Quando Charles Mingus cambiò per sempre il jazz

Al Workshop organizzato da Charles Mingus presso gli Audio-Video Studios di New York il 30 gennaio 1956 partecipano i sassofonisti Jackie McLean e J.R. Monterose, il pianista Mal Waldron e il batterista Willie Jones. L’album che ne risulta, “Pithecanthropus Erectus”, verrà acclamato come una pietra miliare già alla pubblicazione nel luglio successivo. “Il” disco di jazz del 1956, oltre che per la bellezza per la capacità di suscitare emulazione e discussioni, con il suo partire dal chiaro omaggio al jungle sound di Duke Ellington per andare oltre: superando un bebop la cui frenesia e i cui virtuosismi stanno venendo a noia; aggiungendo suggestioni di matrice classica a un vocabolario hard bop cui già concorrono blues, rhythm’n’blues e gospel; addirittura (ma questo naturalmente non lo si potrà affermare che con il senno del poi) preconizzando il free. Diversamente dalle sedute precedenti da leader, Mingus stavolta non è arrivato portando degli spartiti ma solamente delle indicazioni generiche sui pezzi che verranno eseguiti. Non lo si direbbe a fronte di arrangiamenti di grande coesione nella loro complessità, dal fluire tanto armonioso quanto carico di swing. Capolavoro nel capolavoro è una traccia inaugurale e omonima dalla melodia tracciata all’unisono da contrabbasso e fiati e colorata pastello dal piano, dalla cadenza dapprincipio flemmatica e quindi tempestosa. Sinfonietta fra malinconia, ebbrezza e tormento, è poema che racconta senza parole, spiega lo stesso Mingus nelle dettagliatissime note di copertina, l’epopea – in quattro movimenti: evoluzione, complesso di superiorità, declino e scomparsa – dell’ominide che avendo conquistato per primo la posizione eretta provò a sottomettere i meno sviluppati simili, solo per poi a sua volta venire superato dall’evoluzione della specie. All’eccezionale apertura vanno dietro un’originale interpretazione di A Foggy Day (George & Ira Gershwin) con sirene e fischietti che suonano nella nebbia e, girato il disco, il bozzetto sentimentale Profile Of Jackie e un’altra ambiziosa sinfonia afroamericana piena di cambi di passo, Love Chant. Dopo di che nulla sarà più lo stesso né per l’autore né per il jazz.

Nemmeno per Tom Dowd, trentenne tecnico del suono che firmava un gioiello di produzione – di timbrica, nitidezza, dinamica ben oltre lo stato dell’arte dell’epoca – e nei due decenni successivi farà la storia di rock e black music assumendosi la regia di fior di classici. Ristampa sui soliti, stratosferici standard della Speakers Corner.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, giugno 2018.

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Quattro recensioni di album di (e con) Daniel Johnston e una considerazione

“L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.” (2006)

Fear Yourself (Sketchbook, 2003)

Imponente per nomi e numeri il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò nel 1992 a una premiazione di MTV indossando una sua t-shirt; Pastels e Yo La Tengo hanno ripreso Speeding Motorcycle; Lou Reed  ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder dei Pearl Jam l’ha vagheggiato, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti; Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse nove anni fa il suo primo album per una major e per quest’ultimo si è scomodato Mark Linkous degli Sparklehorse. “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, fu invece prodotto da Kramer. Cercatelo senza darvi pace fin quando non lo avrete trovato, mettete su il primo brano, My Life Is Starting Over, e sarà amore, di quelli che durano per sempre. Daniel Johnston è un Genio. Daniel Johnston confeziona – da oltre vent’anni! – melodie di un’efficacia inaudita dai tempi di Lennon/McCartney e del Brian Wilson maggiore. Daniel Johnston ha un piccolo problema: per lui Manic Depression non è il titolo di una canzone di Jimi Hendrix, è la sua vita. Questo omone dalla faccia bonaria, che dimostra molti anni più dei quarantadue che ha, entra ed esce da decenni da cliniche per malattie mentali e solo l’affetto dei tanti che lo ammirano e l’abbraccio protettivo di una famiglia benestante gli ha dato modo finora di vivere un’esistenza a tratti normale e di non venire definitivamente istituzionalizzato. Daniel Johnston fa una disperata tenerezza ma a starci vicino può fare talvolta paura, come ben sa il padre, che rischiò di schiantarsi con l’aereo che stava pilotando quando il figliolo lo aggredì accusandolo di essere Satana. Insomma: poco probabile che possiate leggere in futuro una sua intervista. Ancora meno che possiate vederlo dal vivo in un qualche club dalle vostre parti.

Vi restano le canzoni, che sono centinaia ma perlopiù irreperibili, siccome pubblicate in buona parte su cassette che il Nostro (la cui discografia conta alcune decine di titoli) a lungo ha regalato per strada. Accontentatevi momentaneamente della dozzina contenuta in “Fear Yourself”. Ce n’è di che perdere la testa, che si tratti di power pop degno dei Ramones (Love Not Dead, Living It For The Moment) o di Jonathan Richman (Fish), di pigolante e irresistibile lo-fi (Now), o ancora di dolenti incantesimi prevalentemente pianistici (Love Enchanted, You Hurt Me). Qualcosa potrebbe appartenere ai Flaming Lips (The Power Of Love), altro – indifferentemente – a John Lennon o a Randy Newman (Wish). Sull’adesivo incollato alla copertina un altro estimatore importante, David Bowie, dichiara fin d’ora “Fear Yourself” uno dei suoi album preferiti del 2003. Saranno in legioni ad accodarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

Daniel Johnston/Artisti vari – Discovered/Covered (Gammon, 2004)

Un’isola dei famosi il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò a una premiazione di MTV con una sua t-shirt, Lou Reed ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder pure, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti, Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse dieci anni fa il suo primo album per una major. Per l’ultimo “Fear Yourself” si è scomodato, nel 2003, Mark Linkous degli Sparklehorse. Mentre di “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, si occupò Kramer. Dimenticavo: fra i tesserati anche David Bowie. E poi Teenage Fanclub, Gordon Gano, Bright Eyes, Beck, Mercury Rev, Vic Chesnutt… Tom Waits: per non citare che alcuni dei nomi che nel primo dei due CD che compongono “Discovered Covered” (attribuito con nero humour a The Late Great Daniel Johnston e con in copertina il nostro eroe davanti alla sua tomba) si misurano con uno dei cataloghi più idolatrati – da chi “sa” – e oscuri – per il grande pubblico – della canzone rock d’autore americana dell’ultimo paio di decenni.

Sono versioni quasi sempre felici e in qualche caso bellissime – vorrei citare almeno una Walking The Cow dalle parti di John Cale dei T.V. On The Radio, i Bright Eyes che rendono alla Jonathan Richman Devil Town, una Go di Sparklehorse & Flaming Lips trapunta d’archi, lo Waits ultra-beefheartiano di King Kong – che, nel mentre esaltano il genio melodico di questo eterno ragazzone tormentato da sempre da seri problemi mentali, in un certo qual modo lo normalizzano. Su un secondo compact che dà nuovi significati all’espressione “low-fi” ci sono gli stralunati originali e sentirli a ruota è esperienza che lascia emotivamente scossi. E catturati per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

Lost And Found (Sketchbook, 2006)

Come almeno una volta in ogni suo disco, anche in “Lost And Found” c’è un momento in cui Daniel Johnston ti lacera l’anima e ne butta via i brandelli. Accade in Lonely Song, passo irresistibile e melodia pure, roba che potrebbe venire da un album dei Kinks periodo “Face To Face”, tranne che c’è un tocco country che rimanda a “Muswell Hillbillies”, e insomma una cosuccia impossibilmente carina che davvero non ti prepara a sentirti dire che “se ascolti veramente con attenzione/potrai sentire la disperazione di un cuore/triste e spezzato – il mio”. Epifania che ne pareggia tante regalateci in passato dal nostro scombinato eroe. Tipo quando in Love Defined (da “Yip/Jump Music”, 1983) citava direttamente San Paolo e tanti saluti a quanti hanno posto al centro del suo mito un’incapacità di intendere e volere che rischia di farsi folklore, dopo e peggio che tragedia: “L’amore sopporta ogni cosa/Crede in ogni cosa/Spera ogni cosa/Fa durare ogni cosa/L’amore non finisce mai”. Idiot savant, allora? Certo savant a sufficienza da polemizzare con l’industria discografica in The Chords Of Fame (da “It’s Spooky”, 1988) e pigliare in giro in Happy Time (da “Fun”, 1994, la sua unica uscita major) Allen Ginsberg. L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.

“Lost And Found” è un album buono come quasi qualunque altro (un’abbondante ventina e senza contare le cassettine casalinghe regalate agli angoli delle strade all’inizio, suoi primi messaggi in bottiglia) per accostarsi a Johnston, che tanto il capolavoro a tutto tondo non lo confezionerà mai siccome gli ci vorrebbe accanto come produttore (Mark Linkous ci andò vicino tre anni fa con “Fear Yourself”) uno altrettanto disconnesso ma nel frattempo connesso. È il consueto campionario strambo e intrigante di pestate innodie rock’n’roll (Rock This Town, Rock Around The Christmas Tree) e squisite per quanto storte ballate (Try To Love, la programmatica Country Song), fra una marcetta fratturata (Foolin’) e una gigiona (It’s Impossible), una strombazzante ossessione (Wishing You Well) e un ilare beat radente lo ska (Everlasting Love). Il tutto porto dalla solita voce gracchiante, tremolante, indolente, che respinge certuni più dell’ustionante sincerità di quanto canta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.23, autunno 2006.

Beam Me Up!! (Hazelwood, 2010)

Ho un discreto numero di dischi di costui, anche se percentualmente una minoranza di una produzione straripante soprattutto negli ’80, quando il nostro squinternato eroe i suoi album li registrava su cassette che poi regalava o li pubblicava per case minuscole. Ed erano vie imperscrutabili quelle per cui tramite finivano in mano a gente famosa o prossima a diventarlo, a Bowie come a Lou Reed, a Sonic Youth e Sparklehorse, Yo La Tengo o Cobain. Tutti… ahem… pazzi per Johnston e in particolare l’ultimo, che se ne faceva propagandista tanto appassionato da persuadere la Atlantic che fosse il caso di ingaggiarla l’aspirante rockstar più improbabile di sempre. Sapete come finì: per quanto le melodie che disegna siano fra le più limpide da Lennon/McCartney in poi, Daniel è un personaggio ingestibile che oltre il culto non può andare. Ho un discreto numero di dischi suoi, ma devo dire che a oggi nessuno mi aveva messo a disagio quanto questo doppiamente finto – nel senso che in massima parte le canzoni erano già note ma nessuna è stata un vero successo e tutte sono state riarrangiate per l’occasione – “Greatest Hits”. Per via di una voce sempre più stridula, barcollante e di suo ansiogena, che fa risaltare come non mai testi espressione di un disagio mentale che devasta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery (Wicked Cool/Universal)

Il Boss è sempre il Boss e qui tutti o quasi gli si vuole bene, e oltretutto a sbilanciarsi non avendo ancora avuto modo di ascoltarne l’ultima fatica, “Western Stars”, si rischia di venire subito smentiti, e tuttavia va detto: il suo luogotenente preferito oggi fa dischi che da Springsteen è un pezzo che ce li sogniamo. Questione di suoni: laddove Bruce da quindici anni in qua dà il meglio di sé quando si porge da folkster (in “Devils & Dust”, ovviamente in “We Shall Overcome”, ultimamente negli spettacoli riassunti nel live “On Broadway”), Miami Steve non dimentica mai di essere l’uomo che entrò nella E Street Band orchestrando la intro fiatistica di Tenth Avenue Freeze-Out. Bombastico, a patto di dare al termine un’accezione positiva. Ma questione soprattutto di qualità delle canzoni: “Summer Of Sorcery” e con esso il predecessore di due anni fa “Soulfire” sovrastano di varie spanne tutto lo Springsteen elettrico da “The Rising” in poi. Persino, sempre “The Rising” escluso, da “Tunnel Of Love”.

Non vale notare, a fronte dell’esuberanza travolgente che trasmettono, che l’iniziale Communion dà il tono all’album reinventando l’acqua calda, la ruota e “The River”, che di Party Mambo dice tutto il titolo, che Soul Power Twist è la Having A Party di Sam Cooke con testo e titoli cambiati e I Visit The Blues un ricalco del classico di Bobby Bland I Pity The Fool. L’intero “Summer Of Sorcery” è un esercizio di stile: da una Vortex da manuale blaxploitation al Wall of Sound spectoriano ricreato in A World Of Our Own, da una Gravity che declina funk alla Prince al rock’n’roll Superfly Terraplane. Fatto da gente con poca anima risulterebbe sterile. Little Steven lo rende un’ora di divertimento sfrenato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Audio Review n.412

È in edicola dalla fine della scorsa settimana il numero 412 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli album nuovi di P.P. Arnold, Calexico & Iron & Wine, Cassius, Clinic, Divine Comedy, Justin Townes Earle, Fujiya & Miyagi, Richard Hawley, Marissa Nadler & Stephen Brodsky,Willie Nelson, Pere Ubu, Peter Perrett, Angie Stone, Stray Cats e Yeasayer e di una ristampa dei dEUS. Nella rubrica del vinile ho scritto dei Rain Tree Crow.

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L’età aurea (una delle tante) degli Isley Brothers

Sono ancora vivi – quelli che non sono morti: il povero Vernon, che se ne andò adolescente senza assaggiare un briciolo di fama; poi O’Kelly e Marvin – gli Isley Brothers e lottano insieme a noi: faccenda di mesi fa un album che i superstiti Ronald ed Ernie (Rudolph ha da tempo optato per una dorata pensione) hanno tramato in combutta con Carlos Santana. Con esiti a dire il vero modesti da tutti i punti di vista. Lavoro appena piacevole, “Power Of Peace” ha venduto quelle venti-trentamila copie bastanti a fargli guadagnare un modesto numero 64 nella graduatoria USA ed è davvero poca cosa se si pensa ai numeri del buon Carlos, che si congedava dal Novecento con i trenta (!) milioni di copie totalizzati da quella ruffiana fetecchia di “Supernatural” e nel secolo nuovo ha continuato a collezionare dischi d’oro e platino. Ma soprattutto se si ricorda che ancora nel 2003, che nel contesto di una storia così lunga è ieri l’altro, con “Body Kiss” gli Isley Brothers conquistavano la vetta della classifica di “Billboard” e nel 2006 “Baby Makin’ Music” era quinto. Ma, insomma, che abbia perso il tocco magico un gruppo in pista da sessantatré (!!!) anni ci sta. Nel fatidico 1954 l’oggi settantaseienne Ronald, voce inconfondibile, già era parte della compagnia. Chitarrista stellare ed eccelso batterista, il sessantacinquenne Ernie si univa ufficialmente nel 1973, ma in realtà sin dal ’68 la bazzicava. Era un live a sanzionarne l’arruolamento con ogni crisma, era con il successivo “3 + 3” che un complesso già nel terzo decennio di vita entrava in quella che è rimasta la sua epoca aurea, sia artisticamente che commercialmente. Ai fondatori Ronald, Rudolph e O’Kelly si aggiungevano i più giovani Ernie e Marvin e il parente acquisito Chris Jasper (tre più tre, appunto). Trasfusione di sangue fresco che coincideva con l’ennesima metamorfosi di un sound sbocciato all’incrocio fra gospel e rhythm’n’blues, quindi innervato di pop e poi di folk-rock. Era il funk a prendersi la scena, svolta (adombrata sin dal 1969 dalla classicissima It’s Your Thing) ribadita nel ’74 da “Live It Up”. Un successone, ma nulla di paragonabile a “The Heat Is On”, di un anno dopo ancora.

Mezzo milione di copie vendute (dati sempre USA, ovvio) nel primo mese nei negozi (oggi è certificato doppio platino), quaranta settimane nei Top 200 di “Billboard” che arrivava a capeggiare e gli unici altri neri a guardare tutti dall’alto nel ’75 erano Earth, Wind & Fire e Ohio Players. Non solo: il primo singolo tratto dall’album era un numero 1 R&B e 4 Pop. Inaugura il 33 giri, Fight The Power, con mostruoso macinare le cui modernità e popolarità sono state rinnovate in era hip hop dall’omonimo brano dei Public Enemy (nel cui lunghissimo elenco di campionamenti non è però curiosamente compresa). Sono 5’19 che non fanno prigionieri, seguiti dai 5’37” di una title track ebbra di wah wah ed energia funkadelica e dai 6’06” di una Hope You Feel Better Love marchiata a fuoco da una chitarra elettrica per descrivere la quale non si possono usare che due parole: una è “heavy”, l’altra “metal”. Cambi facciata e stenti a credere che sia lo stesso gruppo a prodursi in tre languidissime ballate soul – For The Love Of You, Sensuality e Make Me Say It Again Girl – rispettivamente con influssi jazz, blues e gospel. La prima delle quali formidabile anticipo di quiet storm.

Strepitosa come da tradizione Speakers Corner una ristampa che egualmente fa risaltare la zuccherina seduzione delle voci, una ritmica dallo sferzante al metronomico con swing, una chitarra ferocemente rock. E squisiti dettagli, tipo il flauto che svolazza in For The Love Of You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

Benché la democrazia sia sotto attacco, nonostante i cambiamenti climatici, persino a dispetto di chi mette la panna nella carbonara, be’, forse c’è speranza per l’umanità. Forse questo mondo non è brutto come sembra se i Vampire Weekend si riaffacciano alla ribalta dopo sei anni e con il quarto lavoro in studio conquistano la vetta dei Top 100 di “Billboard” nella settimana stessa dell’uscita. D’altronde: erano già andati al numero uno sia il terzo – “Modern Vampires In The City”, nel 2013 appunto – che il secondo – “Contra”, nel 2010 – stabilendo un record giacché mai in precedenza una band accasata presso un’indipendente (erano allora alla XL) aveva piazzato due album di fila in cima alla classifica USA. Né se l’era cavata male per essere un debutto l’omonima fatica datata 2008: numero 17 e alla lunga disco di platino. In cosa sta la meraviglia di tutto ciò? Nel fatto che trattasi di musica di qualità altissima e di solito non va al numero uno musica così. Di solito gruppi così ben che vada diventano dei culti.

Partiti come un curioso incrocio fra indie rock e afro-pop (il Paul Simon di “Graceland” una chiara influenza), tornano in scena avendo nel frattempo perso per strada Rostam Batmanglij, secondo autore come peso (continua però a collaborare da esterno), e dopo il trasloco da New York a Los Angeles del capobanda Ezra Koenig. Vanno in ogni senso a Ovest, i Vampire Weekend, sin dalla stupenda ballata country-folk, Hold You, che inaugura un programma di diciotto tracce con a suggello un perfetto tema da musical quale Jerusalem, New York, Berlin. È un gioiello di Americana alla Brian Wilson/Van Dyke Parks, con bellissime deviazioni dal percorso principale quali lo spigliato rock This Life e una pianistica My Mistake da Harry Nilsson alle prese con Randy Newman.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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