Kelley Stoltz – Ah! (etc) (Agitated)

Oh, io ogni volta che Kelley Stoltz pubblica un album, cosa che fa spesso, ci provo a proporlo per recensione. Sicuro senza manco bisogno di assaggiarlo che sarà un gran bel disco e che mi divertirò da matti ad ascoltarlo. Sfortunatamente ci sono quasi sempre decine e decine di altri dischi di solisti e gruppi più affermati di uno che i suoi dischi li ha sempre venduti a un manipolo di cultori che gli passano davanti. Però verso fine anno le uscite si diradano, quel minimo di spazio in più per certi “minori” si trova ed eccomi qua, con “Ah! (etc)” che pompa dalle casse e un sorriso ebete stampato in faccia.

A proposito di prolificità: è il secondo album che questo quasi cinquantenne nativo di New York ma da lungi trapiantato in California licenzia nel 2020, ma la pandemia non c’entra, visto che come quel “Hard Feelings” che lo ha preceduto di qualche mese era già pronto a fine 2019, mentre il nostro uomo era in sala prove con la band di Ezra Furman a preparare un tour che… ahem… la pandemia ha interrotto. Se Stoltz, che sin dai lontani esordi a fine ’90 è uno che di solito fa tutto da sé, ricorrendo alle sovraincisioni e cavando sonorità splendide splendenti anche da studi non proprio iperprofessionali, ha nel frattempo registrato altro si avrà presto modo di scoprirlo. Per ora ci si gode, dopo un predecessore che omaggiava certo pub rock e il punk melodico di scuola Undertones, una collezione che eccettuati un paio di episodi di stampo new wave declina sixties pop come lo si recuperò dai tardi ’70. Questione pure di grana affine della voce: sembra sovente di ascoltare Robyn Hitchcock, anche quello di era Soft Boys, quando alla ribalta non ci sono i primissimi R.E.M., mentre il folk-rock ora prende coloriture psych, ora trasmuta in power pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

I miei due centesimi su “Homework”, all’epoca dell’uscita e con il senno del poi

Nell’impaziente attesa che i Chemical Brothers ci regalino infine un secondo album, nulla di meglio se si è in cerca di qualcosa di simile, vale a dire techno di classe stellare interpretata e vissuta con piglio rock, che porre mano al debutto sulla lunga distanza dei Daft Punk, giovanissimo duo parigino che prima ancora di essere profeta in patria ha mietuto consensi, e di pubblico e di critica, oltre Manica. Dell’ecclettismo e delle radici di Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo fanno fede il fatto che esordirono per l’etichetta degli Stereolab, la Duophonic, e che le influenze che dichiarano sono fra le più varie che mai si siano viste: gli Chic ma anche i 13th Floor Elevators, Prince e Marc Bolan, Sun Ra e i Can, gli Spacemen 3, Bob Marley, Isaac Hayes e Jimi Hendrix, e cento altri nomi che lo spazio a nostra disposizione non basterebbe a mettere in fila.

Non aspettatevi tuttavia da loro un guazzabuglio, sebbene geniale. Nella musica dei Daft Punk tali numi tutelari sono presenti più in spirito che nei suoni. È un sound variegato ma nel contempo compatto quello del duo, peculiare e irruento, in battuta costantemente alta, talvolta frenetica. Dei sedici episodi che compongono “Homework” diversi hanno la statura dei classici: il James Brown cibernetico di Da Funk, gli Chic incrociati con i Kraftwerk di Around The World, l’assalto ai limiti dell’industriale di Rollin’ And Scratchin’ e i Public Enemy virati house di Revolution 909 varrebbero da soli, non fosse il resto dello spettacolo di livello uniformemente alto, il prezzo del biglietto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.168, marzo 1997.

Chissà se il giornalista del “Melody Maker” che, stroncando l’unico brano pubblicato dai Darlin come “daft punk”, vale a dire punk sciocco, ispirò ai due ragazzi parigini il cambio di ragione sociale ha mai pensato di chiedere i diritti sul nome. Potrebbero ancora avere abbastanza sense of humour, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, da concederglieli e sarebbero bei soldi. Quel che è certo è che l’avventura Darlin, una sigla omaggiante i Beach Boys, finiva lì, con la partecipazione a un doppio singolo su Duophonic, l’etichetta degli Stereolab. Dall’indie rock il duo, entusiasta per la scoperta, in quegli stessi primi ’90, di house e techno, passava armi e bagagli all’elettronica “di consumo”. Non avrebbe per questo rinnegato, facendosi all’inizio guidare da uno spiritello birbone bello settantasettino, passioni giovanili fra le quali già se ne annoveravano alcune scandalose per l’ortodossia rock: non solo Brian Wilson e soci, Led Zeppelin, Who (vedi libretto del CD in questione) ma anche Kiss e Chic (idem).

Anticipato da alcuni 12” spettacolari (The New Wave e Musique, retro di Da Funk, purtroppo non ripresi e dunque da recuperare fra usato e raccolte), “Homework” deflagra con effetti ben al di là del bacino d’utenza cui si rivolge conquistando, nonostante il sostanziale minimalismo della proposta, ampi consensi pure fra un pubblico che di solito frequenta poco questi suoni. Sarà che è facile cogliere, fra un rotolare di basso funk e un ammiccamento al superomismo (Marvel, non Nietzsche), la discendenza in linea diretta dai Kraftwerk. Sarà che anche dai momenti di più massiccio martellamento traspare una spiccata sensibilità pop. Sarà che ispira alcuni video veramente memorabili. Fatto è che in un attimo i due sono ovunque e non c’è da stupirsi che paghino in seguito dazio passando quattro anni a sudare su un seguito più orientato alla canzone e decisamente meno convincente di questo Asimov che, viaggiando su una autobahn alle volta delle luci di una Parigi gibsoniana, si trasforma in un cibernetico George Clinton: batti batti le manine robottino del papà.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Nuntio vobis gaudium magnum

Da oggi Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune è disponibile anche in formato eBook per Kindle. Nel caso non possediate il lettore in questione, potrete comunque leggerlo (con apposita applicazione scaricabile gratuitamente) su qualunque tablet e pure su PC e smartphone. € 9,99. Qui.

Lascia un commento

Archiviato in Hip & Pop

Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In (To See What Condition My Rendition Was In) (Daptone)

“Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima”: così chiudevo sul numero di dicembre 2017 la recensione di “Soul Of A Woman”, l’album che Sharon Jones aveva fatto appena in tempo a completare, suggello a una carriera decollata tardi ma in compenso capace di renderla la Lady Soul del XXI secolo, prima di arrendersi nel novembre 2016, avendo fieramente lottato fino alla fine, a un tumore. Sei i lavori in studio pubblicati dal 2002, più un’antologia di brani natalizi, una marea i singoli, due le raccolte che in parte li recuperavano e a fungere da sorta di “Best Of” la colonna sonora del documentario, “Miss Sharon Jones!”, che proprio nel fatidico 2016 ne celebrava la biografia complicata, l’arte immane, l’ascesa allo stardom contro ogni pronostico e in primis quello di un discografico che l’aveva detta “troppo grassa, nera, bassa e vecchia” per potere avere successo. Più miope, sordo o miserevole?

Sharon non c’è più, ma come cantò sui suoi titoli di coda c’è ancora. Sempre ci sarà, capace di rifulgere anche in un LP di ritagli e curiosità, tutto di cover ma d’altronde lei fu sempre interprete, il repertorio scritto quasi per intero dal capobanda dei Dap-Kings, il bassista Gabriel “Bosco Mann” Roth. Che suona e basta, da par suo, con i suoi compari, mentre Miss Jones ora si mantiene fedele ai brani ripresi ─ Signed, Sealed, Delivered I’m Yours (Stevie Wonder), Giving Up (Gladys Knight & The Pips), Rescue Me (Fontella Bass) per quanto gradevoli risultano così un po’ pletoriche ─ e ora ne opera appropriazioni che lasciano a bocca aperta: più di altre, il Prince trasformato in James Brown di Take Me With You e il Woody Guthrie reso alla Wilson Pickett di This Land Is Your Land.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Il pop totale degli Stereo Total (per Françoise Cactus, 5/5/1964-17/2/2021)

Il perfetto disco pop per questa o una qualunque delle prossime dieci-venti-trenta estati è fuori dal 4 maggio. Avrebbe potuto vedere la luce in prossimità di una a caso delle scorse dieci-venti-trenta, come del resto qualunque altro album fra la dozzina circa data alle stampe dal ’95 da quello che è fondamentalmente un duo: lui tedesco, Brezel Göring; lei francese, Françoise Cactus. Perché i loro nomi non sono sulla bocca di tutti? Perché gli Stereo Total non sono delle megastar? È una domanda che mi sono già posto in passato, ascoltando alcuni dei predecessori di “Baby ouh!”, e che mi pare più che mai attuale. Qui una radio commerciale di qualità potrebbe pescare materiali per sei mesi di playlist. L’avesse pubblicato una multinazionale (ma da quelle parti non c’è più nessuno che abbia mezzo orecchio funzionante?) per un anno avrebbe messo a posto i bilanci. Non si sarebbe trattato di scegliere il primo singolo, ma i primi… dieci? Cominciando magari con l’electrobeat di Barbe à papa (un aggiornamento di Brigitte Fontaine) e Tour de France (sono i Kraftwerk, ma sembrano i Trio) e proseguendo con la techno-yé yé di Alaska, la giocosa disco di Du bist gut zu Vögeln, la new wave pop di Babyboom ohne mich e lo shake futurista Wenn ich ein Junge wär. E poi con…

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.671, giugno 2010.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

Lambchop – Trip (Merge/City Slang)

Circola da ventisei anni la sigla Lambchop, contando dall’esordio “I Hope You’re Sitting Down”, dalla depistante copertina tenera a prima occhiata e oscena se guardi bene e ─ a seconda che si consideri uno o due l’accoppiata “Aw Cmon”/“No You Cmon” che al tempo (2004) eleggemmo insieme “disco del mese” ─ questo è il loro tredicesimo o quattordicesimo album. Che costui/costoro sappia/sappiano ancora spiazzare è rimarchevole al di là del giudizio che si dà sulla sua/loro opera e urge che mi spieghi. Quasi mai un gruppo canonico i Lambchop, collettivo per il quale sono passate due dozzine di musicisti, da lungi erano considerati un alias per Kurt Wagner, l’unico che c’è da sempre e autore della stragrande maggioranza del repertorio. Come non mai nelle due prove in studio più recenti, “FLOTUS” e “This (Is What I Wanted To Tell You)”, stranianti compendi di Americana infiltrata di elettronica dopo i quali non aveva quasi più senso catalogarli alla voce “alt-country” e non bastava più aggiungere “chamber pop”.

E che viene in mente al nostro uomo per confondere ulteriormente le acque? Di confezionare un disco di cover facendone scegliere una a testa agli attuali sodali. Sicché qui i Lambchop tornano band vera ma applicandosi a creazioni altrui. A modo loro: slabbrando Reservations degli Wilco fino a momenti a raddoppiarla con tanto di coda ambient e riarrangiando alla Van Dyke Parks le Supremes di Love Is Here And Now You’re Gone, rendendo egualmente a stento riconoscibile lo Stevie Wonder di una Golden Lady languida con brio e rispettando invece la lettera country di Where Grass Won’t Grow di George Jones. Completano un pezzo degli oscurissimi Mirrors e un inedito degli Yo La Tengo che pare invece di Nick Cave. Interlocutorio e intrigante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Audio Review n.428

È in edicola il numero di febbraio di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Aliens, Carm, Clap Your Hands Say Yeah, Gang, Garcia Peoples, Hold Steady, Kruder & Dorfmeister, Maxïmo Park, Mouse On Mars, Notwist, Passenger, Shame e Still Corners e di ristampe di Buju Banton, Groundhogs e New Order. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo dei Flying Burrito Brothers e più in breve delle Orme.

Lascia un commento

Archiviato in riviste

Shemekia Copeland – Uncivil War (Alligator)

“Mia mamma diceva che attiri più api con il miele che con l’aceto. Per catturare l’attenzione di qualcuno devi offrire in primo luogo un messaggio di pace e speranza. Solo così potrai avere l’opportunità di cominciare a cambiarlo”: così Shemekia Copeland sul brano che intitola il suo decimo album e lo ha anticipato di diversi mesi. Canzone magnifica attorniata da altre undici non meno memorabili ma che, in un programma comunque assai variegato, fa storia a sé: ballata sul filo del bluegrass con le voci della Orphan Brigade controcanto a quella accorata di questa stupenda matrona del blues e due virtuosi di mandolino e dobro quali Sam Bush e Jerry Douglas a tesserci sotto un tappeto strumentale da perderci la testa per gli innamorati di certa vecchia America. Ivi compresi tanti che alla tornata elettorale che ha portato alla Casa Bianca come vicepresidente una donna di origini indiana per parte di madre e giamaicana di padre hanno votato altrimenti. Si comincia anche così a provare a risanare le ferite inferte negli ultimi anni alla più antica delle democrazie. Auspicabilmente. Uno vorrebbe crederci. Vorrebbe.

Parlando di musica: l’ennesima grande prova di questa figlia d’arte (il chitarrista Johnny Copeland) che come nel precedente “America’s Child” omaggia papà con una cover, a questo giro una Love Song gioiosamente ammiccante. Che se lì trasformava I’m Not Like Everybody Else dei Kinks in una novella Respect qui fa spettrale Under My Thumb degli Stones nel contempo rovesciandone l’approccio misogino. Altre vette di un disco di soli apici: una Walk Until I Ride da Ry Cooder alle prese con gli Staple Singers; l’omaggio a Dr.John Dirty Saint; una She Don’t Wear Pink in cui risuona l’inconfondibile twang della chitarra di Duane Eddy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

1 Commento

Archiviato in Hip & Pop

Bootsy Collins – The Power Of The One (Bootzilla)

Autentica leggenda vivente Bootsy (al secolo William Earl) Collins: bassista fenomenale (nasceva in realtà chitarrista, primo modello Jimi Hendrix) con James Brown per undici pazzeschi mesi durante i quali imprimeva il suo marchio su brani epocali quali Sex Machine, Super Bad, Soul Power, Talkin’ Loud And Said Nothing e subito dopo e per un decennio capitano in seconda dell’astronave Funkadelic/Parliament. Invero favolosi i suoi anni ’70. Inoltrandosi nella loro seconda metà avviava anche una carriera da leader con la Rubber Band e pure con quella confezionava album formidabili, collezionando classici e successi uno via l’altro. Leggenda per fortuna ancora praticante il nostro uomo, la cui produzione diversamente da quella del comandante il vascello spaziale di cui sopra, George Clinton, si è sempre mantenuta su livelli di ispirazione minimo accettabili. Quando non buoni. O persino ottimi, come in larga parte di questo “The Power Of The One” con il quale a fine ottobre ha, con qualche giorno di anticipo, festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno.

È quanto di meglio abbia pubblicato in questo secolo, da una traccia omonima super Parliament e con George Benson (primo in una lista di illustri ospiti che comprende fra i tanti Snoop Dogg, Branford Marsalis e Larry Graham) sugli scudi e proseguendo con una Creepin’ che gira invece funkadelica ed hendrixiana, una Bewise dritta da un’ideale “Best Of” degli Arrested Development e una travolgente Club Funkateers. Detto del riuscito omaggio a Sly & The Family Stone di WantMe2Stay, non resta che annotare che se il lavoro ha un difetto che gli impedisce di esser capolavoro è una lunghezza che alla fine lo fa dispersivo. Di troppo almeno un paio di ballate zuccherine.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni