2021: 15 (+1) ristampe, live, antologie da recuperare, costi quel che costi

1) Can – Live In Stuttgart 1975 (Spoon/Mute, 2CD/3LP) & Live In Brighton 1975 (Spoon/Mute, 2CD/3LP)

2) John Coltrane – A Love Supreme: Live In Seattle (Impulse!, CD/2LP)

3) My Bloody Valentine – EP’s 1988-1991 (MBV/Domino, 2CD)

4) Gang Of Four – 77-81 (Matador, 4CD/6LP)

5) Bush Tetras – Rhythm And Paranoia: The Best Of (Wharf Cat, 2CD/3LP)

6) Eddie Hazel – Game, Dames And Guitar Thangs (Real Gone, CD/LP)

7) Leo Nocentelli – Another Side (Light In The Attic, CD/LP)

8) The Jazz Butcher – Dr Cholmondley Repents: A-Sides, B-Sides And Seasides (Fire, 4CD)

9) Bruce Springsteen & The E Street Band – The Legendary 1979 No Nukes Concerts (Columbia, 2CD/2LP)

10) Willie Dunn – Creation Never Sleeps, Creation Never Dies (Light In The Attic, 2LP)

11) Joni Mitchell – Archives Volume 2: The Reprise Years (1968-1971) (Rhino, 5CD)

12) Alice Coltrane – Kirtan: Turiya Sings (Impulse!, CD/2LP)

13) Radiohead – Kid A Mnesia (XL, 3CD/3LP)

14) Primal Scream – Demodelica (Columbia, CD/2LP)

15) Come – Don’t Ask Don’t Tell (Fire, 2CD/2LP)

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L’album più sopravvalutato del 2021: The War On Drugs – I Don’t Live Here Anymore (Atlantic)

All’indomani della nascita del primogenito, Bruce Springsteen gli dedicava un brano chiamato Living Proof. A inaugurare quello che per i suoi più che di chiunque altro (sebbene ogni tanto conceda ai sodali di co-firmare qualche spartito) War On Drugs è il quinto lavoro in studio, Adam Granduciel (indovinate che nome ha scelto per il suo di primogenito… Bruce) ne sistema uno intitolato… Living Proof. Si può essere più trasparenti nel dichiarare le proprie influenze? “Show a little faith” invita tre pezzi dopo, in I Don’t Wanna Wait, citando Thunder Road. Rispettivamente la canzone migliore dell’album con le sue chitarre acustiche folky, una melodia pianistica perfetta e un filo di organo che è poesia e quella che suscita le maggiori perplessità, la più anni ’80 di tutte, batteria dritta da In The Air Tonight, fra i dieci brani in programma sono in realtà e un po’ paradossalmente i due che girano più alla larga dal Boss. È in altre due tracce, collocate di seguito (settima e ottava), che l’omaggio al maestro si fa pura mimesi, Old Skin praticamente una outtake di “Tunnel Of Love”, Wasted l’anello mancante fra Bobby Jean e No Surrender.

Dannato Granduciel! Davvero non gli si può negare un certo qual talento e che peccato che un esasperato perfezionismo lo porti quasi invariabilmente a sciupare idee anche buone tornandoci su all’infinito, arrangiando, riarrangiando e sovrarrangiando e che fortuna che almeno Living On Proof l’abbia lasciata “buona la prima”, che non abbia troppo pasticciato una Occasional Rain che rimanda agli U2 in fissa Americana. Prendete Harmonia’s Dream e Change: avrebbe potuto scriverle Tom Petty, che però poi si sarebbe ben guardato dal renderle così bombastiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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2021: il meglio del resto

16) Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway (Les Disques Bongo Joe)

17) Sault – Nine (Forever Living Originals)

18) Joan As Police Woman, Dave Okumu & Tony Allen – The Solution Is Restless (PIAS)

19) Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

20) Valerie June – The Moon And Stars: Prescription For Dreamers (Fantasy)

21) Yola – Stand For Myself (Easy Eye Sound)

22) Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!)

23) Mdou Moctar – Afrique victime (Matador)

24) Shame – Drunk Tank Pink (Dead Oceans)

25) Tropical Fuck Storm – Deep States (Joyful Noise)

26) Goodspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee At State’s End (Constellation)

27) Arab Strap – As Days Get Dark (Rock Action)

28) Del Amitri – Fatal Mistakes (Cooking Vinyl)

29) David Crosby – For Free (BMG)

30) Lindsey Buckingham – Lindsey Buckingham (Reprise)

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Il mio color che non va

Ehi, ehi, ehi, dimmi Wilson Pickett,/ehi, ehi, ehi, dimmi tu James Brown,/questa voce dove la trovate?/Signor King, signor Charles, signor Brown,/io faccio tutto per poter cantar come voi/ma non c’è niente da fare, non ci riuscirò mai./Penso che sia soltanto per il mio color che non va./Ecco perché io vorrei,/vorrei la pelle nera,/vorrei la pelle nera.” (Nino Ferrer, Vorrei la pelle nera, 1967)

Come già raccontavo nella prefazione a Venerato Maestro Oppure, il volume con il quale nella primavera 2020 ha preso le mosse un progetto di parziale antologizzazione degli immensi archivi accumulati dacché nell’83 decisi di provare a vivere scrivendo di musica (a ventun anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età), cominciai a comprare dischi quindicenne. Era il 1977. Era il tempo del punk e della disco. Nel primo inciampai casualmente quasi subito e fu amore a primo accordo: di White Riot. La seconda era ovunque: impossibile scansarla, un dovere per un rocker per di più simpatizzante per il PCI (era pure un tempo di tribù che non si parlavano, quando non si combattevano) schifarla, o quantomeno dare a intendere di farlo. Con formidabile equivoco quella che nella terra di origine era fra il tanto resto la colonna sonora della comunità gay qui da noi fu adottata dai giovani di destra, che ne colsero solo l’aspetto edonista, laddove a sinistra veniva squalificata come degenerazione commerciale di una gloriosa tradizione che affondava le radici nel blues e aveva avuto come sviluppo ultimo il free jazz. Che poi nel segreto delle proprie camerette Archie Shepp (se c’era) restasse intonso e un giro a certi singoli passati da insospettabili amici (nel mio caso un allievo del conservatorio che in quella stessa prestigiosa istituzione finirà per insegnare violino) lo si facesse invece fare (ricordo ancora con imbarazzo il giorno in cui mia madre mi sorprese ad agitarmi inconsultamente sulle note di Daddy Cool delle Boney M ─ o era qualcosa dei Village People? ─ e sorrise indulgente) restava, per l’appunto, un segreto. D’altronde: negli Stati Uniti di certi dischi certi rocker (che però detestavano pure il punk) organizzavano roghi. Il reggae invece, in quanto forma di espressione indiscutibilmente ribelle nonché colonna sonora per le prime canne, era ok, anche se oltre a Bob Marley e Peter Tosh non si andava. Anche se naturalmente il primo reggae lo ascoltai dai Clash: Police And Thieves (la versione originale di Junior Murvin mi entrerà in casa un dodici o tredici anni dopo). E sempre a Strummer, Jones, Simonon e Headon fui, come tanti, debitore della prima disco music che era legittimo farsi piacere, perché erano loro: The Magnificent Seven. Inaugurava nel dicembre 1980 il triplo “Sandinista!” e nell’aprile dell’anno dopo usciva pure a 45 giri, precedendo di sette mesi This Is Radio Clash. Che è la ragione, quest’ultima, per la quale posso serenamente rivendicare che mentre della disco illo tempore capii poco, per non dir nulla, con l’hip hop fui viceversa profondamente sintonizzato sin dai suoi primordi. Ma converrà che faccia ora un piccolo, piccolissimo passo indietro.

L’inizio della mia grande storia d’amore con una black declinata in praticamente ogni sua accezione, ma per cominciare con il soul e l’errebì dell’era aurea, data proprio 1980. All’epoca possedevo forse un centinaio di LP (collezione che mi sembrava sterminata) e fra essi appena un minimo sindacale di blues (Muddy Waters e Willie Dixon, cui ero arrivato per tramite dei Rolling Stones; Bo Diddley, comprato perché era andato in tour come spalla indovinate di chi) e una raccolta di Otis Redding. Cui se ne aggiungeva allora una seconda, “Gonh Be Funky” di Lee Dorsey, acquistata senza avere la minima idea di chi fosse costui soltanto perché a firmare le note letteralmente autografe sul retro di copertina era Joe Strummer, ed era un mondo che mi si spalancava davanti. Ma a cambiarmi per sempre la vita era un film, non una canzone o un album: The Blues Brothers. James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, John Lee Hooker (e Cab Calloway, Steve Cropper, Chaka Khan…) li ho conosciuti grazie a John Landis. Per un bel po’ (un bel po’ misurato con il metro di un non ancora ventenne) per me Sweet Home Chicago resterà legata all’interpretazione di John Belushi. Il che renderà incredibilmente emozionante sentirla infine da Robert Johnson. Nel frattempo mi ero messo a studiare. Non ho mai smesso. Non smetterò mai. Sarà che ho scritto tanto, per un sacco di anni e una quantità di testate, dalle più autorevoli alle più improbabili, di musiche afroamericane; sarà che nel 2003 Riccardo Bertoncelli mi affidava la redazione, per la collana Atlanti musicali della Giunti, del tomo dedicato a Soul e rhythm’n’blues – I classici, che mi risulta sia stato uno dei più venduti della serie (il che rende un mistero che un seguito dedicato ai moderni non  mi sia mai stato commissionato, nonostante avessi dato la mia disponibilità): fatto è che godo di una fama, che so essere immeritata, di superesperto in materia. In realtà conosco un tot di persone (non necessariamente colleghi; anzi: di colleghi pochini) che ne sanno parecchio più di me. In realtà non passa mese in cui non faccia una piccola o anche clamorosa scoperta, o non mi renda conto che un pregiudizio era in parte o completamente ingiustificato. Il rovescio della medaglia, quello bello, è che sapendo di non sapere continuo a scavare e rinvenire tesori. Magari un giorno a dio (che se esiste è per forza di colore) piacendo metterò in cantiere un altro libro per riferirvi di cosa ho imparato negli ultimi dieci-quindici anni o su di lì.

Per intanto ripropongo. Il volume che avete fra le mani nasce come ristampa, integrata con alcuni articoli che all’epoca per ragioni che mi risultano oggi oscure non inclusi e pochi altri di successiva redazione, di uno che vedeva la luce nel 2007 per i tipi di Tuttle Edizioni e prendeva il titolo, Scritti nell’anima, da una rubrica dedicata a blues e soul, funky ed errebì di cui fui titolare, per un totale di cinquantasei puntate pubblicate fra il settembre 2000 e il dicembre 2005, per il mensile “Blow Up”. Già allora non mi limitavo a una semplice raccolta in ordine di uscita. Rimescolando il tutto provavo, aggiungendo all’uopo pezzi apparsi precedentemente sempre sul giornale in questione e una manciata di altri usciti sul bimestrale “Bassa Fedeltà”, sull’allora settimanale “Il Mucchio” e sul trimestrale “Extra”, a disegnare una scaletta in grado di tracciare (per quanto naturalmente con enormi lacune: una pur tascabile enciclopedia l’avevo in ogni caso già firmata) una mappatura della black music da Robert Johnson a Prince per tramite del racconto delle vicende biografiche e artistiche di alcune decine dei suoi protagonisti. Scritti nell’anima è esaurito dal 2010 (il suo autore da molto prima) e da allora non si contano quanti mi hanno chiesto se mi crescesse una copia da vendergli (no, ne ho giusto una) o se sarebbe mai stato ripubblicato. Eccolo qui.

Però a un certo punto ho capito e di conseguenza deciso che a rimetterlo fuori limitandomi a ingrassarlo con una dozzina di articoli avrei fatto sì cosa gradita a chi voleva leggerlo, ed era arrivato in ritardo, ma che nel contempo avrei perso per sempre l’occasione di trasformarlo in un qualcosa di decisamente altro e più significativo. Peggio: ne avrei tradito lo spirito. Avrei implicitamente dato ragione a quelli che nel 1977 non intesero ─ e io, incolto sciocco, con loro ─ come la disco, lungi dall’essere uno svilimento di quanto l’aveva preceduta nell’ambito delle musiche di ascendenze afroamericane, si ponesse rispetto a esse come uno sviluppo in perfetta continuità. Nel solco ─ into the groove ─ di una tradizione che parte dagli schiavi che cantavano e percuotevano i loro tamburi a Congo Square, nella New Orleans degli anni ’50 del XIX secolo. In maniera non dissimile da quei Last Poets che in un parco della Big Apple il 19 maggio di un 1968 fatidico pure a ragione di ciò ponevano le basi, proiettando nel XX secolo la figura del griot africano da cui discendevano in linea diretta, di ciò che da allora si chiama rap e da lì a qualche anno, e sempre nei parchi newyorkesi, si sarebbe evoluto in hip hop.

Va da sé che se alla stragrande maggioranza dei solisti e dei gruppi affrontati in Scritti nell’anima sono arrivato quando erano ormai da decenni storia, e spesso leggenda, di una parte importante dell’epopea dell’hip hop ho invece avuto la fortuna di essere, sebbene giocoforza da lontano, testimone in presa diretta. Ebbi l’occasione preziosa di occuparmene da cronista piuttosto che da studioso. Assai meno di quanto mi sarebbe piaciuto ma abbastanza da potere allestire, con una scelta di pezzi diversi dei quali d’epoca, quella che è ben più che una mera appendice al libro del 2007. In Super Bad! il filo rosso, o se preferite nero, che lega dalla prima all’ultima le vicende che vi sono narrate ─ dal 1927, quando Blind Willie McTell incideva le sue prime quattro facciate, al 2003, anno in cui gli OutKast pubblicavano il monumentale “Speakerboxxx/The Love Below” ─ è ben visibile a chi non sia cieco più di colui che (ipse dixit Bob Dylan) cantò il blues come nessuno mai.

Più che un filo, sono trame su trame. Robert Johnson che dà appuntamento a un crocicchio al demone della mitologia vudù Papa Legba per vendergli l’anima in cambio di una prodigiosa abilità chitarristica e autoriale sa cosa sta facendo esattamente quanto Flavor Flav che, da lì a mezzo secolo, assumerà sul palco l’iconografia e le mosse di Ghede, in quel medesimo pantheon guardiano delle ossa dei defunti e governatore di sesso, morte e bambini. Billie Holiday apre inconsapevolmente la stagione delle lotte per i diritti civili con Strange Fruit e l’America la ripagherà vessandola (ci provava pure con Ray Charles) come farà con James Brown, colpevole più di avere alzato la testa che di averla persa. Jerry Butler entra in politica, Ice-T e Tupac Shakur (da rubricarsi alla voce “curiosità”: identiche le ambientazioni ultraterrene di un video di costui e della canzone con cui senza saperlo Johnnie Taylor si congedava) vagheggeranno di farlo. E a proposito di quest’ultimo: come somiglierà tragicamente la sua uscita di scena a quelle altrettanto premature di Sam Cooke, Malcolm X, Dyke Christian; se vogliamo, di Marvin Gaye. Se di “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” dei Public Enemy Chuck D dirà che “volevo fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”, stessa impresa felicemente arrischiata dal Gil Scott-Heron di “Reflections”, la copertina di “Stankonia” degli OutKast citerà quella di “There’s A Riot Goin’ On” di Sly & The Family Stone. Di Atlanta gli OutKast, proprio come quegli Arrested Development che di Sly e sodali si erano presi carico di una parte dell’eredità. “Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare, qualcosa mi frena./È perché sono nero?” cantava Syl Johnson in Is It Because I’m Black? e in “The W” i Wu-Tang Clan lo campioneranno, laddove nel suo ultimo album il menzionato poco più su, e loro antesignano in quanto pioniere del rap, Gil Scott-Heron coverizzerà Robert Johnson provvedendo così a chiudere un cerchio. L’ennesimo. Cosa accomuna, ad esempio, sempre Gil Scott-Heron, Charley Patton, Lead Belly, R.L. Burnside, Ted Hawkins, Billie Holiday, Ray Charles, Little Willie John, James Brown, Miles Davis, Ol’ Dirty Bastard, Coolio, il solito Tupac? Facile: l’essere stati tutti ospiti, chi per qualche giorno e chi per anni, delle patrie galere. Potrei andare avanti per pagine e pagine. Rilevando, per dire, che la pratica delle scherzose gare di vanterie che i bianchi scoprivano con Bo Diddley fu fra gli elementi fondanti del rap. Che quella della jam riguarda il jazz come l’hip hop. Eccetera.

Ma di pagine da leggere ne avete già quattro abbondanti centinaia. Doveste mai annoiarvi, sarà solamente colpa mia. Non certo delle cento storie che ho provato a raccontare.

Torino, 8 dicembre 2021

Tratto da Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop.

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I migliori album del 2021 (1): black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Lo avevano promesso quando “Schlagenheim” – uno dei più eccitanti debutti degli anni ’10: capolavoro fatto e finito, altro che “acerbo ma promettente” come da cliché sovente sono pure gli esordi migliori – era nei negozi da pochi giorni: tempo due anni e saremo tutta un’altra cosa. Hanno mantenuto, con il paradossale esito che mentre l’universo mondo si spellava le mani applaudendolo (l’album era acclamato come uno dei dieci migliori del 2019 da “Mojo” come da “The Quietus” e dal “New York Times”) e loro se ne dichiaravano viceversa già insoddisfatti il successore è piaciuto agli autori, al sottoscritto e a ben pochi altri, recensioni in verità mediamente alquanto positive seguite però da una subitanea svalutazione e dalla peggiore delle condanne: l’oblio. È finito in pochissime liste di fine anno e quanto al pubblico, e al netto di un’ingenuità che ha impedito che venissero conteggiate le copie vendute dell’edizione in vinile nero, un numero 64 nella classifica UK. Come dire il nulla nell’anno in cui gli amici (ma amici sul serio e genuini estimatori: vagheggiano di incidere prima o poi qualcosa tutti assieme) Black Country, New Road andavano con “For The First Time” al numero 4. Un disastro, un suicidio. Un trionfo, artisticamente.

La grande differenza fra il primo e il secondo black midi sta nel manico. Quello nasceva in studio come frutto di jam furiose cui solo l’eccezionale valenza di strumentisti dei quattro ragazzi e un’intesa telepatica impediva di deragliare. Questo i tre (vittima nel frattempo di un esaurimento nervoso, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin ha offerto un apporto alle fasi preparatorie ma non ha poi partecipato alle registrazioni e chissà se tornerà in squadra o lo abbiamo già perso) lo hanno scrupolosamente pianificato, facendosi poi dare una mano in sala di incisione da un tastierista e da un sassofonista che li avevano affiancati in tour. Al tempo dell’uscita annotai che rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso. Molti ascolti dopo mi scopro completamente d’accordo con me stesso a metà: diverso sì, superiore anche. Se il predecessore era un ossimoro di monolite perennemente cangiante il seguito può essere detto una suite e d’altronde “progressive” non è mai stato una parolaccia applicato a questo gruppo essendo i referenti nell’ambito i più nobili: i King Crimson da subito, i Van Der Graaf Generator soprattutto ora che c’è pure un sax. Un filo nero tutt’altro che invisibile lega una Intro minimale (aggettivo che mai si sarebbe pensato di potere accostare ai Londinesi), sinuosa e rombante alla conclusiva Ascending Forth, gemma abbacinante e insieme oscura (altra congiura di opposti) di avant-folk in transito dal pacificato al solenne e per il tempo di qualche battuta un valzer, addirittura. Fungono da fantasmagorico tramite una John L che nel titolo cita gli Ash Ra Tempel o i P.I.L., o entrambi, e nello spartito si inventa (immagina, puoi) dei Fall non digiuni di fusion, la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich, una Chondromalacia Patella (mi viene in soccorso Wikipedia: è un’infiammazione delle cartilagini del ginocchio) ipotesi di Primus con Robert Fripp in squadra e la sua appendice Slow. E ancora: l’estatica, onirica, cinematografica Diamond Stuff; la scottwalkeriana (quasi ogni Scott Walker possibile più uno inaudito: into the groove) Dethroned; una Hogwash And Balderdash che con il suo moto perpetuo unica si riallaccia al debutto facendone fulminea (2’32”) sintesi. Alla fine una certezza: nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato lo scorso 28 maggio, “Cavalcade” era stato però registrato fra giugno e agosto dell’anno prima. Il migliore album del 2021 di VMO è in realtà un disco del 2020. Chissà dove si trovano i black midi, cosa si stanno inventando ora che si è fatto il 2022.

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I migliori album del 2021 (2): Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows (Transgressive)

I Blur non danno notizie dal 2015 ma, per quanto i due dischi pubblicati in questo secolo siano degne aggiunte a un catalogo eccezionale, un eventuale riaffacciarsi alla ribalta sarebbe più esercizio di vanità (scommessa sul settimo numero uno consecutivo nella classifica UK degli album) che un fare di improbabile urgenza creativa virtù: appartengono ai ’90, li rappresentano come pochi (in patria nessuno), riposino in pace. Sul progetto The Good, The Bad & The Queen potrebbe avere posto una pietra tombale ahinoi non metaforica la dipartita di Tony Allen. Con i Gorillaz ridotti sul serio a un cartone animato non ci resta che Damon Albarn, il cui primo vero lavoro da solista, “Everyday Robots“, era più datato (2014) dell’ultimo Blur. A giudicare dal secondo, possiamo felicemente farcelo bastare.

Chissà quanto sarebbe risultato diverso, senza la pandemia, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”. Era stato pensato come pièce orchestrale ispirata dagli aspri paesaggi di quella Islanda che da un po’ di tempo (strano approdo per uno che cominciava a deviare dal Britpop innamorandosi riamato del Mali) il nostro uomo chiama casa, ma il covid ha fatto sparire l’orchestra. Sono rimasti i paesaggi e una quantità di strumentisti, qualcuno dei quali ha potuto offrire il suo apporto in presenza mentre altri hanno contribuito da remoto. Da remoto a remoto, si potrebbe dire. Il Damon demiurgo li ha usati come un pittore colori e pennelli, ivi compresi (mia impressione) i tre accreditati come co-autori di questa e quella traccia fino a giungere a un totale di nove su undici: Simon Tong e Mike Smith, collaboratori di lungo corso, e André de Ridder, uno importante nella classica e fra i non molti a proprio agio con le contaminazioni alto-basso. Magari perché persuaso che alto e basso possano talvolta confondersi fino a farsi indistinguibili, della qual cosa non ho ascoltato nel 2021 dimostrazione più eloquente di questo disco. Opera per un verso circolare, per un altro in perfetta e dunque non perfettibile progressione – da un brano inaugurale e omonimo la cui struttura emerge come da un sollevarsi di nebbia mattutina mantenendo tuttavia fino in fondo un che di impalpabile a Particles, ballata confidenziale in moviola con il pathos del Nick Cave odierno e la memorabilità dell’antico – e a cambiare un dettaglio, figurarsi la scaletta, se ne sciuperebbe irrimediabilmente la magia. L’unica, lontana eco di Blur risuona, dopo una The Cormorant che trasloca un redivivo Scott Walker nella Bristol dell’era aurea del downtempo, in Royal Morning Blue, che una ritmica fuori registro rispetto al resto rende sbarazzina appena prima che Combustion rimescoli tutto mandando in incongrua quanto sublime collisione Jon Hassel con dei Killing Joke (degli altri che l’Islanda la frequentarono) votati al free. Al netto di una Esja più Fennesz che Brian Eno, è l’unico episodio ansiogeno, e il più ispido, laddove giusto in mezzo ai due Daft Wader e il valzer Darkness To Light chiariscono quale sia il solo plausibile antecedente (chissà se un’ispirazione) di “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”: “Rock Bottom” di Robert Wyatt. Da costui, non si fosse ritirato (da Leonard Cohen, non ci avesse lasciato), sarebbe bello ascoltare The Tower Of Montevideo, capolavoro dentro un capolavoro di jazz traslato in un Sudamerica dell’anima, altro che fiordi e geyser. Che resta? Il Satie svagato di Giraffe Trumpet Sea come introduzione all’Eno che ti aspetteresti di conseguenza ambient e invece no, è quello delle canzoni, di Polaris.

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, cantava Battiato. Qui Albarn rovescia in riflessione intimista uno sguardo spalancato su orizzonti nei quali l’uomo si perde, microscopica, semi-invisibile macchia sullo smisurato foglio bianco dell’eternità.

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I migliori album del 2021 (3): Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/AWAL)

Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia se l’hip hop a un certo punto ha preso ad annoiarmi – non l’hip hop in genere: quello odierno – e ho dunque smesso di seguirlo con l’attenzione dedicatagli per un quarto di secolo. E dovessero chiedermi che salvo, cosa ritengo indispensabile degli anni ’10 interi mi verrebbe in mente solo “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarebbe stato probabilmente il mio album del 2015 se a fine 2015 non mi fossi dovuto dedicare a ben altro che compilare playlist. Oltre a “We Got It From Here…” degli A Tribe Called Quest (che poi si sono sciolti) e “Elephants On Acid” dei Cypress Hill, gli uni e gli altri però dei veterani e si sa che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia, dicevo, perché di sicuro mi sono perso dei dischi interessanti, dei capolavori non credo e comunque la vita è breve e a un certo punto devi fare delle scelte. Così l’album prima di questo della londinese di origini nigeriane Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, “Grey Area”, l’ho ascoltato con quasi tre anni di ritardo e dire che lo candidarono al Mercury Prize (che non vinse), agli Ivor Novello Awards (quello se lo portò a casa) e che il “New Musical Express” (che però non conta più un cazzo, dai) lo proclamò migliore disco britannico del 2019. Mi è sembrato bello assai e se all’epoca non mi fosse sfuggito almeno una segnalazione su VMO se la sarebbe guadagnata. “Sometimes I Might Be Introvert” l’ho ascoltato con tre mesi di ritardo e siccome è uscito lo scorso settembre in tempo utile per questa lista. A conquistarmi ha impiegato 1’07” dei 65’12” che dura: il tempo che ci mette la ragazza a entrare in scena in Introvert dopo una ouverture fra il marziale, l’operatico e la fanfara che mai di aspetteresti in un disco catalogato alla voce “hip hop”. L’eleganza, l’imperiosità della voce mi hanno subito avvinto e quando in trame densissime a 2’00” si è fatto largo il soul mi era già chiaro di essermi infilato in un loop senza ritorno. Vale a dire che avrei ascoltato e riascoltato. A ogni passaggio l’album ha scalato qualche posizione nella mia classifica di gradimento AD 2021 ed eccoci qua.

La forza di “Sometimes I Might Be An Introvert” è il suo sapere mantenere la tensione lungo una durata di altri tempi, quelli del CD, non di Spotify. Di porgersi come un (capo)lavoro che per un verso è indispensabile fruire come assieme, ciascuna delle diciannove tracce che lo compongono che si inserisce armoniosamente nel flusso creato dalla precedente e al centro un’artefice che si fa così attrice protagonista (lei che è anche attrice e pure di vaglia e successo) di quello che si può tranquillamente etichettare come un concept in forma di musical. Ma nel contempo: disco zeppo di canzoni strepitose che puoi estrapolare senza che nulla perdano venendo tolte dal contesto e anzi il contrario, ciascuna un classico a sé stante. Si tratti di una Two Worlds Apart che in un album tutto suonato unica si affida a un campionamento (di Smokey Robinson) ed è scheggia di epopea Native Tongues o di una I Love You, I Hate You che va ben più a ritroso, immergendosi in piena era blaxploitation; di una Little Q frazionata in due parti che ci ricorda di quando Kanye West era un genio e non un caso umano o di una Standing Ovation che oggi Jay-Z ucciderebbe per scrivere un pezzo così; dell’incursione di modernità rappresentata dallo schietto grime di Rollin’ Stone, dello scoppiettante errebì inconsultamente a braccetto con il synth-pop di Protect My Energy o di due pezzi afrobeat favolosi quali Point And Kill  e Fear No Man.

Dal disco sono stati tratti cinque singoli. Mi domando perché non I See You, di gran lunga il brano più commerciale in scaletta. E poi mi do una risposta.

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I migliori album del 2021 (4): Arlo Parks – Collapsed In Sunbeams (Transgressive)

Che peccato che nel suo esordio in lungo la ventenne (ventenne!) afro-franco-britannica Arlo Parks non abbia incluso, magari come bonus in coda alle undici tracce in tutto o in parte autografe che danno vita ai suoi quaranta minuti insieme densissimi e di una levità, pure quando i ritmi si alzano, che quietamente stende, la sua meravigliosa versione voce e piano di Creep. Resa come avrebbe potuto Carole King. Non che manchino i riferimenti ai Radiohead, nel disco. Nel testo del dinoccolato funk con organo errebì Too Good Thom Yorke è citato esplicitamente, la linea di basso della saltellante Eugene richiama quella di House Of Cards e del resto, stando alla stessa autrice, anche la serrata e nel contempo tenera Caroline è stata ispirata dalla frequentazione ossessiva di “In Rainbows”. Non lo si direbbe all’ascolto. Dei Radiohead, soprattutto i primi, quelli musicalmente mediocri rispetto ai giganti che diverranno ma con il dono di sapere cogliere come pochi un certo spleen adolescenziale, è lo spirito che si ritrova in “Collapsed In Sunbeams”, non gli spartiti.

Che dopo il breve preludio “spoken” che battezza e inaugura l’album si muovono in un ambito di tradizione black comunque tutt’altro che digiuna di modernità e adattata a uno stile cantautorale abbastanza peculiare da far chiamare in causa, per provare a raccontarlo, nomi assai distanti fra loro quali Sade, Jamila Woods o Frank Ocean. Nel mentre dà voce alla cosiddetta Generazione Z a “Collapsed In Sunbeams” riesce il miracolo di farsi “raccolta di storie universali che offriranno conforto ad ascoltatori di ogni età e un sottofondo per decenni e decenni a venire”. Ipse dixit il “New Musical Express”, per una volta azzeccandoci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (5): Allison Russell – Outside Child (Fantasy)

Per essere formalmente un’esordiente Allison Russell, da una Montreal tanto amata da intitolare il primo brano di questo primo lavoro da solista, ha un cv da paura: cinque album fra il 2003 e il 2010 con le Po’Girl, trio al femminile con Trish Klein e Diona Davies, caratterizzati da un raffinato mix di country, blues, folk e rock, con un tocco di jazz a impreziosire; e poi altri tre fra il 2012 e il 2018 con i Birds Of Chicago, duo con JT Nero (sodalizio che da artistico si farà sentimentale; i due oggi sono sposati) che al mix di cui sopra aggiungeva gospel e soul. Ingredienti più o meno tutti presenti, in diverse combinazioni e percentuali, in “Outside Child”, e a fare la differenza rispetto a un passato già… ahem… di tutto rispetto sono due elementi: una sensibilità pop mai così evidente in precedenza (almeno cinque o sei di queste undici canzoni vi resteranno in testa già dopo il primo ascolto) e da intendersi nel senso ecumenico e non in quello volgarizzante dell’espressione; un livello della scrittura (la Russell firma due brani da sola e gli altri a sei mani con Nero e Jeremy Lindsay) mai così alto. Stellare. Valorizzato vieppiù da una voce nel pieno della maturità, dagli arrangiamenti calibratissimi (favolosi gli inserti di clarinetto, suonato dalla stessa Russell) e da una registrazione eccelsa.

Non vi è traccia che non meriterebbe la citazione. Con lo spazio che scarseggia e per indirizzare il lettore a un primo assaggio, chi scrive segnala sopra il resto la sognante Montreal, una scanzonata Persephone, una The Runner che ribadisce l’onnipresenza dei Fleetwood Mac di “Rumours” nel pop-rock odierno, una All The Women più dalle parti di New Orleans che di Montreal e l’arcaico folk Little Rebirth.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Be My, Be My Baby – Per Ronnie Spector (10/8/1943-12/1/2022)

Ne ha di cose da raccontare Ronnie Spector: di quando Murray “The K” notò al newyorkese Peppermint Lounge lei, la sorella Estelle e la cugina Nedra e poco dopo le Ronettes esordirono su disco (era il 1961 e la signorina Veronica Bennett era minorenne); di quando andò in tour con degli ancora sconosciuti Rolling Stones in Gran Bretagna e lei e Keith Richards, bloccati per strada dalla nebbia, si ritrovarono a mendicare una colazione; di quando poco dopo le parti si invertirono e, oltre Atlantico, fu mamma Bennett a sfamare il giovane Keith; di quando i Beatles vollero a tutti i costi le Ronettes come spalla in quello che fu il loro ultimo tour; di quando George Harrison scrisse per lei il suo debutto a 45 giri da solista e Lennon e Ringo Starr ci suonarono; di quando Billy Joel cercò nel 1977 di rilanciarla e allora furono quelli della E Street Band a farle da gregari; di quando…

Per intanto però – altri anni sessanta in corso: i suoi – la signora non solo non ha alcuna intenzione di vivere del glorioso ricordo di quando era la massima epitome del pop adolescenziale spectoriano ma confeziona con questo “The Last Of The Rock Stars” il suo primo album da molto tempo in qua: e che signor disco! Dal riff serrato di una Never Gonna Be Your Baby che rovescia polemicamente l’invocazione dell’epocale Be My Baby (doloroso e combattuto il divorzio, umano e artistico, dal tirannico pigmalione Phil) a una springsteeniana circa “The River” (l’ha scritta però Amy Rigby) All I Want, da una languida There Is An End che sa di Chris Isaak (e ci canta Patti Smith) a una struggente You Can’t Put Your Arms Around A Memory che ricorda Johnny Thunders (e dà un commosso addio a Joey Ramone). Fino a una versione jazzata della Out In The Cold Again che fu di Frankie Lymon & The Teenagers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.268,  maggio 2006.

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