Mark Lanegan Band – Blues Funeral (4AD)

Se questo album fosse un singolo e i brani prescelti quelli giusti – ossia i primi in scaletta – già entro la prima metà di febbraio non avrei il minimo dubbio su quale sarebbe a fine 2012 il mio singolo dell’anno. Impossibile – credo – superare l’efficacia a livello contemporaneamente di impatto subitaneo e di capacità di imprimersi nella memoria dell’accoppiata The Gravedigger’s Song/Bleeding Muddy Water. E a decidere il lato A sarebbero esclusivamente le durate, a meno di non pensare di approntare un edit (a costo di sminuirne un po’ l’ipnotica incisività) dei 6’17” della seconda canzone: acida e solenne nenia appesa a una chitarra da brividi e tastiere ricercatamente fuori fuoco. Quanto alla prima è perfetta così, chitarre granitiche e una melodia sinuosa distese su una ritmica incalzante e – insomma – un prodigio di DNA mischiati fra Queens Of The Stone Age e Gun Club. Non che più avanti non ci siano, fra i dieci che completano il programma, altri pezzi che potrebbero funzionare benissimo su radio anche non necessariamente alternative. Due (guarda la combinazione…) in particolare e sono esattamente i due che meno e anzi mai mai ti saresti atteso dall’ex-cantante degli Screaming Trees. Se la Canzone del becchino pure agli Alberi Urlanti sarebbe potuta appartenere, da dove sbucano Ode To Sad Disco e Harborview Hospital? Sulla prima la dice lunga il titolo: batteria four-on-the-floor e sì, sono i Pet Shop Boys, per quanto alle prese con i Joy Division. La seconda sono gli U2 incrociati con i New Order. Ma tanto tanto tanto…

Per essere uno che formalmente non faceva un disco da leader da otto anni Mark Lanegan in questo lungo iato davvero non è rimasto con le mani in mano: tre gli album divisi con Isobel Campbell, cui bisogna aggiungere i due con i Soulsavers e la partecipazione al progetto Twilight Swingers, più qualche ospitata. Stakanovista magari no, ma slacker men che meno. Avendo frequentato ambiti musicali abbastanza diversi fra loro ci si poteva aspettare che, tornando ad agire da leader, si muovesse sui terreni consolidati da una discografia che prima di questa annovera, in poco più di due decenni, altre sei uscite maggiori. Be’, “Blues Funeral” non somiglia veramente a nessuno dei predecessori e ci sono altri episodi, oltre ai due dianzi menzionati, dei quali individueresti l’artefice giusto per via di quell’inconfondibile voce di ghiaia e catrame, temprata a whiskey e sigarette. Parlo ad esempio di Gray Goes Black e di Tiny Grain Of Truth, entrambe dal passo motoristico, così come St. Louis Elegy che lo bilancia però con suggestioni morriconiane, o dello stentoreo hard di Riot In My House, o ancora del tonitruante glam infiltrato di coretti Stones di Quiver Syndrome. Sicché quando il crepuscolare etno-blues zeppeliniano di Leviathan si affaccia al proscenio il fan di lunga data quasi tira un sospiro di sollievo: ecco infine di nuovo, a mezz’ora dal formidabile dittico d’apertura, qualcosa di familiare. Lanegan ha saputo osare e gliene va dato atto. Che “Blues Funeral” non colga sempre il bersaglio è peccato veniale di fronte a quello capitale della resa agli stereotipi.

5 commenti

Archiviato in recensioni

5 risposte a “Mark Lanegan Band – Blues Funeral (4AD)

  1. Dott. N.

    Maestro ho letto sempre bene (come anche in questa occasione) della carriera solista di Mark Lanegan un pò dappertutto, su web o su carta.
    Ho sempre trovato invece molto poco sulla sua produzione con gli Screaming Trees, mi sapresti consigliare qualche disco meritevole di ascolto e/o recupero?

    • Il classico assoluto degli Screaming Trees è a mio giudizio “Buzz Factory”. Ma in una discografia piuttosto corposa e di livello uniformemente alto ci sono diversi altri titoli meritevoli di recupero. Direi almeno “Invisible Lantern”, “Uncle Anesthesia” e “Sweet Oblivion”.

  2. Giancarlo Turra

    Finalmente arrivato nella buca delle lettere: ottimo disco e bella reinvenzinoe nella continuità.
    Citando un’antica pubblicità, però, devo rilevare che l’unica cosa storta è quell’etichetta adesiva posta in alto sui due lati, che – se tirata via senza ricorrere a delicatezza da microbiologo – rischia di portarsi via metà della superficie colorata del digipack….

  3. Sonica

    Gran disco, sì. Di solito ascolto il Lanegan solista la sera, di ritorno da lavoro: mi concilia col mondo. M’era piaciuta anche la sua parentesi come Twilight Swingers, e, risalendo negli anni, la sua partecipazione allo splendido Songs for the Deaf dei QOTSA e all’esperimento Mad Season, con quel disco emozionante che era Above, uno dei miei preferiti di sempre. Ecco, un po’ Funeral Blues mi ricorda quelle atmosfere cupe ma non depresse

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