Cosmic Dancer & Electric Warrior: vita, morte e qualche miracolo di Marc Bolan

È da oggi disponibile la nuova, ennesima ma – scommetterei – non definitiva riedizione del capolavoro di Marc Bolan e dei suoi T.Rex “Electric Warrior”: un primo CD con la scaletta originale già ingrassata da alcuni singoli, più un secondo di demo e versioni alternative, più un DVD. Se non altro il tutto è offerto a un prezzo non scandaloso, diversamente da analoghe operazioni che hanno interessato altri nomi classici (U2 eccetera) nell’ultimo anno. I pochi che ancora non lo avessero negli scaffali potranno dunque godere parecchio spendendo abbastanza poco, per quanto la ristampa in questione nulla aggiunga di sostanziale e anzi qualcosa tolga a uno dei dischi che più hanno modellato i primi anni ’70.

Per l’occasione, anch’io mi permetto di ripubblicare. Ecco dunque un articolo che scrissi nel 2002, prendendo come spunto l’uscita di un cofanetto che copriva l’intera – sfortunatamente breve – carriera del nostro eroe.

L’occasione era troppo ghiotta perché l’industria discografica maggiore, che pure fino a tempi assai recenti (l’edizione filologica di “Electric Warrior” risale a un anno fa) aveva incomprensibilmente trascurato l’articolo, se la facesse sfuggire: cadeva lo scorso 16 settembre il venticinquennale della scomparsa di Mark Feld, in arte Marc Bolan, colui che per diciotto mesi per la gioventù britannica fu come i quattro Beatles assieme. Gli mancavano due settimane a compiere trent’anni la mattina in cui l’auto guidata dalla sua compagna Gloria Jones (l’autrice di quel classico del soul – e poi del techno-pop – chiamato Tainted Love) andò a schiantarsi contro un albero impedendogli, probabilmente, una seconda ascesa allo stardom vero dopo il subitaneo declino seguito alla prima. Che è come dire che il nostro uomo passò su questa terra non molto più tempo di quello trascorso dacché l’ha lasciata. Ma il Mito vive e periodicamente il glam ricaccia fuori la testa dalla pattumiera della Storia in cui la critica tenta da sempre di archiviarlo, con ignominia e qualche sberleffo, e una nuova generazione di adolescenti scopre quanto sia accattivante il connubio, benedetto da ritornelli a presa rapida, fra chitarre discretamente fragorose e ambiguità sessuale. Per referenze rivolgetevi agli Suede, o ai Placebo, per limitarci a due nomi e all’ultimo decennio di Britpop.

Allora: è nei negozi da qualche settimana un sontuoso cofanetto, griffato Universal, attribuito congiuntamente a Marc Bolan & T.Rex e intitolato “20th Century Superstar”. Con dentro: quattro CD che allineano la bellezza di 108 tracce, talune delle quali note finora solo ai cultori di più stretta osservanza (va da sé che i grandi successi ci siano tutti), e un esemplare libretto zeppo di notizie e immagini. Non vi mentirò asserendo che l’ascolto di cinque ore filate di reperti bolaniani dal ’64 alla morte sia faccenda uniformemente esaltante, ché qualche sbadiglio e persino qualche moto di impazienza scappa. Non tutto questo materiale è invecchiato bene e tanto anzi non è invecchiato bene affatto. Ma: qui in mezzo ci sta una dozzina delle più formidabili canzoni pop di sempre e per procurarvele tutte, nel malaugurato caso non le possediate già, dovreste mettere le mani su un paio di album e almeno un’altra antologia. Fatevi dunque un po’ di conti e considerate se non valga la pena di affrontare un esborso importante per porvi in casa il migliore excursus mai approntato su una vicenda fra le più singolari nel canone pop-rock. Favola agrodolce che tuttora intriga e – massì- fa struggere, benché sia lecito ipotizzare che lo stesso protagonista non avrebbe voluto conclusione diversa da una che lo consegnò ancora giovane e bello alla Leggenda. A un mese esatto dalla dipartita, quella sì ingloriosa, di uno dei suoi primi modelli: Elvis.

Viene da famiglia e ambiente proletari Mark Feld e da subito, sentendosi a essi estraneo, cerca di sfuggirli. Spalancano orizzonti di gloria alla sua fervida immaginazione le disordinate letture, un interesse maniacale per l’aspetto esteriore, e quindi per la moda, e un 45 giri di Bill Haley, regalatogli per sbaglio dal padre che confonde il rocker con il ciuffo con un interprete inglese di buona popolarità nei ’50, tal Bill Hayes. Chi lo conobbe bambino, racconta che aveva una chitarra ma non sapeva suonarla. Si limitava a mettersela a tracolla e a rimirarsi allo specchio. Tenetela a mente quest’informazione. A malapena adolescente, Feld è un mod ante litteram che si fa notare per l’eleganza da dandy in un underground londinese ancora in fasce. Finisce fotografato e intervistato su “Town” e molto si duole del fatto che, quando l’articolo appare, nel settembre 1962, gli abiti che indossa non siano più in voga “da mesi”. Nel frattempo qualche accordo su quella benedetta chitarra l’ha imparato e ha suonato e più che altro cantato skiffle con un complessino amatoriale. Sta per innamorarsi del rhythm’n’blues e di Bob Dylan e segue con attenzione le mosse di Cliff Richard, che ha dimostrato che c’è posto per un Presley britannico e allora perché non due? I Beatles si apprestano a conquistare il mondo, rivoluzionandolo nel procedere. Non c’è però traccia di loro, né ombra di soul, nei due demo dell’inverno 1964-’65, incisi con l’alias Toby Tyler, con i quali la lunga carrellata di “20th Century Superstar” si apre. Uno è un apocrifo dylaniano, tanto più tenero perché maldestro, chiamato The Road I’m On (Gloria). L’altro una pedestre cover proprio del Vate di Duluth, Blowin’ In The Wind, nientemeno. Stupirsi del fatto che non lo portano da nessuna parte? L’inverno successivo Toby Tyler diventa Marc (alla francese) Bolan, contrazione proprio di “Bo(b) (Dy)lan” secondo la versione a oggi più accreditata, ma che il biografo Mark Paytress smentisce. A diventare sul serio “Marc Bolan” ci metterà un po’, siccome le prove tecniche di celebrità dureranno un lustro.

Paytress asserisce che il Bolan degli anni della caduta dalla grazia (dei Top 10) sia ingiustamente poco considerato e il quarto dei dischetti contenuti nel box offre qualche discreto appiglio a codesta tesi. A mio giudizio è però il primissimo Marc Bolan il più sottovalutato e chiamo a testimoni i sei brani spiattellati, fra il novembre 1965 e il dicembre dell’anno dopo, sui suoi primi tre 45 giri, il primo e il secondo originariamente su Decca, il terzo su Parlophone. Se The Wizard ha bittarola fragranza kinksiana, Beyond The Rising Sun è gradevolissimo folk-pop; se The Third Degree è un Bo Diddley anglofilo, San Francisco Poet è acidula nenia che preconizza l’Incredible String Band; se Hippy Gumbo è un Donovan sotto codeina, Misfit vede per la prima volta emergere un evidente influsso errebì. In mezzo “20th Century Superstar” piazza un demo, Eastern Spell, che è uno schizzo sfuggito all’Album Bianco dei Baronetti, notevole soprattutto perché lo anticipa di un bel po’. Nonostante il flop delle uscite Decca, il nostro eroe è riuscito nel colpo gobbo di persuadere Simon Napier-Bell, manager degli Yardbirds, del proprio potenziale commerciale. È di costui l’idea di farne la voce dei John’s Children, sorta di dilettanteschi Who in perenne (cattivo) trip lisergico. Va male, nel senso che il sodalizio dura poco e si scioglie all’indomani di un disastroso tour tedesco di spalla proprio a Pete Townshend e soci, ma va bene, perché uno dei pezzi che produce, l’orecchiabile cantilena su ritmica pestona di Desdemona, cattura l’attenzione di John Peel, che diventa il più appassionato degli sponsor di Bolan. Per tre anni – prima dai microfoni della leggendaria e illegale Radio London; poi da quelli della BBC – Peel trasmetterà ossessivamente i dischi dei Tyrannosaurus Rex e riuscirà praticamente da solo a farne un gruppo di più che discreto successo, della qual cosa l’ingrato protetto lo ripagherà dimenticandosi di lui quando la Fama con la maiuscola busserà alla sua porta.

Chissà se il dj per antonomasia trova ancora, se non appassionanti, perlomeno difendibili i quattro 33 giri e i numerosi singoli licenziati da Marc Bolan fra il 1968 e il 1970, con le percussioni dapprima di Steve Peregrine Took e quindi di Mickey Finn ad accompagnarne la voce esile e petulante e una chitarra acustica elementare. Personalmente li ho sempre pensati ciarpame hippy della specie peggiore fin da certi titoli pomposi (“My People Were Fair And Had Sky In Their Hair But Now They’re Content To Wear Stars On Their Brows”) o ineffabilmente scemi (Salamanda Palaganda: Gesù!). “20th Century Superstar” non mi ha fatto cambiare idea nel complesso. Sono perlopiù lagne da falò sopportabili a stento dopo la quindicesima canna, sempre che il fumo sia particolarmente buono (o cattivo), anche se ogni tanto (Debora, The Seal Of Seasons) una melodia apprezzabile incide l’indotto senso di ottundimento. Però però però… quando – bella e certo non casuale coincidenza – giusto al principio del secondo CD, in King Of The Rumbling Spires, gli amplificatori, e con essi una verve rock’n’roll, si accendono la prospettiva immediatamente cambia. Ancora marcata Tyrannosaurus Rex, By The Light Of A Magical Moon è la prima canzone di Marc Bolan ad avvinghiarsi alla memoria senza che la si possa più staccare.

Con la benedizione di Tony Visconti, che ha sostituito nel ruolo di produttore (dopo un breve interregno di Joe Boyd) Napier-Bell, i Tyrannosaurus Rex dimagriscono la ragione sociale, abbreviandola in T.Rex, e ingrassano l’organico, che si fa quartetto con l’arrivo del bassista Steve Currie e del batterista Steve Legend. È la primavera del 1971. Mentre la psichedelia degenera in progressive, Marc Bolan si lascia alle spalle i figli dei fiori e sceglie come pubblico i loro fratelli e (più che altro) sorelle minori. Adotta l’estetica androgina che farà la fortuna anche dell’amico e rivale David Bowie e da lì al principio del ’73 non sbaglia un colpo, portando in cima alle classifiche due ottimi LP (se “Electric Warrior” merita di essere detto capolavoro, “The Slider” non vale molto meno) e soprattutto una raffica di 45 giri uno più memorabile dell’altro e valga come esempio paradigmatico Get It On, innodia pura appoggiata a uno dei riff più efficaci che il rock ricordi, estremo di un arco al cui altro lato sta la malinconia sognante e sexy di Cosmic Dancer. Sono mesi folli – la T.Rextasy erede conclamata della Beatlemania – e naturalmente non può durare. Le canzoni cominciano a somigliarsi troppo fra loro, lo stress induce il Nostro a consumare più alcool e droghe di quanto sia saggio fare e un idolo delle ragazzine (che oltretutto  crescono in fretta e hanno memoria labile) che si arrotonda non è più adatto al ruolo.

Ha ragione Andrea Scanzi: dei campioni è in special modo affascinante, come materia narrativa, il declino. Ma lo spazio è finito e non mi avanza che qualche riga per dirvi di un pubblico che resta fanatico ma si assottiglia assai, di una EMI che osserva preoccupata i tabulati delle vendite e vorrebbe rifarsi con il mercato americano ma non ci riesce, di un Bolan che ha smarrito la vena di quei mesi irripetibili e schizofrenicamente un po’ copia se stesso, un po’ cerca di rinnovarsi occhieggiando alla black ma esagera negli arrangiamenti e difetta in anima (come “soul”) autentica. Quando il viale del tramonto parrebbe prossimo a farsi via crucis succede però qualcosa. Il nostro uomo, che si è nel frattempo reinventato conduttore televisivo in un programma per ragazzi, scruta all’orizzonte i primi fumi dell’incendio punk ed è gratificato dagli omaggi che i giovani ribelli, riconoscendo in lui una nemesi del progressive, gli porgono. Contraccambia e nel suo ultimo tour avrà i Damned come spalla. Perde peso e ritrova scampoli di ispirazione e popolarità.

Charles Shaar Murray riferisce che l’ultima volta che lo vide prima dello schianto fatale fu a un concerto dei Ramones. Ballava. Puntate l’ultima delle 108 tracce, sistemate in ordine cronologico, di “20th Century Superstar”. Si chiama Celebrate Summer. Ditemi se non sono i Ramones che si faranno produrre da Phil Spector.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.510, 19 novembre 2002.

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