Elfin Saddle – Devastates (Constellation)

È ancora raro – e temo che lo rimarrà: troppo inafferrabile quanto propongono non solo per le masse ma anche per una critica che l’iperproduzione costringe nei recinti di un’ansia catalogatrice sempre più maniacale – imbattersi in recensioni degli Elfin Saddle. In compenso, e proprio per via della peculiarità della proposta della formazione nippo-canadese (dapprincipio un duo formato da Emi Honda e Jordan McKenzie, artisti anche figurativi; ormai allargatasi a quartetto), le si trova nei luoghi più inaspettati e cercano di essere creative quanto ciò che provano a raccontare. Una delle più brillanti l’ho incrociata in un sito che si occupa di alternative metal ed ecco, se proprio c’è un genere che questo gruppo (a proposito: la Sella dell’Elfo è un fungo tanto bello da vedere quanto pericoloso da mangiare) non pratica è il metal, in qualsivoglia accezione. Ma complimenti a chi ha descritto “Devastates” non come world bensì come earth music: un assemblaggio di tradizioni folk come potrebbero metterlo assieme degli alieni campionando ogni cultura del globo e con dunque quanto vi è di occidentale in chiara minoranza. Ci sono in effetti evidenti influssi di etnica per noi esotica (per Emi Honda ovviamente meno) in quella che è la seconda uscita maggiore del gruppo per la Constellation, ma insieme a tanto d’altro ancora.

Per me il brano più rappresentativo di un disco eccezionalmente suggestivo e affascinante è il quarto degli otto che sfilano in poco meno di tre quarti d’ora. In The Power & The Wake si passa dalla ambient a un raga bradipico e da quello a un folk che definire “acid” è poco e nel quale, con ulteriore effetto di straniamento, si infiltra della cameristica. Roba da fare girare la testa. Roba da perderci la testa. Ma è appena da meno quanto si ascolta prima e dopo, dall’odissea – fra boschi, brughiere e paesaggi post-industriali – di arpeggi e bordoni, incantesimi e stridori dell’iniziale The Changeling Wind alle liturgie marziali della conclusiva The Wind Come Carry, passando per i paesaggi schiettamente d’Oriente di Kiboho e per l’Incredible String Band versione apocalittica  di Chaos Hand che trasfigura nei Popol Vuh di Invocation. Sintesi di questi e di quella In A Blanket Of Leaves, laddove Boats aveva evocato certi Cocteau Twins meditativi senza farsi estenuati ed estenuanti. E invece no. Sorpresa! Trattasi di rivisitazione, molto ma molto caratterizzata, di un Donovan che così idealmente drogato non lo si è forse sentito mai.

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