Presi per il culto (4): Linda Perhacs – Parallelograms (Kapp, 1970)

Succinta la biografia dell’autrice di questo misconosciuto capolavoro. Nata Arnold, cresciuta in una cittadina della California del nord con davanti il Pacifico e dietro boschi incontaminati, Linda sposa giovanissima lo scultore Les Perhacs ed è costui a farle scoprire i Doors ma anche Joni Mitchell, Crosby Stills & Nash ma pure Tim Buckley. Meno incredibile di quanto possa sembrare senza sapere i dettagli, la fanciulla è venuta su, complice una famiglia estremamente conservatrice nella cui casa non ci sono né un televisore né un telefono, ignara della rivoluzione culturale dei ’60, inconsapevole di come proprio la California ne sia un epicentro. Persino i Beatles sono appena un nome per lei prima di incontrare Les. Però dove mettere le mani su una chitarra lo sa. Le prime canzoni le scrive senza sapere perché, la notte, strimpellando mentre il marito dorme, prendendo appunti sul tavolo di cucina. Di giorno è assistente in uno studio dentistico dalla clientela quantomai glamorous: Dinah Shore, Cary Grant, Paul Newman. Fra i pazienti c’è pure Leonard Rosenman, già allievo di Arnold Schönberg e compositore di musiche per film fra i più rinomati a Hollywood (lo diverrà ancora di più vincendo due Oscar di seguito, per Barry Lyndon nel ’75, per Bound For Glory nel ’76). Chiacchierando con Linda apprende del suo hobby e – sia semplice cortesia, sia curiosità – la invita a registrare qualcosa e a farglielo ascoltare. È un venerdì pomeriggio quando il nastrino passa di mano. È l’alba di sabato quando Rosenman butta giù dal letto la Perhacs con il perentorio invito a raggiungerlo in studio. Sarà sempre Rosenman a fare in modo che il disco venga pubblicato e annovererà fra i suoi pochi fallimenti che “Parallelograms” passi inosservato, anche perché Linda, delusa dalla pessima qualità della stampa e dalla mancanza di promozione, non farà mai un concerto. Finirebbe lì la storia, senza la testardaggine di Michael Piper, che (come del resto Rosenman) non è purtroppo più fra noi e che non potremo mai ringraziare abbastanza per avere riportato il disco nei negozi nel 1998, regalando una possibilità di amarlo a quanti, magari pur addentro ai segreti circoli, non possono permettersi di spendere qualche centinaio di eurelli per qualche decina di minuti di pur meravigliosa musica. Avrebbe mai Kieran Hebden, se no, ripreso l’aliena traccia che battezza l’album nel volume da lui curato della collana “Late Night Tales”? Si possono immaginare altrimenti i Daft Punk che includono If You Were My Man nella colonna sonora di Electroma?

Dai sempre più numerosi estimatori (Devendra Banhart il propagandista più appassionato) “Parallelograms” viene catalogato alla voce “acid folk”. A parte che l’autrice dichiara di non avere mai assunto nulla di più forte della caffeina, l’etichetta è azzeccata. Fatto salvo che pure nel più eccentrico degli ambiti il disco si segnala per l’assoluta peculiarità, da subito, da un’abbacinante Chimacum Rain che lo inaugura lanciando ponti fra i Pentangle e il Tim Buckey (ove Dolphin l’avrebbe potuta rifare Jeff) di “Lorca” e “Starsailor”. Se qui e là si potrebbe dire di una Joni Mitchell psichedelica, se Hey, Who Really Cares? la si potrebbe immaginare da Nick Drake, vi giuro che una cosa come la traccia omonima in vita vostra non l’avete mai ascoltata. Mai. Scultura circolare di suoni ipnotici e cangianti, perché dirla semplicemente “canzone” non si può. A oltre quarant’anni dacché venne concepito, “Parallelograms” continua a vivere in un mondo suo esclusivo, incantesimo silvano e sensuale letteralmente inenarrabile.

Delle tre edizioni in digitale che circolano il consiglio è, doveste imbattervi nella prima tiratura su Wild Places (WILD005) di evitarla. Fatto è che Piper, dopo avere cercato per anni di rintracciare artefice e proprietari dei master e dei diritti, si acconciava a ricavare il CD da una copia in vinile e il risultato è una resa sonora non proprio splendida, anche perché già in partenza la stampa originale su Kapp era deficitaria, attufata e scricchiolante. Accadeva però che poco dopo il nostro eroe finalmente riusciva a trovarla, la ragazza (viene ancora da chiamarla così, per quanto appare ben conservata l’ormai matura signora), e nel 2003 il disco ri-usciva in un’edizione (WILD005-RE) non solo assai meglio suonante ma arricchita da un inedito offerto in due letture e da alcune versioni alternative. Un altro inedito ancora suggella la stampa Sunbeam del 2008, forte però soprattutto di una qualità tecnica ulteriormente migliorata. Non un dettaglio trattandosi di musica tanto sofisticata e soffusa.

19 commenti

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19 risposte a “Presi per il culto (4): Linda Perhacs – Parallelograms (Kapp, 1970)

  1. paolo stradi

    Caro Eddy, mi chiedo talvolta quali siano le vie che portano, non dico al successo, ma ad un’onorata visibilità. Insieme a questa meraviglia, di recente mi sono imbattuto in altrettanti tesori (nascosti): Steeplejack, Trader Horne, Jim Ford, il recente dei Midlake…cos’altro di così straordinario mi sono perso?

    • Ho comprato il mio primo disco nel 1977. Scrivo di musica dall’83. E dopo tutti questi anni ancora non passa mese, per non dire settimana, in cui non io non resti sorpreso da una qualche scheggia di passato che avevo sottovalutato, o che mi era sfuggita, o che era del tutto sconosciuta all’universo mondo. Ma meno male, no?

  2. stefano

    “il più grande one shot di tutto l’acid folk” . di solito dubito di chi invoca assoluti, ma se lo dice il più grande conoscitore sul pianeta di queste musiche, gino dal soler, credo ci si possa fidare.

  3. Francesco Manca

    Comunque altri tempi, altre igieniste dentali…
    Non ringrazierò mai abbastanza Bordone per avermela fatta conoscere in un articolo recente su Mucchio, insieme a Red Hash di Gary Higgins che per me è un disco clamoroso…
    Certo è bellissimo scoprire grande musica misconosciuta Eddy, però che ingiustizia (non ordinaria ingiustizia, quella cosmica)

  4. Giancarlo Turra

    Next stop: Shelagh McDonald…

  5. stefano piredda

    Immensa la Perhacs, sì. E son tante le belle cose recuperate in questi anni di grandi e meritori recuperi (Higgins, Anne Briggs, la Bunyan, Judee Sill…).
    Più importanti i recuperi delle cose nuove?

    Detto ciò, ce ne sarebbero tanti, tra i culti a cui mi/ci ha iniziato il Venerato Maestro, che valgono la pena di essere ricordati.
    Proprio in questo momento me ne vengono in mente un paio anni Ottanta (e dopo BASTA, con gli anni Ottanta, giuro!), i Neats di CRASH AT CRUSH e FROM LUBBOCK O CLINTWOOD EAST di Terry and Gerry (scommetto che Eddy manco se li ricorda, questi: eppure fu lui che…) e giusto uno anni Novanta, gli Starfish di STELLAR SONIC SOLUTIONS.

    Senti un po’, Maestro: ma è vera ‘sta storia del libro dei 1000 dischi più fighi di sempre che dovrebbe uscire per Giunti a firma Cilìa e Guglielmi o me la son sognata?

    Infine, una roba che non c’entra un cazzo: ieri ascoltavo John Hartford e… Dovrei andare a verificare, ma non mi pare sia stato citato nei numeri del Mucchio EXTRA che riportavano le discografie consigliate di folk americano e country. Musica sublime, un Randy Newman meno sardonico e urticante e più ironico e indulgente (così almeno pare a me).
    Chi se lo ricorda?

    • Certo che me li ricordo Terry & Gerry, anche se è una vita che non li riascolto più. Il volume dei 1000 dischi fondamentali del rock (Cilìa & Guglielmi con contributi di Bordone e Turra) esce per Giunti il 18 aprile. Ho scritto l’esatta metà delle schede.

      • stefano piredda

        Acquisterò, Maestro. Per me, innanzitutto.
        E poi regalerò. Per gli amici più cari.

  6. Giancarlo Turra

    A memoria – ma “I could be wrong” – il Maestro scrisse un paio di pagine su Hartford sul Mucchio, quando ancora era settimanale, ai primi dello scorso decennio. Ma, ripeto e parafraso John Lydon, I could be wrong…

    • Di John Hartford ho scritto un’unica volta in vita mia e in una circostanza triste. A seguire…

      John Hartford 1937-2001

      “È un grande, ma non sa di esserlo. La sua musica e i suoi testi sono diversi da quelli di chiunque altro abbia mai ascoltato. È se stesso e non si farà mai dire da nessuno cosa scrivere o come cantare, perché vive in un mondo che è suo e solo suo”: così Johnny Cash nelle note di copertina di “Looks At Life”, esordio a 33 giri nel 1967 di un già maturo (aveva allora trent’anni) John Hartford. Potrebbe valere come ideale epitaffio per un artista il cui nome ai lettori più giovani dirà probabilmente poco ma che da queste parti, quando tanti fra loro non erano ancora nati, era un eroe. Non ha colto di sorpresa la notizia della sua morte, conclusione di una lunghissima (oltre due decenni) battaglia con il cancro. Semmai hanno stupito, ma solo perché si era lasciato colpevolmente sbiadire il ricordo di alcuni suoi dischi bellissimi, le straordinarie dimostrazioni di affetto che hanno accompagnato le ultime settimane terrene dell’uomo che sarà sempre ricordato come l’autore di “Gentle On My Mind”. Una delle canzoni più coverizzate di tutti i tempi, da Glen Campbell, che per primo la portò al successo, come da Elvis Presley, da Aretha Franklin come da Tammy Wynette. Ma limitare la storia di Hartford a un solo, seppure splendido, brano sarebbe grave ingiustizia. Fu scoperto da Chet Atkins (un altro che ci ha da poco lasciati), collaborò con i Byrds e in una carriera proceduta a strappi, fra pause e ripartenze, ebbe un anno indimenticabile nel 1976. Uscivano allora, a pochi mesi l’uno dall’altro, “Mark Twang” e “Nobody Knows What You Do”, capolavori di un country arcano, ironico e nostalgico nel contempo, imbevuto di bluegrass e di gospel. Sublimi quadri d’America: soprattutto il primo, dedicato come annuncia il titolo a Mark Twain e atto d’amore incondizionato per il Mississippi e per i battelli a vapore che a lungo lo percorsero di un ragazzo nato a New York ma cresciuto a St. Louis, con a fianco gli spiritelli discoli di Tom Sawyer e Huckleberry Finn.

  7. Giancarlo Turra

    “Mark Twang” meriterebbe anche solo per il sublime titolo…

  8. Giancarlo Turra

    😀

  9. Ho ordinato il CD nell’edizione sunbeam dopo aver letto questo tuo post e da oggi ne sono il felice possessore! Sulla busta che contiene il disco sono riportate le copertine di altri cinque CD riediti di cui non so nulla. Qualche altra gemma nascosta, tra questi?

  10. Nicholas

    Eddy hp appena letto che Linda Perhacs è al lavoro su materiale inedito

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