Hey Mr. Tambourine Cat: una succinta storia della Postcard Records

Ragioni per riesumare proprio oggi un articolo vecchio oltre sedici anni su un’etichetta la cui breve epopea non durò – discograficamente parlando – che sedici mesi (prima uscita nell’aprile 1980, ultima nell’agosto ’81): 1) così qualcuno che so io la smetterà di dirmi che no, a te i Josef K non piacevano; 2) perché questo pomeriggio, nel bel mezzo di una discussione riguardo un progetto editoriale a venire, a un certo punto è stata nominata; 3) perché è stata una giornata pesante e piuttosto che scrivere qualcosa ex novo ora come ora preferirei uscire per strada in mutande cantando Amala pazza Inter.

Frugo nella memoria e nell’archivio delle riviste e le notizie più recenti che riesco a scovare su Paul Haig sono vecchie di un lustro: produceva allora, l’ex-leader di Josef K, musica fra pop e dance. Banalotta. Se ha combinato qualcosa dopo, mi è sfuggito. Roddy Frame e i suoi Aztec Camera hanno da poco pubblicato l’ennesimo LP senza infamia e senza lode. Se la cava meglio attualmente Edwyn Collins, una volta capobanda degli Orange Juice, che nel ’95 ha mietuto vendite e consensi di critica quali non riscuoteva da tredici anni, cioè da quando uscì l’album d’esordio del Succo d’Arancia. Sul retro di copertina di quel delizioso sin dal titolo (ancorché qui e là sovrarrangiato) “You Can’t Hide Your Love Forever”, accanto al marchio Polydor c’è il disegno di un micio che percuote un tamburo. Fu l’ultima volta che il marchio Postcard apparve sulla confezione di un disco.

A chi qualche anno fa (e le quotazioni sono nel frattempo salite) gli chiedeva se non trovasse assurdo che Falling And Laughing e Blue Boy, i due singoli che inaugurarono insieme la discografia degli Orange Juice e il catalogo Postcard, a suo tempo messi in vendita a una sterlina, ne costassero ormai quaranta, Edwyn Collins rispose: “Lo trovo perfettamente sensato, invece. Quando acquisti uno di quei dischi è un’opera d’arte che ti stai portando a casa”. Presuntuoso? Prendete nota di quanto segue e giudicate voi: il logo Postcard (il gatto tamburino di cui sopra) è uno dei più graziosi e inconfondibili d’ogni tempo; in omaggio al nome scelto, ogni uscita dell’etichetta di Glasgow aveva allegata una cartolina (la presenza o meno della cartolina può voler dire oggi una differenza di prezzo di dieci sterline); quei primi due 45 giri hanno confezioni insieme stilose e di un impagabile gusto artigianale (dividendo a metà la copertina del secondo, si ricava quella del terzo: idea mai replicata); un flexi registrato dal vivo arricchisce ulteriormente la prima tiratura del Postcard 80-1. C’è poi la musica, naturalmente: memorabile quanto basta a far sì che la celebre dichiarazione di intenti del fondatore dell’etichetta Alan Horne – “Vogliamo essere l’anello di congiunzione fra Al Green e i Velvet Underground” – non risulti una sparata alla Malcolm McLaren. Le prime cinque canzoni affidate al vinile dagli Orange Juice dispiegano un talento compositivo di tutto riguardo: Falling And Laughing realizza quasi l’auspicato incontro Al Green-Lou Reed; Moscow Olympics e Moscow (di fatto lo stesso brano) intingono nell’acido escursioni surfiste; Felicity e Lovesick inventano gli Smiths con tre anni di anticipo; Blueboy è Jonathan Richman che canta soul accompagnato dai Feelies. Trasmettono, questi cinque gioielli, un’esuberanza e un’innocenza addirittura commoventi, quel senso di infinite possibilità che si può provare solo nella stagione di passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, quando, se sei stato fortunato, il peggiore calcio in faccia che ti sei preso dalla vita è un colpo di fulmine che non ha acceso incendi. Il testo di Falling And Laughing andrebbe citato in qualunque libro sul pop.

Non sto dicendo/che dobbiamo costruire una città di lacrime/Tutto ciò che sto dicendo è che/sono solo e di conseguenza/soltanto i miei sogni/soddisfano i veri bisogni del cuore/E resisto/Dicono che ce ne sono mille altre come te/e può darsi che sia vero/ma io sono pazzo di te e di te soltanto/E che posso farci se non imparare a ridere di me stesso?/…/Sono solo/e sto cadendo, cadendo di nuovo/perché voglio afferrare il piacere con il dolore/e sto cadendo, cadendo e ridendo.

Phil Spector non avrebbe saputo fare di meglio. Gli autori della Tamla-Motown, neppure. Come lo slogan della casa discografica di Detroit era stato “The sound of young America”, il suono dell’America giovane, quello della Postcard fu “The sound of young Scotland”. L’etichetta fu fondata all’inizio del 1980 da Alan Horne con l’obiettivo a breve termine di dare uno sbocco alla band di cui era manager, gli Orange Juice, e quello in prospettiva di avere il mondo ai suoi piedi. Come puntualizzava all’epoca Edwyn Collins, l’atteggiamento della congrega era tutt’altro che elitario: “Non ci interessa essere un marchio d’avanguardia, vogliamo essere un’etichetta di successo con un pubblico giovane”. Fra il dire e il fare si frappose l’invalicabile oceano della povertà di mezzi: perfetti singoli pop non scalarono mai le classifiche per l’esiguità delle tirature. La qual cosa, nello stesso tempo, condannò la Postcard a un’esistenza precaria e infine a una prematura scomparsa e ne accrebbe immensamente il culto: cosa ci può essere di più cool di un meraviglioso 45 giri che si è in quattro – ahem – gatti a possedere? Come era accaduto con i Velvet, pochi ascoltarono i vinili del micio, ma quei pochi scrissero recensioni entusiaste, fondarono fanzine ed etichette, impararono un giro di chitarra e diedero vita a nuovi gruppi.

Quanto fosse stupendamente dilettantesco il modo di lavorare di Mr. Horne è chiarito eloquentemente da come abbordò gli australiani Go-Betweens, di cui aveva ascoltato casualmente il singolo d’esordio, Lee Remick, innamorandosene: non sapendo come fare a contattare dei musicisti con base sull’altra faccia del pianeta, il Nostro pensò bene di lasciar loro, nel negozio Rough Trade di Londra, un bigliettino del tenore “visto che siete da queste parti, perché non venite a trovarmi a Glasgow?”. La cosa incredibile è che a distanza di pochissimo tempo i Go-Betweens capitarono effettivamente da Rough Trade e così il Postcard 80-4 fu il loro I Need Two Heads/Stop Before You Say It. Una gemma, manco a dirlo, destinata a rimanere l’unica cesellata da artisti non scozzesi per la label di Glasgow.

Nel frattempo, Horne aveva realizzato il desiderio di affiancare nella sua scuderia a una band di Glasgow una di Edimburgo: progetto già dal nome, omaggiante Kafka, assai meno solare degli Orange Juice, i Josef K diedero alle stampe nell’80 Radio Drill Time/Crazy To Exist e It’s Kinda Funny/Final Request, definendo da subito un loro peculiare stile in bilico fra i “pazzi ritmi” dei Feelies e l’esistenzialismo joydivisioniano. L’annata venne suggellata da una sesta uscita, Simply Thrilled Honey/Breakfast Time, terzo 45 giri degli Orange Juice, meno brillante dei precedenti ma comunque di apprezzabile caratura.

Altri cinque singoli e l’unico LP mai pubblicato dalla Postcard costituiranno lo score del 1981. L’album, uscito alle soglie dell’autunno e annunciato da due 7”, è “The Only Fun In Town”, pregevole debutto sulla lunga distanza del gruppo di Paul Haig cui il trascorrere del tempo nulla ha sottratto (anzi!) in crepuscolare fascino. D’altra e superiore categoria sono però i due singoli, Just Like Gold/We Could Send Letters e Mattress Of Wire/Lost Outside The Tunnel, con cui si presentarono al mondo l’enfant prodige (sedici anni al tempo) Roddy Frame e i suoi Aztec Camera. Sono canzoni di un candore stupefacente, limpide e fragili come il più pregiato dei cristalli. Fuori dal loro tempo (difficile immaginare qualcosa di più distante dai Joy Division o dai Bauhaus) e anche per questo senza tempo.

Aperto dal botto di Falling And Laughing, l’affaire Postcard trovò in Mattress Of Wire un epilogo all’altezza del suo dipanarsi. Gli Orange Juice, che avevano inaugurato l’anno tornando su livelli stellari con Poor Old Soul, avrebbero dovuto chiuderlo esordendo a 33 giri. Una situazione finanziaria sempre più difficile indusse però Alan Horne a favorirne il passaggio alla Polydor. Il programmato “Upwards And Onwards” divenne “You Can’t Hide Your Love Forever”. I Josef K si erano sciolti. Gli Aztec Camera firmarono per Rough Trade. Senza che mai ne venisse annunciata ufficialmente la morte, la Postcard ci aveva lasciati.

Undici 45 giri e un LP, la sua apparentemente magra eredità. Ma più che per i bei dischi che licenziò è per il patrimonio di attitudine e stile consegnato a quanti sono venuti dopo che va ricordata con deferenza. Senza il suo esempio non sarebbe mai nata la Creation. Che è come dire che almeno il 50% del migliore pop chitarristico britannico degli ultimi quindici anni non avrebbe visto la luce.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.48, gennaio 1996.

16 commenti

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16 risposte a “Hey Mr. Tambourine Cat: una succinta storia della Postcard Records

  1. posilliposonica

    Quel disegno dei tetti di Edinburgo sulla copertina dell’album dei Josef K mi
    mette tanta nostalgia.In quanto a Roddy Frame, il talento che aveva mostrato nei primi due lp degli Aztec Camera era enorme.Purtroppo poi si
    e’ perso.Almeno a certi livelli.

  2. Henry Trave

    Ciao Eddy, ho scoperto solo ieri questo blog, anch’io come molti che scrivono qua ti conosco dai tempi del Mucchio fine anni ’80.
    Mi ricordo bene questo articolo, bellissimo.
    Ma tu li hai originali questi dischi?
    Io sono riuscito ad avere solo “Poor Old Boy” ma senza cartolina e “Mattress of Wire” però la ristampa Rough Trade, mannaggia!

    • Nell’80-81 compravo dischi già da un po’, ma il limitatissimo budget non mi consentiva assolutamente di acquistare altro se non album. Ho poi recuperato qualcosa in seguito, ma ne ho ben pochi. Per scrivere quell’articolo (visto che Internet non era certo quello che è adesso) dovetti ricorrere alla collezione di un collega.

  3. J K Ferrari

    Ricordo la breve recensione di Eddy, pubblicata sul Mucchio in occasione dell’uscita del Josef K antologico e postumo “Young & Stupid” su Supreme International (1987): delirante (non senso peggiore del termine)….Quindi confermo che ad Eddy i Josef K non solo non sono mai piaciuti, ma sono stati anche oggetto di odio profondo.

    • Siccome mi hai appena fatto perdere venti minuti a sfogliare quell’annata del “Mucchio” (e, per sicurezza, i primi tre numeri dell’88) e non ho trovato traccia di quanto affermi, adesso cortesemente produci una scansione o, come minimo, numero e pagina dove sarebbe apparsa questa fantomatica recensione. Se non sei in grado di farlo, ti scusi. Se sei invece in grado di farlo mi scuserò io. Facciamo così?

      • J K Ferrari

        Certo Eddy,
        mi spiace averti fatto perdere tempo per quella che poi non è altro che una sterile provocazione.Nel senso che stimo il tuo lavoro, a prescindere dai gusti che, in quanto tali, sono personali nonché volatili.
        Quella recensione la ricordo bene perchè al tempo il gruppo era uno dei miei preferiti e quel giudizio mi turbò non poco. Evidentemente non avevo molto altro di cui preoccuparmi….(…scioglimento degli Smiths a parte…) e forse nemmeno oggi, dato che son qui a discettare di passioni ormai sopite.
        Non sono affatto sicuro d’aver conservato quel numero del Mucchio (e non c’ho voglia d’andare in garage a caccia di riviste): ricordo però che il pezzo incriminato si trovava nella rubrica dedicata alle recensioni brevi, in coda a quella estese. Ai controllato anche quella sezione? Nel caso non emergano prove a tuo carico, tutte le mie scuse. Sincere. La recensione comunque esiste, può darsi sia apparsa su un’altra rivista (Velvet?, Rumore?). Ma non darti pena in altre ricerche: non è importante, almeno per me.
        A proposito, se senti MDD, portagli i miei saluti.
        Ciao e scusa ancora.

      • Non ho voglia e tempo di rimettermi a sfogliare, ma sappi che nell’87 delle recensioni in breve si occupava, nella rubrica “New Rock Shots”, Federico Guglielmi. Indi per cui al limite (anche se un po’ mi stupirebbe) “Young And Stupid” lo segò lui. Su “Velvet” non può essere apparsa, perché i tempi non concordano. Da inizio ’91 io scrivo usando un word processor e ho in archivio tutti i testi prodotti da allora: mai scritto degli Josef K se non in questo articolo qui.

  4. Enrico Murgia

    Bisognerebbe chiedere al tuo biografo ufficiale…

    • Giancarlo Turra

      Il quale – a memoria – ricorda che l’unica volta in cui il VMO si occupò di Jozef K sul “Mucchio” fu per il singolo di “Heaven Set”, in termini non molto elogiativi.

      • Giancarlo Turra

        “Heaven Sent”, sorry. Ed era, di nuovo a memoria, marzo o massimo aprile ’87.

      • Trovata. Né positiva né una stroncatura (stroncavo con ben altre modalità a quei tempi, nella pagina dei singoli). Mi si dia atto che nel loro catalogo c’è di meglio della sequenza Heaven Sent/Radio Drill Time/Heads Watch/Fun’n’Frenzy. E se dico che oggi ne scriverei di sicuro meglio mi si dia anche atto che all’epoca c’era ben altra concorrenza rispetto a questi anni ’10 senza guizzi. Nell’87 – e figurarsi nel ’79-’82.

  5. J K Ferrari

    A questo punto urge un riscontro, stampa alla mano. E per sdebitarmi me ne occuperò personalmente.

    • J K Ferrari

      Ciao a tutti,
      grazie per avermi sollevato dalla ricerca.
      La sequenza dei brani a mio avviso è insindacabile: trattasi di classici del loro risicato repertorio (spiccano Radio Drill Time e Fun’n’Frenzy, pietre miliari…), ripresi da sessions radiofoniche e dal vivo; la title track Heaven Sent, uscita anni prima anche come singolo per i Dischi del Crepuscolo a firma del P. Haig solista in una succosa versione pop, funse forse da richiamo per destate l’attenzione di chi non aveva seguito le gesta della prim’ora dei nostri.
      Un tentativo rivelatosi vano. Oggi la caratura del gruppo è fuori discussione (per inciso…a me era ben chiara sin dall’87…) e – vado anche io a memoria – mi pare che il loro unico album TOFIT sia stato incluso da Blow up nei migliori 600 di sempre. Ma non basta: quale esercizio riparatorio, scansione della recensione, please.

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