Presi per il culto (8): Flamin’ Groovies – Now (Sire, 1978)

Brutti e perdenti i Flamin’ Groovies. Guardate una qualunque loro foto, di una qualunque epoca e in qualunque formazione, e beccatene uno che abbia la vaga sembianza della rockstar che del resto non è. Un mezzo Iggy Pop, un quarto di Mick Jagger, un ottavo di Jim Morrison… macché… degli sfigati sin in effigie e nell’intero loro percorso artistico una naturale attitudine a trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato, a fare cose fuori luogo. Roba da volergli bene a prescindere, anche non fosse inappuntabile una discografia che forse non vanta capolavori assoluti (i  perdenti veri sono impermeabili al capolavoro come alla tragedia) ma non ne tiri via niente, sette album non contando la valanga di pubblicazioni postume e tutti variamente buoni. Puntualmente lo stesso però a finire negli elenchi di classici quando ci si ricorda dei Groovies: “Shake Some Action”, 1976, primo di tre LP per la Sire. Mai nessuno invece che si fili il secondo, “Now”, uscito due anni dopo e registrato negli stessi studi – Rockfield, Monmouth, Galles del Sud – e con il medesimo produttore, Dave Edmunds, uno che sul rock’n’roll l’ha sempre saputa lunga. Quasi un dantesco contrappasso perché “Now” qualcosa vendicchiò e allora che sia dimenticato. Siccome pure fra gli sfigati qualcuno più sfigato degli altri c’è sempre. Solo che lo riascolti e ti accorgi che un’unica cosa ha in meno rispetto allo stimato predecessore, vale a dire una fulminante title-track autografa, e per il resto è la stessa roba, una mediazione perfetta fra gli Scarafaggi pre-“Revolver” e le Pietre Rotolanti pre-“Their Satanic Majesties Request”. Con ad aprire una favolosa versione di una delle più favolose fra le canzoni dei Byrds, Feel A Whole Lot Better.

Breve riassunto delle puntate precedenti. I Flamin’ Groovies nascono a San Francisco nel 1965, per iniziativa di quei Cyril Jordan e Roy Loney che per un lustro faranno formidabile coppia autoriale, e cambiano varie ragioni sociali prima di assumere quella con la quale si procurano la nomea di migliore rock’n’roll band cittadina. Peccato per loro che nel frattempo la psichedelia abbia preso possesso della scena e che con essa la musica dei Groovies, una festaiola scheggia di anni ’50 aggiornata ai primi ’60 da un po’ di folk-rock, non abbia nulla a che vedere. L’esordio “Supersnazz”, che esce nel 1969 e patisce una pessima produzione, è un clamoroso anacronismo. Vende quel poco che basta a convincere la Epic a mollare subito il colpo e la più piccola Kama Sutra a subentrarle, persuasa di avere trovato quegli eredi dei Lovin’ Spoonful che le servono disperatamente. Che illusione! Mentre la psichedelia declina e i cantautori prendono possesso della ribalta, “Flamingo” (1970) e “Teenage Head” (1971) sciorinano un campionario di primordiale rock’n’roll e blues indiavolato se possibile ancora più fuori sincrono rispetto all’epoca. Dopo la defezione di Loney, sostituito da in tutto e per tutto da Chris Wilson, e un primo tentativo di album abortito con Edmunds in cabina di regia, i ragazzi si prendono una prima pausa. Di quattro anni, ma meglio sarebbe stato fosse durata cinque, giacché “Shake Some Action” anticipa la deflagrazione del punk e non ne sfrutta dunque commercialmente l’onda lunga. Ove “Now” uscirà con la marea tornata bassa. I soliti tempisti.

Disco che omaggia a più riprese gli Stones, riprendendo il titolo di un loro 33 giri meno il punto esclamativo (e un po’ pure la copertina di “Aftermath”),  rifacendone la ballatona Blue Turns To Grey e il raga-rock Paint It Black. Per il resto, fra Feel A Whole Lot Better e una pimpante There’s A Place (dal catalogo Beatles) incornicia alcune altre cover superlative, in particolare Reminiscing (Buddy Holly) e House Of Blue Lights (Jerry Lee Lewis), e una manciata di originali che felicemente le valgono. Tipo una Good Laugh Mun che è firmata Jordan/Wilson/Edmunds ma potrebbe essere di Lennon/McCartney/McGuinn e non so se mi sono spiegato. Chiuso il contratto Sire nel 1979 con il meno ispirato “Jumpin’ In The Night”, i Flamin’ Groovies si iberneranno fin verso a metà anni ’80, ritornando giusto in tempo per non sfruttare adeguatamente quel sixties-revival che aveva individuato in loro dei numi tutelari. Impagabilmente, dopo il semiantologico e splendido “One Night Stand” si congederanno di nuovo ed è stata l’ultima volta.

4 commenti

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4 risposte a “Presi per il culto (8): Flamin’ Groovies – Now (Sire, 1978)

  1. stefano piredda

    Non saprei dirle perché, ma questo pezzo mi ha commosso.
    Mah! Either I’m too sensitive or else I’m getting soft…

    Un giorno o l’altro, caro Maestro, bisognerà pure parlare di Dave Edmunds e della sua discografia. Lo stramerita, no?
    E magari pure del mio (e suo) amatissimo Nick Lowe, nevvero? Ha presente i Rockpile? Ecco.

    (infine: a me pare bello e utile il libro dei 1000 dischi. Comprato oggi e sfogliato. Aquashow di Elliott Murphy è roba sua, giusto? E, sarò fuori di testa finché, ma ritrovarci il primo dei Dickies, beh, è stato GRANDE!!! Del resto le saprò dire, abbia fede…)

  2. Giancarlo Turra

    Il mitico Murphy è mio, ma sul resto si accettano scommesse 😀

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