Archivi del mese: aprile 2012

Brian Jonestown Massacre – Aufheben (‘a’)

Come tanti, mi innamorai di questo gruppo di San Francisco che vanta una delle più brillanti ragioni sociali di sempre guardando il documentario del 2004 DIG!, a sua volta uno dei film più brillanti che mai si siano visti con al centro una rock band o per meglio dire due, essendo la seconda i mediocri Dandy Warhols. Come tanti, non potei che restare insieme affascinato e turbato dalla caduta in drogati inferi del líder máximo dei Californiani, Anton Newcombe, che la pellicola spietatamente testimonia: viaggio verso un cuore di tenebra che lascia scossi e insieme adirati, per l’insensato spreco di un talento immane, e di rado l’orrore e lo squallore della dipendenza da eroina hanno avuto una rappresentazione più disturbante. Tant’è… In un qualche miracoloso modo Newcombe è arrivato a vedere il 2012 (alzi la mano chi ci avrebbe scommesso un euro), ancora fa dischi e più sovente che no sono gran bei dischi. Chissà (non ho notizie di prima mano al riguardo) che non abbia persino messo un po’ la testa a posto, almeno almeno cambiando abitudini ricreative. Singolarmente atteso – due anni e due mesi: per gli standard del Nostro e dei suoi sempre variabili accoliti un’eternità – “Aufheben” è sfacciatamente e per l’ennesima volta music to take drugs to, per concepire la quale pare ovvio che di droghe se ne siano assunte, e tuttavia e vivaddio si direbbe che trattavasi di sostanze atte a espandere la mente. Mica di merda che sniffi o ti inietti.

Copertina assai brutta e per niente rappresentativa di quanto in essa alloggia, titolo in tedesco (le registrazioni sono state effettuate a Berlino) che tira in ballo Hegel, l’album realizza per certo uno dei sogni di fan di Newcombe, esegeta terminale e spesso epigono smaccato di Spacemen 3 e Spiritualized, assoldando in questa edizione dei Brian Jonestown Massacre Will Carruthers, che fu bassista tanto di questi che di quelli. Che ne risuonino echi negli undici brani per totali 51’10” che costituiscono l’opera appartiene per la sigla di San Francisco all’ordinaria amministrazione. Singolare è semmai che ce ne siano forse un po’ meno del solito, essendo altri i nomi “moderni” che vien da citare in prima battuta: i Primal Scream di “Screamadelica” per Waking Up To Hand Grenades, ma soprattutto gli Stereolab, particolarmente per un’iniziale Panic In Babylon che li mischia stupendamente ai Kaleidoscope (quelli americani) e subito dopo per Viholliseni Maalla. Lavoro parecchio orientaleggiante e ultrapsichedelico in una terra di mezzo fra il revival e il postmoderno, “Aufheben” trova i suoi apici epidermici quando cede senza porsi remore alla citazione: I Wanna To Hold Your Other Hand è una Tomorrow Never Knows in sedicesimo, Stairway To The Best Party una As Tears Go By catapultata sul palcoscenico di “Their Satanic Majesties Request”. Per cultori. Io lo sono.

“Aufheben” verrà pubblicato il 30 aprile in Europa, il 1° maggio negli Stati Uniti.

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I Only Have Eyes For You

Scott Walker – 3 (1969)

Nektar – Journey To The Centre Of The Eye (1971)

Pretty Things – Savage Eye (1976)

The La’s – The La’s (1990)

AA.VV. – The Inner Flame (1997)

Ian Brown – Music Of The Spheres (2001)

Baustelle – Amen (2008)

Rufus Wainwright – All Days Are Nights: Songs For Lulu (2010)

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Rufus Wainwright – Out Of The Game (Polydor)

Del figlio di Loudon Wainwright III e Kate McGarrigle ho sempre ammirato l’essere esagerato in ogni manifestazione della sua arte, la formidabile considerazione che ha di sé che, non fosse temperata da un indubitabile sense of humour, facilmente potrebbe scadere nella prosopopea. Perché bisogna essere forse un po’ geni ma certamente parecchio matti per fare andare dietro a cinque collezioni del “pop” più idiosincratico degli ultimi quindici anni (e che nondimeno miracolosamente lo hanno davvero reso una piccola star) due live di seguito (uno dei quali rifacimento integrale di un celebre concerto di Judy Garland), una raccolta di brani per soli piano e voce (tre dei quali scritti per accompagnare altrettanti sonetti di William Shakespeare) e, dulcis in fundo, un box autocelebrativo di diciannove dischi e sì, avete letto bene. Di costui ho sempre applaudito l’ardire ma che mi piacessero i dischi… be’… diciamo che se di sicuro non ho ascoltato la sua opera omnia è perché mai un suo album mi ha acceso. Qualche canzone qui e là, nulla di più. “Out Of The Game” è il primo lavoro di Rufus Wainwright che mi ha regalato più di un brivido o un sorriso passeggeri. Il primo che ho gustato da capo a fondo, a ripetizione, con piacere crescente.

C’entra ovviamente più di qualcosa che  si distacchi nettamente da quelle prime cinque prove in studio che fondamentalmente costituiscono il canone del Nostro. Se gli arrangiamenti orchestrali non sono spariti, per certo si sono assai ridimensionati. Se gli svolazzi operatici ogni tanto si riaffacciano, esattamente il loro comparire al proscenio con parsimonia li fa sottolineature appropriate in luogo che pleonastici florilegi barocchi. Dire “essenziale” il piglio con il quale l’opera si porge sarebbe troppo e nondimeno, rispetto al solito Rufus, questa quasi-linearità (tolte le “Songs For Lulu” che erano altra cosa ancora) è inaudita. Dato a Cesare quel che è di Cesare, che in questo caso e parlando di produzione è quel Mark Ronson il cui marchio di fabbrica è la patina vintage soul che contribuì la sua parte a fare di Amy Winehouse AMY WINEHOUSE, potrei suggerirvi una scorciatoia per far sì che “Out Of The Game” vi colpisca subito dritto al cuore. Partite dall’ultimo dei dodici pezzi in programma: addio alla madre scomparsa di dolcezza e pregnanza straordinarie, Candles è una ballata piano e chitarra acustica ricamata di  fisarmonica e cornamuse che se ci fosse un dio dovrebbe resuscitare Jeff Buckley soltanto per fargliela cantare. E non che Rufus già non lo faccia, per l’appunto, divinamente.

Il rischio che tutto il resto ne venga irrimediabilmente sminuito sarà subito sventato dai languori country e dalla micidiale melodia della traccia omonima e inaugurale, da una Jericho capace di intrecciare (come giusto nel mondo di Rufus Wainwright potrebbe accadere) Big Star ed Elton John, dal blues da music hall un po’ Queen e un po’ David Bowie di Rashida. Altre ovazioni per una Welcome To The Ball che se fa pensare a  Judy Garland è a una Judy Garland prodotta da Van Dyke Parks, per una Montauk da colonna sonora Disney d’antan, per una Respectable che sono gli Wilco alle prese con Brazil. Esagero? Anche per una Bitter Tears discoide à la Pet Shop Boys. Non mi hanno al contrario convinto granché il synth ossessivo di Barbara e il gonfiarsi eccessivo dell’orchestrazione di una Song Of You che parte molto Leonard Cohen ma, insomma, son peccati veniali.

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Chris Ethridge (1947-2012)

Ieri ci lasciati l’uomo che aveva co-firmato con Gram Parsons la più bella canzone che Gram Parsons abbia mai scritto.

E c’è il suo nome pure sotto questa.

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Cosmic Dancer & Electric Warrior: vita, morte e qualche miracolo di Marc Bolan

È da oggi disponibile la nuova, ennesima ma – scommetterei – non definitiva riedizione del capolavoro di Marc Bolan e dei suoi T.Rex “Electric Warrior”: un primo CD con la scaletta originale già ingrassata da alcuni singoli, più un secondo di demo e versioni alternative, più un DVD. Se non altro il tutto è offerto a un prezzo non scandaloso, diversamente da analoghe operazioni che hanno interessato altri nomi classici (U2 eccetera) nell’ultimo anno. I pochi che ancora non lo avessero negli scaffali potranno dunque godere parecchio spendendo abbastanza poco, per quanto la ristampa in questione nulla aggiunga di sostanziale e anzi qualcosa tolga a uno dei dischi che più hanno modellato i primi anni ’70.

Per l’occasione, anch’io mi permetto di ripubblicare. Ecco dunque un articolo che scrissi nel 2002, prendendo come spunto l’uscita di un cofanetto che copriva l’intera – sfortunatamente breve – carriera del nostro eroe.

L’occasione era troppo ghiotta perché l’industria discografica maggiore, che pure fino a tempi assai recenti (l’edizione filologica di “Electric Warrior” risale a un anno fa) aveva incomprensibilmente trascurato l’articolo, se la facesse sfuggire: cadeva lo scorso 16 settembre il venticinquennale della scomparsa di Mark Feld, in arte Marc Bolan, colui che per diciotto mesi per la gioventù britannica fu come i quattro Beatles assieme. Gli mancavano due settimane a compiere trent’anni la mattina in cui l’auto guidata dalla sua compagna Gloria Jones (l’autrice di quel classico del soul – e poi del techno-pop – chiamato Tainted Love) andò a schiantarsi contro un albero impedendogli, probabilmente, una seconda ascesa allo stardom vero dopo il subitaneo declino seguito alla prima. Che è come dire che il nostro uomo passò su questa terra non molto più tempo di quello trascorso dacché l’ha lasciata. Ma il Mito vive e periodicamente il glam ricaccia fuori la testa dalla pattumiera della Storia in cui la critica tenta da sempre di archiviarlo, con ignominia e qualche sberleffo, e una nuova generazione di adolescenti scopre quanto sia accattivante il connubio, benedetto da ritornelli a presa rapida, fra chitarre discretamente fragorose e ambiguità sessuale. Per referenze rivolgetevi agli Suede, o ai Placebo, per limitarci a due nomi e all’ultimo decennio di Britpop.

Allora: è nei negozi da qualche settimana un sontuoso cofanetto, griffato Universal, attribuito congiuntamente a Marc Bolan & T.Rex e intitolato “20th Century Superstar”. Con dentro: quattro CD che allineano la bellezza di 108 tracce, talune delle quali note finora solo ai cultori di più stretta osservanza (va da sé che i grandi successi ci siano tutti), e un esemplare libretto zeppo di notizie e immagini. Non vi mentirò asserendo che l’ascolto di cinque ore filate di reperti bolaniani dal ’64 alla morte sia faccenda uniformemente esaltante, ché qualche sbadiglio e persino qualche moto di impazienza scappa. Non tutto questo materiale è invecchiato bene e tanto anzi non è invecchiato bene affatto. Ma: qui in mezzo ci sta una dozzina delle più formidabili canzoni pop di sempre e per procurarvele tutte, nel malaugurato caso non le possediate già, dovreste mettere le mani su un paio di album e almeno un’altra antologia. Fatevi dunque un po’ di conti e considerate se non valga la pena di affrontare un esborso importante per porvi in casa il migliore excursus mai approntato su una vicenda fra le più singolari nel canone pop-rock. Favola agrodolce che tuttora intriga e – massì- fa struggere, benché sia lecito ipotizzare che lo stesso protagonista non avrebbe voluto conclusione diversa da una che lo consegnò ancora giovane e bello alla Leggenda. A un mese esatto dalla dipartita, quella sì ingloriosa, di uno dei suoi primi modelli: Elvis.

Viene da famiglia e ambiente proletari Mark Feld e da subito, sentendosi a essi estraneo, cerca di sfuggirli. Spalancano orizzonti di gloria alla sua fervida immaginazione le disordinate letture, un interesse maniacale per l’aspetto esteriore, e quindi per la moda, e un 45 giri di Bill Haley, regalatogli per sbaglio dal padre che confonde il rocker con il ciuffo con un interprete inglese di buona popolarità nei ’50, tal Bill Hayes. Chi lo conobbe bambino, racconta che aveva una chitarra ma non sapeva suonarla. Si limitava a mettersela a tracolla e a rimirarsi allo specchio. Tenetela a mente quest’informazione. A malapena adolescente, Feld è un mod ante litteram che si fa notare per l’eleganza da dandy in un underground londinese ancora in fasce. Finisce fotografato e intervistato su “Town” e molto si duole del fatto che, quando l’articolo appare, nel settembre 1962, gli abiti che indossa non siano più in voga “da mesi”. Nel frattempo qualche accordo su quella benedetta chitarra l’ha imparato e ha suonato e più che altro cantato skiffle con un complessino amatoriale. Sta per innamorarsi del rhythm’n’blues e di Bob Dylan e segue con attenzione le mosse di Cliff Richard, che ha dimostrato che c’è posto per un Presley britannico e allora perché non due? I Beatles si apprestano a conquistare il mondo, rivoluzionandolo nel procedere. Non c’è però traccia di loro, né ombra di soul, nei due demo dell’inverno 1964-’65, incisi con l’alias Toby Tyler, con i quali la lunga carrellata di “20th Century Superstar” si apre. Uno è un apocrifo dylaniano, tanto più tenero perché maldestro, chiamato The Road I’m On (Gloria). L’altro una pedestre cover proprio del Vate di Duluth, Blowin’ In The Wind, nientemeno. Stupirsi del fatto che non lo portano da nessuna parte? L’inverno successivo Toby Tyler diventa Marc (alla francese) Bolan, contrazione proprio di “Bo(b) (Dy)lan” secondo la versione a oggi più accreditata, ma che il biografo Mark Paytress smentisce. A diventare sul serio “Marc Bolan” ci metterà un po’, siccome le prove tecniche di celebrità dureranno un lustro.

Paytress asserisce che il Bolan degli anni della caduta dalla grazia (dei Top 10) sia ingiustamente poco considerato e il quarto dei dischetti contenuti nel box offre qualche discreto appiglio a codesta tesi. A mio giudizio è però il primissimo Marc Bolan il più sottovalutato e chiamo a testimoni i sei brani spiattellati, fra il novembre 1965 e il dicembre dell’anno dopo, sui suoi primi tre 45 giri, il primo e il secondo originariamente su Decca, il terzo su Parlophone. Se The Wizard ha bittarola fragranza kinksiana, Beyond The Rising Sun è gradevolissimo folk-pop; se The Third Degree è un Bo Diddley anglofilo, San Francisco Poet è acidula nenia che preconizza l’Incredible String Band; se Hippy Gumbo è un Donovan sotto codeina, Misfit vede per la prima volta emergere un evidente influsso errebì. In mezzo “20th Century Superstar” piazza un demo, Eastern Spell, che è uno schizzo sfuggito all’Album Bianco dei Baronetti, notevole soprattutto perché lo anticipa di un bel po’. Nonostante il flop delle uscite Decca, il nostro eroe è riuscito nel colpo gobbo di persuadere Simon Napier-Bell, manager degli Yardbirds, del proprio potenziale commerciale. È di costui l’idea di farne la voce dei John’s Children, sorta di dilettanteschi Who in perenne (cattivo) trip lisergico. Va male, nel senso che il sodalizio dura poco e si scioglie all’indomani di un disastroso tour tedesco di spalla proprio a Pete Townshend e soci, ma va bene, perché uno dei pezzi che produce, l’orecchiabile cantilena su ritmica pestona di Desdemona, cattura l’attenzione di John Peel, che diventa il più appassionato degli sponsor di Bolan. Per tre anni – prima dai microfoni della leggendaria e illegale Radio London; poi da quelli della BBC – Peel trasmetterà ossessivamente i dischi dei Tyrannosaurus Rex e riuscirà praticamente da solo a farne un gruppo di più che discreto successo, della qual cosa l’ingrato protetto lo ripagherà dimenticandosi di lui quando la Fama con la maiuscola busserà alla sua porta.

Chissà se il dj per antonomasia trova ancora, se non appassionanti, perlomeno difendibili i quattro 33 giri e i numerosi singoli licenziati da Marc Bolan fra il 1968 e il 1970, con le percussioni dapprima di Steve Peregrine Took e quindi di Mickey Finn ad accompagnarne la voce esile e petulante e una chitarra acustica elementare. Personalmente li ho sempre pensati ciarpame hippy della specie peggiore fin da certi titoli pomposi (“My People Were Fair And Had Sky In Their Hair But Now They’re Content To Wear Stars On Their Brows”) o ineffabilmente scemi (Salamanda Palaganda: Gesù!). “20th Century Superstar” non mi ha fatto cambiare idea nel complesso. Sono perlopiù lagne da falò sopportabili a stento dopo la quindicesima canna, sempre che il fumo sia particolarmente buono (o cattivo), anche se ogni tanto (Debora, The Seal Of Seasons) una melodia apprezzabile incide l’indotto senso di ottundimento. Però però però… quando – bella e certo non casuale coincidenza – giusto al principio del secondo CD, in King Of The Rumbling Spires, gli amplificatori, e con essi una verve rock’n’roll, si accendono la prospettiva immediatamente cambia. Ancora marcata Tyrannosaurus Rex, By The Light Of A Magical Moon è la prima canzone di Marc Bolan ad avvinghiarsi alla memoria senza che la si possa più staccare.

Con la benedizione di Tony Visconti, che ha sostituito nel ruolo di produttore (dopo un breve interregno di Joe Boyd) Napier-Bell, i Tyrannosaurus Rex dimagriscono la ragione sociale, abbreviandola in T.Rex, e ingrassano l’organico, che si fa quartetto con l’arrivo del bassista Steve Currie e del batterista Steve Legend. È la primavera del 1971. Mentre la psichedelia degenera in progressive, Marc Bolan si lascia alle spalle i figli dei fiori e sceglie come pubblico i loro fratelli e (più che altro) sorelle minori. Adotta l’estetica androgina che farà la fortuna anche dell’amico e rivale David Bowie e da lì al principio del ’73 non sbaglia un colpo, portando in cima alle classifiche due ottimi LP (se “Electric Warrior” merita di essere detto capolavoro, “The Slider” non vale molto meno) e soprattutto una raffica di 45 giri uno più memorabile dell’altro e valga come esempio paradigmatico Get It On, innodia pura appoggiata a uno dei riff più efficaci che il rock ricordi, estremo di un arco al cui altro lato sta la malinconia sognante e sexy di Cosmic Dancer. Sono mesi folli – la T.Rextasy erede conclamata della Beatlemania – e naturalmente non può durare. Le canzoni cominciano a somigliarsi troppo fra loro, lo stress induce il Nostro a consumare più alcool e droghe di quanto sia saggio fare e un idolo delle ragazzine (che oltretutto  crescono in fretta e hanno memoria labile) che si arrotonda non è più adatto al ruolo.

Ha ragione Andrea Scanzi: dei campioni è in special modo affascinante, come materia narrativa, il declino. Ma lo spazio è finito e non mi avanza che qualche riga per dirvi di un pubblico che resta fanatico ma si assottiglia assai, di una EMI che osserva preoccupata i tabulati delle vendite e vorrebbe rifarsi con il mercato americano ma non ci riesce, di un Bolan che ha smarrito la vena di quei mesi irripetibili e schizofrenicamente un po’ copia se stesso, un po’ cerca di rinnovarsi occhieggiando alla black ma esagera negli arrangiamenti e difetta in anima (come “soul”) autentica. Quando il viale del tramonto parrebbe prossimo a farsi via crucis succede però qualcosa. Il nostro uomo, che si è nel frattempo reinventato conduttore televisivo in un programma per ragazzi, scruta all’orizzonte i primi fumi dell’incendio punk ed è gratificato dagli omaggi che i giovani ribelli, riconoscendo in lui una nemesi del progressive, gli porgono. Contraccambia e nel suo ultimo tour avrà i Damned come spalla. Perde peso e ritrova scampoli di ispirazione e popolarità.

Charles Shaar Murray riferisce che l’ultima volta che lo vide prima dello schianto fatale fu a un concerto dei Ramones. Ballava. Puntate l’ultima delle 108 tracce, sistemate in ordine cronologico, di “20th Century Superstar”. Si chiama Celebrate Summer. Ditemi se non sono i Ramones che si faranno produrre da Phil Spector.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.510, 19 novembre 2002.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (9)

Avere riascoltato I’m Shakin’ da Jack White (a proposito: “Blunderbuss” esce martedì) mi ha fatto venir voglia di rimettere mano ai Blasters. Se pensate che i loro dischi in studio fossero… siano favolosi, be’, forse non li avete mai visti dal vivo: non so di preciso quanti anni dopo (ventisei o ventisette), restano uno dei miei Top 10 di sempre.

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Blues Trek: Generazioni (Ovvero: una discografia minima di blues in bianco e nero)

Un articolo che scrissi per “Rumore” nel lontano 1996 sugli incroci fra vecchi maestri neri delle dodici battute e giovani discepoli bianchi. Ancora oggi a chi volesse affrontare l’argomento partendo da zero consiglierei più o meno esattamente questi dischi.

Dalla volta del cielo un barbuto dio di colore protende un braccio verso un Adamo biondo mollemente adagiato nell’Eden. Le mani si sfiorano. Cosa passa dall’una all’altra? Nell’affresco che il quadretto rielabora, la michelangiolesca Creazione di Adamo, è il flusso vitale a passare dal Creatore al primo uomo. Nell’immagine di copertina di “Fathers And Sons”, brillante doppio in cui Muddy Waters guidò una banda stellare per oltre metà bianca, è il blues a trasmettersi da una razza all’altra. Era il 1969 e i padri del blues avevano ai loro piedi torme di giovanotti bianchi ansiosi di farsi adottare. Se il pubblico nero si era spostato verso soul, funky e rhythm’n’blues, quello bianco consumava blues in gran copia e in ogni forma: rielaborato in chiave psichedelica, o hard, ma anche cucinato secondo le ricette della tradizione nera, in particolare quella elettrica della scuola di Chicago. Tranne i Beatles, tutti i gruppi leader britannici, dagli Stones ai Led Zeppelin passando per i Cream, dovevano parecchio ai maestri del blues, e stavano pagando i loro debiti. In misura minore la stessa cosa accadeva nella terra che alla musica del diavolo aveva dato i natali ma che per decenni l’aveva confinata nel mercato dei race records.

Scrutando i cartelloni dei grandi festival dei tardi anni ’60 si scopre che non manca mai qualche bluesman di spicco. La storia è nota: i musicisti di colore, che a casa loro faticano a mettere insieme il pranzo e la cena, cominciano a sbarcare in forze in Gran Bretagna nei tardi ’50; un’intera generazione di giovani musicisti inglesi si forma osservandoli in azione, quando non suonando con loro; i figli di Albione conquistano il mercato americano; gli americani scoprono di seconda mano quanto già avevano in cortile ma non si erano mai sforzati di conoscere.

Soprattutto oltre Manica, i rapporti fra maestri e aspiranti discepoli furono spesso difficili. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Venivano a confronto due nazioni e due razze e in sovrappiù il gap generazionale era sovente vistoso. La tendenza alla competizione sempre in agguato. Se in una storica seduta in sala d’incisione del 1960 Alexis Korner trova subito una buona intesa con Memphis Slim è perché la differenza d’età non è abissale (tredici anni) e Korner, che non è un innamorato dell’ultima ora ma suona da tantissimo in dodici battute, assume il ruolo di spalla con naturalezza e umiltà. Diversamente andranno le cose quando, tre anni dopo, gli Yardbirds saranno chiamati ad accompagnare Sonny Boy Williamson II. Raccontava al riguardo Eric Clapton, nel 1990: “C’erano dei momenti, durante le prove, in cui si veniva presi dal panico… Sonny Boy era molto aspro e qualunque cosa facessimo non c’era verso di piacergli. Era chiaro che non aveva una grande opinione di noi. Ci rese terribilmente consapevoli dei nostri limiti”. Quando nel 1971 un’autentica parata di stelle della musica britannica si riunì in uno studio londinese per incidere un album con Howlin’ Wolf, il vecchio bluesman fu così aggressivo e sprezzante nei confronti di quella corte di milionari adoranti che ci fu chi (Ringo Starr) il giorno dopo non osò ripresentarsi.

I giovani inglesi scoprirono a loro spese che mandare a memoria i dischi e fantasticare su chi li aveva incisi era un’altra faccenda rispetto al dividere un palco con i loro autori. Che dietro la musica c’era una cultura per loro quasi aliena. Per i bianchi americani l’impatto fu meno scioccante, ma ciò non si rivelò un vantaggio. Se già avete buttato l’occhio sulla discografia avrete notato due cose: che la maggioranza degli LP in essa inclusi è uscita a cavallo fra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 e che sono più i lavori che vedono all’opera sudditi di Elisabetta che non quelli in cui i bianchi sono di passaporto USA.

Sono una stirpe orgogliosa gli inglesi. Metti in dubbio il loro essere il fulcro del mondo e si impegneranno al massimo per dimostrarti che hai torto. Molti dei momenti migliori del Clapton di un quarto di secolo fa o su di lì sono su album di artisti di colore. I Groundhogs non risulteranno forse mai tanto convincenti come nel disco inciso in principio di carriera con John Lee Hooker. E poi c’è il caso Fleetwood Mac: come i più avvertiti fra i lettori sapranno, i Fleetwood Mac degli esordi erano dei puristi del blues distanti anni luce dal pop che li farà ricchi due lustri dopo. Ma se i loro primi LP in proprio non sono male, le cose che incisero con Eddie Boyd, Otis Spann, Willie Dixon sono di un altro pianeta.

Con il tempo il blues si è infiltrato ovunque e oggi, in quanto stile autonomo, è una reliquia da museo. Se escono ancora bei dischi è rarissimo che ne esca uno che, oltre a essere bello, sia rilevante. Ci sembra sia il caso dell’album di R.L. Burnside con la Jon Spencer Blues Explosion. Un settantenne contadino di colore del Mississippi e degli ex-noisesters, newyorkesi e bianchi, intorno ai trent’anni: arduo immaginare un matrimonio più bizzarro. Eppure funziona. Ne viene fuori un disco non solo fresco ma anche attuale, almeno quanto lo era, ventisette anni fa, “Fathers And Sons”.

Dieci allora, per cominciare.

MEMPHIS SLIM & ALEXIS KORNER “Rock Me Baby” (Black Lion, 1965) – Dieci canzoni registrate in un’unica seduta, il 14 luglio 1960 a Londra, equamente divise fra ballate distese ed esplosioni ritmiche ai limiti del boogie. Memphis Slim tiene il proscenio, Korner si ricava un angolino con discrezione e buon gusto impagabili.

CHAMPION JACK DUPREE “From New Orleans To Chicago” (Decca, 1966) – Il freddo e aggressivo blues elettrico di Chicago e i suoni giocosi e colorati d’Africa di Crescent City trovano magnifica unione in uno studio londinese. A fiancheggiare Dupree, al tempo già ultracinquantenne, Eric Clapton, John Mayall, Tony McPhee dei Groungdhogs e Malcolm Pool e Keef Hartley, sezione ritmica degli Artwoods di Ron Wood.

TAJ MAHAL “Taj Mahal” (Columbia, 1968) – Reduci dalla poco fortunata avventura Rising Sons, il gigante nero Taj Mahal e Ry Cooder si ritrovano. Anche il resto del gruppo di Taj Mahal è di pelle chiara. Un album che gronda adrenalina e swing.

EDDIE BOYD “7936 South Rhodes” (Blue Horizon, 1968) – Sicuramente il più memorabile fra gli LP in cui i Fleetwood Mac fanno da backing band a un artista di colore. La chitarra di Peter Green, dolce e struggente, bene si sposa con il pianismo pacato, elegantissimo nella sua essenzialità, di Boyd. Che è uno che ha scritto fior di classici.

MUDDY WATERS “Fathers And Sons” (Chess, 1969) – Un disco in studio e uno dal vivo nei quali ad accompagnare il re del blues è un gruppo in prevalenza bianco: Paul Butterfield, Mike Bloomfield, il bassista della Stax Donald “Duck” Dunn. La scaletta è da urlo. Muddy Waters proverà a concedere il bis due anni dopo, a Londra e con musicisti inglesi, ma la ciambella non verrà col buco.

OTIS SPANN “The Biggest Thing Since Colossus” (Blue Horizon, 1969) – Pianista preferito di Muddy Waters, Otis Spann prima della morte per cancro a soli quarant’anni mise in fila una quindicina di album in proprio di notevole livello. Questo, registrato con i due chitarristi e con il bassista dei Fleetwood Mac, è uno degli ultimi e dei più belli.

JOHN LEE HOOKER & CANNED HEAT “Hooker ‘N Heat” (Liberty, 1971) – Un mito. Nel primo disco Hooker è quasi sempre da solo. In gran parte del secondo è invece spalleggiato dai Canned Heat. La sua voce aspra, la sua chitarra tagliente si amalgamano perfettamente con il suono robusto e la ritmica forsennata di una delle più nere fra le band di visi pallidi.

HOWLIN’ WOLF “The London Sessions” (Chess, 1971) – Eric Clapton si riserva gli assoli, Ian Stewart e Steve Winwood si producono in maniacali imitazioni di Otis Spann, la sezione ritmica dei Rolling Stones pompa come le è consueto. Howlin’ Wolf scatarra nel microfono con il piglio furente di uno che si chiede cosa ci fa in studio con tutti quei fighetti. Che ci fa? Sta registrando uno dei suoi LP più belli.

B.B. KING “In London” (ABC, 1971) – L’anno è lo stesso, la città pure e persino lo studio, ma l’atmosfera è tutt’altra, molto più distesa, e i suoni sono pieni e rotondi, qui e là saporosi di errebì. Circondato da uno stuolo di musicisti bianchi, inglesi ma anche americani, il pacioso B.B. King fa cantare la sua Lucille. E non fa scappare Ringo Starr.

R.L. BURNSIDE “A Ass Pocket Of Whiskey” (Matador, 1996) – Il disco fra i nove dei quali avete letto sinora cui questo CD è meglio accostabile è quello di Hooker con i Canned Heat. Del gruppo che fu di Alan Wilson la Blues Explosion ha lo stesso caracollare sbilenco ma efficace e fa inoltre sentire, fra le righe, i suoi trascorsi punk e noise. Quanto a Burnside è una scoperta: un po’ John Lee Hooker e un po’ Howlin’ Wolf, canta, scrive e suona da dio.

E se avete gradito…

SONNY BOY WILLIAMSON II & THE YARDBIRDS “Sonny Boy Williamson II & The Yardbirds” (Fontana, 1966) – Vale più che altro come testimonianza di un’epoca.

JOHN LEE HOOKER “And Seven Nights” (Verve/Folkways, 1966) – Una delle performance migliori dei Groundhogs.

EDDIE BOYD “And His Blues Band Featuring Peter Green” (Decca, 1967) – Un gruppo favoloso (due Fleetwood Mac, Ainsley Dunbar, John Mayall, Tony McPhee in due brani) e un Eddie Boyd vicinissimo al top.

FLEETWOOD MAC “In Chicago” (Blue Horizon, 1969) – Scintillanti jam con Otis Spann, Willie Dixon, Buddy Guy.

OTIS RUSH “Mourning In The Morning” (Cotillon, 1969) – Scandalizzò i puristi per i suoi aromi soul. Non avevano capito niente. Registrato in Alabama con in squadra Mike Bloomfield, Nick Gravenites, Duane Allman e Mark Naftalin.

GEORGE SMITH “No Time For Jive” (Blue Horizon, 1969) – Blues swingante e melodico, tipicamente da West Coast. Accompagnano i Bacon Fat dell’armonicista Rod Piazza.

JOHN LEE HOOKER “Endless Boogie” (ABC, 1970) – Un Hooker meno spigoloso del solito. Con Mark Naftalin e Steve Miller.

JOHN ZORN “Spillane” (Elektra, 1987) – Per i soli 18’16” di Two-Lane Highway, spettacolosa suite blues orchestrata da Zorn intorno alla lancinante chitarra di Albert Collins.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.57, ottobre 1996.

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