O Superwoman: un omaggio a Laurie Anderson nel trentennale di “Big Science”

Esattamente trent’anni fa a oggi Laurie Anderson pubblicava il suo primo album, quel “Big Science” che resta il disco che come nessun altro ha avvicinato il grande pubblico, in particolare quello del rock, a un’avanguardia per una volta non intenta a scrutare il proprio ombelico. Ho pensato di celebrare la ricorrenza recuperando un articolo che scrissi per “Il Mucchio” poco prima dell’uscita di “Life On A String”.

[Amicizie pericolose (1). Andy Kaufman era un comico. Non uno qualunque. Probabilmente il più surreale che abbia mai calcato i palcoscenici americani. Se lo portò via giovane un tumore e dacché agì in un’era in cui la TV satellitare era ancora faccenda da romanzi di SF ben pochi avevano udito parlare di lui fuori dagli Stati Uniti prima che Michael Stipe lo segnalasse fra i suoi eroi in un breve articolo pubblicato sul britannico “Melody Maker” sul finire dell’88. Un’ossessione, quella del cantante dei R.E.M. per Kaufman, che nel 1992 diventerà una canzone, Man On The Moon, una delle più memorabili di quell’album memorabile in toto che è “Automatic For The People”, e nel ’99 addirittura un film dedicato all’Uomo sulla Luna, per la regia di Milos Forman e con uno splendido Jim Carrey nel ruolo principale. Se l’avete visto (e spero per voi che sì: è grande) saprete che a un certo punto della sua sgangherata carriera Kaufman, finto sessista, si diede al wrestling ed era con donne che preferiva battersi. Girellando per Internet in cerca di notizie su Laurie Anderson, alquanto snobbata dalla stampa rock dopo le copertine e gli articoloni degli ’80, ho scovato saggi accademici a lei dedicati. In uno di essi un aneddoto coi fiocchi: la Anderson fu una di quelle donne. Tutt’altro che convinta della pantomima, si fece persuadere della necessità morale di dare una bella battuta al comico quando tatticamente costui, in una conversazione innaffiata a whiskey, la offese pesantemente. Divennero poi amici.

Ecco: un altro bel titolo per questo pezzo avrebbe potuto essere “Woman On The Moon”. Me lo tengo per il terzo articolo su Laurie che scriverò per questo giornale. Se tanto mi dà tanto nel 2018, visto che il primo l’ho pubblicato nel 1984.]

La Laurie Anderson che sfida a singolar tenzone Kaufman non è molto lontana dal diventare la più improbabile star musicale degli ’80 ma naturalmente non lo sa. Nata a Chicago nel 1947, seconda di una numerosa figliolanza che alla fine totalizzerà quattro maschi e quattro femmine, nel 1971 si è trasferita a New York per studiare arte, storia e musica. Diplomata in violino, negli anni seguenti affianca a una successione di cattedre una serie presto cospicua di stravaganti performance. Insegnando, si è resa conto delle qualità incantatorie del suo affabulare e le affina in fulminanti spettacolini in cui in embrione c’è già il colosso “United States I-IV”. Insomma: unisce narrazione, spartiti suoi o classici (nel celebre a posteriori Duets On Ice suona il violino in piedi su un blocco di ghiaccio fin quando il ghiaccio non si scioglie), voci trovate, architetture mobili, proiezione di diapositive, filmati. Aggiungendo un elemento dopo l’altro e arrivando gradualmente al mirabile equilibrio che renderà i suoi lavori capolavori. L’ambito è quello della avanguardia figurativa della Big Apple, che sin da quando Andy Warhol appose la sua griffe ai Velvet Underground ha strettissimi rapporti con gli ambienti musicali. La no wave ha frequentato più le gallerie che i club e così quella scena ancor più minuscola e oggi dimenticata (ingiustamente: produsse cose deliziose) battezzatasi Lovely Music. Con due dei suoi esponenti, il sassofonista e compositore Peter Gordon e il batterista David Van Tieghem, Laurie intreccia amicizie che si faranno collaborazioni. Altri sodali illustri: il romanziere (diciamo così) William S. Burroughs; il poeta John Giorno; il fotografo Richard Mapplethorpe.

Fino al 1981 l’arte di Laurie Anderson è comunque innanzitutto lunare teatro che vive, con l’eccezione del cortometraggio Fourteen Americans, del qui e ora. Nel 1977 ha pubblicato un 45 giri, It’s Not The Bullet That Kills You, It’s The Hole, ma ne ha stampato cinquecento copie appena. Nel 1981, per i tipi dell’autogestita One Ten, ne fa uscire un secondo. Si intitola O Superman (For Massenet) e sono otto minuti e ventuno secondi di vocalizzi filtrati che fanno da riff e melodia insieme, voce recitante e pochissimo altro. Qualche tastiera, fiati che si intromettono solo molto avanti. Resta stupefatta quando le poche copie pressate di questo mantra elettronico si volatilizzano e nientemeno che la Warner Brothers si fa avanti per ristamparlo. Alla fine gli esemplari venduti saranno diverse centinaia di migliaia e in Gran Bretagna il singolo si spingerà fino al secondo posto nelle classifiche di vendita. La Warner adesso vuole un LP.

Frammento tuttavia perfettamente autonomo di “United States I-IV”, monumentale performance multimediale che negli anni successivi girerà i teatri di mezzo mondo in varie versioni di durata compresa fra le tre e le otto ore, “Big Science” vede la luce nel 1982. Non si sarebbe mai creduto che l’avanguardia potesse essere tanto piacevole, dall’impasto di voci e fiati petulanti, dal ritmo massiccio ed elastico e dalla voce asettica di From The Air all’alato minimalismo pop di It Tango, con in mezzo altre fantastiche carabattole come O Superman (ovvio), gli ululati su percussioni rade e tastiere solenni del brano omonimo o il battere di mani, il mugghiare di sirene, l’ascendere di bordoni, le tristezze d’archi di Born, Never Asked. Eleggerei a paradigma della genialità della Anderson Example #22: recitativo in tedesco cui dà ritmo un trillar di telefono, ottoni in girotondo come le percussioni, un minuetto di tastiere.

Mi imbarazza avere detto a suo tempo “Big Science” buono ma non all’altezza delle aspettative create da O Superman e avere poi scritto che il successivo di due anni “Mister Heartbreak” gli era superiore, in quanto più “musicale”. Mica vero. Si tratta soltanto di musicalità diverse. Più convenzionale, più “rock” quella del secondo, che ha suoni più densi e cadenze più pronunciate. Mi fregò la gradevolezza estrema, mi abbagliò la parata d’ospiti. Quella sezione ritmica dell’altro mondo con Bill Laswell a fare coppia ora con Van Tieghem ora con Anton Fier, la chitarra di Adrian Belew un po’ ovunque  e in un pezzo quella di Nile Rodgers, Peter Gabriel a duettare in Excellent Birds e ai cori altrove e così Phoebe Snow, Burroughs rugoso come non mai sullo scatenarsi f-f-f-f-funky di Sharkey’s Night. Non è per via del Signor Crepacuore che siamo qui a celebrare Laurie Anderson. Resta nondimeno un disco pregevole e in più di un frangente irresistibile (vedasi il cartoonesco incipit di Blue Lagoon), con il suo grattuggiar di corde, gli organi chiesastici, il passo mediamente svelto, le melodie favolosamente limpide, il Giappone da acquerello di Kokoku e più in generale i richiami a un’exotica all’epoca da troppo dismessa e ancora lungi dall’essere recuperata.

Nonostante lo stacco stilistico, “Mister Heartbreak” è come il debutto un estratto da “United States I-IV”, che l’anno dopo si fa box di cinque LP. Operazione di cui sfugge il senso, siccome le parti dialogate prevalgono e molto meglio sarebbe stato fare uscire piuttosto un paio di videocassette. Fatto è (forse) che l’opera che documenta ha costi non indifferenti che stanno prosciugando i ricavi discografici. Non pochi malignano quando nel 1986 la colonna sonora di “Home Of The Brave” la consegna infine agli archivi. Disco tirato via per speculare su una popolarità calante, si dice. Riascoltato oggi merita riabilitazione piena ed evidenzia non poche pagine da antologia: le sincopi fra America Latina e Oriente di Smoke Rings; il Kid Creole che incontra i B-52’s e insieme fanno jazz (in una vena yiddish!) di Talk Normal; il funk con un ritornello micidiale cavalcato da fiati obesi di Language Is A Virus; la versione espansa, lontana da quella in studio, di Sharkey’s Night.

Ma se vogliamo è ancora più ingiusto il trattamento riservato tre anni più tardi a “Strange Angels”: l’indifferenza. Album bellissimo con dentro una Babydoll che se questo fosse il migliore dei mondi possibili avrebbe dovuto vendere il triplo di O Superman, con quel procedere singultante e una fischettabilità che non ci si crede. Mentre la rumbera title-track  – trotterellare da parata, plettri hawaiani e una fisarmonica da sciogliersi – si sarebbe potuta limitare al doppio. Ma è tutto il disco a strabiliare, qui prossimo ai Talking Heads era “Little Creatures” (Monkey’s Paw, Beautiful Red Dress, The Day The Devil – che però è di Peter Gordon), là onirico come solo “Big Science” aveva saputo essere (Coolsville, The Day Before). C’è alla fine una canzone, Hiawatha, con argomenti sufficienti a costruirci su una tesi di laurea: un omaggio a Elvis Presley il cui titolo rimanda a uno degli archetipi della letteratura americana e che cita Geronimo, Marilyn Monroe, John F. Kennedy e un verso di Bob Dylan. Più in generale, si potrebbero scrivere volumoni sui testi di Laurie Anderson. Mi perdonerete se, considerato lo spazio a disposizione, ho svicolato. Sono sempre riportati sui libretti e l’ovvio invito è: leggeteli.

[Amicizie pericolose (2). Lou Reed è un rocker. Non uno qualunque. Probabilmente il più rilevante che abbia mai calcato i palcoscenici americani. In un momento imprecisato dei ’90 (saranno bene affari loro!) l’amicizia con Laurie Anderson si fa tenera. Peccato che l’età non consenta più loro di procreare insieme: la mente vacilla al pensiero dei loro DNA che si intrecciano. Collaborano in studio e non è poco. In “Bright Red/Tightrope” Lou si porge al meglio in una In Our Sleep che è fra le sue pagine più felici dello scorso decennio. Laurie restituirà nel 2000 presenziando in Rock Minuet, su “Ecstasy”.]

A parte In Our Sleep, “Bright Red/Tightrope”, che è del ’94, non riserva granché d’altro di notevole. L’exotica Freefall, la folkie Muddy River, la sognante Love Among The Sailors. Il problema è che l’equilibrio fra ricchezza testuale e degli spartiti si è spezzato a favore dei testi. Non parliamo nemmeno poi di “The Ugly One With The Jewels”, del ’95. Strettamente riservato a chi dell’inglese ha una perfetta padronanza.

Gli anni successivi vedono Laurie concentrata sul più ambizioso dei suoi spettacoli dopo “United States”, un lavoro ispirato al Moby Dick di Melville che nel 1999 arriva pure in Italia. Sorpresa! La Anderson sembra tornata in auge fra i critici. Che dovrebbero applaudire il nuovo “Life On A String” fino a spellarsi le mani.

Uscirà il 21 agosto e un po’ mi secca scriverne in base a un advance che non dà che i titoli. Premesso e promesso che se ne parlerà più approfonditamente in sede di recensione, mi limito allora a qualche annotazione sparsa, cominciando dal gioco semantico del titolo: la vita sospesa su una corda che è quella di un violino. Mai in precedenza Laurie Anderson aveva dato tanto peso nel suo comporre agli studi classici e vi basti a tal riguardo ascoltare, non appena potrete, Here With You, solo strumentale addirittura, per archi che bartokianamente creano un quadretto cameristico ispirato a una melodia popolaresca. È uno dei vertici di un album superlativo che ne ha altri in una Dark Angel che replica l’incontro fra folk e classica aggiungendoci un jazzetto da balera e una tentazione di tango, in una Washington Street che ci mette sotto un beat hip hop, nella suadente cantabilità di Broken, nel cigolare e ticchettare traversato da fiati felini di The Island Where I Come From. Tutta roba che arriva dal “Moby Dick”, mi sembra di intendere.

Si sarà più dettagliati nel prossimo numero. Nel frattempo mettetevelo in casa “Life On A String”. Poco d’altro è uscito e presumibilmente uscirà nel 2001 di altrettanto raffinato e nel contempo emozionante.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.