I migliori album del 2011 (2): TV On The Radio – Nine Types Of Light (Interscope)

Difficile parlare di evoluzione per questo complesso quintessenzialmente newyorkese pure nel suo essere formato da gente nata magari assai lontano dalla Big Apple, come il fondatore e nigeriano di natali Tunde Adebimpe, cantante, percussionista, pittore, attore e regista. Nel senso che non è che ogni prova di costoro sia una versione riveduta e corretta della precedente. E nemmeno si può dire che il loro stile fosse definito all’altezza di quel “Desperate Youth, Blood Thirsty Babes”, del 2004, che nella vulgata comune ne risulta l’esordio quando invece era stato preceduto di due anni dall’autoprodotto e superclandestino “OK Calculator”. Lì cominciava soltanto a svelarsi un sound proteiforme, debitore di talmente tante e soprattutto distanti influenze – krautrock e doo wop, Eno e Prince, Pixies e Banshees, Bowie (ospite nel 2006 in “Return To Cookie Mountain”) e Funkadelic, Wire e Peter Gabriel, Fall (cui nel loro primo tour importante i ragazzi suonavano di spalla) e  Last Poets – da farsi unico. E perennemente cangiante: già perfettamente formato all’inizio, poi sempre diverso e nondimeno riconoscibile e lo è rimasto tanto nel capolavoro del 2008 “Dear Science” che in questo quasi altrettanto spettacolare seguito. E tuttavia: è il primo disco in cui non serve una foto per capire che i TV On The Radio sono tutti tranne uno – il secondo dei due che avviavano il progetto: David Andrew Sitek – neri.

Se il predecessore era stato giustamente raccontato come l’esempio più creativo di rivisitazione negli anni 2000 del canone new wave, di “Nine Types Of Light” salta all’orecchio sin da una Second Song simpaticamente prima e clamorosamente mediana (ma con Eno regista!) fra un Curtis Mayfield e un George Benson che è nettamente l’album più black dei nostri eroi. Bizzarro che cominci con una canzone che sarebbe stata perfetta come suggello, coerente che si concluda con la massiccia Caffeinated Consciuosness, un assalto alla Living Colour che sarebbe stato un incipit ideale. In mezzo otto brani diversamente irresistibili, dai Talking Heads sotto codeina di Keep Your Heart alla neo-electro di New Cannonball Blues, a una rappata e travolgente Repetition, passando per il soul psichedelico di Killer Crane e per una Will Do che Lenny Kravitz per scriverla oggi si venderebbe l’anima.

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