Simone Felice – Simone Felice (Team Love)

Provenienti da un luogo ammantato di Mito quali le Catskill Mountains, fratelli oltre che di nome di fatto, Ian, James e Simone Felice  (rispettivamente chitarra, fisarmonica e batteria) facevano in fretta a imporsi. Formatisi nel 2006 con un compagno di partite a dadi al basso (l’anno dopo l’arrivo di un violinista li rendeva un quintetto) pubblicavano al volo gli autoprodotti “iantown” (in realtà di fatto un lavoro solista di Ian) e “Through These Reins And Gone”. Complice un bel contorno di esibizioni per strada e nella metro prima che nei bar e nei club, bastavano a rendere i Felice Brothers una piccola sensazione dell’underground newyorkese. Seguivano l’ingresso nell’industria discografica ufficiale e nel breve volgere di tre anni ben altri quattro album: “Tonight At The Arizona”, “Adventures Of”, un omonimo e “Yonder Is The Clock”. Bel crescendo di qualità e riscontri commerciali, l’ultimo nei Top 20 USA e a quell’altezza tanta critica senza più cautele o giri di parole azzardava (e mi ci metto) un’affermazione forte: finalmente degli eredi per The Band. Questione non solo più di suono o immaginario ma di repertorio, ormai all’altezza. Risulterà allora alquanto spiazzante – un anno fa, di questi tempi – “Celebration, Florida”, quinto nella graduatoria principale di “Billboard” e agitato da pulsioni moderniste, fra un beat hip hop e una trama di elettronica. Comunque un bel disco, superato lo sconcerto iniziale. Presente solamente da ospite, Simone Felice aveva a quel punto lasciato la compagnia già da due anni. Dopo un paio di uscite a nome The Duke & The King, in coppia con Robert Burke, questo è il suo debutto in proprio.

Le proverbiali differenze musicali alla base della separazione artistica dai fratelli? Possibile, a giudicare da un disco che riprende il discorso all’incirca da “Yonder Is The Clock” o da appena prima. O c’entrerà forse qualcosa la salute che è poco dire malferma di questo trentaseienne che è anche un apprezzato scrittore, disastrato e miracolato assieme, quasi ucciso da un aneurisma a dodici anni e nel 2010 sottoposto a un’operazione chirurgica a cuore aperto dopo la scoperta di un difetto congenito che di nuovo lo portava a un nulla dal grande salto. “A quanto pare ero difettoso di fabbrica”, dice scherzandoci su. Disco che cominciava a concepire in quelle settimane di debolezza estrema ed emozioni indicibili: la sua primogenita nata una manciata di giorni dopo quello che avrebbe potuto essere il suo ultimo. E tutto ciò si coglie in “Simone Felice”? Direi di sì. In una malinconia che tutto avvolge, pure certi momenti esultanti. Nella piana dolcezza, nella serenità dell’insieme. E non in metafora si sente proprio alla fine, quando nel tessuto di chitarra acustica e archi di Splendor In The Grass si insinua un battito meccanico e no, non è il il suono di una drum machine bensì di una valvola cardiaca. Prima l’album aveva offerto fra il resto la metronomia blues di Hey Bobby Ray e lo slancio spiritual di You & I Belong, la serenata in forma di lamento o viceversa Courtney Love e il valzer Stormy-Eyed Sarah, una ballata in cui – unica – si riaffaccia The Band quale Dawn Brady’s Son e una Ballad Of Sharon Tate che rimanda ai R.E.M. depressi di “Automatic For The People”. Tatuato ed emaciato, in copertina Simone Felice fissa non si sa cosa: una prospettiva di anni lieti e tanti, è l’auspicio.

2 commenti

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2 risposte a “Simone Felice – Simone Felice (Team Love)

  1. Giancarlo Turra

    Direi da avere e senza esitare. Così mi ripiglio dalla – ebbene sì, lo confesso – discreta delusione che per me è stata “Celebration, Florida”…

  2. stefano piredda

    A me piacque tantissimo, TONIGHT AT THE ARIZONA…
    E, diobono, in copertina erano pure VESTITI come The Band.
    Ma li avete visti, quei cappelli, sì?

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