Beastie Boys: Rhymin & Stealin’ With Style (Per Adam Yauch 1964-2012)

Lo avrete probabilmente già appreso, dai siti dei principali giornali o dai tigì, giacché il personaggio era di una tale grandezza da travalicare decisamente i confini dell’hip hop e, più in generale, della popular music: MCA non è più fra noi e la sola idea mi pare inverosimile, pazzesca quasi quanto a suo tempo mi sembrò la prospettiva di un mondo senza Joe Strummer. Al di là del loro valore artistico i Beastie Boys furono decisivi come pochi, da Elvis in poi, nel lanciare un ponte fra la musica e la cultura afroamericane e il pubblico del rock. Irriverenti e divertentissimi a inizio carriera, saggi come mai ti saresti aspettato che diventassero e nondimeno ancora irresistibili man mano che invecchiavano, riuscendo a restare giovanistilosi. Parvero a un certo punto perdere qualche colpo, salvo tornare prepotentemente in quota, appena lo scorso anno, con “Hot Sauce Committee Part Two”. Congedo ben più che semplicemente decoroso da parte di chi aveva probabilmente compreso di avere i giorni contati.

L’articolo a seguire è uno dei primi che scrissi per “Il Mucchio” quando, nell’autunno del 1999, tornai a quella che, nel bene e nel male, è sempre stata un po’ casa mia.

Nelle note che accompagnano “The Sounds Of Science”, la poderosa (42 brani allineati su due CD, libretto adeguato e prezzo invitante) antologia dei Beastie Boys appena giunta nei negozi, a un certo punto Adam Yauch racconta che, completato “Paul’s Boutique”, lui, Michael Diamond e Adam Horovitz invece di tornare a New York decisero di fermarsi a Los Angeles e di riprendere in mano gli strumenti, lasciati da qualche anno. “Era la prima volta che suonavamo seriamente insieme dai tempi in cui si faceva hardcore”, riferisce. Aggiungendo subito: “Ma non prendete la parola ‘seriamente’ troppo seriamente”. È tutto qui in fondo il segreto della longevità del trio: l’avere sempre preso almeno la musica, se non la vita, seriamente, ma non troppo. Sono diventati grandi i Beastie Boys. Maggiorenni addirittura, in quanto gruppo: nascevano difatti nel 1981. Sull’immagine di eterni adolescenti del rock per antonomasia (di loro esclusiva proprietà dacché i concittadini Ramones si sono ritirati) nello scatto sistemato sulla copertina della raccolta scherzano con impagabile bonomia. Invecchiati di una quarantina d’anni dal trucco, passeggiano in un vialetto da ospizio, uno sorreggendosi a un bastone. I soliti monelli. Chissà che faranno fra quattro decenni. Certo che negli ultimi due di cose ne hanno fatte. Cose bestiali.

Ci sono due scuole di pensiero sui primi Beastie Boys (cioè: non i primi-primi; capirete fra poco): taluni sostengono che “c’erano”, altri che “ci facevano”. Insomma: come spiegare la distanza abissale che separa il gruppo del 1986, uno dei più politicamente scorretti che si ricordino, da quello degli anni Novanta, che offre rispetto alle donne, si interessa al buddismo e organizza concerti per la libertà del Tibet? Vero che dalle nostre parti abbiamo assistito a metamorfosi cherubine anche più sorprendenti, però… Giunge ancora in soccorso il libretto di “The Sounds Of Science”, in cui Adam definisce Fight For Your Right To Party, un superhit nell’ottantasette e a tutt’oggi la canzone con la quale i tre vengono maggiormente identificati, “uno scherzo andato troppo oltre”. A sentire lui fu determinante il video (molto Animal House, n.d.a.), in cui i Nostri si comportavano da studentelli casinisti, sboccati, francamente stupidi. Appena uscì, partì il loro primo tour in proprio (avevano in precedenza fatto da spalla a Madonna e ai compagni d’etichetta Run-D.M.C.) e pensarono che sarebbe stato divertente riprendere sul palco quei personaggi. Salvo accorgersi in breve che il pubblico strabocchevole che affollava i concerti sembrava essere composto prevalentemente da individui di tal fatta. Salvo farsi prendere la mano dalla situazione. Morale della storia (una delle possibili): “State attenti a chi prendete in giro, potreste diventare come lui”. Ma non dovrebbe giustificarsi, il Boy. Fu uno spasso, per chi c’era, imbattersi dieci anni dopo in un gruppo capace di scandalizzare i media come da lezione Sex Pistols. Ma mi accorgo di stare correndo. Sarà il caso di fare qualche passo indietro.

Adam Yauch (che sarà presto noto come MCA, acronimo che sta per Master Of Ceremonies Adam) e Michael Diamond (che si ribattezzerà Mike D) si conoscono il 5 agosto del 1980, alla festa per il quindicesimo compleanno del primo. Evidentemente si piacciono se da lì a un anno, appresi il primo i rudimenti del basso, il secondo quelli della batteria, cominciano a suonare insieme. I Beastie Boys nascono poco dopo, da un rimpasto nella formazione dei punkettari Young Aborigines, dei quali Mike fa già parte, così come John Berry e Kate Schellenbach, futura Luscious Jackson, che completano il primo organico del gruppo.

All’ombra della Grande Mela sta sbocciando l’hardcore. Suonano in tale stile i primissimi Beastie Boys, grezzi, per non dire totalmente inetti. Ne è testimonianza l’EP Polly Wog Stew, che vede la luce nel 1982 per la minuscola Rat Cage e prima di essere riedito, nel ’94, sull’antologico “Some Old Bullshit” passava di mano a cifre favolose. Non le vale. A dirla tutta non vale nemmeno il prezzo, assai più modesto, richiesto per acquisirne la ristampa. E bene fa “The Sounds Of Science” a sorvolare quasi su quei Beastie Boys.

Ma all’ombra della Grande Mela sta sbocciando anche l’hip hop. Berry e la Schellenbach lasciano. Li rimpiazza, proveniente da un’altra banda hardcore, gli Young & The Useless, Adam “King Ad-Rock” Horovitz, figlio del noto commediografo e sceneggiatore Israel. Vengono snocciolati i primi rap. Al CBGB’s e al Danceteria, dove i tre sono di casa, cominciano a unirsi loro dei DJ: prima Rick Rubin, che non è ancora il produttore più pagato d’America; quindi Doctor Dre, che diventerà famoso anni dopo come presentatore del programma televisivo “Yo! MTV Raps”. In nuce nel singolo Cookie Puss/Beastie Revolution (ancora su Rat Cage), il cambio di pelle si completa nel 1984. Sebbene privi di un contratto discografico, in luglio i Beastie Boys supportano Madonna in un tour americano. In ottobre firmano per la Def Jam di Rick Rubin e Russell Simmons. In novembre sono fra i protagonisti, con LL Cool J, Kurtis Blow, i Fat Boys e altre giovani promesse del rap, del film Krush Groove. Si parla parecchio di loro.  Bisogna però aspettare il 1986 perché escano i primi 45 giri del nuovo corso, quattro, senza che i critici si commuovano né che le classifiche si smuovano. Quando “Licensed To Ill” viene pubblicato è ormai novembre e nulla fa prevedere che in un anno collezionerà quattro dischi di platino (ciascuno certifica un milione di copie vendute) nei soli Stati Uniti. Ma, come accadrà un lustro più tardi con un altro album, chiamato “Nevermind”, per chi ha orecchie per intendere già dal primo brano è chiaro che ci si trova in presenza di un lavoro epocale. C’è molto teen spirit (sebbene non della tormentata qualità di quello di Cobain; esattamente opposto anzi) in Rhymin & Stealin’. Un titolo programmatico: le tre bestioline rimano su basi campionate e dunque rubate. Un colpo di genio: mettere insieme il ritmo e le tecniche dell’hip hop, dal sampling allo scratching, con i riffoni chitarristici del rock più greve.

Lo hanno già fatto, pochi mesi prima, i Run-D.M.C. Convocando gli Aerosmith per una rilettura della loro Walk This Way hanno abbattuto le barriere fra rap e hard e unificato due tipologie di ascoltatori, molto giovani, che si sarebbero dette inconciliabili. I Beastie Boys possono contare in più – è antipatico dirlo ma sarebbe ipocrita tacerlo – sul fatto di essere bianchi. All’industria non pare vero di avere finalmente fra le mani dei visi pallidi pratici di hip hop. Sogna di sdoganare il (non più tanto) nuovo genere, dopo averlo reso innocuo, presso il pubblico del rock, secondo strategie già sperimentate con il rock’n’roll dei primordi. Solo che – il solito bacino di Elvis che si mette di mezzo – non tutto va secondo i piani.

“Licensed To Ill” è un ciclone che travolge gli Stati Uniti. Musicale: se The New Style, Paul Revere, Hold It Now, Hit It inclinano verso l’hardcore nell’accezione hip hop del termine, risultando così poco invitanti per i ragazzini bianchi (e viceversa magnifiche per i neri), tutto il resto del programma li fa impazzire. Rhymin & Stealin’ è distillato di Sabba Nero, le scansioni alla AC/DC di Fight For Your Right To Party e No Sleep Till Brooklyn (trasparente nel titolo l’omaggio ai Motörhead) testosterone puro, le cantilene dementi di She’s Crafty e Girls un anticipo della  weltanschauung dei filosofi a venire Beavis e Butt-Head. Di costume: per la prima volta il pubblico bianco si accosta in massa all’hip hop e quello nero adotta, per qualche tempo almeno, dei bianchi. Per una certa America, una faccenda intollerabile. Si dichiari aperta la stagione venatoria.

I Beastie Boys sono volgari. I Beastie Boys pensano solo a quello. I Beastie Boys sono sessisti. I Beastie Boys offendono dio-patria-famiglia. Sono pure ebrei, guardacaso, aggiunge qualcuno con voce meno stentorea.

I tre, rottenianamente, cavalcano l’onda. I concerti sono sarabande scurrili e folli, con un enorme pene di gomma che si erge sul palco alle prime note di Fight For Your Right To Party, una ballerina seminuda che si dimena in una gabbia sospesa sul palco, gli spettatori innaffiati di Budweiser. Quando il tour valica l’Atlantico e approda in Europa la stampa popolare britannica (là i nostri eroi hanno fatto appena meno bene che a casa, conquistando il settimo posto nella classifica degli album ove negli Stati Uniti erano arrivati al primo) si dedica appassionatamente a linciarli (questa me l’ero dimenticata: i Beastie Boys dileggiano gli handicappati). L’arresto a Liverpool nel maggio 1987 di Horovitz, accusato di avere malmenato una spettatrice (verrà assolto), segnala che il livello di guardia è stato superato. Sarà bene darsi una calmata.

Per due anni i tre tengono un profilo molto basso, limitandosi a partecipare al film dei Run-D.M.C. (peraltro un disastro) Tougher Than Leather. Non lo vorrebbero in realtà, ma è sorto un grosso problema: una vertenza con il produttore Rick Rubin, il manager Russell Simmons e la casa discografica da loro fondata, la Def Jam, alle cui fortune i Boys hanno offerto un essenziale contributo. Finisce con un divorzio con code velenose. I ragazzi si accasano presso la Capitol, che li ingaggia fra lo scetticismo generale. Non erano una creatura di Rubin? Come si può pensare di ripetere un “Licensed To Ill”? Yauch, Diamond e Horovitz (che nel frattempo si è aperto una via di fuga intraprendendo una carriera cinematografica che gli regalerà più di una soddisfazione) infatti non ci pensano proprio. “Paul’s Boutique” esce nel luglio 1989 e, se artisticamente è un trionfo, commercialmente è il flop da tutti pronosticato. Negli USA non entra  nei Top 10 e diverrà disco di platino soltanto nel ’95. Nondimeno, è l’album  che chiarisce che ci si trova di fronte a un gruppo destinato a durare. Tanto distante dal predecessore e a tal punto incompromissorio che  stupisce non che abbia venduto relativamente poco ma che abbia comunque venduto abbastanza. Tutti gli obblighi che l’industria discografica impone alle sue stelle – un suono il più possibile riconoscibile e sempre simile a se stesso, nessuno scarto eccessivo fra un disco e l’altro, qualche canzone trainante in ogni album – sono violati nei suoi cinquantatré minuti senza pause di hip hop duro e puro, senza quasi traccia delle chitarre di “Licensed To Ill” e senza brani (a parte Hey Ladies) un minimo orecchiabili. L’assenza dei titoli sulla splendida copertina è lampante indicazione del fatto che il trio desiderava che il lavoro (superbamente prodotto dai non ancora famosi Dust Brothers) venisse percepito nel suo insieme, ove il 33 giri d’esordio era alla lunga sembrato una raccolta di 45. Ed è questa la maniera giusta di accostarsi al disco in tutti i sensi più nero dei Beastie Boys. Rivalutati dalla critica, i Nostri provvedono gradualmente a fare ammenda degli eccessi giovanili. Senza nulla perdere in smargiassa simpatia, si spogliano dei panni buzzurri e mostrano bella sensibilità per giuste cause assortite, dalla lotta all’AIDS a quella per il diritto a una maternità consapevole. Ci si può preparare a una laica elevazione agli altari.

Il processo di beatificazione parte con il piede giusto nell’Annus Domini 1992. Prima, inoppugnabile testimonianza a favore un vero miracolo, ossia un album che riesce a fondere “Licensed To Ill” e “Paul’s Boutique”. Si chiama “Check Your Head” il prodigio: metallaro come il primo, funky come il secondo. Con in più: citazioni di un gigante del reggae come Barrington Levy (in Funky Boys) e di Bob Dylan (in Finger Lickin’ Good); irresistibili groove d’organo jazz alla Jimmy Smith (un po’ dappertutto); anticipazioni di trip-hop (Something’s Got To Give). E ancora: intermezzi da music hall, sassofoni isterici e flautini circolari, devoti omaggi a Jimi Hendrix (Jimmy James), spettacolari esercizi di djismo (Pass The Mic, Professor Booty), indolente funk-poetry (Namasté), escursioni lisergiche (Mark On The Bus). E non bastasse: hardcore punk allo stato dell’arte (Time For Livin’, una cover dei Front Line). Dietro il mixer: Mario Caldato Jr., un dio. Posizione più alta in classifica: numero 10. Niente male. Dimenticavo: primo disco per i tipi della Grand Royal, sottomarca Capitol gestita in prima persona dai Beasties stessi per la quale incideranno, tanto per non far nomi, Luscious Jackson, Butter 08 e Sean Lennon. E Grand Royal è pure una fanzine. È il caso di dirlo? Fighissima.

Alla santificazione si arriva nel ’94 con “Ill Communication”, replica di “Check Your Head” ancora più fortunata (dritta al numero uno) e variegata, visto che al calderone si aggiungono la catatonica psichedelia di Eugene’s Lament e nenie orientaleggianti come Shambala e Bodhisattva Vow. Un capolavoro. Produce ancora Mario Caldato Jr., che quattro anni più tardi metterà mano anche a “Hello Nasty”. Siccome ormai i Beastie Boys sono santi, dopo che nessuno aveva obiettato alla sostanziale inutilità di sortite intermedie come il Root Down EP (tre mix del brano guida e sette pezzi dal vivo) o il mini di strumentali in parte già editi “The In Sound From Way Out!”, pochi alzano timidamente la mano per rilevare che brillanti trovate come le tastiere acido-barocche di The Move e Song For The Man, l’uso del vocoder in Intergalactic, la jam Old Skool con Mix Master Mike di Three MC’s And One DJ e l’apparizione, sbiellato arcangelo fra fumi di ganja, di Lee “Scratch” Perry in Dr. Lee, PhD non riescono a mascherare una certa stanchezza. Non equivochiamo: il disco è bello, in qualche frangente (l’irruenta Body Movin’, la viba jazz di Song For Junior, i Portishead virati 4AD della spiazzante Picture This) persino bellissimo. Ma un po’ – come dire? – opaco rispetto al poker di album precedenti. Benché forse il problema sia solo che questo gruppo ci ha abituati troppo bene.

Non placa i dubbi suscitati da “Hello Nasty” – come potrebbe, vista la sua natura? – “The Sounds Of Science”. Come con tutte le compilazioni si va immediatamente a cercare le mancanze e ne saltano all’occhio due clamorose: Rhymin & Stealin’ e No Sleep Till Brooklyn. Così, tanto per gradire. Il primo LP è rappresentato  solamente da tre brani e ci si domanda perché: ancora problemi con la Def Jam o il desiderio di rimuovere dalla memoria del pubblico i Beastie Boys più cialtroni? Quanto al pugno di inediti, i più avrebbero potuto tranquillamente rimanere tali. Se destano una buona impressione gli aromi brazileiri di Twenty Questions e la lenta ballata all’LSD Live Wire, paiono assolutamente prescindibili siparietti nashvilliani come Railroad Blues e Country Mike’s Theme, o Benny & The Jets, una cover di Elton John che finisce per sembrare una parodia di Bruce Springsteen. Non meno discutibile è poi la scelta di un ordine random, in luogo che cronologico, per la scaletta.

Ma sono fisime da kritiko. Se non avete in casa nulla dei Beastie Boys, “The Sounds Of Science” potrebbe cambiarvi la vita. E una volta mandatolo a memoria potreste non resistere alla tentazione di comprarvi tutti gli album del trio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.375, 30 novembre 1999.

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