Bo Diddley – The Black Gladiator (Future Days Recordings)

Più giovane di un paio di anni di quel Chuck Berry premiato dalle classifiche non a sufficienza ma parecchio più di lui (incredibile a dirsi: un unico disco nei Top 20 pop USA a fronte di una manciata di titoli nella graduatoria R&B), Bo Diddley ci lasciava il 2 giugno 2008, poco prima di compiere ottant’anni quando il suo grande amico e rivale ancora in questo 2012, per quanto pazzesco possa sembrare, calpesta palcoscenici. Giacché le celebrazioni per l’evento erano partite in largo anticipo un po’ riusciva in ogni caso a godersele e, insomma, se ne andava felicemente consapevole di un inattaccabile status di leggenda, certificato da una rilevanza storica cui è arduo rendere appieno giustizia. Il primo bluesman che piuttosto che elettrificare la musica del diavolo fece dell’elettricità un suo elemento portante. Il primo in tale ambito a registrare in stereo e a sperimentare con le nuove tecniche di registrazione, in barba a una nomea di primitivo. Uno dei numi tutelari dei teppisti del blues britannici: Rolling Stones, Animals, Yardbirds e Them avevano suoi brani in repertorio e i primi Pretty Things lo omaggiarono persino con la ragione sociale. In epoca di psichedelia, uno dei pilastri del genere, “Happy Trails” dei Quicksilver Messenger Service, veniva costruito per due terzi su lunghe improvvisazioni sui due cavalli di battaglia per eccellenza del Nostro, Who Do You Love e Mona. Nel 1973 i New York Dolls cominciavano a inventare il punk riprendendo la sua Pills. Nel ’79 i Clash lo imponevano come spalla nel loro primo tour americano. E ancora: nell’hard dei Led Zeppelin della sua lezione vi erano evidenti tracce, la più memorabile canzone degli Smiths (How Soon Is Now) gli deve poco meno che tutto e, prima che il rap le istituzionalizzasse, fu Bo Diddley a sdoganare le cosiddette “dozens”, le pittoresche gare di scherzosi insulti da sempre popolarissime nei ghetti. Potrei andare avanti.

Ma di tutto quanto ho scritto fin qui dovreste già essere più o meno tutti quanti edotti e mi preme ora invece raccontarvi il Bo Diddley più misconosciuto, incompreso e vilipeso di sempre, quello di questo “The Black Gladiator” che la Chess (usando come al solito il sottomarchio Checker) pubblicava nel luglio 1970 e la Light In The Attic ha appena ristampato, senza bonus ma con un ottimo libretto e suoni tirati a lucido e inaugurando con esso il catalogo della succursale Future Days Recordings. Un Bo Diddley così – bardato sadomaso – non si era mai visto né mai più si vedrà. Un Bo Diddley così – praticamente mai appoggiato al suo tipico beat e al centro di un sound intricato e debordante piuttosto che asciutto e minimale – non si era mai sentito né mai più si sentirà. Paradossalmente, quella che era una mossa fra l’astuto e il disperato della casa discografica per aggiornarne il suono all’era degli Sly Stone e degli Isaac Hayes (un brano addirittura si intitola Hot Buttered Blues, ma sembra Muddy Waters) aveva come esito un album che i contemporanei rigettavano come una sbandata modaiola e che alle nostre orecchie risulta invece, in molti momenti, di attualità estrema. Me li immagino i vari Jack White – e Dan Auerbach, e le loro torme di fan – in estasi di fronte alle chitarre dallo scorticato all’ustionante e all’organo ficcante e travolgente che caratterizzano una stentorea e funkissima Elephant Man, una Black Soul da Booker T. & The MGs incattiviti, l’acid-funk-gospel If The Bible’s Right, l’esplosivo errebì I’ve Got A Feeling. Divertitissimi da una buffonescamente operatica  I Don’t Like You e magnanimi nel giudizio su una You, Bo Diddley a metà del guado e su plagi come pesci fuor d’acqua di Muddy Waters di pezzi come quello citato dianzi, come Power House, come Shut Up, Woman. Che sono poi quelli che fanno sommamente imperfetto l’esperimento, una sorta di Frankenstein claudicante, e nondimeno non sminuiscono più di tanto l’ilare eccitazione che trasmette. Oggi più che mai.

8 commenti

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8 risposte a “Bo Diddley – The Black Gladiator (Future Days Recordings)

  1. Gabriele

    Scusi Mr.Cilìa, ma la proboscide dove sta? In faccia tiene un microfono di quelli da studio, eh.
    Un saluto.

  2. Gabriele

    Ah, ma hai fatto un mischione fra fronte&retro della copertina diddleyana e ti è saltato fuori Georgino con la proboscide! Capito, grazie, ora passo e chiudo.

  3. Dott. N

    Maestro mi permetto di chiedere un consiglio:
    per gettarmi nell’ascolto dell’insigne McDaniel mi conviene rivolgermi ad antologie, oppure c’è qualche disco/lp con una scaletta imperdibile?

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