Il migliore album del 2011: Jonathan Wilson – Gentle Spirit (Bella Union)

John Mayall ne restò a tal punto sedotto da andarci a vivere poco dopo averlo citato nel titolo di uno dei suoi album più belli, “Blues From Laurel Canyon”. Era il 1968. Da lì a due anni Joni Mitchell porgeva ancora più esteso e incantevole omaggio in “Ladies Of The Canyon” e questo dopo che Graham Nash aveva celebrato in Our House quell’angolo di bohème losangelena che la coppia condivideva. Avevano già abitato o ancora abitavano da quelle parti Jim Morrison e Frank Zappa, i Byrds, i Buffalo Springfield, i Love, i Canned Heat, Eric Burdon e un ancora sconosciuto Jackson Browne. Per qualche settimana persino Jimi Hendrix, addirittura i Beatles. Per il rock Laurel Canyon era il luogo leggendario ove gli ideali di “pace e amore” dell’hippysmo trovavano realizzazione e canzoni e dischi straordinari sbocciavano come fiori in un’eterna primavera, Mito che in qualche misura sopravviverà ai decenni sebbene messo a dura prova da un altro genere di residenti: John Holmes piuttosto che Marilyn Manson. E poi un imprecisato giorno, che non era ieri, si trasferisce lì dalla North Carolina tal Jonathan Spencer Wilson – cantante, autore, produttore, chitarrista, pianista, percussionista – ed è come se “quella” primavera lì fosse tornata. Come un magnete il giovanotto, nel cui studio di registrazione (quando non nel salotto di casa) cominciano a ritrovarsi musicisti di cinque o sei generazioni e cento stili. Non ci si crede a scorrere l’elenco di coloro che con costui hanno suonato professionalmente, o per il tempo piacevolmente interminabile di una jam notturna: da Erykah Badu a Jackson Browne (rieccolo), da Ramblin’ Jack Elliott a Elvis Costello, dal compianto Bert Jansch a Will Oldham, da Bonnie Raitt ai Doobie Brothers, a componenti o ex-componenti di Rage Against The Machine e Fleet Foxes, Black Crowes e Wilco, Jayhawks e Heartbreakers, E Street Band e Grateful Dead, Band Of Horses e Shins, Built To Spill e Modest Mouse. Ne ho citati una minima parte. Qualcuno dei più famosi. È andata a finire che Jonathan Wilson è divenuto un “musician’s musician” fra i più amati ma della cui esistenza erano al corrente giusto gli addetti ai lavori. Anche perché nel 2007 il nostro uomo si autocestinava un album di cui ci sono rimasti il titolo, “Frankie Ray”, e qualche brano in Rete.

Ufficialmente Wilson con “Gentle Spirit” è all’esordio, mandanto nei negozi a fine agosto quando a fine dicembre l’artefice ha compiuto trentasette anni, che proprio età da debuttante non è. Nondimeno: mai attesa fu tanto giustificata. Disco strabiliante, che più che a questi anni ’10 finora piuttosto deludenti (dopo che gli anni ’00 non avevano esattamente esaltato) rimanda a un incrocio ideale fra ’60 e ’70, fra una psichedelia a un apice di classicismo e un cantautorato con lo sguardo ancora proiettato verso il cosmo invece che già perso nella contemplazione del proprio ombelico. Pensate ai primi Spirit e ai Dead di “Aoxomoxoa”, immaginate i Pink Floyd di “Meddle” traslocati sulla West Coast e i Crazy Horse in combutta con i Quicksilver seconda maniera, fantasticate di un Neil Young influenzato da “The Cycle Is Complete” dell’ex-socio Bruce Palmer e non fermatevi lì. Osate! Sognate che David Crosby di “If I Could Only Remember My Name” ce ne abbia regalati due ed ecco, non dovrete più, dopo avere ascoltato “Gentle Spirit”. Disperavo che se ne potessero ancora fare di album così.

14 commenti

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14 risposte a “Il migliore album del 2011: Jonathan Wilson – Gentle Spirit (Bella Union)

  1. è vero, disco bellissimo, e i riferimenti che fai tu sono giustissimi. però! io in qualche suono di chitarra ci sento anche (talvolta soprattutto) echi di “hosianna mantra” dei popol vuh. mi sarò fumato il cervello? 🙂

    • Sui Popol Vuh hai ragione. Pero i dischi che chiamerei in causa io sarebbero piuttosto “Seligpreisung” e “Einsjäger & Siebenjäger”, entrambi molto più “californiani” di “Hosianna Mantra”.

  2. Disco dell’anno anche per me. Davvero ben suonato, e con suoni bellissimi (non sempre le due cose coincidono). Al di là dei trend, di dischi belli ne escono ancora molti, basta trovarli dove ci sono.

    • Buffo come risulti fuori dal tempo un album che cerca – e trova – una collocazione temporale tanto precisa, vero? In un ambito in cui nessuno inventa nulla, conta solo la qualità delle canzoni e – in seconda battuta – quella dei suoni. E davvero non ho ascoltato null’altro nel 2011 di tanto stellare sotto entrambi i profili.

  3. Asan Tole

    tra le screziature psichedeliche di questo disco, notevole, ci sento anche dei richiami ai Radiohead di Ok Computer.

    • Io, in tutta sincerità, i Radiohead in “Gentle Spirit” non ce li sento. Trovo però bello e straordinario che in un unico disco si possano rintracciare così tante suggestioni. E il tutto non a scapito bensì a vantaggio di un’esibizione di personalità davvero rara.

      • Asan Tole

        Ballad of The Pines ha il passo e l’andamento di Subterranean Homesick Alien secondo me, ma forse è quel ritmo un po’ ingolfato che mi da quella percezione di già sentito.

  4. giorgiovinyl

    L’ho scaricato ad un primo ascolto non è che mi faccia proprio impazzire, insisterò…

    • Per me amore a primo ascolto. Ma davvero è un disco di quelli che al decimo, al ventesimo passaggio ci scopri un dettaglio che prima ti era sfuggito. E ogni volta che gira, piace di più.

  5. Devo dirti grazie, Eddy, per questo disco. Dopo aver letto quello che ne avevi scritto l’ho scaricato, ma prima ancora di ascoltarlo per intero mi sono precipitato a comprarlo. Grazie! Non aggiungo altri commenti, tu hai già detto tutto. Qui confermo soltanto che anch’io ho pensato a “If I Could Only Remember My Name”, altro disco per me immenso.
    Solo una breve chiosa per chiudere questo commento: mi sono reso conto che la maggior parte dei dischi che ascolto ultimamente sono usciti e continuano a uscire in questi ultimi anni eppure sembrano dischi degli anni sessanta o settanta. Prendi i Graveyard, gruppo svedese che mischia Led Zeppelin e Lynyrd Skynyrd, i Whiskey Myers, gli Sheepdogs e mettiamoci pure i Black Keys.

    • Negli anni ’60 e ’70 e fino ai primi ’80 è stato delineato un canone di una vastità e complessità tali che aggiungere è diventato molto difficile. Più facile al limite mescolare, esercizio nel quale anche ultimamente in molti dimostrano una certa creatività.

  6. Dimenticavo: disco “degli anni” anche per me!

  7. demismoretti

    Grazie infinite per questa meraviglia, è sicuramente tra i pochi dischi che riascolteremo che ne so, tra 20 anni, per quello che mi riguarda si è subito guadagnato la nomea di classico senza tempo, bellissimo!!!!!

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