Big Country – The Crossing (Mercury)

Il male che l’uomo fa gli sopravvive e ben lo sappiamo noi che bazzichiamo i settori ristampe nei negozi veri, virtuali e dell’anima. E di come il passato torni a perseguitarci è acutamente consapevole chi fa il mestiere che faccio io. Ti troverai inevitabilmente a dover giustificare, o rinnegare, le sciocchezze scritte in gioventù o anche soltanto l’anno scorso. E non potrai negare a te stesso di essere ormai… be’, un giovane di mezza età quando ti toccherà occuparti della “Deluxe Edition” di un disco che avevi recensito quando uscì. Non so quante volte mi sia già successo. Decine. Però, cazzo, di rigirarmi fra le mani la ristampa che celebra il trentennale di un LP di cui scrissi a suo tempo non mi era capitato ancora. Vale solo come parzialissima consolazione che sia un trentennale farlocco, calcolato su quando si formò la band e non su quando usciva l’album. Luglio 1983. Avevo pubblicato il mio primo articolo su “Il Mucchio Selvaggio” alcuni mesi prima e da lì a qualche mese ancora mi trovai a fronteggiare la richiesta del direttore Max Stefani di occuparmi di ’sti Big Country. “Sono un po’ tipo U2, dovrebbero piacerti”, mi comunicava nel suo solito stile succinto. Ora: potrei sostenere che me li feci piacere perché non potevo non scrivergli quell’articolo e non farei una bella figura. Però adesso ne faccio una peggiore. Mi piacquero sul serio. Ne redassi un autentico panegirico e non è granché come giustificazione che più o meno tutti all’epoca fossero entusiasti di Stuart Adamson e compagni. Io rammento che perseverai. Mi sa che elogiai pure il successivo “Steeltown”, e addirittura qualche mix, e mi va bene – per una questione di spazio e di pecunia dove abito oggi non ho che le ultime annate del “Mucchio”; le precedenti sono conservate altrove – di non potere controllare. Spero che la memoria un minimo mi inganni, siccome sono dischi che ho personalmente ri-recensito nella maniera più definitiva possibile: nei miei scaffali è rimasto giusto “The Crossing”, che comunque non credo di avere mai più riascoltato dai tardi ’80. Fino a ieri.

A favorire la fulminea ascesa dei Big Country fu la stessa caratteristica che poi li dannò: un suono peculiarissimo, inconfondibile, dato da una coppia di chitarre elettriche – quella di Adamson che era anche il cantante, quella di Bruce Watson – che insieme sembravano come delle cornamuse. Non lo si poteva considerare folk-rock, giacché nell’insieme del repertorio le parti acustiche erano poco più che testimoniali, e tuttavia gli influssi folk erano decisivi nel dar vita a un rock della specie più epica. Proprio così, non se n’era mai sentito. C’erano sì delle prossimità agli Horslips, a certi Thin Lizzy, agli ancora giovanissimi U2, ma non più che delle prossimità. Peccato che la trovata, pur geniale, non potesse alla lunga che stancare e difatti stancò. Alla fine le canzoni parevano tutte uguali. Credo (non ne posso essere sicuro, visto che mi fermai a “The Seer”, ma quanto leggo mi conferma in questa idea) che le migliori siano tutte qui, comprese nell’arco dei dieci brani della scaletta originale (il ricchissimo corredo di bonus è superfluo quasi in toto), fra una In A Big Country sferzante e guerriera e una Porrohman che gira verso il melò. L’accorata Chance, una The Storm con finalmente un po’ di chitarre acustiche e la giga Fields Of Fire sono ancora ascoltabili, via. Nondimeno, non mi sembrano davvero “le canzoni che avremmo voluto scrivere noi U2”, diversamente da come sostenne un commosso The Edge nell’elogio funebre che lesse alle esequie di Adamson, morto suicida nel dicembre 2001, quarantatreenne. Sorry, Stuart.

51 commenti

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51 risposte a “Big Country – The Crossing (Mercury)

  1. Giancarlo Turra

    A memoria, di “Steeltown” no nparlasti benissimo. Ma nel weekend faccio passare i miei Mucchio vintage e ti dico…

    File under: Woodstock segretario di Snoopy 😀

  2. Andrea Peviani

    Temevo che nelle tue ansie revisionistiche cadessero gli amati Big Country… Eri un grande gia’ agli esordi perché innescavi la miccia di grandi passioni, e in quegli anni trovare un critico quasi coetaneo che faceva emergere quel che di buono si trovava negli ’80 ti fece subito diventare la firma di riferimento che sei ancora 30 anni dopo. Secondo me quella stagione di suoni epici e carichi di passione rimane importante, quei dischi si stagliano ancora come opere valide perché il senso di reazione alla deriva plasticosa dilagante accendeva l’ispirazione, e pazienza se tutto si esaurì nel giro di 2-3 anni. Io un mesetto fa mi sono ripreso Steeltown usato a 5€ (l’avevo in cassetta registrato da un compagno di classe): ti confermo che l’avevo recensito come un grande capolavoro, e riascoltato oggi e’ ancora una raccolta di grandi canzoni con una produzione di suoni bellissimi anche se datati. Prova a ridargli una possibilità, almeno alla prima traccia che all’epoca avevi adorato, Flame of the West.

    • Andrea Peviani

      TU l’avevI recensito (sorry)

      • Nel senso che prima recensii “The Crossing” e poi ci feci l’articolo? Come ho scritto, non ho quelle vecchie annate del “Mucchio” a portata di mano e quindi non ho potuto controllare nulla.

    • Non ho grandi ansie revisionistiche, nel senso che non sono poi moltissimi i nomi per i quali mi spesi nei primi ’80 che oggi (oddio, non da oggi: da un bel pezzo) mi mettono a disagio. Big Country, Alarm, Dire Straits (con l’eccezione del primo album). Qualcos’altro ci sarà di sicuro ma sul momento non mi viene in mente. Magari “Steeltown” uno di questi giorni lo riascolto anche. Riprendendoli in mano, uno dei problemi dei Big Country è che veramente suonano anni ’80 nel senso peggiore del termine. E se li metti a confronto con nomi ai quali all’epoca venivano contrapposti ti accorgi che sono più le similitudini che non le differenze.

  3. stefano piredda

    Io ricordo bene anche senza andare a controllare: con STEELTOWN fosti tiepidino, a parte FLAME OF THE WEST e, mi sembra, COME BACK TO ME, una roba da ritorno a casa del soldato (le Falkland non erano lontane, temporalmente).
    Non era un disco terribile, THE CROSSING. Almeno era curioso. Non è nemmeno brutto riascoltarlo.
    Epperò… fosti tu, in quel periodo, a parlarmi per la prima volta di Billy Bragg.
    Vuoi mettere?

  4. Giancarlo Turra

    “The Crossing” non lo trovavo male, personalmente. all’epoca di “big drum sound” scaldò diverse serate della mia adolescenza anche se di una lega meno pregiata degli U2, per dire. se ha fatto la stessa fine del vinile di “Sparkle in the rain” (venduto a conoscenti senza perderci una lira…) in fondo, è un pò “colpa” (?) sua, mia e dei dischi di Tom Waits, Violent Femmes e decine di altri arrivati poco dopo… bello però guardarsi indietro, ogni tanto. come quando ritrovi le foto di bambino nel cassetto.

  5. Non hai idea (scusami il tu) di quante volte negli ultimi tempi ho ripensato alla tua recensione di questo disco… Che all’epoca mi piacque tantissimo, indovina grazie a chi? Poi, siccome una cosa tira l’altra, da quando hai aperto questo blog, anzi no, da molto prima, diciamo pure da quando scrivi davvero molto bene… beh, ho come un tormentone in testa, una parolina che continua a risuonare… “ludibrio”! Ricordi? Ma è divertente ripensare anche a queste cose (spero che non ti sia offeso). Apprezzo decisamente ciò che scrivi e anche se non sempre concordo è sempre un piacere leggerti.

    • Trovato! Mucchio n. 69 pagg. 49-50.
      Cito giusto le ultime parole: “The Crossing è un buon album e i Big Country sono un gruppo che promette bene. Speriamo che non facciano la fine degli Skids”. Se interessa tutta la recensione possono inviarne la scansione.

      • Temevo peggio. Se vuoi mandarla la scansione credo che, a giudicare dal numero incredibile di contatti che ha avuto la pagina in queste poche ore (diciamo che si è già messa alle spalle tipo venti post precedenti), sarà gradita da molti.

    • Per cominciare: il “tu” da queste parti è pressoché obbligatorio. Il “lei” è consentito solo nel caso sia scopertamente ironico. Quanto a “ludibrio” è parolina rimasta marchio di fabbrica non mio bensì di un altro torinese.
      Anyway… da piccoli un po’ bruttini lo si è sempre, che poi faccia anche tenerezza riguardarsi è nell’ordine naturale delle cose.

  6. Ciao e scusami (non so dove altro scrivere, perciò puoi eliminare questo commento dopo averlo letto). Ho fatto la scansione della recensione, ma non sono riuscito a trovare un indirizzo al quale spedirla. Come fare? Grazie.

  7. Ecco la recensione originale (1983)! Con un po’ di fatica sono riuscito a riportarla qui integralmente.

    Big Country
    “The Crossing”
    (Mercury- MERS2 7 812 870-1)
    Sembrerebbe, a giudicare da
    quanto sta accadendo da alcuni
    mesi a questa parte, che i “kids”
    d’lnghilterra e dintorni ne abbiano
    finalmente piene le scatole di
    “band” come OMD e compagnia
    bella,, gente che ha un transistor al
    oosto del cuore e che non sa come
    è fatta una chitarra, capace
    soltanto di comporre canzoncine
    idiote infarcite di sintetìzzatori e
    che scimmiottano penosamente i
    Kraftwerk e i Devo. Si spiega così il successo di U2 e Dexys Midnight
    Runners. Si spiega così il nascere,
    sulla scia dei gruppi appena citati,
    di una band come i Big
    Country.
    È proprio alle formazioni di Bono e
    di Kevin Rowland che bisogna
    pensare per avere un’idea della
    musica di questo gruppo. Degli
    U2 i Big Counlry hanno il suono
    delle chitarre (non è un caso che il
    produttore, Steve Lillywhite, sia
    lo stesso per entrambe le band)
    e una certa tendenza alla creazione
    di atmosfere epiche. Dei Dexys
    I’amore per il folk, che traspare
    evidentissimo dall’ascolto del disco,
    e per il soul (i loro concerti
    spesso si chiudono con una robusta
    versione di The Tracks of My
    Tears). Non crediate però che si trovi di frontea un’imitazione di
    seconda mano: Bruce Watson
    (chitarre e voce), Stuart Adamson
    (voce, chitarre e piano), Tony Butler
    (basso e voce) e Mark Brzeziki
    (batteria, percussioni, voce e cognome impronunciabile) sono musicisti
    estremamente originali.
    Big Country è nato da un’idea di
    Stuart Adamson (ex chitarrista degli Skids, gruppo che si mise in luce
    nel biennio 1979-80 e che fece
    in seguito, un paio di anni più tardi,
    una fine assai poco gloriosa) e
    I’uscita di questo LP è stata preceduta
    dalla pubblicazione di tre singoli (“Harvest Home, Fields of Fire
    e ln a Big Country, tutti compresi
    nell’album) che hanno riscosso
    un notevolissimo successo di
    vendite e che, non c ‘è da dubitarne,
    s’incaricheranno di spararlo
    ben alto nelle classifiche britanniche.
    Passione, poesia, sincerità escono
    fuori in quantità industriali dai solchi
    di The Crossing. C’è molta ingenuità, molta foga in questi che,
    credetemi, sembrano davvero essere
    gli ultimi romantici del rock’n’roll.
    Un’esplosione di batteria e di chitarre
    affilate, classico Lillywhite
    Sound. Comincia così, con In a
    Big Country, uno dei migliori dischi
    d’esordio che mi sia capitato
    di sentire ultimamente. L’unico appunto
    che mi sento di muovere a
    questo LP riguarda I’ineguaglianza
    del materiale proposto: accanto a
    brani eccellenti come Chance (il
    nuovo 45) o 1000 Start (una canzone
    antinucleare che potrebbe
    diventare la Before the Deluge
    degli anni Ottanta), The Storm
    (stupenda ballata folk il cui ascolto
    farà certo spuntare una lacrimuccia
    di piacere negli occhi di Petitti),
    Harvest Home e Fields of Fire
    (ma come accidenti faranno Watson
    e Adamson a far suonare le
    chitarre come delle cornamuse?),
    ce ne sono altri abbastanza mediocri.
    Lost Patrol e Close Action
    faticano a prendere il volo e Porrohman,
    brano che mi ricorda i
    Led Zeppelin di Fourth, mi lascia
    perplesso.
    I testi, immersi in una dimensione
    leggendario-favolistica che ha il
    pregio di non apparire mai puro
    escapismo (per i Big Country il
    passato è solo un pretesto per parlare
    del presente), sono piuttosto
    belli e meriterebbero un approprìato
    lavoro di traduzione, sempre
    che il disco riscuota le simpatie di
    Bianchini o di Stefani.
    The Crossing è un buon album e
    i Big Country sono un gruppo che
    promette bene. Speriamo che non facciano
    la fine degli Skids.
    Eddy Cilìa
    (Mucchio Selvaggio #69)

    • Dai… temevo peggio. Tutto sommato mi darei una martellata sulle dita giusto per quella citazione ad minchiam degli Orchestral Manoeuvres In The Dark, sbertucciati quando sono stati invece una delle sigle più pregiate del techno-pop. Grazie per la trascrizione.
      Nel frattempo questo post si è lasciato dietro – in quelle cinque ore… – ventisei di quelli messi on line dal 31 dicembre scorso a oggi. Sono sbalordito.

      • Giancarlo Turra

        siamo tutti a) retromaniaici; b) Eddy-addicted…
        ambedue belle cose, ovviamente ;D

      • Mi sa che succederebbe lo stesso se tirassi fuori qualcosa sugli Alarm… Io, memore delle tue recensioni, qualche anno fa, non avendo più nulla di loro, comprai un’antologia alquanto esaustiva. A parte scoprirvi un plagio di Pupo (ascoltare per credere “A New South Wales”…) la trovai imbarazzante… E dire che avevo un buon ricordo del loro primo disco… recensito indovina un po’ da chi?

      • Lo so, lo so. Ho già fatto ammenda. Oggi salvo soltanto i primi singoli. E meno male che Bianchini fece una cosa buona in vita sua ponendo il veto su un articolo che avevo scritto.

      • Concordo: i primi singoli (ma non credo che ci siano tutti) e un brano di Dylan dal vivo sono il motivo per cui non mi sono sbarazzato di quell’obbrobrioso best degli Alarm.

  8. posilliposonica

    (In my humble opinion) The Crossing e’ mediocre mentre Steeltown
    e’ ai limiti dell’imbarazzante (copertina compresa).

    • Oggi concordo, avrai inteso. Ma a quanto pare c’è in giro un sacco di gente che a questi dischi resta molto ma molto affezionata. Il che un po’ comunque me lo fa rivalutare “The Crossing”. Vuol dire che furono in tanti a restarne toccati.

  9. giuliano

    hai usato il termine giusto: “toccati”. rimasi toccato da questo disco e da quello successivo, steeltown. a me, quattordicenne, sembrava che il rock si prendesse la sua piccola rivincita con quei video che giravano assai spesso in mezzo a tanta altra immondizia su videomusic.
    poi però a prendersi la rivincita è stato quel decennio dannato, dal quale molti – non tutti, certo -sono usciti con le ossa rotte. le produzioni degli anni ’80, quel sound lì, agghiacciante, ha sotterrato anche loro… non riesco a farci pace, nemmeno, per dire, con oh mercy di dylan. e il fatto che fosse prodotto da lanois non mi cambia granché. non riesco a non fare caso al suono. magari esagero.

  10. giuliano

    Touché 🙂

  11. giuliano

    grandi brani in oh mercy, senza dubbio (everything is broken, political world)…
    ma se dovessi scegliere tra questo e uno dei minori degli anni ’70 (street legal su tutti) non avrei esitazioni.
    (self portait e l’apocrifo del ’73 li considero furbescamente fuori gara)
    .

    • Oh Mercy, lasciamelo dire, è un capolavoro senza tempo (IMO). Ho amato Street Legal, beninteso, ma mi sembra invecchiato meno bene rispetto a Oh Mercy o, per restare lì vicino, a Desire o a Slow Train Coming, dischi ai quali non cambierei una virgola neppure oggi.

  12. Ghost WRTR

    Avevo 15 anni, come forse qualcuno qui sopra, vedo ;-), e l’adolescenza, si sa, è informe e spesso sfocata, oscillando tra pacchianerie e intuizioni che si prenderanno cura del nostro gusto. Per tutta la vita. A quel tempo bastava anche The Crossing. Ma c’è un tempo per ogni cosa 😀 A risentirlo, direi che suona peggio di come è invecchiato (comunque male). Temo che dopo 30 anni bisogna riconoscere che l’opposizione, rock, ai vari pentapartiti synthpop (technopop, ecc.) sia invecchiata peggio rispetto agli odiati governanti dell’epoca. Certo, questione di retro-zeitgeist: il recupero degli ’80, al giorno d’oggi, ci rende familiari suoni che al tempo magari odiavamo. Insomma, ascoltare Big Country sembra un viaggio nel paleolitico del suono, mentre un mellifluo riff electropop sembra una trovata genialmente vintage per qualche pubblicità (in genere auto, dall’utilitaria sbarazzina al suv cattivone ma dal cuore ecologico…). Non lapidatemi ma confesso che trovo ai limiti dell’ascoltabilità anche gli U2 pre Unforgettable Fire; mi è capitato di mettere su piatto Boy e War (October me lo sono risparmiato) e li ho trovati datatissimi.

    • Secondo me (avevo anch’io 15 anni) hai fatto male proprio a risparmiarti October, che personalmente considero il miglior disco negletto degli U2. Quasi d’accordo, invece, per gli altri due, che reputo comunque, anche col senno di poi, molte spanne al di sopra di Big Country, Alarm e compagnia.

    • “October” e “War” sì, sono datati. “Boy” invece è più che salvato, oltre che da un livello di scrittura superiore, dall’entusiasmo contagioso che riesce ancora a trasmettere. E resta un classico assoluto.
      Nel techno-pop di robe geniali ce n’erano non poche e, un po’ paradossalmente, io cominciai a rendermene conto appieno nel mentre, ancora sotterranei, andavano montando il grunge e il crossover.

      • Andrea Peviani

        Ah, adesso anche War e’ datato… Va bene, allora io sto qui, fermo, come Prodi-Guzzanti, e vi aspetto al prossimo giro, quando vi ricorderete quanto vi piaceva Sunday bloody Sunday prima che Bono diventasse un Solito Stronzo…

      • Non è che dirla “datata” significhi che non mi piace più. E’ una constatazione oggettiva. Dopo di che al cuore non si comanda e nemmeno al mio.

  13. stefano piredda

    Ludibrio… Uhm… Ti riferivi a “urla il suo ludibrio al pubblico”, nevvero?
    Se sì, io SO di chi stavi parlando…

    • E’ lui. L’Innominabile. Mi capita a volte di incrociarlo ma MAI a un qualche concerto. Di tutti i posti possibili SEMPRE all’Ipercoop e in qualunque stagione, che fuori ci siano 35° o -10°, è vestito allo stesso modo: giubbotto di cuoio smanicato e sotto maglietta tamarra. Si noti bene: mai (ma proprio mai) che abbia un carrello o un qualunque contenitore atto a contenere della spesa. No. Sarebbe banale. In tutta evidenza lui all’Ipercoop ci va a fare le vasche.

  14. stefano piredda

    E che ne sai? Magari ci va per urlare il suo ludibrio agli scaffali colmi di merci…

  15. giorgiovinyl

    I Big Country per fortuna me li risparmiai nonostante le tue recensioni Eddy, invece a proposito degli 80 un gruppo snobbato dal mucchio furono gli Smiths che invece meritavano. Mi sto ascoltando il box della Rhino che tra l’altro costa pochissimo. Hang the DJ!

    • Snobbato no davvero. Recensimmo ogni singola uscita e di norma positivamente. Dopo di che, nessuno di quelli che allora scrivevano su quel giornale era iscritto al club degli ultrà di Morrissey. Qualcuno, al limite, a quello di Johnny Marr.

  16. Sono andato a controllare e infatti non ricordavo male. Il “nostro” ne parlava in termini entusiastici nella sua rubrica dedicata ai singoli. Nel Mucchio #88 recensiva “Shakespeare’s Sister” scrivendo tra l’altro: “… tre LP e tredici (!!!) fra 45 giri e EP. Spero tanto che si diano una calmata, per4ché la mia bilancia dei pagamenti comincia a segnare, alla voce ‘vinile’, un deficit un tantino preoccupante”

  17. E nel numero 85 riuniva sotto lo stesso tetto, in un articolo da lui tradotto e montato presentandoli con pari entusiasmo, Alarm, Smiths e… Big Country!
    In compenso nello stesso numero si prodigava in elogi sperticati per il singolo d’esordio dei Jesus and Mary Chain. Meno male!

    • Ecco… non posso esserne sicuro al 100%, ma credo di essere stato il primo in Italia a scrivere di Jesus And Mary Chain. Naturalmente mi piacerebbe se fossero ricordate di più cose di questo tipo rispetto ad altre, ma tant’è. Nel momento in cui scrivi su un giornale ti sottoponi al giudizio del lettore né più né meno di chi magari impiega un anno a fare un disco e poi tu glielo stronchi in dieci righe.

  18. giorgiovinyl

    Non ho sottomano i numeri del mucchio causa trasloco ma la mia non voleva essere una critica però a memoria ricordo che il Mucchio era perlomeno un pò tiepido sugli Smiths quanto a Jesus and Mary Chain non potrò mai ringraziare abbastantanza Eddy…

    • Andrea Peviani

      Scusate, ma la leggenda di Eddy Cilia ha origine da due fatti cruciali ai suoi esordi: il singolo di Bryan Adams e le stroncature degli Smiths. A me Cuts like a knife piaceva e gli Smiths erano la mia band preferita: mi faceva incazzare tantissimo ma era sempre interessante, sia quando non eri d’accordo sia quando ti faceva scoprire grandi band (come i Big Country!)

    • E su questo domani si farà chiarezza… Sugli Smiths, intendo.

  19. Giancarlo Turra

    io mi sono ripescato una recensione di un 45 post-“Steeltown” (poi, Eddy, giuro che la faccio finita. Giuro!!) in cui, all’epoca del pessimo “the seer” dicevi una cosa deltipo “eccoli qui, gil Status Quo degli anni Ottanta.” E un altro commento del tenore “Adamson vorrebbe essere Springsteen ma è tale e quale a Corey Hart.” 😀

    • Sono dovuto andare su Google a cercare Corey Hart. Per dirti quanto fosse stata completa la sua rimozione.

      • andrea da Pesaro

        Io invece ho ripescato, riguardo ai Big Country, la recensione di quello che credo sia il singolo che anticipò ” The Seer ” .

        ” Bisogna arrendersi all’evidenza : i BG sono diventati una parodia di quelli che erano un tempo. Date un’occhiata alla copertina e, senza nemmeno ascoltare il disco ( a quello ci ha pensato, con grande sofferenza, quel pirla che è il sottoscritto )vi renderete conto di cosa sono oggi : autentici yuppies del tutto dimentichi della passione ( genuina, non c’è dubbio ) che una volta li animava. ” Look Away ” è un brano TREMENDO, con le sue chitarre ai limiti del metallo e la sua ritmica da discoteca. Sul retro, sedici interminabili minuti di musica ( chiamiamola così ) tratta dalla colonna sonora di ” restless Natives “. Abbastanza da far stramazzare al suolo esanime il più benevolo dei recensori.
        ( Mucchio N. 100, maggio ’86 )

        Adesso vado a comprarmi Blow Up, cosa mai fatta in vita mia.
        ( ah, dimenticavo : grazie, Eddy. Davvero . )

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