L’uomo che cadde sulla Terra (7)

Suffragette City (da “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, RCA, 1972)

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Funky Drummer: Jaki Liebezeit (26/5/1938-22/1/2017)

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“Il più grande batterista della storia del rock? Voto per Jaki Liebezeit, dinamo dei teutonici Can, cuore umano in involucro di macchina, ponte fra tribalismo e futuro, funk ma di un funk bianco, con il senso dello swing che può avere uno che in gioventù suonò con Chet Baker.” (dalla recensione di un album in coppia con Burnt Friedman, “Audio Review”, n.264, gennaio 2006)

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L’uomo che cadde sulla Terra (8)

Life On Mars? (da “Hunky Dory”, RCA, 1971)

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L’uomo che cadde sulla Terra (9)

Rebel Rebel (da “Diamond Dogs”, RCA, 1974)

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I migliori album del 2016 (1): David Bowie – Blackstar (RCA)

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Per una volta la fretta è stata un’ottima consigliera. Nel senso che, nonostante l’autore sia venuto a mancare solo due giorni dopo l’uscita (coincidente con il suo sessantanovesimo compleanno) dell’ultima opera, la stragrande maggioranza delle recensioni già era stata pubblicata. Sicché i più hanno giudicato “Blackstar” in base ai meriti (tanti) o demeriti (eccetto forse l’assenza di un singolo “vero”, che mai Bowie aveva fatto mancare in un suo disco, a mio parere nessuno) e non sull’onda dell’enorme emozione suscitata da una dipartita inattesa. Bene così. Poi naturalmente lo si è riascoltato con altre orecchie e la pregnanza testamentaria è risaltata. Si sono magari pure rilette le recensioni e quella di “Pitchfork” ha facilmente vinto la gara per l’incipit definitivo: “David Bowie has died many deaths yet he is still with us”. Concludendo, Ryan Dombal scriveva ancora che “Bowie will live on long after the man has died” e come dargli torto? Sarebbero naturalmente bastati i suoi anni ’70, favolosi come quelli di nessun altro, a garantirglielo, ma “Blackstar” ha aggiunto la postilla, il punto esclamativo che alzi la mano chi se lo sarebbe mai aspettato. Perché sì, nel 2013 “The Next Day” già aveva sorpreso positivamente, inscenando un dignitosissimo ritorno in scena dopo un decennale silenzio a sua volta andato dietro a un ventennio di uscite ciascuna a suo modo più inutile, deludente o sbagliata dell’altra, ma quell’album era tutto rivolto al passato. Laddove questo guarda… al futuro inevitabilmente no. All’eternità? Quella che garantisce la grande arte. Una prospettiva che deve avere confortato chi, mentre ci stava lavorando, doveva confrontarsi con la consapevolezza che forse… forse… Dice Tony Visconti, lo storico produttore di Bowie tornato al mixer per quest’ultimo giro di valzer, che David ha lasciato i demo di cinque canzoni, indizio che probabilmente pensava di avere a disposizione più tempo di quanto non abbia avuto. Spiace. Però un’uscita di scena più magistrale di questa è inimmaginabile.

È un album clamoroso: per qualità; per la capacità di aggiungere qualcosa di inedito a una vicenda artistica variegatissima e lunga oltre mezzo secolo. Qui Bowie se pure recupera certe atmosfere della trilogia berlinese lo fa senza consegnarsi all’elettronica e in un contesto di rock definitivamente “post-”, free come quel jazz alla cui scuola si formarono i musicisti che lo fiancheggiano. La prima facciata – o se preferite la prima metà di programma – è perfetta: i Roxy Music aggiornati all’era dell’hip hop (ecco… questo sarebbe stato un eccellente singolo) dell’incalzante, esplosiva “’Tis A Pity She Was A Whore” a separare il peregrinare fra spettri e galassie (in equilibrio incerto su una ritmica dapprincipio stortissima e poi vertiginosamente propulsiva) della traccia omonima da quella Heroes rantolata da un capezzale che è Lazarus. Tour de force dopo il quale scorrono quasi come acqua fresca la cupa nevrosi funk sottesa a chitarre marmoree di Sue (Or In A Season Of Crime) e la cantilenante ossessività di Girl Loves Me. Soprattutto: una Dollar Days dove il sax gigioneggia piuttosto che sferzare, fra scorci da colonna sonora che pacificano l’urgenza pur presente nella voce, e la conclusiva – energicamente confidenziale: un ossimoro – I Can’t Give Everything Away.

La puntina si alza dall’ultimo solco e non per la prima volta mi trovo a pensare che, a lati semplicemente invertiti, se “Blackstar” come meccanismo teatrale avrebbe funzionato meglio emotivamente avrebbe rasentato l’insostenibile. Rischiando però di precipitare nel melodrammatico. Sarebbe stato per l’appunto teatrale quando invece è commovente. Qui un artista immenso che del celarsi dietro una serie di maschere fece la sua cifra esistenziale si offre umanamente nudo per la prima – e ultima – volta.

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L’uomo che cadde sulla Terra (10)

Changes (da “Hunky Dory”, RCA, 1971)

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I migliori album del 2016 (2): Radiohead – A Moon Shaped Pool (XL)

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Dice Stanley Donwood, sin dal 1994 autore di tutte le grafiche dei Radiohead e dunque anche dell’artwork di questo loro nono album in studio, che dopo avere dipinto le varie tele che sono andate a comporlo le ha lasciate esposte per qualche giorno all’azione degli agenti atmosferici, così che si deteriorassero, ciascuna in un suo peculiare modo. Le ha poi fotografate e quelle fotografie sono state successivamente ritoccate al computer da lui e Thom Yorke. Mi pare un buon punto da cui partire per raccontare “A Moon Shaped Pool”, che fra le sue undici tracce ne annovera diverse sulle quali la band ha lasciato che il tempo lavorasse. Brani risalenti anche a molti anni fa – un caso eclatante True Love Waits, scritta nel ’95 e, dopo essere stata considerata per l’inclusione in tre album di fila, e scartata, recuperata una prima volta in un live del 2001 – e che per questa o quella ragione, ma certo non per mancanza di qualità, non avevano trovato posto finora nei dischi in studio (qualcuna nei concerti sì). Sussisteva naturalmente il pericolo che un’opera così assemblata, mettendo insieme canzoni scritte in periodi distanti fra loro, finisse per risultare slegata, per parere una raccolta. Non accade. È questo un (capo)lavoro di contraddizioni che trovano un’armoniosa risoluzione, di sovrapposizioni in cui insinuarsi per scovarne il cuore. È l’album più piacevole che mai abbiano pubblicato i Radiohead e il più desolato. Sotto una superficie ghiacciata – i quadri astratti in una respingente gamma dal nero al bianco usati per davanti e retrocopertina e, nell’edizione in vinile, per le due buste – batte un cuore caldo: le due tele coloratissime riprodotte all’interno. O viceversa: polpa di paranoia in scorza pastorale. A seconda del punto di osservazione, fors’anche a seconda dell’umore di chi osserva/ascolta, può sembrare questa cosa o quella, opposta. Non ci si stanca e non ci si stancherà di “A Moon Shaped Pool”. Austero, eppure cesellato di finissimo, ogni dettaglio pronto per un’esegesi.

A True Love Waits – al suo gioco di ingranaggi cigolanti e piano oscuramente blandente, minimalismo post-post-rock avvolto in una lieve distorsione di fondo sottilmente e ulteriormente disturbante – è affidato il congedo. Era toccato a un’altra canzone stagionata (2000!), Burn The Witch, introdurre: alata e nel contempo epica, tesa e scoscesa e appesa a un saettare ossessivo e ronzante di archi. Nel percorso da questa a quella – stabilito semplicemente sistemando i titoli in ordine alfabetico: eppure si ha l’impressione che fosse l’unica traiettoria logica, che a scombinarla tutto crollerebbe tipo castello di carte – ci si imbatte in alcune tra le macchinazioni più straordinarie di un gruppo che fa da lungi categoria a sé. Tipo Decks Dark, bucolica quanto robotica (versante Philip K. Dick piuttosto che Isaac Asimov). Tipo lo stupefacente in ogni senso weird folk di Desert Island Disk. O la scheggia di Joy Division Identikit. O, rituffandoci in ambientazioni sf, Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief, propulsa come da uno sbuffare di ingranaggi a vapore e sequestrata nel procedere da un’orchestrazione sempre più imponente. Avrei potuto soffermarmi su altri brani ancora, ma questo mi preme di più sottolineare: che “A Moon Shaped Pool” è quanto di più emotivo abbiano pubblicato i Radiohead – ovvero un gruppo che ha sempre abitato le regioni della testa preferendole alle ragioni del cuore – da Creep in avanti.

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