Spain – The Soul Of Spain (Glitterhouse)

Una fortuna nascere figli d’arte? Non direi proprio. Vero che sarai magari facilitato nel compiere i primi passi, ma lo pagherai con i continui raffronti con chi ti ha dato i natali e tanto di più quanto ne è diffusamente percepita la grandezza. A meno che tu non valga altrettanto e sono però casi rari: Tim e Jeff Buckley, Loudon e Rufus Wainwright. A meno che tu non decida di operare in un campo che è il medesimo di tuo padre/tua madre ma non esattamente. Puta caso, per dire, che tu sia figlio di un eminente contrabbassista jazz. Potrai magari pure suonare lo stesso strumento, ma sarà meglio che ti cimenti con un altro genere di spartiti. Lo capiva Eric Mingus, sangue del sangue del fu Charles, e prima di lui Josh Haden, rampollo di un altro Charlie. Davvero una faccenda di famiglia, dacché con Josh sebbene solo da ospiti suonavano le sorelle Petra e Tanya, l’esordio nel 1995 dei suoi Spain, lo stupendo “The Blue Moods Of”, nel quale di jazz se ne rinveniva sì ma rigorosamente in forma di canzone. Atmosfere notturne fra This Mortal Coil e Billie Holiday, Tindersticks e Chet Baker, quell’album faceva strage di cuori e un brano in particolare, Spiritual, da lì dritto nei repertori di Johnny Cash, Red Hot Chili Peppers, Soulsavers. Anche di papà Charlie ed era probabilmente sigillo d’approvazione più gradito di cento recensioni entusiastiche. A proposito: molto più tiepida la critica con i successivi “She Haunts My Dreams” (1999) e “I Believe” (2001), che optavano invece per un folk-rock fatto di acustiche gentili, archi leggiadri, sparsi fraseggi di piano, un organo liquido, e nei quali gli Spain si riducevano a poco più che uno pseudonimo per il leader. Non più usato fino ad alcuni concerti del 2007 di poco posteriori alla pubblicazione di un disco pure formalmente da solista, “Devoted”. Di scarsissimo impatto e da lì forse il recupero (con musicisti tutti nuovi e dalle sorelle di nuovo dei camei) di una sigla meglio spendibile commercialmente.

Bisognerebbe che ci si mettesse d’accordo: se al secondo e terzo album di Josh Haden e variabili soci era stato imputato di avere accantonato il jazz, creando un marcato stacco stilistico rispetto al debutto, pare strano che adesso a “The Soul Of Spain” si rimproveri di essere troppo nel solco – sin dalla copertina: somiglianza certamente cercata – di “The Blue Moods”. Non è poi proprio così. Lungamente meditato al di là del lunghissimo iato che lo separa dal terzo (e zeppo a detta di chi le ha scritte di canzoni composte a cavallo fra anni ’90 e i primi 2000), il quarto Spain prova in realtà a unificare i diversi canoni summenzionati e secondo me centra il bersaglio il più delle volte. Pur evidentemente privo di un classico assoluto quale Spiritual (troppo scopertamente Falling prova a rifargli il verso), l’album risulta di rimarchevole piacevolezza lungo l’intero arco dei suoi quasi cinquantasei minuti e regala ognnimmodo alcuni vertici niente male: su tutti due ballate country-blues, quali Without A Sound e Walked On The Water, non difficili da immaginare da Chris Isaak, e una, Sevenfold, facilissima da immaginare da Neil Young; poi una Because Your Love un po’ Howe Gelb e un po’ Stan Ridgway e, sul versante più rock, la giocosamente psichedelica All I Can Give.

“The Soul Of Spain” sarà pubblicato venerdì prossimo, 11 maggio.

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