I migliori album del 2011 (4): Tom Waits – Bad As Me (Anti)

Dal 2004: da tanto aspettavamo il successore di “Real Gone”, ma è valsa la pena di aspettare. “Bad As Me” vale i momenti più alti di una produzione che di bassi non ne ha avuti. Al peggio, qualche disco che suonava un po’ “di maniera” e tuttavia nella maniera unica di un uomo che pure quando da giovane collezionava stereotipi trovava il modo di porgersi come “the one and only Tom Waits”. Lo fa più che mai oggi che, ormai nel settimo decennio di vita (la pubblicazione di questo diciassettesimo album di studio ha preceduto di poche settimane il suo sessantaduesimo compleanno), continua a offrirci lo spettacolo esaltante di un artista che ancora non si è stancato di reinventarsi.

Eppure non potrebbe essere che lui dalla marcetta stentorea e roca di Chicago, che apre il programma, al valzer di New Year’s Eve, che ne suggella la versione più breve mischiando al suo i dna di Leonard Cohen e Shane MacGowan. Chiusura perfetta e tuttavia a non procurarvi la versione “Deluxe” vi perdereste tre bonus imperdibili: una She Stole The Blush con un basso iperjazz in slalom fra le percussioni, la classica ballata rock Tell Me e una trottante After You Die. Naturalmente sono però sistemate prima le canzoni che rendono questo disco un secondo “Mule Variations” ma più estroso: forte di una propensione al rischio più pronunciata, di un ventaglio stilistico più ampio, di un’ispirazione quasi costantemente ad apici olimpici. Brusco lo stacco dall’ossessione errebì di Raised Right Man ai languori country-blues di Talking At The Same Time e da quella agli starnazzanti tribalismi Cramps di Get Lost, è un trittico di seduzione immane a condurre alla teatrale sguaiatezza della title-track: alla felpata e dolente Face To The Highway va dietro la giostrina natalizia (facilmente ricollocabile in un “Blue Valentine” o in un “Foreign Affairs”) di Pay Me e a quella lo shuffle confidenziale di Back In The Crowd. Se Kiss Me  daccapo rimanda ai primi ’70 del Nostro, Satisfied quasi ottunde con i suoi fragori. Piccoli capolavori antipodici, infine, Last Leaf e Hell Broke Luce: da un quadretto di malinconia surrurale a un dispiegarsi di controllata isteria urbana punteggiata da quelle che paiono raffiche di mitra in nemmeno sette minuti. Per Waits sono finiti gli aggettivi. Speriamo non ci dia il tempo di rifarne scorta.

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