The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project – The Journey Is Long (Glitterhouse)

Favoloso sin dal titolo – “We Are Only Riders”, invero appropriato per un tributo a colui che fu indisputabilmente il voodoo chile della sua generazione – l’album che a fine 2009 radunava uno spettacolare cast di stelle e stelline del rock alternative degli ultimi trent’anni per rinnovare il ricordo del genio tormentato di Jeffrey Lee Pierce. Possibilmente, per propagandarlo alle giovani generazioni. Incendio furioso e inevitabilmente consumatosi in fretta quello appiccato dal frontman dei Gun Club: come dei Creedence punk-rock e contemporaneamente posseduti dallo spirito di Robert Johnson, come dei Cramps in versione country’n’western o dei Doors in una collisione a tre con Blasters e Birthday Party, costoro. O anche: la perfetta via di mezzo fra X e Knitters, però più storta. I Gun Club indispensabili sono contenuti più o meno per intero nei primi tre superbi LP – “Fire Of Love”, “Miami” e “The Las Vegas Story”, rispettivamente ’81, ’82 e ’84 – e in tutta la produzione successiva del cantante, da lì fino alla morte che lo coglieva il 31 marzo 1996, trentasettenne, non si rinvengono che scampoli della primigenia grandezza. Poteva allora sembrare azzardato che per omaggiarlo si scegliesse non di rileggerne i classici bensì di affidare a spiriti affini la rielaborazione, in diversi casi addirittura il completamento, di una manciata di bozzetti inediti del nostro uomo rinvenuti da un collaboratore su una cassettina. E invece funzionava e “We Are Only Riders” finiva per risultare aggiunta preziosa a un romanzo tragico e glorioso di cui si era dato per scontato che non avrebbe avuto postille. Ultimo capitolo? Manco per idea e non lo sarà “The Journey Is Long”. Toccherà fra alcuni mesi al già annunciato “The Task Has Overwhelmed Us” concludere la saga. Per intanto si assiste – grati – al rinnovarsi di un piccolo miracolo. A una seconda, pagana pasqua di resurrezione.

Tornano diversi dei protagonisti del primo volume – Nick Cave, Mark Lanegan con Isobel Campbell, Lydia Lunch, Deborah Harry, Cypress Grove, Mick Harvey – e altri se ne aggiungono: Hugo Race, Steve Wynn, Amber Lights, Bertrand Cantat, Pascal Humbert, Warren Ellis, Thalia Zedek in duetto con Chris Brokaw, Barry Adamson, Vertical Smile, Astro-Unicorn, Tex Perkins, Tav Falco, Jim Jones Revue. Quasi un dettaglio la parata degli omaggianti però a fronte dell’amore e del talento variamente profusi in canzoni che non necessariamente – fosse vissuto – Pierce avrebbe completato così. Facile, ad esempio, risentirlo nella declamazione su base singolarmente funk di City In Pain (Nick Cave), nello stupendo blues alla John Lee Hooker I’m Going Upstairs (Hugo Race) e in quello punkizzato di From Death To Texas (Steve Wynn), nel trapestare di ustionante rockabilly di The Jungle Book (nella versione di Tav Falco) o ancora nel rovinoso punk’n’roll Ain’t My Problem Baby (Jim Jones Revue). Di meno riconoscerlo in un L.A. County Jail Blues (Cypress Grove) di stampo Jorma Kaukonen piuttosto che  negli hendrixismi di In My Room (Tex Perkins e Lydia Lunch). Pressoché impossibile immaginarselo alle prese con una Body And Soul (Astro-Unicorn) più da Style Council tardi che da Gun Club e di gran lunga, su diciotto, la traccia che si sarebbe potuta espungere. Tuttavia nel contesto ci sta, ha un senso. Ci manchi, Jeffrey Lee. Un po’ di meno, sempre di più.

6 commenti

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6 risposte a “The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project – The Journey Is Long (Glitterhouse)

  1. Anonimo

    Antonio
    Ciao Eddy, mi spiace non aver letto tra i nomi dei musicisti che omaggiano Pierce “the Primevals”, io di quest’ultimi posseggo ancora il vecchio 33 giri “sound Hole”, (che ai tempi dell’uscita sul mucchio fu ottimamente recensito) e trovo che suoni molto sul genere dei GUN CLUB, che ne pensi?
    saluti Antonio

    • Che stilisticamente i Primevals ci sarebbero potuti stare è indubbio. Immagino abbia contato qualcosa il fatto che da lungi la loro attività è – a essere eufemistici – intermittente. O, più semplicemente, chi ha organizzato la serie manco li conosce.

  2. stefano piredda

    Erano dei GRANDI, quegli scozzesi americani, sì.
    THE BLUES AT MY DOOR è un pezzettino della mia personal soundtrack.

    Quanto a Jeffrey Lee, Eddy, dopo aver letto la tua recensione ho deciso che per me questo 5 aprile è il Gun Club Day. E vai di Carry Home!

  3. Giancarlo Turra

    Musica che non invecchia mai. Come il blues, guarda un pò…

  4. stefano campodonico

    Appena lo trovo,me lo compro.Di tutti gli “omaggianti” quella che mi stuzzica di più è Lydia Lunch,l’ho vista in concerto l’anno scorso a supporto di quel magnifico,per me,BIG SEXY NOISE ,fatto assieme ai GALLON DRUNK,e beh è ancora grande!Ora che ci penso, non ricordo un tuo articolo almeno recente su di lei e i suoi lavori.Qual’è la tua opinione?

    • Mai scritto articoli su di lei, ma in compenso l’ho recensita diverse volte. Copio e incollo quanto scrissi a suo tempo su “Audio Review” proprio di “Big Sexy Noise”.

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      Prezzo E 18,00
      Sorpresa! Effettuo una dopo l’altra le solite due ricerche – prima nei miei archivi, quindi in Rete – da lungi propedeutiche a qualsiasi recensione ed è soltanto così che mi rendo conto che l’album in studio precedente di Lydia Lunch risale a cinque anni fa, quando avrei giurato che fosse uscito ieri l’altro. Questione di età (mia)? Colpa insomma di quello strano fenomeno che fa sì che – entrati negli “anta” – il tempo prenda a scorrere più velocemente determinando curiose schiacciature prospettiche? Un po’ magari sì, ma è un fatto che – fra recuperi e riordini di archivi, tour (girava dalle nostre parti giusto poche settimane fa), libri e progetti multimediali – la sempre più giunonica signora della no wave dal 2004 a oggi si è data davvero un gran daffare ed è principalmente a ragione di ciò che si può percepire “Smoke In The Shadows” come una faccenda ancora piuttosto recente. E sarebbe di conseguenza figura retorica dire che si attendeva con impazienza il seguito al disco di gran lunga più potabile – felice mischione di blues-jazz da balera alla Waits, lounge ed echi di blaxploitation – mai pubblicato dalla Lunch. Che – impenitente ragazzaccia fresca di cinquantesimo compleanno – quasi si pente di essersi offerta così pop e con il cruciale apporto dei Gallon Drunk torna a ricordarci di essere stata il controaltare femminile di James Chance: roba tosta.
      Di “Big Sexy Noise” resta alla fine in testa più il suono – scorticato e sferragliante – che non le canzoni. Con qualche piacevole – anzi: “piacevole” – eccezione: una “Kill Your Sons” (da Lou Reed e invero poco riconoscibile) tribale e ustionante; una “Fever” da fogne chiamata “Bad For Bobby”; il garage fra Doors e Stooges “Your Love Don’t Pay My Rent”.
      Eddy Cilìa
      Titolo: now wave
      Qualità artistica 7
      Qualità sonora 7,5

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