Spazzatura bianca: i teppisti del blues

“Bassa Fedeltà” era una fanzine – di rock’n’roll, blues, soul ed errebì, ma soprattutto di garage e di punk – cui una passabile distribuzione in edicola e l’essere un supplemento di “Rumore” davano dignità di rivista. Collaborai ai primi sei numeri e poi, per questioni di vile pecunia, smisi. Dei sei articoli pubblicati cinque li recuperai nel 2007 nel volume Scritti nell’anima. Restò fuori, perché sostanzialmente fuori tema, soltanto questo, una panoramica sugli hooligan bianchi che fecero del blues un qualcosa di sostanzialmente altro. Non è che un’introduzione all’argomento, giocoforza superficiale, e mi appello allora alla clemenza della corte.

Il rock’n’roll ridurrà i giovani bianchi al livello dei negri.

Per quanto frughi nella memoria e fra montagnole di libri e riviste, non mi riesce di scovare chi pronunciò questa frase celeberrima. Forse Frank Sinatra, che nel 1957 dichiarava al “New York Times” “il rock’n’roll è la forma di espressione più brutale, orribile e viziosa che esista… un afrodisiaco che odora di rancido… la musica marziale di ogni delinquente sulla faccia della terra”, spiegando perfettamente per quale motivo ci piace. Forse fu un predicatore, o un politico, o un opinionista. Chiunque fosse aveva per fortuna ragione. È stata questa la funzione storica del rock’n’roll: liberare il ritmo primordiale che c’era anche in noi bianchi dalle catene di secoli di cristianesimo. Senza nemmeno rendersene conto Elvis Presley è stato un rivoluzionario. Il sogno di Sam Phillips, “un bianco che canti come un nero”, portò il vudù (lì affonda le sue radici il rock, come ha magistralmente spiegato Michael Ventura nel suo imprescindibile saggio Hear That Long Snake Moan) nelle case della borghesia bianca, traviandone mirabilmente i figli. Il primo Elvis era una forza della natura. La sua apparizione nel 1956 all’“Ed Sullivan Show” è uno dei momenti centrali della storia di questo secolo ed ebbe sull’America un impatto al cui confronto i Sex Pistols da Bill Grundy sono un episodio di “Scherzi a parte”. Il cantautore texano Butch Hancock la rievoca così: “Quella era la danza di cui non avevamo più memoria. Era così radicata che c’erano voluti secoli per farcela dimenticare. E bastarono dieci secondi all’’Ed Sullivan Show’ per farcela ricordare. È per questo che sono ottimista sulle possibilità di una civiltà di autocorreggersi. I re, gli uomini di potere, le chiese, tutti i loro sforzi di farci dimenticare la danza – spazzati via in un istante. L’abbiamo visto accadere e sappiamo che è vero”. Sappiamo anche che fine ha fatto Elvis, ma che importa? Aveva svolto la sua funzione.

I cinque singoli che incise per la Sun fra il 1954 e il 1955 sono artisticamente il suo lascito più importante. Vennero tutti impostati allo stesso modo: un blues su una facciata, un country sull’altra. La prima canzone che registrò per l’etichetta di Sam Phillips fu un blues di Arthur “Big Boy” Crudup, That’s Alright Mama, una versione fedele al modello ma in qualche maniera diversa, più selvaggia, più sensuale. Istintivamente, questo camionista giovane e ignorante, un perfetto esemplare della cosiddetta “spazzatura bianca” del Sud degli Stati Uniti, aveva raggiunto il cuore della madre di tutte le musiche nere.

Vi voglio parlare di altri bianchi che una decina di anni dopo Presley toccarono il cuore del blues proprio perché non ci provarono scientemente. Non gli studiosi, non i puristi. Gli strumentalmente inetti, i proletari. Questo non è un articolo sul blues revival inglese o sul suo equivalente d’oltre Atlantico, i Paul Butterfield, i Mike Bloomfield, il Blues Project. Gente degna, sia chiaro, ma in questa sede è la spazzatura che mi (ci) interessa. È di quel sentore selvatico e rancido, come l’afrodisiaco di The Voice, che dopo tre decenni ancora si leva da certi dischi che andremo alla ricerca.

Londra

C’era stata la guerra e poi c’era stato il dopoguerra ed era stato anche peggio. I razionamenti che continuavano, la paura del nazismo sostituita da quella dell’Orco Rosso e della Bomba, l’Impero che perdeva un pezzo dopo l’altro e il sole ora ci tramontava eccome. Il vero dopoguerra in Gran Bretagna arrivò soltanto con il principio degli anni ’60. Londra ebbe una fioritura culturale che porterà i suoi frutti a maturazione nella seconda metà del decennio. I giovani avevano infine dei soldi da spendere e quale modo migliore di scialarli che comprando dischi e passando le sere nei jazz club? Quando dagli Stati Uniti, dove non avevano più un mercato, arrivarono a frotte i grandi del blues i locali notturni cambiarono i loro cartelloni. Anche i talenti autoctoni vi trovarono spazio. Intorno a papà Alexis Korner si creò una corte per la quale passeranno, negli anni, tutti i futuri Rolling Stones, due terzi dei Cream, la gente della Graham Bond Organization, Eric Burdon, Robert Plant.

Non ci passò il giovane Eric Clapton. Benché costui al tempo più che un purista fosse un integralista del blues, trovo giusto parlarvene lo stesso. Il fatto è che il giovane Eric non sapeva proprio suonare allora. I primi 45 giri degli Yardbirds e il loro live con Sonny Boy Williamson II ne sono una dimostrazione lampante: la sua chitarra è aspra e rugginosa, incerta ma anfetaminica. Eccellente contraltare a una sezione ritmica gioiosamente sferragliante. Quando il gruppo incise un singolo pop Clapton fece i bagagli e lasciò il posto a Jeff Beck, un altro innamorato del blues che purtroppo imparerà a suonare. Ascoltatelo prima che tale disgrazia accada in una fumigante I’m A Man di Bo Diddley (registrata negli studi Chess di Chicago) e nella rovinosa Train Kept A-Rolling suonata in coppia con Jimmy Page per Blow Up di Michelangelo Antonioni.

Uno che – sia lode al diavolo di cui il blues è tradizionalmente la musica – non è mai diventato un virtuoso dello strumento (nemmeno un virtuoso nella vita) è il chitarrista ritmico dei Rolling Stones Keith Richards, che come Eric Clapton ha mandato a memoria i dischi di Robert Johnson ma al contrario di Manolenta ne ha fatto un buon uso. Le scalette dei primi 33 giri delle Pietre Rotolanti sono zeppe di blues e di rhythm’n’blues. Vengono omaggiati Muddy Waters (Look What You’ve Done), che al gruppo diede persino il nome, e il suo compare Willie Dixon (I Just Want To Make Love To You, Little Red Rooster), Slim Harpo (I’m A King Bee) e Bo Diddley (Mona). Sono versioni esuberanti, suonate con un miscuglio di arroganza e di umiltà, lontanissime dalla filologica frigidità di tanto blues britannico.

Prima di inghiottire acido e inventare quella sciagura che va sotto il nome di concept-album, i Pretty Things erano una versione se possibile più grezza dei Rolling Stones. Non a caso avevano preso il nome da Bo Diddley e nel loro primo 33 giri infilarono ben quattro sguaiate riprese del Maestro: Pretty Thing, ovviamente, e poi Roadrunner, Mama Keep Your Big Mouth Shut e She’s Fine She’s Mine. Nel programma figurano anche un Jimmy Reed, un paio di Chuck Berry e cinque formidabili originali perfettamente in stile. Nessuno dei Pretty Things era un fighetto come Jagger e dunque non andarono da nessuna parte.

Loro parenti poveri (immaginate!) erano i Downliners Sect, la cui piccola leggenda resta legata più che altro alle cronache dei concerti che li fanno intuire proto-punk, visto che i dischi risultano alquanto addomesticati e raffazzonati. Altri due nomi minori ma meritevoli di menzione sono i gruppi dei fratelli Wood, Art e Ron. Il primo capitanava gli Artwoods, il secondo i Birds (con la “i”). Oggi sono noterelle a pie’ di pagina nelle enciclopedie del rock, messe lì giusto per rammentare che dai primi passò Jon Lord prima di unirsi ai Deep Purple e che dei secondi fece parte appunto Ron Wood, futuro Faces e poi Rolling Stones. Voi sappiate che erano bravi. I primi girarono in lungo e in largo l’Europa suonando con giganti delle dodici battute come Howlin’ Wolf, Little Walter, Bo Diddley e Memphis Slim. Dello scarno catalogo dei secondi, stilisticamente affini ai Pretty Things, fa parte una delle più memorabili versioni che mai si siano udite della diddleyana You Don’t Love Me.

Ma se coltivate la passioncella un po’ infantile per i nomi così oscuri che più oscuri non si può è sul sesto volume, quello inglese, della collana “Pebbles” che dovete puntare. Vi troverete fra le mani diciannove blues incredibilmente scalcagnati eseguiti da complessi di cui si è persa la memoria, con poche eccezioni: i Fairies del futuro Pink Fairies (nessun’altra relazione fra i due gruppi) Twink; i Cheynes, da cui passarono Peter Bardens dei Camel e Mick Fleetwood dei Fleetwood Mac; i First Gear, cui prestò la chitarra lo Zeppelin Jimmy Page. Non è chiaro se il David John di David John & The Mood fosse o no David Bowie e per quanto mi riguarda, come il Duce, me ne frego. Se andavate pazzi per i Gun Club e i Gibson Brothers e amate Jon Spencer, questa raccolta fa per voi.

Newcastle

Non distante dal confine fra Inghilterra e Scozia, dev’essere uno schifo di città. Lo era sicuramente quando viveva di carbone e figuratevi cosa diventò quando il carbone non le diede più da vivere. Da questo depresso buco di culo del mondo gli Animals scapparono nel 1963 per cercare fortuna a Londra. La trovarono. La noia dell’adolescenza a Newcastle era stata temperata dall’ascolto dei dischi di blues portati in città dai marinai dei mercantili americani che arrivavano giustappunto a caricare carbone. Forse nessun altra formazione bianca è stata così genuinamente, istintivamente blues come quella che fu di Eric Burdon, Hilton Valentine, Alan Price, Chas Chandler (lo scopritore di Jimi Hendrix) e John Steel. Non vi è un 45 giri di questo gruppo (il programmatico nome glielo diede uno schifato spettatore di uno dei primi concerti) che non sia un gioiello. In repertorio, con Chuck Berry, Ray Charles e Sam Cooke, brani di John Lee Hooker (Boom Boom, Dimples, I’m Mad Again), Jimmy Reed (Baby What’s Wrong, Bright Lights Big City), Fats Domino (I’m In Love Again, I’ve Been Around), Bo Diddley (The Story Of Bo Diddley, Roadrunner).

Doveva essere una moda al tempo: anche gli Animals registrarono un live con Sonny Boy Williamson.

Belfast

E visto che si parla di buchi di culo del mondo… Centocinquanta chilometri di un brutto mare e altrettanti di terra separano Newcastle da Belfast. Il panorama urbano è simile, la situazione economica anche. A Belfast, da quando c’è la guerra civile, si annoiano probabilmente di meno ma non credo trovino la cosa divertente. L’unico orgoglio cittadino è Van The Man. Risparmiatemi la fatica di riscriverlo e rileggete quanto annotato sugli Animals. Vale pari pari per quello che fu il primo gruppo di Van Morrison, i Them. Simile il sound, persino il repertorio dei due complessi in parte coincideva. Gli uni e gli altri incisero, ad esempio, Bright Lights Big City. Li differenziava solo un maggiore uso di materiale autografo da parte dei Them, visto che il cowboy di Belfast (l’altro soprannome di Van Morrison) era già parecchio prolifico. E cosa scriveva! Fra gli altri titoli, una sciocchezzuola come Gloria, due accordi messi in croce, da quando l’ha scritta il secondo pezzo che suona qualunque garage band di questo mondo (il primo, ancora più fesso, è Louie Louie). Gloria non è un blues ma pensare che non debba niente, per dire, a Bo Diddley è spararla grossa.

Chicago

Più che i Them, ad avere successo con Gloria furono gli Shadows Of Knight. Di costoro vi ha già parlato il Direttore sul numero uno di “Bassa Fedeltà” e quindi non la faccio tanto lunga. La loro versione del pezzo di Van Morrison vale l’originale, ma non è per quella che sono un oggetto di culto. A renderli immortali sono state le loro micidiali riletture di standard blues come You Can’t Judge A Book di Bo Diddley, I Got My Mojo Workin’ e Oh Yeah di Muddy Waters, I’m Your Hoochie Coochie Man e I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon. Versioni deraglianti, forsennate, davvero punk nel suono e nello spirito.

Di certo non è una coincidenza che fossero di Chicago, la città che elettrificò il blues. La città (adottiva) dei succitati Bo Diddley, Muddy Waters e Willie Dixon e della Chess.

Texas

Ancora a proposito dei Them: è un fatto non molto noto che quando Van Morrison li abbandonò per intraprendere la carriera solistica i superstiti si stabilirono in Texas e si diedero a una psichedelia heavy molto meno devota alle dodici battute ma ancora con qualche traccia degli antichi amori. Se Chicago è la città blues per eccellenza il Texas è sempre stato, dopo il Mississippi, lo stato blues. Vi hanno avuto i natali o vi hanno a lungo soggiornato, per non fare che qualche nome, Lightnin’ Hopkins, T-Bone Walker, Amos Milburn, Lowell Fulson, Pee Wee Crayton, Freddie King, Johnnie Taylor, Albert Collins e Johnny Copeland. Fra i bianchi Johnny Winter, Steve Miller, Stevie Ray Vaughan e gli ZZ Top. Vedo qualcuno storcere la bocca e ne sono contrariato. Abbiate rispetto per loro: nessuno ha saputo unire rock, blues e boogie come gli ZZ Top dei primi tre LP e in fatto di riff solo Keith Richards e Angus Young vantano pari maestria.

Gli ZZ Top nacquero dalla fusione di Moving Sidewalks e American Blues. Billy Gibbons era la chitarra dei primi, Dusty Hill e Frank Beard la sezione ritmica dei secondi. Sia gli uni che gli altri si situano al di fuori del perimetro considerato in questa incompleta carrellata, ma avevano comunque del blues nel loro corredo genetico. Se ne avete occasione, ascoltate Joe Blues sull’unico album dei primi, “Flash”, e la strepitosa versione di If I Were A Carpenter di Tim Hardin sull’esordio dei secondi, “Is Here”, e mi direte.

Molti dei migliori esempi texani di approccio punk al blues uscirono su oscuri 45 giri. Le versioni di Train Kept A-Rollin’ dei Cynics, di Ain’t That Lovin’ You Baby (Jimmy Reed) dei Blue Things, di Smokestack Lightning (Howlin’ Wolf) degli Outcasts hanno un rozzo fascino che le fa indimenticabili.

Non siate tuttavia i soliti snob, ché sono proprio i più famosi di tutti ad averci offerto il migliore blues texano corretto a punk di sempre: nessun gruppo ha affrontato le dodici battute con la sgangherata poesia di Big Brother & The Holding Company e l’unica cantante bianca che ha interpretato, che ha vissuto (e ne è morta) il blues con l’intensità disperata di Billie Holiday è stata Janis Joplin. “Prendi un pezzo del mio cuore” cantava. E a furia di regalarcene brandelli un giorno scoprì che non gliene rimaneva più niente.

La lista della spesa

Gli Yardbirds erano un gruppo eminentemente da 45 giri. Evitate i loro album d’epoca e compratevi piuttosto una buona antologia. “The Very Best” (Music Club) ha una scaletta fantastica, dura settanta minuti, è incisa bene e costa due lire. Dei Rolling Stones devoti al blues vi consiglio di mettervi in casa tutto. I primi cinque titoli della discografia americana (assai superiore a quella inglese) sono da avere costi quel che costi. Seguite l’ordine d’uscita: “England’s Newest Hit Makers”, “12 X 5”, “Now”, “Out Of Our Heads”, “December’s Children” (tutti su London). Dei Pretty Things procuratevi l’omonimo esordio (Fontana) e  dei Birds (non sarà facile, ma provateci) la raccolta di 45 giri “These Birds Are Dangerous” (Edsel). Per quanto riguarda Animals e Them, vale in parte il discorso fatto per gli Yardbirds: il migliore rapporto qualità/durata/prezzo è offerto da compilazioni come “Complete Animals” (EMI) e “The Collection” (Castle; è pure in economica). Attraversiamo l’Atlantico?

“Gee-El-O-Are-I-Ay” (Edsel) raduna il meglio degli Shadows Of Knight. Con la Joplin vi invito a non essere tirchi: puntate al box di tre CD “Janis” (Columbia/Legacy). Soltanto se le finanze proprio non vi sostengono accontentatevi dello storico “Cheap Thrills” (Sony).

Versante raccolte di autori vari… Temo che faticherete alquanto a rintracciare una copia di “Pebbles Vol.6”. Sappiate però che ne varrà la pena. Vale ricerche anche più lunghe “Texas Punk Groups From The Sixties” (Eva). Sarà comunque più facile che trovare l’unico 45 giri dei Cynics, vi pare?

Pubblicato per la prima volta su “Bassa Fedeltà”, n.4, novembre/dicembre 1997.

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