I migliori album del 2011 (5): Fleet Foxes – Helplessness Blues (Sub Pop)

Esiste! Il marxophone, che è uno degli undici strumenti che asserisce di suonare Casey Wescott in quello che è il secondo album dei Fleet Foxes, battendo di uno il leader – nonché autore dell’intero repertorio dell’attualmente sestetto di Seattle – Robin Pecknold. Il sospetto che la lista dei crediti di “Helplessness Blues” possa essere un elaborato scherzo, rinfocolato dall’assenza di una voce dedicata all’esoterico strumento sull’“Encyclopedia Britannica”, viene cancellato da una lunga scheda (con tanto di foto) su “Wikipedia”: dalla quale non solo si apprende che è uno zither senza tasti ma anche che è stato usato in un tot di incisioni assai famose, dalla Alabama Song di Kurt Weill versione Doors al classico dei Portishead Sour Times. Ed esistono pure il tremoloa (che è un altro zither), il waterphone (che è una sorta di ammodernamento del tamburo d’acqua tibetano) e il Crumar bass (che non è un basso elettrico bensì un sintetizzatore, fra l’altro prodotto a suo tempo in Italia). Benvenuti nel mondo dei Fleet Foxes: l’unico complesso rock che ti ci va il vocabolario per capire cosa suonino (a parte i volgari chitarra, basso, tastiere, batteria e i banali violino, mandolino, dulcimer, harmonium, moog, harpsichord, mellotron… eccetera) i suoi componenti. Manco si trattasse di musica tradizionale di qualche luogo che non riusciresti a collocare d’emblée sul mappamondo. Manco si trattasse di… uh… progressive.

Ecco: che ci sia un’attitudine progressive in Pecknold e sodali, ma dando all’etichetta la migliore delle accezioni possibili che è poi quella originaria, è indubitabile e – più per analogie filosofiche che non per effettive somiglianze – viene da pensare al più pop fra i gruppi canterburiani, ossia i Caravan. Che più o meno tutti i punti di riferimento individuabili nella loro musica  abbiano dai trentacinque anni in su – i Beach Boys nobili come i Fairport Convention, l’ISB piuttosto che Donovan, Roy Harper o il Van Morrison di “Astral Weeks” – non rende i Fleet Foxes né retrò né men che mai (davvero nel loro caso la rielaborazione di stilemi antichi è molto personale) revivalisti. Il che è un piccolo miracolo. Un miracolo maggiore, di quelli non troppo frequenti nella storia del rock, è che siano una band che mette un grande suono al servizio di grandi canzoni.

2 commenti

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2 risposte a “I migliori album del 2011 (5): Fleet Foxes – Helplessness Blues (Sub Pop)

  1. Antonio

    Antonio
    ciao Eddy, un ringraziamento particolare per l’aver scritto questa recensione sui Fleet Foxes e avermeli quindi fatti scoprire, una piacevole sorpresa. Non potendo ascoltare tutto cio’ che viene pubblicato, avere in te un filtro che consiglia cio’ che di buono c’e’ non e’ niente male.
    saluti Antonio

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