Il tour italiano di Lloyd Cole

Chiamarlo “tour” è un po’ un’esagerazione, trattandosi di due date appena. Il fu leader dei Commotions si è esibito a Roma mercoledì (in una chiesa, figuratevi) e sarà questa sera qui a Torino, fra le più consone mura del Folk Club. L’ultima e a oggi unica volta che lo vidi dal vivo non ricordo se fosse la tournée di “Rattlesnakes” o quella di “Easy Pieces”. Minimo sono passati comunque ventisei anni e naturalmente era con il gruppo, non come adesso che gira perlopiù da solo, voce e chitarra acustica. Quelle canzoni lì potrebbe comunque cantarle anche a cappella, emozionerebbero uguale.

A seguire, un articolo che scrissi per “Il Mucchio” in occasione del ventennale di “Rattlesnakes” e della conseguente “Deluxe Edition” approntata dalla Universal per celebrarla.

Permettete? “…tutto ciò che il rock’n’roll dovrebbe sempre essere… tristezza, poesia, divertimento, ritmo, gioia di vivere, ironia… Un capolavoro.” Così due tondi decenni fa, giusto di questi tempi, concludevo una recensione di “Rattlesnakes” scritta proprio per il giornale che state leggendo. “Disco del mese”, avrebbe decretato il Direttore, e ammetto che da pischello che ero la scelta mi emozionò: il mio primo. Mezza vita dopo, di quell’articolo mi imbarazzano i toni da liceale, non la sostanza, e insomma ci acchiappai più della allora celebratissima Julie Burchill, che liquidava l’esordio a 33 giri del quintetto di Glasgow con uno sprezzante “non abbiamo bisogno di una versione country & western dei Velvet Underground”. Isolata a dire il vero in tanta ottima stampa per gli Scozzesi. All’altezza del secondo e nettamente inferiore, quantunque grazioso, e parecchio più venduto “Easy Pieces”, un anno e un mese più tardi, l’appartenenza subito sospettata da tanti di “Rattlesnakes” alla categoria delle pietre miliari sarebbe stata – per contrasto – percezione diffusa. Due anni ancora e un terzo e sul serio scadente LP dopo (da salvare il beffardo titolo, “Mainstream”, e poco di più), numero due nelle classifiche britanniche, gli innamorati della prima ora avrebbero decretato che la banda Cole non aveva più nulla da dire e lo scioglimento dei Commotions da lì a breve avrebbe certificato che il leader concordava con loro. Smarriti pian piano i favori del grande pubblico, il nostro uomo veniva condannato da quello più elitario a venire ricordato per sempre come un artista da un solo album. Mica vero! Magari da due e il secondo non è “Easy Pieces”. Nei tardi anni ’90 – mi si perdoni una seconda e ultima incursione nel personale – lavoravo per una radio torinese e rammento distintamente che una sera, curiosando mentre attendevo di andare in voce nei poco frequentati scaffali dei vinili, mi imbattei non in una ma addirittura in due copie promozionali di “Don’t Get Weird On Me Babe”, bellissimo e supremamente misconosciuto lavoro solistico del Cole datato 1991. Erano intonse. Mi immalinconii. Di “Don’t Get Weird” non appronteranno mai una deluxe edition per il ventennale. Di “Rattlesnakes”, Universal l’ha ora ora mandata nei negozi. Ottima cosa, comunque, siccome impedisce che ansie revisionistiche lo releghino fra i sopravvalutati e illumina chi non c’era su un disco che, preso in mezzo fra gli ultimi fuochi della new wave e i primi dell’epopea Smiths (l’altro gruppo che nel 1984 in Gran Bretagna certificava non essere ancora reati suonare la chitarra e mostrare reverenza per i ’60), di rado viene nominato quando il discorso verte sulla – rubo le parole al bassista Lawrence Donegan – “musica che rese sopportabili gli anni ’80”. Che non fu poi così poca, ma poche sequenze di dieci canzoni sono state perfette come quella che gli dà vita, in qualunque decennio.

Come è tradizione della serie, a fronte di un secondo dischetto assemblato con demo, registrazioni dal vivo e radiofoniche, lati B di singoli e inediti, il primo CD della sontuosa ristampa riprende pari pari l’album originale, nei suoi 35’53” di succinto (per noi) e favoloso splendore. Clamorosa l’ascesa dei Commotions, che formatisi nel luglio 1983 su iniziativa di Cole (voce e chitarra), Neil Clark (chitarra) e Blair Cowan (tastiere), e impiegato qualche mese a trovare un’adeguata sezione ritmica, scovata infine nelle persone del figlio d’arte Lawrence Donegan (Lonnie, ça va sans dire) e di Stephen Irvine, arrivavano al debutto adulto già forti di due 45 giri, Perfect Skin e Forest Fire, acclamati dalla critica e il primo nei Top 40 e il secondo di un niente sotto. Oltre che di un contratto con una casa discografica maggiore, che se li era pure dovuti disputare con un’altra (la CBS), e ciò che più conta di una personalità già definita. Lineamenti alla Presley ideali per un’aspirante popstar che inducevano Polydor a chiedere che il suo nome entrasse nella ragione sociale della compagnia, Lloyd Cole (autore della totalità del repertorio, con appena qualche collaborazione dai sodali) vi riversava tutto il suo amore per Bob Dylan e i Velvet, gli Staple Singers e i T.Rex e i Television, anche omaggiati direttamente – questi ultimi – con una cover di Glory a lungo in repertorio (due letture sul secondo compact). Aggiungete i Doors, sul cui suono Speedboat è una delle più notevoli variazioni mai approntate e idem Forest Fire, il country fatto negro di Four Flights Up, la Motown traslocata nelle brughiere oltre il Vallo d’Adriano dalla santa triade Orange Juice/Josef K/Aztec Camera. E poi: i Love di “Forever Changes” (da lì – direi – gli archi svolazzanti della title-track e quelli funebri di Down On Mission Street); quei Big Star allora completamente dimenticati; i Byrds. Persino, in 2cv… Donovan? Oh sì sì sì.

Spiace in tanto lusso l’assenza nel libretto di testi notevoli quanto le musiche, molto letterari ma di un sardonico raro e fulminante (lì un altro referente ancora: Cohen). Ci si consola (relativamente, io; all’epoca ero talmente innamorato da comprarmi pure i mix e dunque parecchio già avevo) con un secondo CD di non disprezzabili tagli e ritagli. Spiccano una tambureggiante Beautiful City, esclusa all’ultimo dal 33 ma che ci sarebbe stata bene, e l’incantata Andy’s Babies. 1984-2004 e vale ancora la domanda che “Rattlesnakes” poneva con l’ultimo titolo in scaletta: Are You Ready To Be Heartbroken?.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”,  n.601, 23 novembre 2004.

13 commenti

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13 risposte a “Il tour italiano di Lloyd Cole

  1. Lucas

    E’ molto ma molto bello anche il primo disco post-Commotions (Lloyd Cole) del 1990 o 1991, con Robert Quine alla chitarra. A te non piace?

    • All’epoca lo assaggiai appena e forse lo sottovalutai. Poi non ho avuto mai l’occasione o l’estro di riprenderlo in mano, quindi può benissimo essere che mi sia perso qualcosa di degno.

  2. Giancarlo Turra

    Modestamente, il miglior Lloyd dopo “Rattlesnakes” è “Don’t get weird on me, babe” del 1991. Disco molto ma molto bello, diviso in due anime, e purtroppo sottovalutato. Troppo. Ora di rimediare…

  3. stefano piredda

    Sapessi il magone…

    • Lo applaudo anche per te, via.

      • Applaudilo anche per me! Ricordi che acquistai “Rattlesnakes” rinunciando a “Fried”? Poi presi “Easy Pieces” e anche quello merita, secondo me.
        Ho visto che esiste un “Live at the BBC”. Vale la pena?

      • Di “Live At The BBC” di Lloyd Cole io ne ho in casa TRE e due sono pure doppi. Belli, ma ovviamente con un sacco di sovrapposizioni. Io ce li ho perché me li mandò la casa discografica.

  4. posilliposonica

    Effettivamente non c’e’ nessun momento debole in “Rattlesnakes”.
    Ognuno (tra i miei conoscenti dell’epoca) aveva le sue canzoni
    preferite : Perfect Skin, Charlotte Street e Patience le mie.
    Approfitto del fatto che hai nominato i Josef K nell’articolo di cui
    sopra, per chiederti se in passato hai mai dedicato loro un articolo.
    Nel qual caso non e’ che prima o poi lo” posteresti” da queste parti ?

    • Mai scritto dei Josef K, al massimo citati. E non so se potrebbero essere eleggibili per un Culto, visto che nelle storie del rock vengono ormai inclusi routinariamente.

  5. Andrea Peviani

    Secondo te non c’e speranza che vengano ristampati Easy pieces e Don’t get weird…? E’ incredibile che negli ultimi 15 anni sia stato riesumato e rivalutato di tutto e questi 2 gioiellini (e’ vero, inferiori a Rattlesnakes) siano dimenticati. Mi tengo stretti il vinile del primo e la CASSETTA ORIGINALE del secondo (raccattata per poche lire molti anni fa)

  6. Anonimo

    Antonio,
    Ciao Eddy, per me Rattlesnake e Easy Pieces sono due gioiellini pop entrambi bellissimi e non saprei scegliere il piu’ bello.

    • stefano

      E’ vero. Why I Love Country Music e Perfect Blue entrambi dal 33 Easy Pieces per me son piccoli capolavori… indimenticabile e originalissima Charlotte Street.
      Comunque altro disco eccezionale è l’ultimo lavoro dell’anno scorso, fidatevi: Broken Record.

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