Chitarristi africani: una discografia base

Da qualche anno in qua ho un rapporto problematico con quella che, con etichetta orrida ma ineludibile, viene chiamata world music. È che mi sono accorto, dopo tre decenni e mezzo che frequento il rock (termine che adopero qui nell’accezione più vasta e pure impropria possibile, includendovi un po’ tutta la musica afroamericana e pure il reggae fino a una certa data), di averne ancora tantissimo da ascoltare o riascoltare, da approfondire ma anche da scoprire tout court e, insomma, tempus fugit. E di conseguenza sono diventato sempre meno curioso verso i mondi totalmente altri. OK, ho ascoltato cinque, dieci, venti, trenta dischi di musica indiana. Me ne sono fatto un’idea vaghissima e per approfondire altri trentacinque anni non mi basterebbero. E dunque? OK, ho ascoltato due album di musica cinese e va bene così, oggi mi va di rimetter su (ma magari avessi il tempo!) “Revolver”, o “Lodger”, o “Zen Arcade”. E poi, dai, gli Inti Illimani non li sopportavo già al tempo e non c’è niente da fare, come ha convenuto una sera con me (io ero al terzo Martini, lui al quinto o sesto bianchetto) un notissimo musicista italiano che con la world ha trafficato parecchio, “arrivato al cinquantesimo disco di cubani non ce la fai più”. È stato un momento molto corazzata Potionkin. Veramente liberatorio.

Ci sono però un paio di pezzi di mondo immuni a questa crisi di rigetto. Uno è il Brasile. L’altro è l’Africa, per intero ma quella nera soprattutto. Quando vado in gita da quelle parti riesco ancora ad entusiasmarmi e credo sia abbastanza ovvio il perché. A seguire, una piccola guida ai chitarristi africani compilata abbastanza di recente per la versione italiana di “Mondomix”.

Ce lo diciamo da soli prima che provvedano altri: naturalmente a nessuno sarebbe mai venuto in mente di scrivere un articolo sui chitarristi europei, collocando sotto il medesimo tetto – per dire – Jimmy Page e Paco de Lucia, Kevin Shields e Richard Thompson. È il vecchio equivoco che da sempre circonda la world music, quello che fa sì che non ci sembri strano che i dischi di Caetano Veloso nei nostri negozi si trovino in quello scaffale e ci paia invece assurdo che negli Stati Uniti tocchi a Battisti venire così incasellato. Vecchio equivoco dal quale non si esce, sia perché derivante da una visione del mondo eurocentrica che perché si sistemano sotto la stessa voce mille generi riconducibili ad almeno due metageneri, nettamente distinti e distinguibili, quali folk e pop. Ma non è questo l’ambito per discutere di massimi sistemi e, visti spazio e intenti della rubrica, nemmeno di minimi: perdendosi, tanto per cominciare, nel racconto pieno di zone d’ombra di come fu che la chitarra sbarcò in Africa e di come si pose in rapporto con gli strumenti a corda locali. Si sostiene da più parti che furono i Portoghesi a introdurla all’epoca delle grandi esplorazioni ma, se così fu, era uno strumento piuttosto dissimile da quello che riceverà una codificazione definitiva solo in pieno Ottocento. Né sfuggirà al lettore che, in un continente nel quale tuttora una percentuale rilevante di popolazione deve fare a meno dell’elettricità, una Fender Stratocaster rappresenti un qualcosa oltre il lusso. Ancora massimi sistemi: impossibile dire in quale misura il blues arrivi dall’Africa e se già vi allignasse prima della diaspora degli schiavi. Noi in Ali Farka Touré sentiamo John Lee Hooker, ma la prima volta che Ali Farka Touré ascoltò John Lee Hooker ne trasse la convinzione assoluta che fosse pur’egli maliano.

Molto afroblues in questa lista di venti titoli nella quale il Mali, piazzandone sette, fa la parte del leone. Non poteva essere altrimenti, trattandosi della più eminentemente chitarristica fra le musiche africane. Che diversi dei dischi in questione siano acustici ci fa ricordare che tanto è ricco di talenti il paese che ci ha regalato Ali e Vieux Farka Touré, Boubacar e Rokia Traoré, Djelimady Tounkara, Afel Bocoum e Habib Koité, quanto è desolatamente povero di qualsiasi altra cosa. Tanto Congo anche (o Zaire, come si è chiamato per un quarto di secolo), con a dare man forte al divino Franco predecessori e succedanei fra rhumba e soukous quali Henri Bowane, Docteur Nico, Remmy Ongala e Diblo Dibala, e un tot di Nigeria, che non è stata e non è solo il funk secondo Fela ma pure juju e highlife ed ecco King Sunny Adé, Ebenezer Obey, Prince Nico Mbarga. Presenze testimoniali, infine, per il Senegal con Ismäel Lô, la Sierra Leone con Sooliman E. Rogie, l’Uganda con Geoffrey Oryema, lo Zimbabwe con Oliver Mtukudzi e Capo Verde con Teofilo Chantre: se è vero che furono i Portoghesi a portare lo strumento nel Continente Nero, quest’ultimo vale come chiusura di cerchio, siccome canta in quell’idioma e reminiscenze lusitane sono in lui evidenti.

Due fondamentali avvertenze… La prima, a parte che il concetto di “virtuosismo” è molto europeo, è che parecchi dei più dotati fra i chitarristi africani hanno agito storicamente in prevalenza, quando non esclusivamente, all’interno di gruppi: Barthelemy Atisso con l’Orchestra Baobab e Sekou Diabaté con Bembeya Jazz, Shiko Mawatu e Lokassa Ya Mbongo con Soukous Stars piuttosto che Jonah Sithole a fianco di Thomas Mapfumo. A complessi e orchestre sarà dedicata un’altra trattazione, laddove qui, al di là delle capacità tecniche, si sono privilegiati artisti nella cui opera la chitarra ha un peso decisivo ma ai quali non necessariamente si pensa in prima battuta come a dei chitarristi. La seconda rientra nell’ovvio e tuttavia le ovvietà talvolta è meglio sottolinearle: in Occidente conosciamo abbastanza la musica di alcuni paesi e poco quella di altri. Su ogni elenco che stiliamo, l’ignoranza pesa quanto il sapere.

KING SUNNY ADÉ & HIS AFRICAN BEATS “Juju Music” (Island, 1982) – Colossale l’equivoco nel quale incorreva la Island scambiando King Sunny Adé per un secondo Marley. Sarà presto chiaro che il Nostro non ha quel carisma e che benché seducente – una collisione di fitte linee chitarristiche e densi profluvi percussivi sviluppatasi da una miscela di influenze yoruba, brasiliane e della Sierra Leone – la juju music non ha l’immediatezza e l’universalità del reggae. Sia comunque benedetto quell’equivoco: certi dischi non li avremmo se no ascoltati.

FRANCO “20ème anniversaire Vol.1” (Sonodisc, 1989) – A due decenni dalla morte che lo coglieva cinquantunenne (lo uccideva l’AIDS, contro cui fu un testimonial formidabile) Franco è presenza più che mai cruciale un po’ in tutta l’Africa subsahariana. Sulla sua valenza di strumentista la dice lunga il soprannome che si portava appresso: lo Stregone della Chitarra. Sulla statura d’autore un repertorio in tutti i sensi immenso, fresco fra l’altro di parzialissima quanto splendida rivisitazione da parte di un emulo magistrale quale Syran Mbenza.

ISMÄEL LÔ “Ismäel Lô” (Mango, 1991) – Chitarrista principe in un ambito, quello della cosiddetta mbalax, in cui sono soprattutto le percussioni a menare (letteralmente) le danze, Ismäel Lô cresce ascoltando alla radio Otis Redding e Wilson Pickett e arriva a fare della musica una professione per caso, partecipando solo per l’insistenza di uno dei tanti fratelli a uno spettacolo in TV. In quella che fu la prima uscita europea il folk nordamericano e quello mandingo trovano una comunione egualmente sobria e densa di suggestioni.

PRINCE NICO MBARGA “Aki Special” (Rounder, 1987) – La canzone africana più venduta di sempre? Non Soul Makossa ma Sweet Mother. Tredici milioni di copie. È il pezzo forte di un CD che raccoglie due LP rispettivamente del ’76 e dell’82, “Sweet Mother” per l’appunto e “Free Education”. Siamo al perfetto incrocio fra soukous, una miscela di elementi zairesi, centroamericani e country, e la più prettamente nigeriana highlife, in pari misura chitarristica e fiatistica nell’accezione urbana e tutta chitarristica in quella (non meno ballerina) rurale.

REMMY ONGALA & ORCHESTRE SUPERMATIMILA “Mambo” (Real World, 1992) – Congolese di nascita ma residente in Tanzania, Ongala debutta internazionalmente per l’etichetta di Peter Gabriel con un disco dal titolo fuorviante. Nulla a che fare con la celeberrima danza cubana, essendo il “mambo” che lo battezza parola swahili che si può rendere, all’incirca, come “osservazioni sulle cose che accadono”. Il che svela la natura politica di nove brani in apparenza spensierati e di somma danzabilità, meticciamente fra rhumba (un filo diretto con i Caraibi c’è dunque in ogni caso) e soukous.

SOOLIMAN E. ROGIE “Dead Men Don’t Smoke Marijuana” (Real World, 1994) – Sfortunatamente quando questo suo esordio internazionale vede la luce l’autore canne non se ne può più fare, essendo scomparso, sessantottenne, pochi mesi prima. Di indicibile godibilità un testamento che sciorina rilassatissimo folk-blues il cui (per noi) possibile referente non è il solito John Lee Hooker, bensì Joseph Spence. Le Bahamas invece del Mississippi insomma, con un ulteriore colpo da maestro in una traccia bellissima, A Time In My Life, che ascoltare e immaginarsela da Johnny Cash è un tutt’uno.

DJELIMADY TOUNKARA “Sigui” (Indigo, 2002) – Leader e chitarra portante dai primi ’70 della Super Rail Band e in seguito componente di Bajourou, Tounkara debutta da solista con un lavoro clamoroso, sotto tutti i punti di vista all’altezza del miglior Ali Farka Touré. Rispetto a quelli del connazionale, i suoi spartiti paiono meno austeri, con un più pronunciato gusto per lo swing e la festa. Sembrerebbe avere inoltre subito un certo influsso cubano: fatto è che nelle corde ha un sentimento di latinità che ce lo avvicina vieppiù.

ALI FARKA TOURÉ “Ali Farka Touré” (World Circuit, 1988) – Apparso da subito incolmabile il vuoto causato dalla sua scomparsa nel 2006, ci consola il gruzzolo di dischi lasciatici da colui che più di chiunque ha fatto per riportare il blues a casa. Diceva che “quando ascolto John Lee Hooker, James Brown, Ray Charles, per quel che mi riguarda è musica del Mali adattata a un altro paese”. Grazie a lui, dopo di lui, vale per noi un idem sentire. In una produzione di livello uniformemente stellare, abbiamo scelto per affetto il lavoro che ce lo fece conoscere.

BOUBACAR TRAORÉ “Kar Kar” (Stern’s, 1992) – Contrazione di “kari kari”, termine con il quale nel suo paese si denomina la nobile arte del dribbling, Kar Kar diventa il soprannome di Boubacar Traoré e il titolo del suo primo album. Tanto era estroso da calciatore, tanto da cantante e chitarrista va dritto al punto, con uno stile scarno e schietto ai limiti dell’asprezza. Oltre che nella musica, ricorda taluni grandi bluesmen anche nella vicenda personale: riscoperto in età tarda quando qualcuno addirittura ipotizzava fosse morto.

ROKIA TRAORÉ “Wanita” (Indigo, 2000) – Incantesimo di corde e percussioni fittamente intrecciate e voci che scappano da tutte le parti ma si ricongiungono poi, come affluenti in un fiume. Fortemente localizzata e poco sensibile agli influssi esterni, la musica della Traoré esibisce nondimeno fascino universale, tanto da farle percorrere un tragitto inverso rispetto alla maggior parte dei musicisti del Continente Nero: profetessa prima e di più in Europa, sin dal già maturo esordio del ’97 “Mouneïssa”, che non nel Mali.

E non vi fossero bastati…

AFEL BOCOUM “Alkibar” (World Circuit, 1999) – Dopo una vita vissuta all’ombra di Ali Farka Touré, il Primo Ministro del Re dell’Afroblues si prende il centro della ribalta da solo e sono ovazioni.

HENRY BOWANE “Double Take – Tala Kaka” (Retro Afrique, 1997) – Sono i ’50 l’età aurea di un uomo cui dobbiamo sia la prima rhumba africana che i primi incroci fra le melodie chitarristiche del soukous e i poliritmi della highlife. Oltre che la scoperta di Franco.

TEOFILO CHANTRE “Azulando” (Lusafrica, 2004) – Se Césaria Évora è la voce di Capo Verde, Teofilo Chantre ne è la chitarra. Perennemente incerta fra la malinconia della morna e lo spumeggiare del samba.

DIBLO DIBALA “Super Soukous” (Shanachie, 1989) – Il chitarrista più veloce d’Africa (lo chiamano Machine Gun) assurge alla fama da fiancheggiatore di un campione di vendite quale Kanda Bongo Man (in area soukous più di costui giusto Franco) e poi proclama l’indipendenza.

DOCTEUR NICO & ORCHESTRE AFRICAN FIESTA “1963-1965” (African, 1985) – È davvero qui la fiesta, giacché Mai Dottore fu più Feelgood di Nicolas Kasanda. Un irresistibile anticipatore tanto di Franco che di Dibala.

HABIB KOITÉ & BAMADA “Ma Ya” (Putumayo, 1999) – “Un viaggio in dodici canzoni attraverso il Mali durante il quale mi sono concesso la libertà di muovermi da un ritmo all’altro”: così “Ma Ya” nelle parole dell’artefice, misurato modernizzatore delle tradizioni locali.

OLIVER “TUKU” MTUKUDZI “Greatest Hits: The Tuku Years 1998-2002” (Sheer Sound, 2003) – Secondo al solo Mapfumo nel regalare visibilità globale alla musica dello Zimbabwe. Un abbonato ai vertici delle classifiche world.

CHIEF COMMANDER EBENEZER OBEY & HIS INTER REFORMERS BAND “Juju Jubilee” (Shanachie, 1985) – Sunny Adé è il Re – autoproclamato ma unanimemente riconosciuto – della juju music? Obey ne è il Comandante in Capo, galloni guadagnati declinandone una versione marcatamente più funk.

GEOFFREY ORYEMA “Exile” (Real World, 1990) – In esilio Oryema ci va nel 1977 quando, ventiquattrenne, vede il padre assassinato dagli sgherri di Idi Amin. Tutta europea una carriera che lo vede esordire con questo “Exile” – quindi tardivamente – ma volando subito altissimo, Gabriel mentore, Brian Eno in regia.

VIEUX FARKA TOURÉFondo” (Six Degrees, 2009) – Tagliente come quasi mai quello di chi sapete, l’afroblues del Vecchio ma Giovane Farka Touré. Funky nelle pulsioni e rock nell’essenza.

Pubblicato per la prima volta su “Mondomix” n.6, inverno 2009.

5 commenti

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5 risposte a “Chitarristi africani: una discografia base

  1. Grazie per questo articolo. Leggendolo mi sono ricordato di avere il disco di Sooliman E. Rogie e l’ho riascoltato con soddisfazione. Anche a me era venuto in mente Joseph Spence… All’epoca acquistai pure una raccolta di musica Highlife (“The Rough Guide to Highlife) e in questi giorni l’ho riascoltata apprezzandola molto di più di quando la acquistai. Appena possibile cercherò qualcun altro dei dischi da te citati. Grazie.

  2. antonio

    Bell’articolo. Vorrei segnalare D’Gary, un chitarrista del madagascar secondo me straordinario e originalissimo che non vedo nell’elenco.


  3. Ascoltaepentiti

    Questo è l’articolo più utile che mai un giornalista rock italiano abbia mai messo su internet.

    Grazie davvero!

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