I migliori album del 2021 (3): Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/AWAL)

Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia se l’hip hop a un certo punto ha preso ad annoiarmi – non l’hip hop in genere: quello odierno – e ho dunque smesso di seguirlo con l’attenzione dedicatagli per un quarto di secolo. E dovessero chiedermi che salvo, cosa ritengo indispensabile degli anni ’10 interi mi verrebbe in mente solo “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarebbe stato probabilmente il mio album del 2015 se a fine 2015 non mi fossi dovuto dedicare a ben altro che compilare playlist. Oltre a “We Got It From Here…” degli A Tribe Called Quest (che poi si sono sciolti) e “Elephants On Acid” dei Cypress Hill, gli uni e gli altri però dei veterani e si sa che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia, dicevo, perché di sicuro mi sono perso dei dischi interessanti, dei capolavori non credo e comunque la vita è breve e a un certo punto devi fare delle scelte. Così l’album prima di questo della londinese di origini nigeriane Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, “Grey Area”, l’ho ascoltato con quasi tre anni di ritardo e dire che lo candidarono al Mercury Prize (che non vinse), agli Ivor Novello Awards (quello se lo portò a casa) e che il “New Musical Express” (che però non conta più un cazzo, dai) lo proclamò migliore disco britannico del 2019. Mi è sembrato bello assai e se all’epoca non mi fosse sfuggito almeno una segnalazione su VMO se la sarebbe guadagnata. “Sometimes I Might Be Introvert” l’ho ascoltato con tre mesi di ritardo e siccome è uscito lo scorso settembre in tempo utile per questa lista. A conquistarmi ha impiegato 1’07” dei 65’12” che dura: il tempo che ci mette la ragazza a entrare in scena in Introvert dopo una ouverture fra il marziale, l’operatico e la fanfara che mai di aspetteresti in un disco catalogato alla voce “hip hop”. L’eleganza, l’imperiosità della voce mi hanno subito avvinto e quando in trame densissime a 2’00” si è fatto largo il soul mi era già chiaro di essermi infilato in un loop senza ritorno. Vale a dire che avrei ascoltato e riascoltato. A ogni passaggio l’album ha scalato qualche posizione nella mia classifica di gradimento AD 2021 ed eccoci qua.

La forza di “Sometimes I Might Be An Introvert” è il suo sapere mantenere la tensione lungo una durata di altri tempi, quelli del CD, non di Spotify. Di porgersi come un (capo)lavoro che per un verso è indispensabile fruire come assieme, ciascuna delle diciannove tracce che lo compongono che si inserisce armoniosamente nel flusso creato dalla precedente e al centro un’artefice che si fa così attrice protagonista (lei che è anche attrice e pure di vaglia e successo) di quello che si può tranquillamente etichettare come un concept in forma di musical. Ma nel contempo: disco zeppo di canzoni strepitose che puoi estrapolare senza che nulla perdano venendo tolte dal contesto e anzi il contrario, ciascuna un classico a sé stante. Si tratti di una Two Worlds Apart che in un album tutto suonato unica si affida a un campionamento (di Smokey Robinson) ed è scheggia di epopea Native Tongues o di una I Love You, I Hate You che va ben più a ritroso, immergendosi in piena era blaxploitation; di una Little Q frazionata in due parti che ci ricorda di quando Kanye West era un genio e non un caso umano o di una Standing Ovation che oggi Jay-Z ucciderebbe per scrivere un pezzo così; dell’incursione di modernità rappresentata dallo schietto grime di Rollin’ Stone, dello scoppiettante errebì inconsultamente a braccetto con il synth-pop di Protect My Energy o di due pezzi afrobeat favolosi quali Point And Kill  e Fear No Man.

Dal disco sono stati tratti cinque singoli. Mi domando perché non I See You, di gran lunga il brano più commerciale in scaletta. E poi mi do una risposta.

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I migliori album del 2021 (4): Arlo Parks – Collapsed In Sunbeams (Transgressive)

Che peccato che nel suo esordio in lungo la ventenne (ventenne!) afro-franco-britannica Arlo Parks non abbia incluso, magari come bonus in coda alle undici tracce in tutto o in parte autografe che danno vita ai suoi quaranta minuti insieme densissimi e di una levità, pure quando i ritmi si alzano, che quietamente stende, la sua meravigliosa versione voce e piano di Creep. Resa come avrebbe potuto Carole King. Non che manchino i riferimenti ai Radiohead, nel disco. Nel testo del dinoccolato funk con organo errebì Too Good Thom Yorke è citato esplicitamente, la linea di basso della saltellante Eugene richiama quella di House Of Cards e del resto, stando alla stessa autrice, anche la serrata e nel contempo tenera Caroline è stata ispirata dalla frequentazione ossessiva di “In Rainbows”. Non lo si direbbe all’ascolto. Dei Radiohead, soprattutto i primi, quelli musicalmente mediocri rispetto ai giganti che diverranno ma con il dono di sapere cogliere come pochi un certo spleen adolescenziale, è lo spirito che si ritrova in “Collapsed In Sunbeams”, non gli spartiti.

Che dopo il breve preludio “spoken” che battezza e inaugura l’album si muovono in un ambito di tradizione black comunque tutt’altro che digiuna di modernità e adattata a uno stile cantautorale abbastanza peculiare da far chiamare in causa, per provare a raccontarlo, nomi assai distanti fra loro quali Sade, Jamila Woods o Frank Ocean. Nel mentre dà voce alla cosiddetta Generazione Z a “Collapsed In Sunbeams” riesce il miracolo di farsi “raccolta di storie universali che offriranno conforto ad ascoltatori di ogni età e un sottofondo per decenni e decenni a venire”. Ipse dixit il “New Musical Express”, per una volta azzeccandoci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (5): Allison Russell – Outside Child (Fantasy)

Per essere formalmente un’esordiente Allison Russell, da una Montreal tanto amata da intitolare il primo brano di questo primo lavoro da solista, ha un cv da paura: cinque album fra il 2003 e il 2010 con le Po’Girl, trio al femminile con Trish Klein e Diona Davies, caratterizzati da un raffinato mix di country, blues, folk e rock, con un tocco di jazz a impreziosire; e poi altri tre fra il 2012 e il 2018 con i Birds Of Chicago, duo con JT Nero (sodalizio che da artistico si farà sentimentale; i due oggi sono sposati) che al mix di cui sopra aggiungeva gospel e soul. Ingredienti più o meno tutti presenti, in diverse combinazioni e percentuali, in “Outside Child”, e a fare la differenza rispetto a un passato già… ahem… di tutto rispetto sono due elementi: una sensibilità pop mai così evidente in precedenza (almeno cinque o sei di queste undici canzoni vi resteranno in testa già dopo il primo ascolto) e da intendersi nel senso ecumenico e non in quello volgarizzante dell’espressione; un livello della scrittura (la Russell firma due brani da sola e gli altri a sei mani con Nero e Jeremy Lindsay) mai così alto. Stellare. Valorizzato vieppiù da una voce nel pieno della maturità, dagli arrangiamenti calibratissimi (favolosi gli inserti di clarinetto, suonato dalla stessa Russell) e da una registrazione eccelsa.

Non vi è traccia che non meriterebbe la citazione. Con lo spazio che scarseggia e per indirizzare il lettore a un primo assaggio, chi scrive segnala sopra il resto la sognante Montreal, una scanzonata Persephone, una The Runner che ribadisce l’onnipresenza dei Fleetwood Mac di “Rumours” nel pop-rock odierno, una All The Women più dalle parti di New Orleans che di Montreal e l’arcaico folk Little Rebirth.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Be My, Be My Baby – Per Ronnie Spector (10/8/1943-12/1/2022)

Ne ha di cose da raccontare Ronnie Spector: di quando Murray “The K” notò al newyorkese Peppermint Lounge lei, la sorella Estelle e la cugina Nedra e poco dopo le Ronettes esordirono su disco (era il 1961 e la signorina Veronica Bennett era minorenne); di quando andò in tour con degli ancora sconosciuti Rolling Stones in Gran Bretagna e lei e Keith Richards, bloccati per strada dalla nebbia, si ritrovarono a mendicare una colazione; di quando poco dopo le parti si invertirono e, oltre Atlantico, fu mamma Bennett a sfamare il giovane Keith; di quando i Beatles vollero a tutti i costi le Ronettes come spalla in quello che fu il loro ultimo tour; di quando George Harrison scrisse per lei il suo debutto a 45 giri da solista e Lennon e Ringo Starr ci suonarono; di quando Billy Joel cercò nel 1977 di rilanciarla e allora furono quelli della E Street Band a farle da gregari; di quando…

Per intanto però – altri anni sessanta in corso: i suoi – la signora non solo non ha alcuna intenzione di vivere del glorioso ricordo di quando era la massima epitome del pop adolescenziale spectoriano ma confeziona con questo “The Last Of The Rock Stars” il suo primo album da molto tempo in qua: e che signor disco! Dal riff serrato di una Never Gonna Be Your Baby che rovescia polemicamente l’invocazione dell’epocale Be My Baby (doloroso e combattuto il divorzio, umano e artistico, dal tirannico pigmalione Phil) a una springsteeniana circa “The River” (l’ha scritta però Amy Rigby) All I Want, da una languida There Is An End che sa di Chris Isaak (e ci canta Patti Smith) a una struggente You Can’t Put Your Arms Around A Memory che ricorda Johnny Thunders (e dà un commosso addio a Joey Ramone). Fino a una versione jazzata della Out In The Cold Again che fu di Frankie Lymon & The Teenagers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.268,  maggio 2006.

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I migliori album del 2021 (6): Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (7): Aaron Frazer ─ Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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I migliori album del 2021 (8): Emma-Jean Thackray – Yellow (Movementt)

I jazzofili possono pure arricciare i loro preziosi nasini, ma senza l’opera divulgativa diversamente svolta su questa e quell’altra sponda dell’Atlantico da Shabaka Hutchings e Kamasi Washington, e da una pattuglia sempre più folta di colleghi che ne sfruttano la scia, la musica che amano di un amore spesso malinteso avrebbe continuato ad abitare il nostalgico ghetto in cui era rinchiusa da decenni. E invece no. Sempre più giovani vanno (ri)scoprendola e non si spiegherebbero se no l’età media vistosamente calata ai concerti, certe platee di consistenza numerica sorprendente, la recuperata aurea di coolness intorno a un genere ultracentenario e la misura in cui sta infiltrando territori nemmeno troppo limitrofi. Non si spiegherebbe come questo esordio lungamente preparato (un poker di EP lo ha preceduto fra il 2016 e il 2020) della polistrumentista inglese Emma-Jean Thackray (“a volte mi chiedo se una ragazza bianca nativa dello Yorkshire abbia o no il diritto di esprimersi con una sintassi e un vocabolario così intimamente afroamericani”, si domanda marzullianamente dandosi poi per fortuna la risposta giusta) oltre ad andare al numero uno della classifica jazz UK sia salito fino alla seconda piazza di quella indie.

Oltre e più che commerciale, “Yellow” è in ogni caso un trionfo artistico per una figura esemplare – allieva di Keith Tippett ma a tempo (non tanto) perso pure dj – di una nuova generazione che non conosce steccati. Gioca a rimpiattino fra la tradizione bandistica di New Orleans e il soul, fra fusion e psichedelia, rievoca Alice Coltrane come il Roy Ayers o l’Herbie Hancock che si arrendevano al funk, si concede scorci cinematografici ed empiti spiritual, va in gita in Brasile e fa afrobeat Sun Ra. Magnifico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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I migliori album del 2021 (9): Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune)

Se ti occupi professionalmente di musica non puoi non avere una preferenza per l’articolo. Più o meno lungo che sia, si tratti di una monografia o dell’investigazione di una scena o un fenomeno, di racconto storiografico o cronaca. Hai agio di ascoltare e soprattutto riascoltare, documentarti, meditare. Va da sé: dovrai dedicarci tempo e sarà faticoso, però alla fine appagante. Tutt’altra faccenda le recensioni, che ti piombano fra capo e collo e con una data di consegna che è in genere ieri e, insomma, per quanta esperienza tu possa avere il rischio di sopravvalutare o sottovalutare (può essere peggio: metti che quell’album da lì a qualche anno sia ritenuto unanimemente un capolavoro) anche grossolanamente un disco è sempre in agguato. Sola consolazione che ne escano così tanti, e che l’attenzione del pubblico sia di conseguenza volatile come non mai, che difficilmente qualcuno se ne ricorderà. Ora: al netto di una solidarietà di categoria, da semplice appassionato non mi capacito che sulle colonne di una testata di grande autorevolezza quale “The Independent” l’esordio dei Black Country, New Road sia stato definito “noioso e prevedibile”. Perché se “For The First Time” non ti è piaciuto, ed è legittimo, puoi semmai attaccarlo con motivazioni esattamente opposte: dicendolo artefatto a ragione di un moto perpetuo che può essere inteso come vuota esibizione di enciclopedismo e/o virtuosismo, trovando sul lungo prevedibile proprio la sua imprevedibilità. Ma… noioso? Mi pare una topica imperdonabile e però lo affermo avendo avuto una tantum il privilegio, non essendomi toccato recensirlo, di assaggiarlo appena al momento dell’uscita lo scorso 5 febbraio per poi tornarci su con ascolti distanti anche mesi che gli hanno permesso di sedimentarsi. Nondimeno: posso onestamente affermare che mi ha entusiasmato da subito.

Hanno facce belle e sorridenti da ventenni quali sono i sette componenti (quattro ragazzi, tre ragazze) del combo londinese e già che si tratti di una formazione inusualmente numerosa e che all’armamentario di ordinanza del rock – due chitarre, basso, batteria e tastiere – aggiunge strumenti meno usati quali violino e sassofono mette sull’avviso riguardo all’originalità della proposta. E non potrebbe essere più esplicito in tal senso un brano inaugurale didascalicamente intitolato Instrumental: una trentina di secondi di attacco solo percussivo che fa da incipit a una sarabanda klezmer (“musica da festa che suona triste”, osserva Lewis Evans) infiltrata dai rintocchi di una chitarra psych e con un’anima intimamente free jazz. Questo bisognerebbe chiamare post-punk piuttosto che le rimasticature più o meno creative con le quali dobbiamo di continuo confrontarci. Che poi pure i Black Country, New Road abbiano studiato è evidente, ma vivaddio non gli stessi testi di quasi tutti gli altri (anche quelli, sì, ma aggiungendone di poco o punto frequentati) e che bello che per una volta si possa scrivere di un gruppo giovane senza citare i Fall (ecco, li ho appena citati). Che ascoltando Isaac Wood venga in mente non quel rissoso, irascibile, carissimo e compianto cazzone di Mark E. Smith bensì la nobiltà altera di un Peter Hammill. Ecco: sarà che siamo italiani ma leggiucchiando qui e là mi pare che solo nel Bel Paese siano state colte assonanze – più che altrove lampanti in Science Fair e in una Sunglasses laddove il post-rock incrocia un’epicità prog che il porgersi ossessivo salva dalla prosopopea – con i Van Der Graaf Generator. Al di là della presenza del sax per la foschia che ne avvolge grattuggiamenti, vortici e schiamazzi. Se rimandando ancora più esplicitamente agli Slint e alla loro rivoluzione Athens, France finisce per risultare paradossalmente la traccia più convenzionale delle appena sei che compongono il disco (per quanto: che delizia il sentimento pastorale che la impregna prima che si lasci andare a un riffeggiare di radici hardcore e math), Track X scarta dal massimalismo al minimalismo in ogni senso (mettiamola così: i Radiohead alle prese con Steve Reich). Fungono da congedo i saliscendi vertiginosi di Opus, riallacciandosi a Instrumental ma inserendovi momenti distensivi.

Il 4 febbraio (anniversario quasi esatto) vedrà la luce il seguito, “Ants From Up There”. Prevedibili i fucili puntati. Io attendo fiducioso.

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I migliori album del 2021 (10): Parquet Courts – Sympathy For Life (Rough Trade)

Un bel casino se debutti con un album, “Light Up Gold”, che subito acquisisce una nomea di classico confermata quando a fine decennio (è del 2012) non vi erano giornale o sito che non si cimentassero nella compilazione di liste dei migliori dischi degli anni ’10. Che fare se, pronti e via, produci un capolavoro? Come scansare l’ansia da prestazione e i fucili puntati di chi pronostica che non potrai che ripeterti e in peggio? I Parquet Courts hanno scelto di mantenersi in movimento, procedendo inizialmente per piccoli aggiustamenti e quindi allontanandosi sempre più da un sound aggressivo, post-punk con tratti noise da qualche parte fra Fall, Pavement e Sonic Youth, che ha fatto scuola. Come ha osservato il chitarrista e cantante Austin Brown, “mi è capitato di ascoltare un sacco di pezzi che suonavano come nostri, ma non lo erano”. Laddove l’altro chitarrista e cantante Andrew Savage racconta di una passione sempre più spinta, e alimentata a sostanze psicotrope, per la dance. Poco da stupirsi se il settimo album in studio dei newyorkesi comincia con un brano, Walking At A Downtown Pace, che pare una outtake di “Screamadelica”.

D’altra parte già nel precedente “Wide Awake!” i Nostri avevano optato in diversi episodi per un funk che a questo giro si fa talvolta cerebrale. Ed ecco una Marathon Of Anger in scia ai Talking Heads di “Remain In Light” e una Zoom Out che evoca quelli di “Little Creatures”, una Plant Life che sono i King Crimson di “Discipline” alle prese con Fela Kuti, una Trullo che incrocia Ian Dury con le ESG. Rappresentano (felici) deviazioni il krautrock motoristico Applicatus/Apparatus, una scorticata Homo Sapien che unica potrebbe arrivare dal lontano esordio e l’onirica ballata a suggello Pulcinella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.437, dicembre 2021.

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I migliori album del 2021 (11): Squid – Bright Green Field (Warp)

L’album d’esordio degli Squid, quintetto di Brighton con l’insolita caratteristica di avere un cantante che è anche il batterista, contiene undici brani. Sono quattro di meno di quelli pubblicati dal 2016, alcuni solo come file audio e gli altri sparsi su vinili che coprono l’intero arco dimensionale del supporto (7”, 10” e 12”), nessuno dei quali è qui ripreso. L’auspicio è che prima o poi la Warp, etichetta storica della più nobile elettronica “di consumo” che non disdegna di avventurarsi anche in lande chitarrose, convinca Ollie Judge e soci a recuperarli su una raccolta che varrebbe poco meno di un debutto che vale tanto. Forse, tantissimo: “The Quietus” lo ha salutato come uno dei migliori di questo secolo e più gli ascolti si susseguono più cresce la convinzione che non si tratti del solito “hype” cui sovente la critica di quelle parti indulge. Per certo anche perché punto di arrivo di un percorso non breve.

Da cui una maturità, non a discapito della freschezza, inusuale per degli esordienti in lungo. Come degli abili coreografi che mantengono alla danza un’illusione di spontaneità benché ogni movimento sia stato in precedenza accuratamente provato (lo ha scritto “Pitchfork”, per una volta azzeccandoci), gli Squid. Qui il cosiddetto “nuovo post-punk” appare, se non del tutto nuovo (come potrebbe?), in sintonia con lo zeitgeist. E se non rinuncia a fare esercizio di critica dissezionandolo (e allora e per esempio se G.S.K. incrocia i P.I.L. con i King Crimson reinventatisi new wave Narrator è funk come lo erano i Gang Of Four ma pure i Contortions, se Paddling revisiona indie i Neu! Peel St. rilegge i Fall in chiave LCD Soundsystem) a prevalere nel recensore è un epidermico entusiasmo. Merce rara.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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