibile perdita di valore della musica registrata. Della quale l’operazione “Planet Earth” si è limitata a prendere atto, rilanciando e trasformando, con un colpo di genio da parte di uno che economicamente ha sempre saputo gestirsi bene, la disfatta dell’industria nel trionfo del musicista. Non più schiavo, come il Nostro arrivò a scriversi in fronte a pennarello all’ormai lontana epoca della durissima polemica con la Warner.

Ma dicevo: peccato. Peccato che, tutti impegnati a discettare di massimi sistemi, nessuno si si sia accorto che “Planet Earth” incidentalmente è un lavoro con fiocchi e controfiocchi e insomma in questo nuovo decennio/secolo/millennio l’Artista Che Ha Ripreso A Farsi Chiamare Prince non ha ancora sbagliato un colpo. Quattro indizi, da “The Rainbow Children” in avanti, fanno più che una prova di come si sia definitivamente lasciato alle spalle i suoi buissimi anni ’90. Anche patetici, anche ridicoli dopo i due magistrali colpi piazzati in apertura. La scaletta di quest’album potrebbe mischiarsi a quelle memorabili pressoché in toto di “Diamonds And Pearls” e “Prince & The New Power Generation” e nessuno individuerebbe le intrusioni. Si consegnano alle future antologie, in rigoroso ordine di apparizione alla ribalta: l’insieme squadrata e sculettante Guitar, una Somewhere Here On Earth ricamata di jazz dalla tromba, la roboante e con un bel tocco di surf The One U Wanna C, la tenera All The Midnights In The World, una Chelsea Rodgers che il basso fa rotolare a rotta di collo verso una disco da manuale. Come minimo queste, ecco.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

Lotusflow3r (NPG, 2009)

Ne uccide più la fava che la spada e pure gli uomini più intelligenti possono venire diretti da un organo che non è il cervello. Ma non era diventato testimone di Geova, Prince? È un duro colpo alla fantasia che lo voleva indifferente alla carne che, cinquantenne e giunto a pubblicare l’album ufficiale numero ventisei, ceda a una tentazione cui nemmeno all’epoca in cui era circondato da più gnocca di Rocco Siffredi aveva ceduto: legarsi così strettamente a una protetta da costringere l’acquirente di un suo disco – che poi in questo caso sono due – a comprarsene un secondo. Che in questo caso è il terzo.

Non mi diffonderò (ne avrete letto pure sui quotidiani: per certi aspetti l’omino di Minneapolis è ancora geniale) sulle particolari modalità di commercializzazione di “LotusFlow3r”. Vado al sodo: al fatto che trattasi, più che di un vero triplo, di tre album nella medesima confezione. Uno sarebbe l’esordio di Bria Valente: grande fi… sico e voce passabile. Peccato che, visto che c’era, il buon Prince non abbia pensato a regalarle almeno una canzone minimamente memorabile. Si arriva al fondo dei tre quarti d’ora di “Elixer” con la sensazione di avere ascoltato… il nulla. È errebì da filodiffusione al cui confronto Sade potrebbe sembrare Aretha. Ben altra musica per fortuna nel dischetto che intitola l’opera tutta, nettamente il lavoro più hendrixiano di sempre del Nostro. Talvolta esagerato in grinta e volumi ma con qualche canzone proprio niente male – ad esempio Feel Good, Feel Better, Feel Wonderful (quasi una nuova Kiss) – a bilanciare lo scivolone di una Love Like Jazz viceversa imbarazzantemente light. Ci si sarebbe potuti lasciare così e invece no. Prince se non esagera non è lui ed ecco “MPLSound”. Che parte benissimo, p-funkeggiando alla Parliament, ma si va subito a incagliare nelle secche di lagne senza scusanti. Con Valentina si arriva a un auspicabilmente insuperabile apice di ridicolo e a una certezza: che ne uccida… eccetera.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

HITnRUN Phase One (NPG/Universal, 2015)

Prince come Neil Young? In questo senso: che così come l’artista canadese, dopo un decennio artisticamente e commercialmente buio (nel suo caso, gli anni ’80 quasi interi), improvvisamente ritrovò ispirazione e riacquisì rilevanza infilando una serie di album all’altezza dei precedenti classici, anche l’uomo di Minneapolis ha vissuto un prolungato periodo negativo (i ’90 quasi interi) per poi tornare in ogni senso in auge. Dopo di che, esattamente come Neil Young, pure Prince ha preso ad alternare a lavori ancora eccellenti cadute di tono brusche, talvolta rovinose. Per dire: bruttarelli assai il triplo box del 2009 “LotusFlow3r” e il seguito del 2010 “20Ten” e invece diversamente ottima l’accoppiata dello scorso anno “Plectrumelectrum” (una collezione di jam fra rock e funk) più “Art Official Age” (una raccolta di canzoni in prevalenza rhythm’n’blues). Si aspettava con fiducia questo nuovo “HITnRUN” e invece…

Invece è una delle sue prove più deludenti e raffazzonate di sempre e che razza di autogol è evocare subito, in una Million $ Show che campiona 1999 e Let’s Go Crazy, il gloriosissimo passato che sappiamo. Il confronto è francamente impietoso e da lì in avanti, raggiunto il fondo, spesso si scava, fra electro scolastica (Shut This Down, Like A Mack), ballate melliflue senza una melodia come si deve a redimerle (la già nota e notevolmente peggiorata This Could Be Us, June), techno sui generis (Mr. Nelson). Provo volonterosamente a salvare qualcosa e ne salta fuori un ideale singolo, con sul lato A il vivace pop Fallinlove2nite e sul retro Ain’t About To Stop, melodia orientaleggiante e un break funky. In altri tempi Prince le avrebbe regalate entrambe a una qualche sua protetta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, settembre 2015.

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Audio Review n.386

È in edicola il numero 386 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Clap! Clap!, Clap Your Hands Say Yeah, Feelies, Robyn Hitchcock, Kid Cudi, Sondre Lerche, Conor Oberst, Old 97’s, Shins, Son Volt, Tamikrest, Temples, Thundercat e Wire. Nella rubrica del vinile ho scritto di Pretenders, Elvis Costello e Ray Charles.

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I R.E.M., sulla strada verso l’uscita

Per i R.E.M. ho un amore infinito. Una predilezione speciale anche perché ci affacciammo alla ribalta più o meno insieme (loro appena prima) e insomma mi offrirono il privilegio (con i Clash ero sfortunatamente arrivato troppo tardi) di raccontare un gruppo “della vita” in diretta. Nel mentre lo diventava, un gruppo “della vita”. Ho scritto molto di loro. Nel 1992 curai e tradussi una raccolta di interviste per Arcana. Nel 1997 scrissi un libricino per Giunti. E nel 2001, sul numero 2 di “Extra”, firmai uno dei miei articoli più lunghi di sempre, quasi settantamila battute. Era appena uscito l’ottimo “Reveal”. Sempre per “Extra” recensii poi gli assai meno soddisfacenti “Around The Sun” e “Accelerate”. Del congedo “Collapse Into Now” non ebbi invece modo di occuparmi. Se devo essere sincero, ne ho un ricordo vago. Devo averlo ascoltato al massimo tre o quattro volte e poi mai più. Sono contento che si siano sciolti. Spero che non tornino mai su una decisione saggia. Sciuperebbero un romanzo pressoché (miracolosamente) perfetto.

Around The Sun (Warner Bros, 2004)

C’è chi va in crisi al settimo anno o al passaggio da un’indipendente a una multinazionale, chi ci rimette la buccia sul fatidico scoglio del “difficile secondo album”, chi un disco bello sul serio, per non dire un capolavoro, non l’ha mai fatto. La stragrande maggioranza, questi ultimi, di coloro che pubblicano musica. E poi ci sono i R.E.M.: un complesso – proprio adesso, nell’ora più buia e anzi nella prima buia davvero (e son pur sempre chiaroscuri), si può e si deve dirlo – unico nella storia del rock. Perché trovatene un altro che sia durato così a lungo, venti abbondanti anni e dodici album prima di questo, senza un calo di tensione, senza andare in pezzi nemmeno nel momento in cui i pezzi ha cominciato a perderli non per modo di dire, con l’abbandono di Bill Berry. Allora, hanno scritto in molti, il non-più-quartetto di Athens avrebbe dovuto fermarsi, lasciandosi dietro una discografia immacolata e per congedo uno zenit chiamato “New Adventures In Hi-Fi”. L’ultima prova di vera grandezza? E sia. Ma rinunci alle arditezze di “Up!” e al classicismo di “Reveal” chi nella musica all’incrocio fra il vecchio e il nuovo secolo ha trovato una simile abbondanza di canzoni pop memorabili e oneste da non sapere che farsene di quelle dei Georgiani, di Daysleeper come di At My Most Beautiful, di All The Way To Reno piuttosto che I’ve Been High o Imitation Of Life. Ci faccia sapere in che pianeta vive e lo raggiungeremo subito.

Restando nel nostro, scopriamo dei R.E.M. in un certo qual senso inediti: prevedibili, cioè. Per la prima volta un gruppo sempre riconoscibilissimo, ma in qualche miracoloso modo sempre diverso (si torni sul suo percorso e si noterà come ogni disco sia stato concepito in opposizione al predecessore, non come una replica), si arrende allo stereotipo, non cerca più di rifinire un canone che era sembrato nascere già perfettamente formato. “Around The Sun” riprende a tratti i suoni di “Up!” senza accompagnare loro l’efficacia melodica di “Reveal”, aspira a essere un altro “Automatic For The People” senza mai eguagliarne il pathos. Fra un paio di brani moderatamente brillanti – l’incantata Leaving New York, una traccia omonima di liturgico afflato – sistema undici canzoni assolutamente “già sentite”. Non serve una Make It All Okay da chi ci ha regalato Everybody Hurts, non si sa che farsene di una Boy In The Well avendo già Drive. È come se stavolta si guardasse al mondo di Stipe, Buck e Mills da dietro un vetro opaco che rende tutto indistinto, come le figure che campeggiano in copertina.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005.

Accelerate (Warner Bros, 2008)

Colpa – merito? – dei Rolling Stones. Perché un conto è essere un solista e avere una carriera ventennale o su di lì: mica devi preoccuparti di far durare in armonia (non ci si tiri i piatti, almeno) un matrimonio allargato del quale oltretutto i contraenti possono cambiare. Non ti tocca tenere d’occhio il chitarrista, con la paranoia che le scappatelle diventino tradimento. Non corri il rischio di scoprirti precario perché il bassista o il batterista hanno optato per una pensione – secondo te – anticipata. E quel che più conta non devi logorarti discutendo su ogni canzone/album/tour. Però Jagger e soci hanno dimostrato che, dai, si può fare, conservando la dignità e piazzando occasionalmente la zampata del vecchio leone. Ma… ringraziarli? Forse sarebbe troppo.

Non saprei dire a che punto della loro parabola si possano collocare i Georgiani, se con “Accelerate” siano arrivati a “Tattoo You” (non un brutto approdo) o si trovino oltre e magari parecchio. Era però un tratto critico da percorrere l’ultimo, il più critico a oggi essendo stato in tutta evidenza “Around The Sun” un inedito inciampo, schizzo deturpante sulla tela altrimenti immacolata di una discografia incredibilmente – per un gruppo che si apprestava allora a celebrare il primo quarto di secolo e vede adesso all’orizzonte il trentennale – perfetta. Del che Stipe, Buck e Mills devono essersi ben resi conto. Ergo i quattro anni trascorsi, il più lungo degli intervalli fra un lavoro in studio e un altro, e non induceva a pronostici favorevoli il “Live” onesto e modesto uscito nel frattempo. Ergo una certa aria di sfida, trasmessa già dalla concisione del programma – undici brani, trentacinque minuti, come si usava in quell’era del vinile cui i Nostri appartengono ancora – e soprattutto da un indice dei decibel in clamoroso rialzo. Era da tanto che i R.E.M. promettevano un disco di rock duro e puro, insomma il seguito posticipato sine die di “Monster”, e finalmente l’hanno fatto. Finalmente? Se “Accelerate” ha un problema non è una scrittura in più di un frangente (Supernatural Superserious, Hollow Man, Until The Day Is Done) brillante ma la muscolare uniformità degli arrangiamenti. Come se si stesse ancora a fare i conti con It’s The End Of The World. È un ritorno in quota. Che ciò ne giustifichi l’esistenza è dibattibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.31, estate 2009.

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La musica ribelle di Eugenio Finardi, quarant’anni dopo

Gioventù e futuro non sono più quelli di una volta. Viviamo un’era grama in cui ragazzetti nell’anima, quando l’anagrafe li vorrebbe uomini, si sorprendono trentenni in crisi. Non avendo sfortunatamente chiaro che, come sintetizzato magistralmente da Michele Monina, in Italia “l’indie non esiste, è solo il pop mainstream che non si caga nessuno”. E allora ci pare strano che ci sia stato un tempo in cui il pop muoveva le coscienze, forgiava le generazioni, ed erano poco più che ventenni a esserne protagonisti. Eugenio Finardi sta festeggiando “40 anni di musica ribelle” e non ne aveva che ventiquattro quando scriveva il pezzo al quale il suo nome è maggiormente legato. Sistemandolo in apertura di un album classico cui avrebbe fatto subito seguire un secondo capolavoro. Facendogli andare rapidamente dietro minimo quell’altra mezza dozzina di brani che sono rimasti nell’immaginario collettivo e che continuano a parlarci con una forza che la quasi totalità della musica odierna manco si sogna. Tuttora attuali e andateci a uno spettacolo dell’Eugenio, guardatevi attorno: scoprirete un pubblico che naturalmente per metà è di reduci, e di fratelli minori dei reduci, ma per il resto è spiazzantemente giovane. Sono quelli che si entusiasmano di più, quelli che conoscono i testi a memoria e li cantano fieri. E adesso dai, ditemi una canzone, una sola, di chiunque, che in questo secolo seminuovo ci abbia segnato altrettanto.

Oltre che da alcuni concerti il quarantennale della Musica ribelle viene celebrato con un cofanetto (Universal) che contiene i cinque LP che l’artista milanese pubblicò in altrettanti anni, dal 1975 al 1979, per la Cramps. Il Finardi che si riaffaccerà alla ribalta nell’81 con un album omonimo (il primo di sette per la Fonit-Cetra), nel quale suscitando scandalo si farà dare una mano per i testi da Valerio Negrini, paroliere dei Pooh, sarà la stessa ma un’altra cosa. Manterrà costantemente un’intima coerenza (pure in anni Duemila marcati da giravolte stilistiche da vertigini) e firmerà, seppure disseminandole in un arco assai più ampio, un’altra mezza dozzina di canzoni di assoluta memorabilità, ma guardando la musica italiana come di lato. Similmente al Dylan post-incidente motociclistico, non più nel flusso delle cose, non più intento a cantare che i tempi stavano cambiando e, facendolo, a cambiarli i tempi. “40 anni di musica ribelle” è un viaggio emozionante perché simultaneamente racconto di un percorso artistico e umano eccezionale e fotografia in movimento di un’epoca irripetibile di sogni, contraddizioni, drammi.

Del suo inizio, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”, direi che è ora di rivalutarlo. Saranno pure ingenue le parole – commoventi però, con lo sguardo timido e insieme sfacciato che gettano sul futuro: “but until I get old/I’ll just be singing my rock & roll” programma cui l’autore si è mostrato fedele – ma gli spartiti appaiono già straordinariamente promettenti. Paradossalmente, in modo particolare nell’unico titolo non autografo, il folk delle risaie Saluteremo il signor padrone, reso dapprincipio come un hard quasi proto-punk e da lì in transito verso un mosso jazz-rock, con la coppia Hugh Bullen/Walter Calloni (la migliore sezione ritmica che mai abbia operato nel nostro paese: l’ho detto) già in spolvero. Nondimeno lo stacco con il successivo “Sugo” mozza il fiato. Pronti e via ed è Musica ribelle: istantanea generazionale fenomenale e rock come non se n’era mai udito dalle nostre parti e, in questa forma, raramente altrove. Con il violino in luogo della chitarra elettrica a disegnare la melodia, il ritornello una sarabanda guerriera e il basso e la batteria a incalzare fluidi. Segue il country’n’western sfrenato La radio. Segue una sospesa, misterica Quasar in tutto degna di quei Weather Report che apertamente omaggia. Ed è incredibile che ci sia ancora vita e ispirazione dopo un un-due-tre sì micidiale: con il rock’n’roll Soldi, con una Ninnananna di afflato addirittura cameristico, con il jazzeggiare liquido e ondeggiante, che troverà pieno sviluppo nella title track dell’album successivo, di Sulla strada. E ancora: con una Voglio che parte elegante e arriva deflagrante, cattiva; con la delicatissima Oggi ho imparato a volare; con lo scherzo reggae La C.I.A.; con La paura del domani, congedo storto e inquieto.

Il domani immediato si chiamerà “Diesel”. Invocherà Tutto subito, evocherà Joni Mitchell in Scuola, darà consigli a figli che ancora non ci sono con Non diventare grande mai, parlerà di quotidianità del rapporto di coppia con Non è nel cuore e di eroina in Scimmia. Pazienza per la pur musicalmente valida Giai Phong, irrealistico bollettino della vittoria da Saigon che lo stesso Eugenio si affretterà a smentire appena un anno dopo nella fulminante Cuba: un calypso per sanzionare che la lotta non è più continua, che forse è stato tutto un sogno, un’illusione; “che viviamo in un momento di riflusso/e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso”. Altri sono i musicisti in “Blitz”, non più il giro Area/P.F.M./Battisti ma i giovanissimi Crisalide, e la musica è ancora (e anzi sempre di più) variegata, ma meno imprendibile. È il disco dell’escapista Extraterrestre, della dolente Come un animale, di una seconda musica ribelle mascherata da Op.29 in do maggiore. “Roccando rollando” sarà chiusa dimessa, pur piacevolmente minore, indimenticabile giusto nell’aggraziata danza acustica de La canzone dell’acqua.

Il diavolo sovente si nasconde nei dettagli. Forte di un remastering di strepitosa (stre-pi-to-sa) qualità e di un libro a corredo finalmente degno di analoghe operazioni delle discografie britannica e americana, “40 anni di musica ribelle” non pensa all’audiofilo quando lo costringe a mettere di suo delle buste antistatiche per proteggere dal rischio di graffi i preziosi (a proposito: in vendita sugli ottanta euro) vinili. Quel che più annoia è che la scatola abbia angoli inadeguati al peso di cotanto contenuto: in molti hanno già segnalato che il box si rompe e il Vostro affezionato deve tristemente confermare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Quando gli Aerosmith spiccarono il volo

“Prendi le tue ali”, invita il titolo, e – sotto un logo che ancora non era popolare ma presto lo sarà quanto la linguaccia di quei Rolling Stones evidente primo modello del quintetto bostoniano – in copertina i Nostri posano come una via di mezzo fra gli Stones stessi e le coeve Bambolone newyorkesi. E davvero questo è il disco con il quale cominciarono a volare, sia nelle classifiche (ottantasei le settimane di permanenza nella graduatoria di “Billboard”) che con una musica che, dopo un omonimo esordio promettente ma acerbo e danneggiato da una produzione piatta, assumeva definitivamente una personalità sua, assolutamente peculiare pur restando ogni influenza riconoscibilissima: crocicchio su cui convergono il blues elettrico di Chicago, la rielaborazione fattane in Gran Bretagna nei ’60, il proto-metal dei primi Led Zeppelin, il soul sudista. Più o meno tutto è contenuto in un Pandora’s Box che, poco dopo che una sferragliante Train Kept A Rollin’ ha chiuso i conti con il decennio precedente, suggella il disco liberando nel mondo l’hard più sexy uditosi negli altri tre trascorsi da allora, dai Mötley Crüe ai primi Guns N’Roses, dai Ratt ai Black Crowes, che degli Aerosmith saranno una rielaborazione almeno quanto la banda Tyler/Perry lo era stata (lo è) rispetto a Jagger/Richards. E in un certo qual modo completeranno il cerchio incidendo un live con Jimmy Page.

A proposito di cerchi portati a chiusura: proprio “Pandora’s Box” si intitolerà il cofanetto con il quale nel 1991 gli ormai attempati ragazzi ripercorreranno la loro prima giovinezza nel pieno fulgore della seconda, fra due album milionari, “Permanent Vacation” dell’87 e “Pump” dell’89, e un terzo, “Get A Grip”, del 1993. Quando già, dopo vicende di droga di thompsoniane proporzioni e follia e uno split che per qualche tempo separò i Toxic Twins, avrebbero dovuto essere lieti di essere arrivati vivi e in attività agli anni ’90. Datene la colpa o il merito ai Run-D.M.C., senza la cui cover di Walk This Way i bianchi più negri della storia dell’hard sarebbero stati consegnati agli annali molto prima.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Steven Tyler compie oggi sessantanove anni.

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Formidabile quell’anno di Aretha Franklin

Il migliore lascito del Maggio parigino? Eccolo qua. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi resi con inenarrabile fervore da Aretha in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il suo primo tour europeo. “Una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”, si definiva quell’anno in un’intervista di brutale sincerità, ragazza divenuta adulta troppo presto, professionista del gospel a quattordici anni, madre a quindici, sotto contratto per la Columbia a diciannove, portatavi dall’antico mentore di Billie Holiday, John Hammond, persuaso di avere trovato un’altra Lady Day. Doti vocali oltre il dicibile a parte, un’assai meno invidiabile caratteristica accomunava le due: la tendenza a farsi maltrattare supinamente per amore. Dopo nove LP su Columbia incapaci per deficienze di un repertorio perennemente ondivago fra jazz e Tin Pan Alley di valorizzarla appieno, Aretha dava il “la” alla sua seconda – e vera – carriera nel 1967 con il capolavoro “I Never Loved A Man The Way I Love You”, album indimenticabile in toto e più che mai nella canzone che lo battezza, peana di insopportabile pregnanza a un uomo nel quale è fin troppo facile riconoscere i tratti di Ted White, dittatoriale e traditore manager e marito. Incipit di otto anni di ininterrotti trionfi artistici – contraltare di una vita privata sempre sull’orlo di una crisi di nervi o di disperazione: quel che si dice avere il blues – e primo di un’infinita serie di numeri uno nella classifica R&B regolarmente corroborati da ingressi nella Top 10 pop.

Figura naturalmente nella scaletta di “In Paris”, con altri quattro brani tratti dal 33 giri omonimo. Nel frattempo la Franklin ne aveva licenziati (in un anno e mezzo!) altri tre e ci sarebbe dunque voluto almeno un doppio per rappresentare adeguatamente il repertorio a disposizione. Ma pure orbo di A Change Is Gonna Come, Since You’ve Been Gone, Think, You Send Me questo è – a detta di molti: noi sottoscriviamo – il più grande live della storia del soul.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.5, primavera 2002. Lady Soul compie oggi settantacinque anni.

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