Archivi del mese: marzo 2012

Concitātus Magister Vel

Ecco… sono appena tornato a casa da un concerto così… Invidia, eh?

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Paul Weller – Sonik Kicks (Island)

È uno che ha in orrore la routine, Paul Weller. Scioglieva i Jam all’apice del successo, rovinava irrimediabilmente gli Style Council con una deriva dance censurabile non perché dance ma in quanto di un’inconsistenza assoluta e una banalità imbarazzante. E poteva accontentarsi, ormai cinquantenne, delle buone vendite e della devozione canina della stampa del suo paese? Certo che no e per fortuna, giacché, e non per fare quello che grida che il re è nudo solo per vedere l’effetto che fa, non mi pare proprio che il Weller solista ci abbia regalato chissà quali capolavori. Tanti album carini (qualcuno manco quello) e nessuno veramente imprescindibile (“Wild Wood” ci va vicino). Una decina o anche due di canzoni gradevoli ma nessuna epocale come tante di era Jam e qualcuna di quando gli Style Council erano freschi di ideazione. Fra l’omonimo debutto del ’92 e “As Is Now” del 2005 funziona sicuramente il suono, che quando è elettrico si situa in una terra di mezzo fra Curtis Mayfield, Neil Young e i Traffic e quando è acustico da qualche parte fra Nick Drake barra Tim Hardin e… Neil Young e i Traffic. Molto di meno una scrittura troppo spesso sull’orlo del formulaico. Ecco, pur senza essere esattamente indimenticabili “22 Dreams”, che veniva dato alle stampe nel 2008 e dunque giusto nell’anno in cui il Nostro festeggiava il mezzo secolo, e il successivo di due anni “Wake Up The Nation” avevano almeno il merito di mettere in discussione il cliché dianzi delineato. Erano dischi avventurosi, nella misura in cui può esserlo una rockstar cinquantenne. Mai però quanto “Sonik Kicks”. Un “nuovo” Paul Weller non per modo di dire.

Sia subito chiaro: un album anche sconcertante. Parecchio. Perché a parte che l’interprete è lo stesso nulla di nulla accomuna, ad esempio, l’iniziale Green, un qualcosa a mezza via fra i Neu! e gli Human League quando gli Human League sperimentavano, e la conclusiva Be Happy Children, ballatona sentimentale sui figli che so’ piezze e’ core di cui si sarebbe felicemente fatto a meno. Né hanno punto di contatto alcuno, per dire, lo scintillante britpop di The Attic e il David Bowie circa “Young Americans” di That Dangerous Age, o circa “Lodger” di Around The Lake. Cosa possa legare gli Style Council clamorosamente “in dub” di Study In Blue (altro che il jazzetto patinato di cui ho letto!) a una Paper Chase che (non fosse per la ritmica) potrebbe gioiosamente confondersi in una qualche raccolta di antiquariato psych britannico risulta un mistero. Che ci azzecca una By The Waters decisamente pastorale con una Dragonfly che vive di incalzanti retropulsioni sf? E così via, e dire che il tutto è concentrato in tredici tracce (una quattordicesima non è che un fulmineo interludio noisy) e meno di tre quarti d’ora. La chiave interpretativa la offre probabilmente il titolo: sono divertimenti sonici, chi li ha ideati se l’è spassata un mondo, chi li ascolta potrebbe goderne quasi altrettanto, a patto di sapersi lasciare andare. Paul Weller è vivo, felice di esserlo e sta abbastanza bene.

“Sonik Kicks” sarà nei negozi a partire dal prossimo 27 marzo.

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The Shins – Port Of Morrow (Aural Apothecary/Columbia)

Effettuo una ricerca nei miei archivi per andare a controllare in che termini scrissi – quanto entusiasticamente – dei precedenti album di James Mercer e sempre più variabili compagni e con mia grande sorpresa non trovo nessuna recensione con un titolo compatibile. Cerco allora soltanto la parola “Shins” e a questo giro ottengo invece una marea di riscontri, a testimonianza di quanto la sigla sia stata negli ultimi anni una costante nella discussione sull’indie rock, o più che altro sull’alternative pop, americani. Nondimeno la conferma che di “Oh, Inverted World”, “Chutes Too Narrow” e “Wincing The Night Away” non ho mai scritto direttamente mi lascia (per quanto ne ero invece sicuro) basito. Mai però quanto la constatazione che “Port Of Morrow” arriva nei negozi a cinque abbondanti anni dal predecessore quando, mi avessero interrogato al riguardo, avrei risposto senza esitare che potevano essere due, a esagerare tre anni che gli Shins non pubblicavano alcunché. Il che se vogliamo rappresenta un’ulteriore certificazione della loro rilevanza: sono rimasti in ogni caso un nome caldo, al di là dei trionfi al botteghino di “Wincing The Night Away”, all’uscita subito un numero due nella classifica di “Billboard” e il secondo disco Sub Pop più venduto di sempre dopo “Bleach” dei Nirvana. E dire che una fotografia della popular music del 2012 evidenzierebbe differenze sostanziali rispetto a una scattata nel 2007. Per non parlare di quanto più in generale sia cambiato il mondo. Ma insomma: gli Shins sono tornati e per la prima volta posso commentarne le imprese in tempo reale. Sarebbe potuta andarmi meglio, sarebbe.

Mentre scrivo “Port Of Morrow” gira per la terza volta sullo stereo e la prima impressione che ne avevo ricavato non vuole saperne di modificarsi. Opera gradevole, prodotta benissimo e forse persino troppo, nel senso che Greg Kurstin di sicuro non ha lavorato per sottrazione e talune eccessive rifiniture non aiutano le melodie a manifestarsi, ma con per l’appunto qualche difetto di memorabilità rispetto all’alta media Mercer (la compagnia attorno a lui è cambiata completamente e pare ormai innegabile che “Shins” sia poco più che uno pseudonimo per il quarantunenne cantante e chitarrista di Honolulu). Seconda cosa che si nota dell’album. La prima è come certi anni ’60 siano stati definitivamente abbandonati, sostituiti come fonte di ispirazione e suggestioni dal decennio seguente. Non più i Beatles ma il Lennon più zuccherino (It’s Only Life), il McCartney più rotondo e standardizzato (For A Fool), persino la Electric Light Orchestra (40 Mark Strasse). Non più un incrociarsi di Kinks e Zombies ma Billy Joel che prova a fare l’Elvis Costello ma finisce per sembrare Steve Miller o, peggio, gli Chicago (Fall Of 82). Tutti qui i “nuovi” Shins? Concedo loro ancora un passaggio e finalmente qualcosa emerge dal sofisticato sfondo: il power pop avvolgente e squillante di Simple Song, se non altro per la frenesia di alcune parti di chitarra; la new wave alle prese con i Beach Boys di mezzo, o viceversa, di Bait And Switch; soprattutto No Way Down, esultanza genuina e un disegno cui l’intarsio qualcosa aggiunge in luogo di sottrarre. La delusione si ridimensiona, ma resta.

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Blowing In The Tracks – Una discografia base di Bob Dylan nel cinquantennale dell’uscita del suo primo album

Il 19 marzo 1962 un ventenne registrato all’anagrafe come Robert Allen Zimmerman, ma già alquanto noto nei circoli folk newyorkesi come Bob Dylan, pubblicava su Columbia il suo primo, omonimo 33 giri. Per quanto il giovanotto fosse un bel tipo di mitomane mi sentirei di escludere che potesse immaginare anche nei suoi sogni più selvaggi che avrebbe cambiato il mondo – un po’ – come invece ha fatto.

Nel 2003, in corrispondenza con l’uscita sulla succursale “Extra” di un corposo articolo dedicato agli anni ’60 del nostro eroe, pubblicai sul “Mucchio” questi ben più succinti consigli per gli acquisti.

Lo scorso maggio ha compiuto sessantadue anni e ne sono trascorsi quarantuno dacché esordì. Era giust’appunto il ’62. Come pretesto “matematico” per celebrare Bob Dylan è deboluccio, ne conveniamo. D’altro canto, per festeggiare il quarantesimo anniversario del primo capolavoro, “The Freewheelin’”, si era in ritardo di qualche mese e comunque: c’è bisogno di una scusa per omaggiare l’uomo di Duluth? Profondissima è stata la traccia che ha lasciato sul mondo da quel 24 gennaio 1961 in cui, reduce da una visita in ospedale al suo idolo Woody Guthrie, mise per la prima volta piede a New York e per la precisione al Village, il quartiere dei reduci del beat (quello letterario, ché il musicale era ancora a venire) e dei malati di jazz, degli attivisti politici e dei custodi del folk (figure che spesso coincidevano), e degli artisti di ogni specie, e insomma di una variegata scapigliatura disposta sull’intero arco che dallo scioperato porta all’intellettuale vero. Lo avrebbe messo a soqquadro in men che non si dica, cantando canzoni antiche con voce nuova e nuove con voce antica e da lì sarebbe partito per conquistare in rapida successione il resto della Big Apple, l’America, il mondo. Prima vestendo con gli abiti dimessi ma fascinosi del folk testi come non se n’erano mai uditi. Quindi portando quella stessa poesia, fra la disperazione e gli alti lai dei primi discepoli che si sentirono traditi, nel rock, musica che così rese adulta e, proprio mentre veniva eletta a vessillo della generazione che invitava a diffidare dei trentenni, potenzialmente per adulti. Una rivoluzione messa in scena in quattro tumultuosi anni e sette album e che avrebbe potuto trovare una conclusione a suo modo perfetta, di quelle che amano gli archivisti, se l’incidente in moto che nel 1966 fermò la corsa del giovanotto avesse avuto conseguenze fatali. Così non fu e per fortuna, siccome il Dylan successivo se non ha più fatto la Storia agli annali del rock ha ancora regalato, fra umanissimi alti e bassi, pagine importanti e sublimi. Tante. Alle prese con la scelta, consueta per questa serie di articoli, di dieci titoli più dieci, con ammirato stupore abbiamo dovuto alla fine escludere diversi album che avrebbero meritato una segnalazione.

Il che di per sé dovrebbe bastare a dare un’idea anche al ragazzino per il quale “Bob Dylan” è al massimo un nome scorto nella collezione di dischi del fratello maggiore se non del padre (o, a questo punto, del nonno) dell’importanza di costui, della sua centralità in un universo culturale che nessuno, eccettuati i Beatles, ha contribuito a creare e a plasmare quanto lui. Per la prima volta, in coincidenza con la ben più corposa indagine sull’uomo che nacque Robert Allen Zimmerman contenuta sul numero di “Extra” appena giunto in edicola (a quella rimandiamo per gli approfondimenti), dedichiamo una discografia di base non a un genere ma a un artista. L’idea è di replicare nei prossimi mesi con profili dei due soli solisti che, in quest’ambito, vantano discografie accostabili a quella di Dylan per consistenza e picchi, ossia Lou Reed e Neil Young. E subito prima, o dopo, con uno speciale sui molti che a Bob Dylan devono qualcosa, tanto, se non tutto.

“The Frewheelin’ Bob Dylan” (Columbia, 1963) – Epocale la copertina, con il Nostro a spasso con la fidanzata, epocale il trittico chiamato subito a esporre la sua vertiginosa maturazione come autore, a pochi mesi da un esordio in cui aveva fatto più che altro l’interprete: se Blowin’ In The Wind disegna la speranza di un mondo nuovo, Masters Of War fustiga il vecchio. Piazzata in mezzo, Girl From The North Country è un ritratto di ragazza perduta che avrebbe dovuto già da allora chiarire che Dylan non si sarebbe fatto intrappolare da qualsivoglia formula, meno che mai da quella della canzone “di protesta”. Altri classici: A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Don’t Think Twice It’s All Right.

“Bringing It All Back Home” (Columbia, 1965) – Album di transizione, ma chi mai ne ha realizzato uno di questa forza? Una facciata che è un salto nel vuoto, un’altra che è un congedo che certifica che la rivoluzione era cominciata, sebbene nessuno se ne fosse accorto. La prima è elettrica ed è come se Chuck Berry e Allen Ginsberg fossero stati clonati, ma con il DNA mischiato. La seconda è ancora acustica, epperò è un mondo nuovo che nasce fra le drogate visioni di Mr. Tambourine Man e il più dolce addio di tutti, It’s All Over Now, Baby Blue.

“Highway 61 Revisited” (Columbia, 1965) – Cinquantadue minuti (lunghezza fenomenale per il tempo) che riescono nel miracolo di mantenere fino in fondo la tensione stabilita dai primi sei, dall’elettrizzante invettiva di Like A Rolling Stone, il brano del quale come di nessuno si può dire che nulla, nel rock, fu più lo stesso dopo. Nove canzoni colossali, unione di inaudita possenza di testi torrenziali e rock-blues esplosivo tenuto assieme dall’organo travolgente e lirico di Al Kooper, con le chitarre che graffiano e stridono come gatti in calore e la ritmica che scappa da tutte le parti.

“Live 1966” (Columbia, 1998) – A Manchester, il 17 maggio 1966, le tensioni di un tour mondiale bersagliato ovunque dalle contestazioni dei puristi del folk, che nell’elettrificazione della musica del non-più-menestrello vedono un inseguire il mercato invece che un copernicano cambiamento di prospettiva, giungono all’apice nell’insulto che uno spettatore urla a Dylan: “Giuda!”. Lui si gira e ordina alla Band di suonare a volume “fottutamente alto”. Parte la più eccitante Like A Rolling Stone di sempre. Un CD acustico e uno elettrico di valore musicale enorme e documentario incommensurabile.

“Blonde On Blonde” (Columbia, 1966) – Il primo album doppio della storia del rock è una versione estesa, raffinata e pacificata del predecessore. Più eclettico di “Highway 61”, si muove fra blues e country, shuffle chiesastici e valzerini, allucinazioni gentili (Visions Of Johanna) e gli estremi del sentimento amoroso, a un cui lato sta I Want You, all’altro Just Like A Woman.

“Blood On The Tracks” (Columbia, 1975) – A proposito, per dirla con De Andrè (uno che da Zimmie due o tre cose le aveva imparate), di amore che viene e amore che va: il nostro eroe lo ha sempre negato, ma è chiaro che fu il divorzio a ispirargli un disco caratterizzato da una malinconia struggente e da testi descrittivi come di rado. È il più intenso emotivamente dei suoi album e almeno tre dei suoi episodi – Tangled Up In Blue, Simple Twist Of Fate e Shelter From The Storm – non possono mancare neppure nella più tirchia delle antologie.

“Infidels” (Columbia, 1983) – Il ritorno alla forma che nemmeno il più accanito dei cultori si sarebbe potuto attendere, dopo la famigerata trilogia religiosa inaugurata dal musicalmente non disprezzabile “Slow Train Coming”. Asciutto il suono, denso di sentimento soul e con il giusto piglio rock’n’roll, fantastici i musicisti all’opera (e fra essi la sezione ritmica che mai ti aspetteresti: Sly Dunbar e Robbie Shakespeare; ma ci sono anche Mark Knopfler e Mick Taylor), stellare la scrittura, con apici in Jokerman e in Sweetheart Like You.

“Oh Mercy” (Columbia, 1989) – Altri tre LP di decorosa routine e poi Dylan suggella col botto un decennio iniziato con tanti tentennamenti. È il suo disco che suona meglio in assoluto, grazie alla mirabile produzione di Daniel Lanois e agli stessi musicisti che in quei mesi fecero colossale “Yellowmoon” dei Neville Brothers. Registrato a New Orleans e si sente. Pagliuzze d’oro sparse dappertutto fra i solchi e pepite grosse come un pugno chiamate Man In The Long Black Coat e Most Of The Time.

“The Bootleg Series Volumes 1-3” (Columbia, 1991) – Stupore e un po’ di sgomento fra gli esegeti quando si scopre che “Infidels” avrebbe potuto essere ancora più immane di quanto non sia se inspiegabilmente l’autore non avesse escluso dalla scaletta Blind Willie McTell, la sua canzone più memorabile da Tangled Up In Blue in poi. È una delle gemme regalate a decine da un cofanetto (triplo il CD, quintuplo il vinile) che razzola in trent’anni di carriera recuperando inediti sontuosi e versioni alternative dall’intrigante (una Subterranean Homesick Blues acustica) al singolare (una Like A Rolling Stone a tempo di valzer).

“Time Out Of Mind” (Columbia, 1997) – Fedele alla regola “almeno un capolavoro per decennio”, Bob Dylan saluta anzitempo i ’90 rinnovando il sodalizio con Lanois. Sarà che una grave malattia lo ha ridotto mesi prima in fin di vita, sarà che è a mezza via fra i cinquanta e i sessanta e certi pensieri non possono non venire: fatto è che la Grande Livellatrice è tangibile presenza in un album il cui primo verso dice “cammino lungo strade morte”. Lavoro che non offre conforto alcuno se non una vitalità che abbaglia, “Time Out Of Mind” dura qualche minuto in più di “Blonde On Blonde” e – trentuno anni dopo! – ne replica la grazia. Diavolo di un uomo.

Ne voglio ancora!

“Bob Dylan” (Columbia, 1962) – Se l’autore è ancora legato ai moduli alla Guthrie sui quali in parte si è formato, l’interprete mostra già una maturità straordinaria per i suoi vent’anni, muovendosi con disinvoltura fra folk bianco e blues.

“The Times They Are A-Changin’” (Columbia, 1964) – Corrucciato come la foto che campeggia in copertina, chiama a raccolta le tribù giovanili con il brano omonimo e risulterà il disco più “politico” del Nostro.

“Another Side Of” (Columbia, 1964) – Echi di Lennon e presagi di Springsteen in quello che per ventotto anni resterà l’ultimo LP acustico di Dylan. Ma in Black Crow Blues già rintocca un piano rock’n’roll. Chimes Of Freedom ha una forza immaginifica indicibile, My Back Pages è un annuncio di cambiamenti in corso e a venire.

“John Wesley Harding” (Columbia, 1967) – Il ritorno dopo l’incidente fa arrabbiare i fans del rock per ragioni opposte a quelle per le quali i dischi prima avevano fatto infuriare i folkettari. Non sanno che farsene di questo Dylan bucolico e non colgono un’epica più forte che mai. Andranno a Canossa.

“New Morning” (Columbia, 1970) – Testi bellissimi (per una volta più prossimi a Verlaine che a Rimbaud, alla Dickinson che a Whitman) ce lo hanno fatto preferire a un album più coeso quale “Desire” e alla colonna sonora di “Pat Garrett & Billy The Kid”.

“Planet Waves” (Asylum, 1974) – Comincia bene il breve soggiorno alla Asylum, con un disco che avrebbe dovuto essere cointestato a The Band tanto è decisiva in esso la presenza di Robbie Robertson e soci.

“Before The Flood” (Asylum, 1974) – Ed eccolo l’album a metà: è il primo live di Dylan e rimarrà il migliore fino al recupero del concerto del 1966 a Manchester.

“The Basement Tapes” (Columbia, 1975) – Nel 1967, nel buon ritiro woodstockiano seguito all’incidente, Dylan e la Band vanno alla ricerca delle loro radici. Mitologico viaggio di cui questo doppio darà parziale quanto imperdibile resoconto solo anni dopo.

“Live 1975” (Columbia, 2002) – Il tour con la Rolling Thunder Revue era già stato immortalato in “Hard Rain”, ma questo riassunto è più generoso.

“World Gone Wrong” (Columbia, 1993) – Secondo pannello del dittico aperto l’anno prima da “Good As I Been To You”, il disco del ritorno al folk, “World Gone Wrong” è figlio delle medesime suggestioni e influenze che nutrirono nel 1962 “Bob Dylan”. E quindi fantasticamente procrastinata chiusura (ma davvero sarà così?) di cerchio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.547, 23 settembre 2003.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (4)

Tanto per ricordare e ricordarmi che non sempre prendevo cantonate alla Alarm.

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33 cose che non tutti sanno riguardo ai Clash

Naturalmente per quanto mi riguarda la storia dell’umanità – figurarsi quella del rock, figurarsi la mia personale – si divide in un “prima” e un “dopo” 22 dicembre 2002. A quasi dieci anni di distanza, ancora mi risulta incomprensibile, offensivo persino, come il mondo possa essersi permesso di andare avanti senza che ci fosse più un Joe Strummer attraverso i cui occhi vederlo. Quando compilai questa lista di curiosità riguardo ai Clash LUI era ancora fra noi ed eravamo tutti molto più felici, fieri e anche belli.

–       Figlio di genitori separatisi quando aveva otto anni, Mick Jones venne cresciuto da una nonna con la quale andò ad abitare in un alloggio al diciottesimo piano di un condominio di case popolari in Harrow Road, Londra. Dalla finestra della sua stanza si scorgeva un panorama urbano desolato, dominato da un enorme cavalcavia. Su uno dei piloni, una scritta: The Clash.

–       Buona parte dell’album d’esordio dei nostri eroi venne scritta in quell’appartamento. La nonna di Jones era una fan accanita del gruppo e una presenza fissa ai concerti.

–       Fra i giornalisti invitati al debutto ufficiale dei Clash c’era Caroline Coon, al tempo una delle firme più note di “Melody Maker”. Caroline di quel nuovo complesso si innamorò subito. In particolare, dopo qualche settimana si innamorò di Paul Simonon.

–       Dura la vita per i Clash pre-CBS. Dopo una notte trascorsa ad attaccare manifesti della band, un affamato Simonon non rimediò nulla di meglio da mangiare della mistura di farina e acqua che era servita come colla.

–       In una delle prime esibizioni del gruppo nell’Europa continentale Captain Sensible, dei Damned, preso dall’entusiasmo salì sul palco. Un membro del servizio d’ordine lo sbatté giù. Nell’impatto contro le transenne lo scroto del Capitano ebbe drammaticamente la peggio.

–       A proposito di incidenti: Shane MacGowan, futuro leader dei Pogues, a un concerto dei Clash ci rimise una parte cospicua di un orecchio, che gli venne staccata da un morso. Tyson per quella sera ha un alibi.

–       I Blockheads, la band di Ian Dury, erano grandi amici dei Clash. Un giorno, per far loro uno scherzo, si travestirono da poliziotti e fecero irruzione nello studio in cui stavano registrando. Prima che venissero riconosciuti, Strummer, Simonon e Headon se l’erano data a gambe dall’ingresso sul retro e Jones si era chiuso in bagno e aveva buttato nella tazza una piccola fortuna in hashish e marijuana.

–       Fu però un altro episodio a mettere a dura prova l’amicizia fra le due compagnie. Alla vigilia della pubblicazione di “Sandinista!” Mickey Gallagher lo definì in un’intervista “un buon disco con altri due dati in regalo”. Strummer non gradì.

–       Mick Jones suona in Big Tears di Elvis Costello, lato B di Pump It Up.

–       Nella canzone Capitol Radio i due versi che dicono “c’è una torre nel cuore di Londra/con una stazione radio proprio in cima” affermano il falso: gli studi di Capitol Radio sono situati a metà circa dell’edificio.

–       Joe Strummer non ha mai amato l’usanza punk di sputare sui musicisti. Soprattutto dopo che uno sputo che lo colse a bocca aperta gli regalò un’epatite.

–       Strummer è un ultrà del Chelsea: lo si deduce da una scena in Straight To Hell in cui prende a calci una lattina urlando “David Speedie! Pat Nevin! Kerry Dixon!”. Tutti giocatori che hanno indossato la casacca blu della squadra londinese.

–       Lester Bangs seguì i Clash “on the road” nel fatidico 1977. Nel lungo resoconto dell’avventura, pubblicato a fine anno in tre puntate dal “New Musical Express” e poi incluso nell’antologia postuma Psychotic Reactions And Carburetor Dung, racconta fra le altre cose che una notte, fra uno scherzo e l’altro, Bernie Rhodes cercò di dargli fuoco.

–       A fine anni ’70 Rhodes girava a bordo di una Renault targata CLA5H.

–       I Clash sono gli unici musicisti bianchi che siano mai stati effigiati sui muri dei Black Ark Studios, la leggendaria sala di registrazione dell’ancora più leggendario produttore giamaicano Lee “Scratch” Perry.

–       La copertina di White Riot riprende quella di un LP di dub di Joe Gibbs & The Professionals, “State Of Emergency”.

–       La grafica di “London Calling” è invece ricalcata su quella di “Rock’n’Roll”, un album di Elvis Presley del 1956. Facendo a pezzi il basso – in tal posa lo immortalò la macchina fotografica di Pennie Smith – Simonon ruppe pure l’orologio. La Smith lo conserva come un cimelio, il vetro incrinato, le lancette ferme alle 10:50.

–       Train In Vain, l’ultima canzone di “London Calling”, non figura nella scaletta del disco perché in origine avrebbe dovuto essere un flexi allegato a “N.M.E.”. Non se ne fece nulla per un problema di costi e il brano venne aggiunto al doppio quando le copertine erano già in stampa.

–       Proprio Train In Vain è la canzone dei Clash che Mick Jones ama di più.

–       Should I Stay Or Should I Go fu ispirata da un momento di crisi nel rapporto sentimentale fra Jones ed Ellen Foley.

–       Guns On The Roof è basata su un fatto realmente accaduto: l’arresto di Simonon e Headon con la poco gloriosa imputazione di avere sparato, con delle pistole ad aria compressa, a dei piccioni sul tetto dell’edificio che ospitava il quartier generale dei Clash. Non comuni e odiosi colombi cacatori, ahiloro, ma una selezionatissima razza di piccioni viaggiatori.

–       La riluttanza di Rhodes a pagare la cauzione (provvide Caroline Coon) ebbe il suo peso nel licenziamento del manager.

–       Mentre stavano partecipando come comparse al video di Bankrobber, due tecnici del gruppo furono scambiati dalla polizia per rapinatori veri e di conseguenza fermati.

–       L’ultima volta di Strummer, Jones e Simonon insieme fu per un 45 giri di Janie Jones, la viziosa signora (una nota prostituta) ispiratrice dell’omonimo brano. Il singolo House Of The Ju-Ju Queen/Sex Machine uscì su Big Beat nel 1983, attribuito a Janie Jones & The Lash.

–       Canzoni che citano i Clash, o membri dei Clash, o loro collaboratori: Walk Out To Winter (Aztec Camera), Punky Reggae Party (Bob Marley), Posing At The Roundhouse e Part-Time Punks (TV Personalities), Gangsters (The Special AKA), The Feeding Of The 5000 (Crass), Tear Stained Letter (Richard Thompson), Death Threats (Throbbing Gristle), Joe Strummer’s Wallet (The Stingrays).

–       Joe Strummer ha corso due maratone.

–       La prima passione di Mick Jones è stata (ma va!) il rock’n’roll.

–       La prima passione di Joe Strummer è stata la filatelia.

–       Paul Simonon fu una volta votato “l’uomo più figo del mondo” da “Playgirl”.

–       Paul il bello posò per un calendario di Laura Ashley.

–       In uno dei periodi più bui della sua tossicodipendenza, Topper Headon portò un disco d’oro USA ricevuto per le vendite di “Combat Rock” a un negozio di rarità. Ai costernati commessi che cercavano di convincerlo a non svendere un simile ricordo disse: “I dischi d’oro inglesi non li darei mai via, ma questo è americano”. La settimana dopo portò quelli inglesi.

–       Qualcuno ha notizie del povero Topper? Le ultime risalgono ormai a diversi anni or sono. Faceva allora il tassista.

–       Il suo batterista preferito? Phil Collins. Forse si merita la fine che ha fatto. Ma no, dai…

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.3, autunno 2001.

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Presi per il culto (3): Thin Lizzy – Nightlife (Vertigo, 1974)

Al divampare dell’incendio punk erano ben pochi i nomi consolidati, i solisti e i complessi con una storia già lunga e la nomea di rockstar a sfuggire al rogo appiccato dalle giovani generazioni. Fra i non molti i Thin Lizzy, riveriti persino dal più irriverente – Johnny Rotten: ça va sans dire – dei nuovi arrivati e non era soltanto una questione di comuni origini irlandesi, bastanti a garantire a chiunque una collocazione almeno in partenza nella categoria degli “underdogs”. Dei Thin Lizzy piacevano le radici popolari – proletarie, per usare un termine desueto – e la fedeltà alle stesse, espressa dai testi semplici ma non banali scritti dal leader Phil Lynott (non solo irlandese: pure nero!) e da un sound energico e lirico nel contempo. Anche raffinato (Lynott un maestro del basso elettrico immancabilmente affiancato da chitarristi stellari) ma di rado con una nota più del necessario. All’altezza di “Bad Reputation”, che vedeva la luce proprio nel 1977 e diveniva a quel momento il più grande successo del gruppo di Dublino (quarto in Gran Bretagna, il piazzamento più alto, e negli USA dritto nei Top 40), evolutosi nell’arco di otto intensi anni in una peculiare forma di hard imparentata egualmente con il blues e il folk celtico. L’anno dopo “Live And Dangerous” replicherà con anche maggiore fortuna: testimonianza fenomenale rimasta negli annali del rock di quanto fosse efficace su un palcoscenico la macchina da guerra lynottiana, con tuttavia il torto di avere consolidato nella memoria collettiva l’idea di un sound in fondo sempre uguale a se stesso, dalle origini al tragico epilogo della saga, sopraggiunto nell’86 con la prematura scomparsa (troppo alcool persino per un irlandese; troppa droga) del leader. Ma è in realtà un falso storico, dovuto in parte a un successo che non cominciava a manifestarsi che con il 33 giri numero cinque, quando il gruppo era in pista da altrettanti anni. Valgano come testimonianze inoppugnabili al riguardo i primi tre di LP, quelli usciti su Decca fra il ’71 e il ’73, l’omonimo debutto, “Shades Of A Blue Orphanage” e “Vagabonds Of The Western World”. In essi trova assemblaggio una sorta di patchanka ante litteram sotto il cielo d’Irlanda, a base di country e psichedelia, folk da entrambe le sponde dell’Atlantico, funk e soul, blues e giusto in ultima istanza hard. Van Morrison un’influenza forte quanto Hendrix, il primo Springsteen un “blood brother” a sua insaputa. Vendite modeste nonostante un singolo extra-album (Whiskey In The Jar) nei Top 10 tedeschi, britannici e irlandesi (lì un numero uno) inducevano la Decca a non rinnovare il contratto. Si faceva avanti la Vertigo, probabilmente attendendosi di tutto dalla banda Lynott tranne un “Nightlife”. L’ultimo insuccesso dei Thin Lizzy. Il più glorioso.

Pur conoscendo per filo e per segno tutto il resto della loro vicenda è l’album che da costoro non ti aspetteresti mai: una formidabile collezione di ballate molto soulful, notturne come da titolo, nella quale il blues è quasi costantemente propenso a un sofisticato quanto lirico romanticismo. Un possibile referente potrebbe essere certo Eric Clapton e vi prego di intendere come una lode l’accostamento. Non potrebbero provenire dai solchi di uno “Slowhand” (peraltro ancora ben lungi dal manifestarsi) una She Knows, una Frankie Carroll, la traccia omonima stessa? O anche Banshee, che è un J.J. Cale traslocato dal Sud degli USA al Regno Unito, mentre Still In Love With You è un Santana che, partito con l’idea di compiere il medesimo percorso, si è fermato a mezza via, a pantereggiare languidamente con sullo sfondo lo skyline di New York. It’s Only Money tira fuori il funk, Showdown è di un lubrico da vietarla ai minori. Soltanto quasi a fondo corsa, che si chiude ognimmodo con una Dear Heart di sentimentalismo sfrenato, il rock alza la testa: con una marziale Philomena, con il riffeggiare svelto di Sha La La.

“Nightlife” è stato appena ripubblicato, così come quel “Fighting” che gli andava dietro di dieci mesi rinnegandolo sin da una copertina proto-metallara e veniva premiato da buoni incassi. Mettendovelo in casa adesso potrete gustarvi una dose doppia (il programma originale ampiamente espanso da registrazioni radiofoniche e versioni alternative) del Lynott più negro e misconosciuto di sempre.

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The Decemberists – We All Raise Our Voices To The Air (Capitol)

Ovvio che non facciano più quei begli album live di una volta, che quando invece li facevano ti scocciava pure un po’ e magari (sempre che non eternassero serate o tour davvero particolari) non li compravi, perché di quasi tutte le canzoni avevi già la versione in studio. Non può avere alcun senso il disco dal vivo, che un tempo rappresentava l’approdo di una carriera, o la possibilità di mettere un punto e a capo per poi avviarne una nuova fase, in un’epoca in cui di carriere autentiche si stenta a costruirne (che si pubblichi tantissimo è un altro discorso). Non può più fungere né da memento, se è vero come è vero che torni a casa da un concerto e qualcuno lo ha già messo su YouTube, né da “Best Of” alternativo, quando chiunque può confezionarsene uno andando su iTunes o Amazon e scegliendosi uno per volta i pezzi che più gli aggradano.  È patentemente assurdo nel 2012 dare alle stampe un live che non sia testimonianza storica e, insomma, operazione di recupero di archivi di decenni da lungi trascorsi. Credo che siamo tutti d’accordo, no? Bene. I Decemberists hanno appena mandato nei negozi il più classico dei doppi album dal vivo, che addirittura nell’edizione in vinile è triplo. Ed è bellissimo.

Come punto di approdo di una carriera ci siamo: lo scorso anno “The King Is Dead”, sesto lavoro in studio di un gruppo che licenziava il suo primo nel 2002, ha sorpreso tutti e per cominciare i suoi artefici volando al primo posto della classifica di “Billboard”. Come punto e a capo pure: perché dopo un numero uno o poltrisci sugli allori o ti reinventi e, sfortunatamente, anche perché problemi di salute per la tastierista, armonicista e corista Jenny Conlee impongono una pausa. Come “Greatest Hits” siamo alla meraviglia più pura e, d’altronde, se ti concedi una scaletta di venti brani difficile che pure il fan più esigente abbia a che ridire. Ma se per caso i Decemberists non li avete mai ascoltati potete e anzi dovete cominciare proprio da quest’album, registrato durante una successione di concerti ma montato in maniera tale che sembra documentarne un unico e indimenticabile: migliore ritratto immaginabile di una formazione capace di mettere assieme la scuola del folk elettrico britannico di fine ’60 (Fairport Convention, Pentangle) con quanti la perpetuarono negli ’80 (Pogues, Waterboys) e questi e quelli con il college rock à la R.E.M., la devozione per gli Smiths, gli altarini alla Band con e senza Dylan. Dei Talking Heads si disse che scrivevano psicodrammi ballabili. Quelli dei Decemberists sono melodrammi “you can dance to”. Persino quando durano oltre sedici minuti, come è il caso della vera e propria suite, The Crane Wife, che suggella il primo CD. Grandioso ed esilarante, suonato fantasticamente da gente che si sta divertendo pazzamente e ancora di più sta facendo divertire il proprio pubblico, “We All Raise Our Voices To The Air” è il tipo di album che ad ascoltarlo da ragazzino ti cambia la vita. In qualunque altra stagione, si limiterà a illuminartela d’immenso. È il live più memorabile (in toto: centosedici minuti) che mi sia capitato di ascoltare da quando quei bei live di una volta non li fanno più. Per ora, quelle nove o dieci volte.

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Le vie misteriose di Google

Allora… stamani, sette e mezza, seduto di fronte al monitor del pc con croissant e succo d’arancia. Nell’attesa che la vasca da bagno si riempia scorro rapidamente i titoli di testa dei principali quotidiani. Poi entro un attimo nella bacheca di Venerato Maestro Oppure per controllare la situazione e l’occhio mi cade sulla sezione che informa su quali ricerche hanno portato a queste pagine. Scopro così che qualcuno è arrivato a questo blog digitando quanto segue: “Donne in carriera anale (2001)”. Eh? Come?? Scusa??? Amico mio, temo proprio che tu qui non abbia trovato quello che cercavi. E devo deluderti ancora: no, non sarà per la prossima volta.

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Elfin Saddle – Devastates (Constellation)

È ancora raro – e temo che lo rimarrà: troppo inafferrabile quanto propongono non solo per le masse ma anche per una critica che l’iperproduzione costringe nei recinti di un’ansia catalogatrice sempre più maniacale – imbattersi in recensioni degli Elfin Saddle. In compenso, e proprio per via della peculiarità della proposta della formazione nippo-canadese (dapprincipio un duo formato da Emi Honda e Jordan McKenzie, artisti anche figurativi; ormai allargatasi a quartetto), le si trova nei luoghi più inaspettati e cercano di essere creative quanto ciò che provano a raccontare. Una delle più brillanti l’ho incrociata in un sito che si occupa di alternative metal ed ecco, se proprio c’è un genere che questo gruppo (a proposito: la Sella dell’Elfo è un fungo tanto bello da vedere quanto pericoloso da mangiare) non pratica è il metal, in qualsivoglia accezione. Ma complimenti a chi ha descritto “Devastates” non come world bensì come earth music: un assemblaggio di tradizioni folk come potrebbero metterlo assieme degli alieni campionando ogni cultura del globo e con dunque quanto vi è di occidentale in chiara minoranza. Ci sono in effetti evidenti influssi di etnica per noi esotica (per Emi Honda ovviamente meno) in quella che è la seconda uscita maggiore del gruppo per la Constellation, ma insieme a tanto d’altro ancora.

Per me il brano più rappresentativo di un disco eccezionalmente suggestivo e affascinante è il quarto degli otto che sfilano in poco meno di tre quarti d’ora. In The Power & The Wake si passa dalla ambient a un raga bradipico e da quello a un folk che definire “acid” è poco e nel quale, con ulteriore effetto di straniamento, si infiltra della cameristica. Roba da fare girare la testa. Roba da perderci la testa. Ma è appena da meno quanto si ascolta prima e dopo, dall’odissea – fra boschi, brughiere e paesaggi post-industriali – di arpeggi e bordoni, incantesimi e stridori dell’iniziale The Changeling Wind alle liturgie marziali della conclusiva The Wind Come Carry, passando per i paesaggi schiettamente d’Oriente di Kiboho e per l’Incredible String Band versione apocalittica  di Chaos Hand che trasfigura nei Popol Vuh di Invocation. Sintesi di questi e di quella In A Blanket Of Leaves, laddove Boats aveva evocato certi Cocteau Twins meditativi senza farsi estenuati ed estenuanti. E invece no. Sorpresa! Trattasi di rivisitazione, molto ma molto caratterizzata, di un Donovan che così idealmente drogato non lo si è forse sentito mai.

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