Blue Notes – Il pop del crepuscolo

Ve ne siete accorti? Sono immerse, le ultime cose buone del pop inglese (quelle non frutto dei consueti hype, non costruite/immaginate/esaltate oltre ogni limite da una stampa sempre pronta a entusiasmarsi, anche quando non sarebbe il caso; quelle, insomma, nate e impostesi senza sponsor), in un’atmosfera crepuscolare, impregnata di una sensualità torbida. Inquietante. Eppure, straordinariamente fascinosa. Varrebbe la pena di provare a metterle insieme anche se ad accomunarle fosse solo questo (e non sarebbe poco: cos’è il pop se non una faccenda di atmosfere, stereotipi, melodie?), ma a collegarle vi è una fitta serie di rimandi incrociati che, sebbene non evidentissima a un primo sguardo, le avvolge tutte in una rete inestricabile. Seguirne le maglie si è rivelata impresa suggestiva come di rado sono le investigazioni nel mondo della musica.

Yeovil, Somerset

“Sei quasi brutta, priva di lusinga/nelle tue vesti quasi campagnole”: non fossero i capelli di Polly Jean Harvey corvini come quelli della protagonista ideale di un racconto di Edgar Allan Poe, la tentazione di tracciare un parallelo con la signorina Felicita di gozzaniana memoria sarebbe ancora più irresistibile. Ma quella aveva “bei capelli di color di sole” che la facevano “un tipo di beltà fiamminga”, e Polly Jean è il Calimero del pop. Quella, sotto la faccia “buona e casalinga”, celava un’anima semplice, e aveva modi ingenuamente civettuoli, ove la nostra eroina ostenta un sentire contorto come un’esplosione para-jazz beefheartiana. Infine, risulta arduo immaginare Polly Jean compiere “quel romantico gesto d’educanda” che tanto fece godere l’animo di Gozzano. Non la stessa Polly Jean che ha intitolato una canzone a Sheela-Na-Gig, una figura femminile che ricorre nei bassorilievi celtici e che, accovacciata, ride in modo sguaiato e si divarica la vagina con le mani.

Anche se, leggendo il Gozzano che a scuola non ti fanno leggere, si scopre che la signorina Felicita vera, non il personaggio letterario dunque, avrebbe potuto benissimo esclamare, come la Harvey in Rid Of Me, “leccami fra le gambe, sono infoiata”. E forse lo fece.

A parte le comuni origini agresti, Polly Jean Harvey fa venire in mente Felicita perché, come quella era una figura inedita e freschissima in un panorama letterario in cui la donna veniva da sempre idealizzata, lei è un tipo di personaggio che il rock non ha mai conosciuto: tanto per cominciare, viene appunto dalla campagna e il rock’n’roll del dopo Sun, del dopo Elvis, del dopo Jerry Lee è sempre stato urbano, prevalentemente quando non esclusivamente; poi è una ragazza che affronta le questioni del sesso con una franchezza che, essendo quasi maschile, produce sovente un effetto di imbarazzo totale nell’ascoltatore uomo. Quella spudoratezza che le fa cantare, in Man Size, “fammi abbassare gli occhi e le mutande” è altra cosa rispetto alla sensualità fra il sofisticato e lo sfrontato di Madonna, o anche a quella, già peculiare, da Peter Pan in gonnella di Björk. Il sospetto è che se Polly Jean fosse bella (per i canoni classici non vi è dubbio che non lo sia, con quel suo corpo magro tutto spigoli e le sopracciglia ispide che schiacciano verso il basso l’ovale del volto, e però a suo modo intriga: “fa tipo”, come si suol dire) non muterebbe comunque nulla nel suo approccio all’altro sesso.

La ragazza mascolina, chiodo e Doc Martens ai piedi, i capelli raccolti all’indietro, dei tempi dell’esordio su singolo, nel 1991, l’anno dopo si faceva immortalare a seno nudo (mai seno nudo fu meno provocante) sul retro di copertina del suo primo album e nel ’93 scioglieva i capelli e si mostrava in due pezzi in camera da letto. Oggi è sacerdotessa pagana, ninfa di sepolcrale beltà (torna Poe) come quella del celebre quadro di Millais che la copertina di “To Bring You My Love” (il quadro più ricorrente nelle vicende grafiche del rock: lo usarono già Pearls Before Swine, Christian Death ed Electric Peace) omaggia. Cambia tutto e non cambia niente.

Prosegue per altre 16.849 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.8, giugno 1995.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (7): Oscar Jerome – Breathe Deep (Caroline)

Attenzione! Attenzione! Potenziale star, diciamo ai livelli di un Gregory Porter, all’orizzonte. Con differenze che saltano subito all’occhio ─ quegli un cantante e questi innanzitutto un chitarrista, uno è nero e l’altro bianco, uno è americano (ma in patria finora non ha sfondato; è in Europa e soprattutto nel Regno Unito che gode di vasta popolarità) e l’altro inglese ─ ma in comune il fatto di declinare un jazz denso di soul e di funk. Di grande sostanza e nel contempo di un epidermico che può catturare platee vaste e non saranno più i tempi di certo George Benson (dai cui peccati di ruffianeria peraltro sia Porter che Jerome sono finora mondi) ma se alla Caroline (etichetta in orbita Universal) hanno deciso di puntare su questo giovanotto vuol dire che qualche discografico con le orecchie aperte e un cervello in mezzo dev’esserci ancora.

Originario di Norwich ma da un po’ con base a Londra, nella cui rigogliosa scena nu-jazz ha cominciato a farsi notare prestando lo strumento al gruppo in prevalenza femminile Kokoroko, Oscar Jerome è all’esordio da solista in studio ma non in assoluto, siccome nell’ottobre dello scorso anno la stessa Caroline cominciava a tastare il terreno con un “Live In Amsterdam” solo in vinile (bianco) probabilmente destinato a diventare una ricercata e costosa rarità. Dei sei brani che sfilavano lì giusto due sono stati ripresi nel programma di otto più una intro e due interludi che dà vita a “Breathe Deep”: una Give Back What You Stole From Me molto Gil Scott-Heron e una Gravitate parimenti bella funk. Fra i vertici di un album senza mezzo brano sottotono, a un apice assoluto di immediatezza nella latineggiante Fkn Happy Days’n’That e subito dopo di emotività nella scarna Timeless, affidata alla voce di Lianne La Havas.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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I migliori album del 2020 (8): Phoebe Bridgers – Punisher (Dead Oceans)

Per essere una che non fa pop, sebbene spesso evidenzi un istinto melodico killer, l’ascesa della ventiseienne californiana Phoebe Bridgers verso empirei di stardom è di quelle che mozzano il fiato. Del 2017 un debutto, “Stranger In The Alps”, che c’era chi si spingeva a esaltare come l’apparizione alla ribalta di un talento gigantesco, la ragazza ha occupato il tempo trascorso prima di porre mano al seguito collaborando con i National e Fiona Apple, con i 1975 come con Jackson Browne, ha formato il supergruppo Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus e pubblicato un EP a tal nome e dato vita con Conor Oberst al progetto Better Oblivion Community Center, titolare di un omonimo album. Quando e come abbia trovato modo, oltretutto fra un tour e l’altro, per confezionare “Punisher” solo lei lo sa.

Sia come sia: sesto nel Regno Unito mentre scrivo e a un passo dai Top 40 USA (per quanto l’impatto mediatico dell’autrice non vada misurato per ora con le posizioni in classifica quanto con la sensazione che si stia assistendo alla costruzione di una carriera), “Punisher” è all’altezza dei sogni di chi dice che dodicenne si immaginava come “il prossimo Bob Dylan”. Mostrando ambizione tanto smisurata quanto sorprendente per una della generazione dei cosiddetti “millenials”. Nulla ricorda a ogni buon conto l’illustre idolo in un disco per lo più sognante, salvo quando si concede aperture a un rock brioso, come in una Kyoto spigliatamente indie o in una ICU memore del fatto che Phoebe fece apprendistato suonando cover dei Pixies. Quando il magnifico crescendo di I Know The End bordeggia il neo-classico. Qualcuno (fantastico il quasi-bluegrass Graceland Too) ha definito emo-folk la Bridgers, ma la verità è che nessuna etichetta si appiccica a un talento di tal fatta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (9): The Dream Syndicate – The Universe Inside (Anti-)

In fondo si poteva essere già più che soddisfatti così: che, riaffacciatisi a sorpresa alla ribalta nel 2012, dopo essersi limitati per qualche tempo a regalare ai nostalgici un jukebox ovviamente irresistibile (ma che altrettanto ovviamente nulla aggiungeva alla loro epopea) del fantastico repertorio d’antan i Dream Syndicate avessero ingrossato il catalogo con due album eccellenti quali “How Did I Find Myself Here?” (2017) e “These Times” (2019) era tanta roba. Giustificava abbondantemente la rimpatriata e a maggior ragione perché, fuori da quell’ambito, Steve Wynn mai era andato al di là di un’onesta routine da cantautore rock, con i suoi numerosi lavori da solista, o aveva ricreato un’alchimia di gruppo, con Gutterball e Baseball Project, che fosse nemmeno lontanamente paragonabile. Sicché da “The Universe Inside” non ci si attendeva che un ulteriore ispirato procedere sulla retta via. Mica una deviazione talmente radicale da togliere il respiro! Dei Dream Syndicate letteralmente inauditi e dire che dal vivo sin dai primordi la band mai si è negata la jam strumentale al centro o in coda ai brani che meglio si prestavano. Non alla maniera dei Grateful Dead o degli Allman Brothers, beninteso, con i quali i nostri eroi poco se non nulla hanno mai condiviso, quanto piuttosto con cavalcate alla Crazy Horse quando a prendersi precipuamente la ribalta sono le chitarre, alla Velvet Underground quando basso e batteria vi giocano un ruolo paritetico. Certo krautrock giusto una suggestione assorbita per tramite dell’influenza esercitata su esso da questi ultimi, il jazz un’idea appena pure nell’epopea nominalmente esplicita di un John Coltrane Stereo Blues.

Sicché di Regulator la prima cosa a spiazzare è l’implacabilità motoristica, alla Neu!, della ritmica che sottende il duellare/duettare di chitarre da qualche parte fra i Quicksilver Messenger Service che reinventavano Bo Diddley e gli Amon Düül II che trasportavano la California dei Quicksilver stessi alle porte del cosmo su in Germania. Non temperata bensì magnificata da inserti tastieristici e da un sassofono che spennella afrobeat e sputacchia free. Per un totale di venti minuti e ventisette secondi così, subito, tanto per gradire. Fa più di un terzo di un programma poco sotto l’ora e che si compone di altre quattro tracce soltanto di cui giusto quella immediatamente successiva, The Longing, in forma vagamente canonica di canzone, chiari echi di Paisley Underground a risuonarvi e però la sapete una cosa? Più che i Dream Syndicate paiono i Rain Parade. A seguire: i Velvet girati space rock di una Apropos Of Nothing da cui a un certo punto balena a mo’ di nave in fiamme al largo dei bastioni di Orione il riff di Third Stone From The Sun e gli Hawkwind traslati in fanfara funky-jazz di Dusting Off The Rust. E infine: una Slowest Rendition che è scheggia (insomma… 10’53”…) di un “Bitches Brew” con già in testa “On The Corner”. Miles Davis, ecco: c’è molto Davis, e molto Teo Macero, in un disco che è stato tagliato e cucito partendo da ottanta minuti di improvvisazioni live cui sono state aggiunte a posteriori solo le parti vocali e giustappunto fiatistiche (un superbo Marcus Tenney diviso fra sax e tromba). La curiosità ora è scoprire, quando infine si potrà, se in concerto li ascolteremo mai dei Dream Syndicate così. Se “The Universe Inside” resterà un folgorante unicum o marcherà per Wynn e sodali l’inizio di una terza vi(t)a.

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I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Due milioni di grazie

Nove anni e nove giorni (e, per essere pignoli, quattro ore e tredici minuti, visto che andava on line alle 19:15 del 31 dicembre 2011): tanto ha impiegato Venerato Maestro Oppure a tagliare il traguardo dei due milioni di visite. Conteggio che oltretutto non include le visualizzazioni di quanti, per così dire “abbonati” (attualmente sono 672), ricevono ogni post via mail. Facendo una media ponderata di coloro che da quell’ultimo giorno del 2011 hanno cliccato sul pulsante “Seguimi” e moltiplicando per il numero dei post (questo è il 1787°) azzarderei dunque che i grazie del titolo dovrebbero essere tre milioni e non due.

Ma questo era ieri e più di qualunque sassolino che potrei togliermi dalle scarpe (ma anche no, dai, chissenefrega) conta che oggi, domani, fra una settimana, un mese, altri dieci anni e insomma fin quando ne avrò voglia e ne sarò in grado, e ci sarà cosi tanta gente a leggerlo, Venerato Maestro Oppure verrà costantemente aggiornato. L’accesso resterà gratuito (il ritorno che ne ho in termini di visibilità, soprattutto ora che ho preso ad autoprodurmi libri, mi basta; a quello ho sempre mirato) e qui sopra non troverete mai pubblicità. Una scelta dovuta al fatto che sulla pubblicità suddetta non potrei esercitare alcun controllo e non mi va che la grafica pulita del blog ne venga sporcata. Spiacerebbe a me, spiacerebbe ai lettori e per qualche decina o centinaio di euro che siano all’anno penso non ne valga la pena.

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I migliori album del 2020 (11): Algiers – There Is No Year (Matador)

Nonostante sia inevitabilmente venuto meno l’effetto sorpresa, gli Algiers continuano a suonare come nessun altro complesso al mondo. Cambiando radicalmente le modalità di costruzione di un lavoro ─ l’omonimo debutto del 2015 messo assieme dagli allora tre componenti del gruppo scambiandosi per mesi di fila file cui ciascuno aggiungeva qualcosa a ogni passaggio; il seguito del 2017 “The Underside Of Power” registrato nei momenti di pausa di un lungo tour; questo inciso in tre diversi studi newyorkesi ma nell’arco di due settimane appena, operando concentrati e come mai prima d’ora, eccetto che dal vivo, come una band convenzionale ─ non muta il risultato: un sound che resta unico e inconfondibile pur rimodellandosi costantemente con piccole aggiunte, per approssimazioni. “Connubio fra le radici più remote della musica afromericana (…) e la lezione di una new wave giunta (…) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock” che ha poi saputo osare ulteriormente, innervandosi “di incubotico, dissonante prog” o arrivando a incrociare Suicide e Temptations così come a reinventare i Depeche Mode, notoriamente dei cultori della compagine di Atlanta.

Titolo involontariamente quanto sinistramente preveggente, uscito all’alba dell’anno più incredibile toccatoci in sorte in questo secolo che sfida a inventarsi distopie più incredibili della realtà stessa, “There Is No Year” si concede l’unico guizzo convenzionalmente rock giusto in dirittura d’arrivo (nella versione in CD; quella in vinile sistema il brano su un 7” a parte), con l’assalto hardcore di Void. Prima del quale la banda dei quattro si produce fra il resto in cerimonie liturgiche in chiese abitate da fantasmi in ogni senso gotici (Dispossession), cavalcate sintetiche con tratti industrial (Hour Of The Furnaces), post-blues fra l’inacidato e il sulfureo, il sacrale e il dissonante (Losing Is Ours), errebì sul limitare della disco (Unoccupied), techno-pop annerito (Chaka), ambient-soul (Wait For The Sound), fosche ballate su beat sincopati (We Can’t Be Found) o marziali (Nothing Bloomed). Laddove la traccia omonima aveva di nuovo tirato fuori dal bagaglio dei trucchi dei Suicide rimodellati black e più avanti si sottopongono ad analogo maquillage i Radiohead (Repeating Night). Per non essere più così sorprendenti, gli Algiers sanno ancora come si fa a stupire.

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I migliori album del 2020 (12): Porridge Radio – Every Bad (Secretly Canadian)

La nuova PJ Harvey? È talmente forte la personalità di Dana Margolin, attorno alla quale questo quartetto quasi tutto al femminile ha preso corpo dopo che l’autrice, cantante e chitarrista di Brighton già aveva registrato dei demo da sola, che qualunque paragone pare sminuente. E tuttavia un po’ sì: indirizzano in tal direzione una voce capace di sedurre ma più spesso aspra e ruggente, musiche dinamiche quanto spigolose con un retrogusto folk e insieme echi al pari forti di post-punk e Magic Band via Pavement, liriche femministe non didascalicamente. Dopodiché, sono passati quasi trent’anni da quando Polly Jean si affacciava alla ribalta, il mondo è cambiato, quell’impatto non è replicabile nel contesto odierno e non c’è recensione esaltata di un “New Musical Express” (cinque stellette) che tenga quando il settimanale che per decenni ha formato i gusti dei giovani britannici manco va più in edicola, è un sito come tanti e meno autorevole di diversi che sul web ci sono nati. La Harvey veniva eletta subito a personaggio, Dana difficilmente si troverà sui tabloid, con ogni probabilità i Porridge Radio rimarranno appannaggio della stampa specializzata, al più analizzati sulle pagine culturali di chi ha la fortuna di avere giornali le cui pagine culturali trattano la popular music con la stessa attenzione di letteratura e cinema.

“Every Bad” per la band è il secondo album ma è tanto marcato lo scarto qualitativo rispetto a un esordio datato 2016 di cui peraltro nessuno si accorse che si può considerarlo un debutto. E che debutto! Denso e articolato, trascinante, stordente a volte fino al fastidio e vi sfido a non abbassare il volume giunti al cacofonico finale di Lilac. Salvo subito rialzarlo incantati dall’attacco (depistante, vi accorgerete) a passo di valzer di Circling. A seguire: il solo tocco di “modernità”, nel senso deteriore del termine, rappresentato dall’autotune nella sospesa e stridula (Something) e il rilassato tambureggiare sotto tastiera solenne con conclusiva impennata tribale di Homecoming Song. In precedenza, da citare ancora almeno Born Confused, che inaugura avanzando a strappi e stabilendo il tono dell’intero lavoro, l’alternarsi fra cantilenare folky e un procedere da bulldozer di una Sweet ben poco “sweet” (più avanti, una Pop Song per niente pop), una Don’t Ask Me Twice di guerriera oscurità quasi Killing Joke e infine Give/Take: la più new wave del lotto, ma senza uno stereotipo che sia uno alle viste.

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (13): Fantastic Negrito – Have You Lost Your Mind Yet? (Cooking Vinyl)

Non c’è due senza tre? Vedremo. Per intanto dopo che i due dischi precedenti di costui, “The Last Days Of Oakland” e “Please Don’t Be Dead” (2016 e 2018, rispettivamente), erano stati l’uno e l’altro candidati ai Grammy nella categoria “Best Contemporary Blues Album” ed entrambi si erano portati a casa l’ambito riconoscimento, pure “Have You Lost Your Mind Yet?” figura nella cinquina del 2021. E nel frattempo l’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz già si è tolto la soddisfazione di andare in agosto al numero 1 della classifica di “Billboard”, che a meno che tu non sia uno di quella decina di nomi che vendono istantaneamente alcuni milioni di copie di qualunque loro nuova uscita non significa nemmeno lontanamente, in termini di introiti, ciò che rappresentava ancora agli inizi dello scorso decennio, ma è pur sempre una bella soddisfazione. Se Fantastic Negrito si fosse affacciato alla ribalta (in realtà ci provava, ma gli andava malissimo) intorno alla metà dei ’90 invece che (con la sua nuova identità) nel 2014, Lenny Kravitz (appena quattro anni più anziano) si sarebbe ritrovato con un concorrente assai tosto, ma tant’è. Meglio tardi che mai, giusto?

Certo che i signori che decidono chi si disputerà i Grammy hanno una ben curiosa concezione del blues, per quanto “contemporary” (esiste anche la sezione “traditional”). Diciamo assai ampia, il che può starci e ci piace pure, no? Però, a intenderlo con il minimo sindacale di filologia, di tale stile musicale in “Have You Lost Your Mind Yet?” si rintracciano giusto i cinquantacinque secondi di uno Shigamaboo Blues di gusto arcaico, laddove in Your Sex Is Overrated si opta per l’elettricità, e in ogni caso la forma è quella della ballata hendrixiana (la chitarra solista che si fa a un certo punto ustionante) reimmaginata come avrebbe potuto Prince, e in King Frustration si ibrida con il funk piuttosto che con il rock. Si trova poi veramente di tutto nel resto di un programma inaugurato dall’incrocio James Brown/Sly Stone di Chocolate Samurai e suggellato dal crossover alla Living Colour Playtpus Dipster: dallo spiritual I’m So Happy I Cry a una All Up In My Space molto Stevie Wonder, transitando per una How Long? un po’ Eric Clapton, un po’ Santana e un po’ (di nuovo) Prince, per la rivisitazione (ospite lo stesso E-40) del classico hip hop Captain Save A Hoe (adesso Searching For Captain Save A Hoe), per una These Are My Friends che come niente fosse miscela gospel, pop e rap. Disco di straordinaria gradevolezza quanto di grande sostanza.

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