Una piccola guida al power pop

In questo inizio di 2012 mi sono ritrovato a scrivere (su questo blog e naturalmente anche altrove) di power pop con una frequenza inusuale. E una volta resomene conto la scoperta, oltre a farmi piacere, mi ha indotto a riprendere in mano una tascabile introduzione al genere che scrissi per “Il Mucchio” nell’ormai lontano 2000. Rileggendola, ho sobbalzato per almeno un paio di assenze cui, chiamato oggi ad analogo compito, porrei certamente rimedio. I Knack li includerei senz’altro. Mancano i Badfinger e mi viene il dubbio se al tempo non li misi considerandoli dei precursori oppure se è perché non li conoscevo ancora abbastanza. Insomma: in questa guida, con il senno e gli ascolti del poi, ci sono lacune anche abbastanza vistose. Però vi garantisco che, se interessati all’argomento, tutti i materiali presentati sono assolutamente da conoscere.

 

Bisogna innanzitutto intendersi (ci chiediamo intanto perché andiamo sempre a cacciarci in simili gineprai, per di più felici; sarà pur vero che agli impulsi del cuore non si comanda) su una definizione di power pop, non un genere riconosciuto, tant’è che nei negozi difficilmente troverete un cartellino con tale dicitura. Qualche elemento, allora, per capire quando un disco può essere così catalogato. Deve avere delle chitarre robuste ma non troppo, scintillanti di grazia jingle-jangle ma più muscolari. Deve avere dei coretti pa-pa-pa a contornare melodie di quelle che non ti si schiodano più dalla memoria. Deve essere allegro ma con un retrogusto di malinconia che è capace che ti faccia venire un magone così, mentre sorridi. Preferibilmente deve essere americano (sono difatti quasi tutti americani gli album in cui vi imbatterete proseguendo nella lettura), ma pesantemente influenzato dalla cosiddetta British Invasion, oltre e più che dal rock’n’roll primigenio (a sua volta ispirazione del beat britannico) e dai Byrds (epigoni del beat britannico con un surplus di americanità folk). Il power pop è insomma un circuito che si chiude, un puzzle in cui tutte le tesserine vanno magicamente a posto e non puoi che metterti a canticchiare sha-la-la-la-là.

Altri segni particolari… È una faccenda soprattutto degli anni ’70 e ’80, benché vi sia anche oggi chi se ne fa vessillifero, ma viene dai ’60. È il beat che non è diventato psichedelia. È un anticipo di punk senza iracondia. È il soul dell’adolescente bianco che si strugge nella sua cameretta. Sono i Velvet Underground fatti di viagra invece che di anfetamine. Sono tutte le canzoni con le chitarre e la batteria one-two-three-four che avrebbero dovuto essere numero uno e invece no. Ecco, la caratteristica più particolare del power pop è proprio questa: è sfigato. Senti certi brani, certi 33 giri interi (questa è una storia del tempo del vinile), e ti chiedi come sia possibile che non abbiano venduto niente e difatti li hai raccattati per pochi biglietti da mille (a volte uno solo!) sulle bancarelle. Succede ancora. Perché a vendere milioni di dischi sono i Blink 182 e non gli Shazam? Perché ci sono voluti gli Oasis perché il mondo si accorgesse dei Cotton Mather? A proposito: se n’è accorto? Mah… Ogni tanto accade un miracolo: tipo una canzone dei Big Star che finisce in classifica. Solo che ce l’hanno portata le Bangles, così come i Blondie di Deborah Harry fecero con Jack Lee. Pare che avere le tette aiuti se intendi costruire una carriera sul power pop, se no rassegnati, non hai nessuna chance.

Qualche precisazione sulla discografia a seguire… Non ci sono gli antesignani: Beatles e Byrds, Kinks e Beach Boys, per non nominare che gli dei. E per motivi vari non c’è un sacco di pop-rock USA (ma non gettare) di buona qualità dei ’70 e ’80. Tipo i Cheap Trick (troppo hard), i Real Kids (troppo punk), i Cars (troppo wave) o i Knack (troppo venduti e non si può avere tutto dalla vita). Molti dei titoli inclusi sono reperibili su CD e un tot si trova ancora in vinile a prezzi in genere popolari. Soldi ben spesi comunque, pure nel caso di quell’unico album sul serio rarissimo che si è perversamente deciso di citare lo stesso, per procurarsi il quale la prostituzione costituisce un’opzione assolutamente ragionevole.

Questo “Discoteca base” è dedicato a Gene Gnocchi. Doveroso, visto che è stata la sua intervista (n.411) a ispirarlo. Azzardiamo che a casa sua questi titoli ci siano tutti.

BIG STAR “Radio City” (Ardent 1973) – A mezza via fra la solarità dei Box Tops di The Letter e l’olocausto dell’anima del terzo Big Star, capolavoro rimasto a lungo in un cassetto, ci sono questi altri Big Star, orfani  di Chris Bell ma con un Alex Chilton con l’oro in punta di penna e di plettro. Solo che a riscuotere, con September Gurls, saranno le Bangles, molti anni dopo. “#1 Record” (previsione fallace) e “Radio City” sono i due dischi che hanno inventato i Teenage Fanclub. E un sacco di altra gente.

PAUL COLLINS’ BEAT “Paul Collins’ Beat” (Columbia 1979) – C’erano una volta i Nerves e se non si fossero sciolti troppo presto sarebbero potuti diventare bigger than the Beatles. E invece no: un EPe poi ognuno per la sua strada. Paul Collins era uno di loro. Scrisse un pezzo insieme a Eddie Money e questi lo portò al primo posto in classifica. La Columbia ingaggiò Collins e gli pubblicò due album. Il primo è questo. Aplomb impeccabile sin dal titolo della canzone inaugurale: Rock’n’Roll Girl. Non vendettero niente e la Columbia non rinnovò il contratto. Ciao Paul. Grazie per i ricordi.

dB’S “Repercussion” (Albion 1982) – Nemo propheta in patria: i primi due LP dei dB’s (il primo è “Stands For Decibel”) non vengono nemmeno pubblicati negli Stati Uniti e soltanto anni dopo gli americani potranno scoprire una delle fonti di ispirazione dei R.E.M., solo dopo che i riconoscenti Georgiani avranno eletto uno dei dB’s, Peter Holsapple, a loro quinto fisso nei concerti. Vi sarà capitato di imbattervi in Neverland in un bootleg di Stipe e soci. È tempo di ascoltare l’originale. Gli originali.

FLAMIN’ GROOVIES “Shake Some Action” (Sire 1976) – Il più bell’album dei Beatles mai inciso dai Rolling Stones. O il contrario, non si è mai capito bene. Sulla saga perdente dei Flamin’ Groovies ci si è dilungati di recente su queste pagine (n.403) e dunque è a quell’articolo che si rimanda. Se neppure adesso vi mettete in casa “Shake Some Action”, però, non vi facciamo più amici.

HOODOO GURUS “Mars Needs Guitars!” (Big Time 1985) – Praticamente una succursale australiana del Fan Club dei Flamin’ Groovies, gli Hoodoo Gurus si distinguono per i volumi più alti e una sorte migliore, visto che i loro dischi vendono discretamente negli ’80 sia in Europa che negli Stati Uniti e anche oggi che dalle nostre parti non se li fila più nessuno agli antipodi sono abbonati alle classifiche. Durissimo dover scegliere fra il precedente “Stoneage Romeos”, che ha dalla sua quell’inno che è I Want You Back, e “Mars Needs Guitars!”. Vince quest’ultimo per via di Bittersweet, che i Groovies coverizzarono, incoronando così i loro eredi.

LAST “L.A. Explosion!” (Bomp! 1979) – Gli hippie li chiamavano punk, i punk li schifavano perché pop. Una vitaccia quella toccata in sorte ai Last nella Los Angeles di fine anni ’70 (e difatti si sciolsero presto, salvo riformarsi nei tardi ’80 e scoprirsi ancora grandi), ma dovessimo designare una singola canzone a emblema del power pop Every Summer Day sarebbe perfetta.

JACK LEE “Jack Lee’s Greatest Hits Vol.1” (Maiden America 1981) – C’erano una volta i Nerves. Jack Lee era uno di loro e su quell’unico EP che licenziarono firmò Hanging On The Telephone, una versione decisamente più ruvida di quella che regalò ai Blondie uno dei loro tanti successi. Potete ascoltarne un’altra lettura qui, stessa facciata (la prima) di Come Back And Stay, grande hit in seguito per Paul Young. Il che fa supporre che il buon Jack non abbia avuto problemi negli anni successivi per mangiare e pagare l’affitto.

TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS “Tom Petty & The Heartbreakers” (Shelter 1976) – Non fosse che per American Girl, la più irresistibile metamorfosi dei Byrds segnalata nei ’70 americani, Tom Petty meriterebbe di stare qui. Ma è questo un album in cui ogni canzone trafigge il cuore come quella chitarra a freccia che sta nel logo degli Heartbreakers. A partire dalle più liriche e flemmatiche nel contempo: Breakdown e Luna.

PLIMSOULS “Everywhere At Once” (Geffen 1983) – C’erano una volta i Nerves. Peter Case era uno di loro. Finita quell’avventura e l’interludio Breakaway, che lo vide ancora al fianco di Paul Collins, il nostro uomo dava vita ai Plimsouls, che dopo un brillante EP (Zero Hour) e un ancora più memorabile debutto adulto (“The Plimsouls”) indipendenti approdavano alla Geffen. Più levigato dei predecessore, “Everywhere At Once” si impone per una scrittura stellare. Undici brani, undici classici (il più? A Million Miles Away, già singoletto su Bomp). Case si costruirà poi una rispettabilissima nomea da cantautore.

SUNNYBOYS “Sunnyboys” (Mushroom 1981) – Una rarità in ambito power: un gruppo che a) aveva le tastiere e b) le sapeva usare. Un po’ come i conterranei Radio Birdman lo erano stati, per i medesimi motivi, nel settore Stooges e dintorni. Un piano scintillante adorna canzoni solari come promesso dalla ragione sociale dei loro artefici. Da cantare a squarciagola brandendo una air guitar.

E non vi fossero bastati…

 BANGLES “All Over The Place” (Columbia 1984)  – September Gurls sta sul successivo “Different Light”, ma le Bangles indispensabili sono quelle di Hero Takes A Fall e Going Down To Liverpool.

STIV BATORS “Disconnected” (Bomp! 1980) – Dopo i Dead Boys, prima dei Lords Of The New Church. Una cover degli Electric Prunes e i brani più orecchiabili mai firmati da Bators.

GO-GO’S “Beauty And The Beat” (I.R.S. 1981) – Altre californiane carucce, simpatiche e che non si smette più di fischiettare. We Got The Beat e Our Lips Are Sealed ne fecero, meritatamente, delle stelle.

NICK LOWE “Jesus Of Cool” (Radar 1978) – Dice tutto il titolo americano di questo disco: Pure Pop For Now People.

PALEY BROTHERS “The Paley Brothers” (Sire 1978) – Qualche anno prima di mettersi al servizio di Jonathan Richman, i fratelli Paley pubblicarono un album che suona come un omaggio coevo del punk ad altri fratelli: gli Everly.

PLAYMATES “Long Sweet Dreams” (What Goes On 1986) – I Plimsouls di Svezia.

PSYCHOTIC PINEAPPLE “Where’s The Party?” (Richmond 1980) – Per una ballata come Headcheese Elton John rinuncerebbe al parrucchino. E mai congedo amoroso fu più sentito di I Wanna Wanna Wanna Wanna Wanna Wanna Wanna Get Rid Of You.

SHOES “Present Tense” (Elektra 1979) – Crepuscolari esuberanze. I suoni non assistono ma le canzoni sono splendide.

SLICKEE BOYS “Cybernetic Dreams Of Pi” (Twin Tone 1983) – Formidabile coacervo di garage, psichedelia, surf. When I Go To The Beach avrebbe dovuto farli miliardari.

SMITHEREENS “Especially For You” (Enigma 1986) – Buddy Holly incontra i Beatles.  Produce Don Dixon, che già se l’era cavata bene con i R.E.M.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.414, 17 ottobre 2000.

37 commenti

Archiviato in archivi

37 risposte a “Una piccola guida al power pop

  1. posilliposonica

    E’ una vita che cerco (nel mio piccolo) di diffondere il verbo del primo album dei The Last ! La canzone da te citata (Every Summer Day) poi e’ da brividi.
    Quando scrivi “riformarsi nei tardi ’80 e scoprirsi ancora grandi” ti riferisci a
    Confession l’ album del 1988 ?
    p.s. L’esordio dei Sunnyboys e’ una boccata di aria salubre.

    • Certo. Un disco non del livello stratosferico del lontano predecessore ma comunque molto fresco, molto godibile. E anche il successivo “Awakening” regalava qualche gioiellino.

  2. Giancarlo Turra

    Ma ciò che tutto il mondo vuole sapere è come sarebbe oggi la lista di cui sopra. inserimenti di Badfinger e – suppongo – Raspberries a parte…

    • Diciamo che sarebbe meno snob e quindi i vari Cheap Trick, Knack e Cars li includerebbe. Non considerandoli precursori, i Badfinger. Raspberries e Romantics, probabilmente. Magari 20/20. Il problema diventerebbe cosa togliere.

  3. stefano piredda

    Ma perché, o venerato maestro, nessuno si ricorda mai di Greg Kihn?
    NEXT OF KIHN è una bomba power pop, per la madonna!

    • Domanda interessante che ho girato a me stesso trasformandola in: “Ma perché non mi ricordo mai io di Greg Kihn, di cui pure ho avuto in casa diversi dischi e due li conservo ancora e presumibilmente sempre li conserverò?”. Mi sono fatto la domanda ma non ho saputo darmi una risposta. Mi sfugge perché costui – i cui album migliori sono però nettamente i primi due secondo me: l’omonimo e “Again” – sia un rimosso totale dalle storie del rock. Forse perché per troppo tempo i suoi dischi si sono trovati OVUNQUE a due lire e a furia di vederli a due lire è passato il concetto che FOSSERO da due lire. Per clamoroso contrappasso, la sua produzione oggi è quasi tutta fuori catalogo ed ecco perché chi ha un po’ di anni meno di noi non ha idea di chi sia. Uno di questi giorni lo rimetterò su, per vedere l’effetto che fa.

      • stefano piredda

        Fa un bell’effetto, maestro. Decisamente.
        E, senta un po’, mi potrebbe consigliare un paio di titoli dei Cotton Mather, en passant? Sa, gli Shazam li conosco bene, ma dei Cotton Mather, beh, non ho mai avuto modo di ascoltare nulla. Sentiti nominare e stop.
        Grazie…

      • Be’, i Cotton Mather di album ne fecero in tutto tre e quindi si fa in fretta a recuperare. La giurisprudenza e anche il sottoscritto indicano nel secondo – “Kontiki”, del ’99 – il migliore. Il leader di cognome faceva Harrison: assai appropriato per un dispensatore di melodie beatlesiane coperte di zucchero filato psichedelico.

  4. stefano piredda

    Rintraccerò, maestro.
    Thanks a lot.

  5. Anonimo

    Tanto per soffermarmi su questioni inutili… mi chiedo, almeno riguardo gli albori, se canzoni tipo The Wind Cries Mary o Angel di Hendrix piuttosto che Ramble On o Your Yime Is Gonna Come siano da considerare come anticipazioni, o davvero gruppi come Big Star miravano anche vagamente a fondare un genere?Senza nessun intento polemico, è che a me sembra che le definizioni di generi spesso facciano acqua da tutte le parti

    • Non mi sembrano affatto questioni “inutili”. Anzi! Sono quelle intorno alle quali ruota più o meno per intero tutto lo scrivere di musica. Che si può affrontare fondamentalmente in due modi. O si esamina un brano, un disco, un gruppo, un genere con un approccio da musicisti – scelta perfettamente valida ma che porta inevitabilmente a rivolgersi a un pubblico molto ristretto e a sua volta composto sostanzialmente da musicisti – e quindi spiegando il tutto tecnicamente, e diventa allora una faccenda eminentemente di accordi, scale e strutture, oppure si prova a rivolgersi a tutti e diventa fondamentale la collocazione storico/stilistica di cosa si affronta. E quindi – all’ingrossissimo – io per raccontarti Tizio ti dico che è stato influenzato da Caio ma che somiglia un po’ pure a Sempronio, che in un dato suo brano si individuano elementi provenienti da questa piuttosto che da quella tradizione e in un altro invece i riferimenti cambiano. Eccetera. Etichettare – con tutte le forzature del caso – aiuta a raccontare.
      Ovviamente i Big Star non miravano a fondare un genere, non più di quanto Cristoforo Colombo non ambisse a scoprire l’America, che fra l’altro non seppe mai di avere scoperto. Ed è altrettanto ovviamente una convenzione quella che vuole che l’Evo Moderno cominci il 12 ottobre 1492. Non è che il giorno dopo qualcuno si svegliò con la consapevolezza che “ehi! è finito il Medioevo!”. Non è che Elvis Presley incide “That’s Alright Mama” e poi esce dallo studio complimentandosi con se stesso, dicendosi “oh, che fico che sono, ho appena inventato il rock’n’roll”. Non è che i Led Zeppelin trasfigurano un po’ di blues, incattivendolo, e si rendono conto che non è più blues, non è nemmeno più rock-blues ma è una cosa un po’ diversa e (un po’) nuova e da quel punto in avanti la si chiamerà hard. Poi cominciano a uscire un tot di dischi nello stile dei Led Zeppelin (o dei Blue Cheer, o di Hendrix, o dei Black Sabbath) e piano piano ci si rende conto che un genere musicale che prima, in quella esatta forma, non c’era (c’erano però tutti i suoi antecedenti) adesso c’è.
      Nello specifico, fatico abbastanza a considerare le quattro canzoni che citi antesignane del power pop. Nel quale di blues ce n’è proprio poco e di soul in senso stretto appena appena di più. E’ un genere (ammesso che lo sia e difatti facevo notare come nei negozi difficilmente si trovi un cartellino con tale dicitura) molto ma molto “bianco”.

  6. Anonimo

    Mi secca che appaia come anonimo, mi ero dimenticato di scrivere il mio nome. Presto fatto: Francesco Manca. Saluti

  7. Giancarlo Turra

    Io ho rispolverato “Teenage Symphonies to God” dei Velvet Crush. Notevolissimo aprocrifo Big Star, con l’aggiunta di spezie country e della slide di Greg Leisz.
    Un gioiellino!

    • Mi fermai al primo, “In The Presence Of Greatness” (viva la modestia!). “Teenage Symphonies To God” rimase un sacco di tempo nelle liste dei “wanted”. E poi finii per dimenticarmene. I successivi, che non hanno un’ottima fama, non li ho mai ascoltati.

  8. Giancarlo Turra

    io mi sono fermato lì, ed è una gran bella stazione, almeno quanto la prima…

  9. Anonimo

    ciao Eddy, anche se un po in ritardo vorrei contribuire all’elenco sopracitato aggiungendo un gruppo che a me sembra possa appartenere alla “categoria PowerPop”. Il gruppo in questione e’ THE WOODENTOPS e l’album “Giant” , un album con delle melodie pop stupende che tra l’altro fu ben recensito in un vecchio numero del Mucchio Selvaggio.
    saluti Antonio

    • A loro tempo scrissi in varie occasioni dei Woodentops, un gruppo che mi piaceva assai e che continuo a considerare per certi versi geniale. Non mi verrebbe però mai da catalogarli alla voce power pop: troppo ipercinetici, troppo schizoidi per potere essere ascritti alla categoria. Secondo me.

  10. Anonimo

    Antonio
    Ciao Eddy, premesso che il gruppo di cui ti scrivo non rientra propriamente nel PowerPop, ma non sapevo in quale altra sezione del forum inserirlo e poi in fin dei conti i SOCIAL DISTORTION sono un po power (potenti) e con melodie pop (facilmente ricordabili). Ho ascoltato l’album Prison Bound e il problema è che nella loro “prigione” ci sono rimasto io che da diversi giorni non riesco ad ascoltare altro. Volevo chiederti 2 righe sui Social Distortion e soprattutto se c’era qualche altro loro disco che tu mi consiglieresti.
    saluti Antonio

    • Il loro esordio, “Mommy’s Little Monster”, è un mega mega mega megaCLASSICO del punk. Tu comunque quando sbatti contro un QUALUNQUE album dei Social Distortion tiralo su. Non te ne pentirai. Ultimo compreso. Ti incollo a seguire la recensione che ne feci per “Audio Review”.

      SOCIAL DISTORTION
      Hard Times And Nursery Rhymes
      Epitaph/Self
      Trent’anni di Social Distortion se li si conta dal primo singolo, addirittura trentatré se li si fa partire dalle prime prove e in ogni caso ventotto dacché vedeva la luce il clamoroso esordio “Mommy’s Little Monster”, uno dei capolavori non solo del punk ma del rock tutto. E quanti altri album da allora? Con questo sei, che è una miseria anche aggiungendo alla lista un live e un paio di prove da solista (una delle quali però composta interamente da cover) del deus ex machina Mike Ness. E resta pochissimo pure considerando i molti problemi personali del capoccia (peraltro da lungi risolti, sembrerebbe), in ripetuto slalom fra tossicodipendenza e carcere, e la prematura scomparsa nel 2000 del chitarrista Dennis Danell, per due decenni suo braccio destro. Per quanto a sorprendere in un concedersi sì parco sia soprattutto che a più riprese i Social Distortion sono stati a un passo dal diventare enormi e mai ne hanno approfittato. Facilissimamente avrebbero potuto mettersi a fare dischi con lo stampino e venderne milioni, piuttosto che rendere ogni uscita un evento, certo, ma anche un eterno ricominciare.
      “Hard Times And Nursery Rhymes” si è fatto aspettare sette anni e, senza segnalare rivoluzioni, un po’ stupisce. Nel senso che, alla prima uscita per l’etichetta punk USA per antonomasia, i “ragazzi” suonano, pur con grande energia, più classicamente rock’n’roll che mai. Sempre ossessionati dai Rolling Stones dei Settanta – citati esplicitamente in “California (Hustle And Flow)” – e sempre di più dal John Cougar che diventava Mellencamp (“Diamond In The Rough”) e da certo Neil Young (“Writing On The Wall”). Naturalmente, perfettamente a loro agio in una formidabile ripresa (“Alone And Forsaken”) del “fuorilegge” Hank Williams.

  11. Anonimo

    Antonio
    Grazie ancora Eddy

  12. suggerirei anche di recuperare (a proposito di dischi che si trovano a 2 euri): Pezband (omonimo): It’s cold outside è un classico favoloso; Blue Ash (si trova una ristampa, per l’originale son dolori…); The Scruffs (giro Ardent di Memphis, Break the Ice vi folgorerà…il primo Lp va sui 50…); The Rubinoos (almeno i primi tre…, ma il primo è obbligatorio); mi stupisce di non trovare qualcosa di rundgren…

  13. marktherock

    oltre all’assenza di Rundgren, (non) stupisce l’assenza di quel rundgren-mccartney-emitt rhodes apocrifo a nome Van Duren (sempre giro memphisiano Ardent di metà ’70, tanto che fu convocato per audizioni da Chilton per sostituire Chris Bell…). Are You Serious? e Idiot Optimism mettono in fila una gemma power-pop via l’altra

    • Va tutto bene. Le liste sono fatte per essere discusse e non a caso i “20 Essentials” del power pop che ho compilato alcuni mesi fa per “Blow Up” coincidono solo in parte con i titoli che scelsi a suo tempo per questa “piccola guida”. Ma il punto è: per mettere i dischi dei quali lamenti l’assenza quali avresti tolto? Perché venti restano pur sempre venti.

      • marktherock

        ma difatti, è venti che è numero scandalosamente ristretto. i dischi di power-pop sono come le ciliegie, uno tira l’altro e il bello, contrariamente a quelle, è che non si rischia mai l’indigestione. Pertanto aggiungere dei classici minori (ma minori dechè? vedi la splendida lista della spesa proposta da lanini66) per un genere che è già di per sè minore per definizione, per quanto mi riguarda è un obbligo. E poi ognuno scelga i suoi…cinquanta! (così ci entra, per dire, anche un Something/Anything? di Runt e magari pure l’esordio dei Dirty Looks – quelli di Staten Island, una bomba di power trio degno dei primi Jam, Nine Below Zero etc.)

      • Nei giornali ci sono delle regole, degli spazi. Feci quanto mi veniva chiesto. E venti è in ogni caso un numero perfetto per una discografia base, in qualunque ambito.

  14. Allora ci provo io (senza nulla togliere al Venerato maestro, ovviamente)… 20 e non più di 20…
    Limito il campo al decennio d’oro (1972-82), considerando le band venute dopo (soprattutto nei ’90 e negli ’00) facenti parte dell’ondata retromaniaca (va ricordata l’operazione meritoria fatta da etichette come la Not Lame):

    Raspberries: ST (1972)
    Big Star: #1 record (1972)
    Todd Rundgren: Something/Anything (1972)
    Badfinger: Ass (1973)
    Flamin’ Groovies: Shake Some Action (1976)
    The Nerves. EP (1976)
    The Dwight Twilley Band: Sincerely (1976)
    The Shoes: Black Vinyl Shoes (1977)
    Pezband: ST (1977)
    Nick Lowe: Pure Pop for Now People (1978)
    The Scruffs: Wanna Meet the Scruffs (1978)
    Pailey Brothers: ST (1978)
    The Knack: Get the Knack (1979)
    The Rubinoos: Back to the Drawing Board (1979)
    Cheap Trick: At Budokan (1979)
    The Beat: ST (1979)
    20/20: ST (1979)
    The Plimsouls (1981)
    Tommy Keene: Strange Alliance (1982)
    Chris Bell: I’m the Cosmos (1978>1996)

  15. marktherock

    vabbè, mi rassegno. Van Duren è un idolo solo per me…goodbye, cruel world 😉

  16. Paolo Backstreet

    Ne approfitto qui visto che le hai citate. Avevi scritto alcune cose sulle Bangles e visto che sono un gruppo a cui sono molto legato (la malinconia per l’adolescenza è dura a morire) potresti riproporle. Per quanto mi riguarda a me piace pure il loro terzo lavoro (Glitter years è un gran pezzo).

  17. Ci trovi demo e rarità varie del periodo d’oro e di poco prima. Mica male: un fan può godere assai 🙂

  18. Paolo Backstreet

    16 euri.
    La prossima settimana lo ordino.
    Grazie ancora.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.