Audio Review n.391

È in edicola dalla fine della scorsa settimana il numero 391 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di  Black Grape, Fall, Paul Heaton + Jacqui Abbott, Randy Newman, Ariel Pink, Dizzee Rascal, Starsailor, Tricky, Alan Vega e Chelsea Wolfe, di un live di Victoria Williams con la Loose Band e di una ristampa di k.d. lang. Nella rubrica del vinile ho scritto di Ray Charles, Donovan e Ray Barretto.

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The Day Pink Turned To Blue

Now everything is over
Now everything is done
Everything’s in boxes
At twenty-five forty-one

Oggi ho finito le parole. E allora ho preso in prestito le sue. Per Grant Hart (18/3/1961-14/9/2017).

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Ride – Weather Diaries (Wichita)

Non c’è due senza tre, si annunciava un mese fa dicendo del nuovo Slowdive, il primo dal ’95, ricordando come i My Bloody Valentine avessero interrotto già nel 2013 un silenzio nel loro caso durato ventun anni. Dei tre gruppi leader del cosiddetto shoegaze mancava all’appello solo il quartetto di Oxford, ma già l’uscita di “Weather Diaries”, peraltro annunciato in febbraio da due singoli, era fissata. Eccolo. Promettevano bene la stratificata quanto immediatamente seducente Home Is A Feeling e, soprattutto, Charm Assault: sulla quale il comunicato stampa a corredo di questo disco si diffonde a lungo, chiamando in causa My Bloody Valentine e Tame Impala, gli Who, i Sonic Youth come David Bowie. Quando sarebbe bastato dire che sono i nostri eroi che provano a emulare il classicone che nell’87 inaugurava la carriera degli House Of Love Shine On. Variandolo quanto basta a farlo loro.

Promettevano bene: ma cosa? L’album mantiene e il disegno si svela subito: riprendere il discorso non da dove si era interrotto, nel 1996, con l’orrido “Tarantula” (presto disconosciuto dal gruppo stesso e messo fuori catalogo a tempo di record dalla Creation) bensì da un qualche momento compreso fra “Going Blank Again” del 1992, un lavoro iscrivibile ancora al canone shoegaze, fatto di melodie insidiose sepolte sotto coltri di frastuono chitarristico, e “Carnival Of Light” del ’94, tentativo non del tutto riuscito ma interessante di ricollegarsi alla psichedelia britannica. “Weather Diaries” è mediazione viceversa felice fra un pop (Lannoy Point, la traccia omonima) che gioca a fingere di negarsi ed escursioni non nostalgiche (una Lateral Alice che evoca gli Spacemen 3, il jingle jangle affogato nel noise di Cali) in anni ’60 che vedono all’orizzonte il krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Holger Czukay (24/3/1938-5/9/2017): non “solo” Can

Se giustamente pensate che “My Life In The Bush Of Ghosts” di Brian Eno e David Byrne sia stato un’opera rivoluzionaria, procuratevi “Canaxis” (più facilmente in CD che nella stampa originale in vinile su Music Factory, favolosamente rara: il Santo Graal di chi colleziona krautrock) e preparatevi ad allibire: uscì nel 1969, dodici anni prima e, benché sia risolto per atmosfere piuttosto che per ritmi, le analogie sono a dir poco impressionanti. Usando come voci quelle, “trovate”, di due sconosciute cantanti tradizionali vietnamite, il bassista dei Can (secondario il ruolo di Rolf Dammers) costruisce con Boat-Woman-Song un’epopea di gregoriana suggestione, che parte alata e per etnico-chiesastici tramiti arriva orrorosa (affinità evidenti con analoghe ma pur’esse posteriori architetture Popol Vuh). È il primo lato. Il secondo è occupato da una traccia omonima che, avventurandosi in gassosi empirei, rende lampante per l’ascoltatore odierno che l’Eno che per così dire inventerà la ambient non aveva come predecessore solo Satie. Poco da stupirsi che l’ex-Roxy Music da sempre si dichiari un devoto della chiesa dei Can e in particolare di San Holger.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.24, inverno 2007. L’altra metà della sezione ritmica dei Can, Jaki Liebezeit, ci aveva lasciato lo scorso 22 gennaio.

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Quando gli Steely Dan divennero superstar (per Walter Becker, 20/2/1950-3/9/2017)

Come esemplifica la ragione sociale – Bad Rock Group – di uno dei primi progetti condivisi all’inizio del loro lungo sodalizio, Donald Fagen e Walter Becker hanno con il rock’n’roll all’incirca lo stesso rapporto di Oscar Wilde con le donne: lo frequentano solo quando sentono il bisogno di punirsi duramente. Del rock hanno al più l’atteggiamento iconoclasta, quello che ha spinto Becker ad assumere come pseudonimo Gustav Mahler (!) quando si è unito da turnista a Jay & The Americans ed entrambi a prendere da William Burroughs il nome del progetto che li farà ricchi e famosi (nel Pasto nudo Steely Dan è… un dildo). Musicalmente i due si inseriscono piuttosto nella tradizione di elegante artigianato pop del Brill Building innestando in essa dosi sempre più massicce di jazz. Un po’ paradossalmente la miscela, più diventa sofisticata, più si fa di successo. Pubblicato nel 1977, allestito con il contributo di maestri di un jazz elettrico ormai completamente trasformatosi in fusion del calibro di un Wayne Shorter o di un Lee Ritenour, “Aja” è il loro sesto LP, il più levigato e complesso fino a quel punto e quello che da star che già erano li fa superstar. Fra l’altro: uno dei primi dischi a essere certificati di platino negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.22, estate 2006.

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Blow Up n.232

È in edicola il numero di settembre di “Blow Up”. Minimo a questo giro il mio apporto, giusto un paio di recensioni in breve di libri. Ma aspettatevi qualcosa di decisamente più sostanzioso per il prossimo. Stay tuned!

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Fleet Foxes – Crack-Up (Nonesuch)

Dove eravamo rimasti? Ah, già. A quel “Helplessness Blues” che nel 2011 non solo collezionava recensioni ditirambiche (finendo nelle playlist di più o meno qualunque testata possa venirvi in mente) ma anche una curiosa nomination a un Grammy nella categoria “Best Folk Album” (curiosa in quanto si provava a incasellare un lavoro mercuriale, in cui il folk non è che un elemento) e vendite importanti. Consolidando le posizioni raggiunte già tre anni prima dalla compagine di Seattle con un esordio omonimo. A un passo dallo stardom, quello vero, cosa pensava bene allora di fare Robin Pecknold? Fondatore del gruppo, cantante, chitarrista, arrangiatore, autore della totalità del repertorio. Di mettere tutto in pausa e tornare ai suoi studi universitari. Molto rock’n’roll, eh? Deve nel frattempo averla presa quella benedetta laurea alla Columbia se adesso i Fleet Foxes, confermando di essere una creazione di sua esclusiva proprietà, tornano in pista. Sebbene orfani di quel Josh Tillman divenuto nel frattempo una stellina in proprio con l’alias Father John Misty. Facendo musica che usa all’incirca gli stessi ingredienti, meno estrosa ma più accattivante.

Annotato il cambio di casa discografica (salto non da poco, dalla Sub Pop a un’etichetta nel giro major ma di ascendenze colte) e vista una copertina in stile ECM che segna uno stacco rispetto a una precedente estetica di gusto psichedelico, ci si potrebbero attendere rivoluzioni. Invece no. “Crack-Up” riparte da dove “Helplessness Blues” finiva e dispensa altri cinquantacinque minuti di post-folk orchestrale devoto a Brian Wilson e inclinante al progressive. La sensazione, dopo innumerevoli ascolti, è che a questo giri la magia non scatti. Che stavolta grandi ambizioni producano musica ammirevole ma non memorabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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