Norvegia Dreaming: i primi dieci anni della saga Motorpsycho

Non c’era nessuna ragione particolare per ritirare fuori questo articolo che scrissi per “Il Mucchio” quando il più grande dei gruppi rock norvegesi era fresco di celebrazioni per il suo decennale e di anni da allora ne sono trascorsi altri dodici. Se non che qualche settimana fa, discorrendo con amici prima di un concerto, qualcuno li ha tirati fuori, i Motorspycho, e mi ha fatto venire una gran voglia di recuperarli. I dischi che ho già in casa, alcuni di quelli che hanno pubblicato dal 2000 e che mi sono perso.

Se siete degli estimatori della prima ora, l’invito è a ripescare nei vostri scaffali Soothe, EP di durata comunque ragguardevole (siamo intorno ai 35 minuti) che vedeva la luce nel 1992. Mettete su la seconda facciata, quella che va a 33 giri (il lato A ruota a 45), e abbassate la puntina sul solco iniziale dell’ultima traccia: hardizzata ma con moderazione, la melodia originale intatta in tutto il suo splendore di zucchero filato, parte una memorabile versione di California Dreamin’. Sì, proprio quella dei Mamas & The Papas (e in Italia dei Dik Dik). Esatto, proprio l’inno più da cartolina della lunga estate hippie. Se dei Motorpsycho è stato invece l’ultimo “Let Them Eat Cake” a farvi innamorare e da lì siete partiti à rebours, siccome Soothe  di per sé in CD non esiste e in vinile è ormai materia per fiere del disco, il titolo da cercare (ci guadagnerete anche due brani) è “8 Soothing Songs For Rut”. In un caso e nell’altro, se di questa Sognando la California non vi ricordavate o se non l’avevate mai sentita, capirete che tutto sommato la svolta pop dell’album più recente – il decimo, a celebrare il decennale del trio norvegese – è meno sorprendente di quanto non si sia scritto. Il gusto per armonie accattivanti e ritornelli istantanei è nel DNA di Hans Magnus “Snah” Ryan, Bent Sæther e Hakon Gebhardt. Della loro fatica targata 2000 stupisce semmai l’essere filoinglese ove sono sempre sembrati filoamericani, al punto da pubblicare sei anni fa una “The Tussler Soundtrack” (il film di cui dovrebbe essere la colonna sonora non esiste) in perfetto stile country. Al punto da essere scambiati, in epoca grunge, per una banda di Seattle. Già, il grunge: salito alla ribalta proprio l’anno in cui “Nevermind” metteva a soqquadro l’industria discografica e falangi di cuori, il gruppo di Trondheim per lungo tempo è stato catalogato a tale voce. Etichetta limitante da subito e, quando il fenomeno si  è sgonfiato, pure controproducente.

Ma con i Motorpsycho a fermarsi alle apparenze c’è il rischio di non capir nulla. Potevano essere degli imitatori qualunque dei Nirvana questi signori che fra le loro influenze dichiarano sì, e Cobain avrebbe approvato, Beatles e Sonic Youth, ma anche Bob Dylan, Captain Beefheart, King Crimson, Sun Ra e John Coltrane? Proletarizzandosi un po’ con l’aggiunta all’elenco di Who e Led Zeppelin e parecchio di più (l’insostenibile leggerezza dell’essere coatto) con Motörhead e Kiss. I secondi omaggiati nel 1994 nell’EP Another Ugly con una ripresa di Watching You; i primi echeggiati in una ragione sociale che però si ispira non a loro (mai fermarsi alle apparenze) ma a un’icona del cinema a stelle e strisce di terza o quarta categoria.

Un giorno dell’autunno dell’ottantanove, a Londra, sul muro di un cinema malfamato, notammo una scritta: ‘Motorpsycho’. C’è una trilogia di Russ Meyer il cui primo capitolo è Faster Pussycat Kill Kill e il secondo è Mudhoney. Motorpsycho è il terzo. Visto che i primi due titoli erano già stati usati, decidemmo di chiamarci come il terzo film. E ci dicemmo che non solo non saremmo mai stati pessimi come i Faster Pussycat ma un giorno saremmo forse diventati bravi come i Mudhoney.

Impresa riuscita appieno e anzi i Norvegesi si sono spinti pure oltre, superando per eclettismo e livello medio dei dischi il gruppo di Touch Me I’m Sick. Intrecciando violino e chitarra acustica già i primi secondi di Lobotomiser, il brano che nel ’91 apriva e battezzava il loro debutto vinilitico (in precedenza, una cassetta semiclandestina), chiarivano che ci si trovava in presenza di una formazione dal ventaglio stilistico notevolmente più ampio rispetto a quanto accasatosi all’ombra della Sub Pop. Apri la copertina e sotto i tuoi occhi si anima un delirio di disegno foscamente lisergico e subito capisci che “psichedelia” è una parola chiave in qualunque discorso sensato sui Motorpsycho. Lo ribadiscono l’acidità di Grinder, il folk catatonico di Eternity e un tot di parti di chitarra che bordeggiano le sabbie mobili del metal senza mai sprofondarci. Mentre Hogwash rilascia ondate di Hammond, Wasted è Sabba Nero sublimato e Frances, fragorosamente punkettona, è in effetti grunge da manuale.

Fra questo promettente esordio e il seguente, monumentale “Demon Box”, pubblicato sotto il Natale dell’anno seguente, usciva il già citato Soothe, primo lavoro (l’organico non subirà ulteriori variazioni) con Gebhardt in luogo del fondatore Kjell Runar “Killer” Jenssen. Interlocutorio, nondimeno qui e là di pregio: in quell’avvolgente ballata elettrica che è Sister Confusion, nell’ipnosi hard fitta di scalare di marce di The Wait, negli stati di coscienza alterati di We All Float Down Here. Altra è tuttavia la categoria della Scatola del Diavolo, quantitativamente (sedici canzoni, due in meno sul cd che è singolo, per quasi un’ora e mezza di musica) e qualitativamente. L’impressione di monolitismo trasmessa da un primo ascolto che imprime nella memoria innanzitutto i toni esagitati di un hard che in Feedtime incrocia Metallica e Soundgarden, in Sheer Profoundity grattuggia con isteria paragrind e nella title-track sconfina addirittura nel rumorismo si scopre del tutto fallace nelle successive frequentazioni, che svelano una tavolozza policroma: se Waiting For The One, Sunchild, The One Who Went Away evocano i Dinosaur Jr più irresistibilmente melodici (cioè i Buffalo Tom), Nothing To Say media My Bloody Valentine e Nirvana, Junior evoca i Pearl Jam prima maniera e All Is Loneliness rilegge Big Brother & The Holding Company con tale verve da non far sentire l’assenza della voce di Janis Joplin. E ci sarebbe ancora da dire del piano ragtime che fa incongruamente capolino nell’estasi di feedback di Mountain e del recitativo su plettri astratti, poi fulminati da una scarica di elettricità, di Plan # 1. Almeno. E a proposito di California psichedelica: nel Mountain EP che arrivava nei negozi nel 1993, c’è una The House At Pooneil Corners (Jefferson Airplane) da genuflessioni.

Dopo un anno, per i loro ritmi da stakanovisti, quasi di vacanza (solo un mini e tanti concerti), nel 1994 i Motorpsycho davano alle stampe il loro lavoro più imponente: “Timothy’s Monster”, due CD o a scelta tre LP che coprono l’arco ampissimo che va da Nick Drake (Feel) al black metal (Grindstone). Opera che sfugge da tutte le parti ogni volta che tenti di focalizzarla, ineguale ma in più di un frangente (la trance drogata di The Wheel, ad esempio) geniale. Decisiva per evidenziare, a chi aveva orecchie per intendere, che ci si trovava in presenza di un gruppo fuori da ogni schema, concetto ribadito quello stesso anno da “The Tussler”.

Preceduto da un paio di corposi mini, “Blissard” nel 1996 segnava un po’ il passo sistemando ad ogni buon conto, fra la ruffianeria Foo Fighters di Sinful, Wind-Borne e l’ambient (!) di Nathan Daniel’s Tune From Hawaii, più di un episodio di vaglia (su tutti, l’epidermica The Nerve Tattoo e una Drug Thing olezzante di Gioventù Sonica). Meglio comunque “Angels & Daemons At Play”, del ’97, attraversato da fascinazioni progressive e disposto a trafficare con l’avanguardia (fra un ritornello trascinante e un riff schiacciasassi). Meglio ancora “Trust Us”, del ’98, che non contenesse che Vortex Surfer, ossia la più bella canzone apocrifa dei Nirvana che si sia mai udita, già soltanto per quello meriterebbe l’acquisto (e c’è tanto, tanto altro).

E siamo arrivati ai giorni nostri, agli ultimi due album, così diversi fra loro che li si direbbe opera di due gruppi differenti. Da un lato “Roadwork”, primo volume di una serie tesa a documentare la valenza live dei Norvegesi, un po’ Grateful Dead e un po’ tanto Hawkwind. Ottimo surrogato se non avete mai avuto la fortuna di assistere a un loro concerto. Dall’altro il pop all’LSD di “Let Them Eat Cake”: “In nessun modo un disco di hard e per larghi tratti nemmeno un disco rock. Giusto una raccolta, nei nostri intenti, di belle canzoni da sentire la notte e che vostra madre potrebbe ascoltarsi lavando i piatti”, dice al riguardo Bent Sæther.

Bassista, ma anche cantante, chitarrista e batterista. Mentre Ryan, se è formalmente il chitarrista del trio, canta pure lui e maneggia anche basso, tastiere e violino e il batterista Gebhardt se la cava alla voce e con chitarra, tastiere e banjo. Già in questo un gruppo fuori dal comune, i Motorpsycho. Uno degli ultimi grandi gruppi rock del pianeta. Il più grande fra quelli dell’Europa continentale.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, maggio 2000.

1 Commento

Archiviato in archivi

Una risposta a “Norvegia Dreaming: i primi dieci anni della saga Motorpsycho

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...