Hospitality- Hospitality (Merge)

Autrice di tutti i testi, co-autrice delle musiche, chitarrista e frontwoman dei newyorkesi Hospitality, al debutto in lungo dopo un EP edito privatamente nel 2008, Amber Papini dichiara di avere imparato a cantare, da ragazzina, sui dischi degli Psychedelic Furs. Su uno in particolare, “Talk Talk Talk”. Non dico che all’ascolto di queste dieci canzoni fresche e briose lo si noti, ma che qualcosa di molto britannico le informi, be’, per certo sì. Non necessariamente di inglese però: ci senti dentro Belle & Sebastian, Camera Obscura e Pastels, tutti scozzesi, e gli Young Marble Giants, che erano gallesi. Più di Elvis Costello o Kate Bush, che pure sono influenze dichiarate mentre non lo è Siouxsie Sioux, quando la petulante, stridula The Birthday potrebbe benissimo essere una sua rivisitazione depurata d’ogni goticismo. I sentieri americani battuti da un trio completato dal bassista Brian Betancourt e dal batterista (nonché consorte di Amber) Nathan Michel portano invece alla Hoboken dei Feelies o, un po’ più distante, alla Athens pre-R.E.M., quella di B-52’s e Pylon. Per poi tornare a casa e, all’ombra della Big Apple, rendere visita e omaggio alla Suzanne Vega d’antan.

Se proprio a “Hospitality” si deve attaccare un’etichetta, “power pop” è quella che meglio funge alla bisogna. Si sarà colto: plasmato più da certa new wave con influenze Sixties che non dagli anni ’60 direttamente. Ciò premesso, gli elementi classici ci sono tutti, dalle chitarre scintillanti ai coretti ammiccanti, dalla batteria senza fronzoli, ma occasionalmente con un twist depistante, al basso che rotola melodioso. Sono canzoni sbarazzine ma di sostanza, divertite quanto ipnotiche per come si configgono nella memoria tornando a emergere quando meno te lo aspetti dal brusio di fondo della vita. Opera appropriatamente concisa (ti alzi dal desco con un che di appetito ancora: un paio di pezzi in più potevano starci), l’album si gioca le carte migliori – tre – all’esatto centro della prima metà del programma: una Friends Of Friends squadrata e ficcante cui vanno dietro il beat irresistibile di Betty Wang e la parentesi di folk-rock  incantato Julie.

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