Presi per il culto (12): Eddie And The Hot Rods – Teenage Depression (Island, 1976)

Sulla copertina di questo primo LP un tizio si punta una pistola a una tempia, su quella del successivo di un anno “Life On The Line” un altro ha il collo in un cappio: strane immagini per presentare uno dei gruppi più frizzanti – invero niente affatto depresso – di quella breve, formidabile epopea propedeutica al punk che fu il pub-rock. Volgarotto nella scelta del nome dall’ovvio sottinteso, spesso ironico nei testi e nei titoli. Fa fede la presa in giro del Bowie mitteleuropeo che nel gelido “Low” cantava Always Crashing In The Same Car, sfottuto quello stesso anno (il tumultuoso ’77) con un’alcolica e impagabile Ignore Them (Always Crashing In The Same Bar): caso esemplare di canzone che in nessun modo potrà mai essere brillante come il titolo e difatti finiva su un lato B.

La storia di Eddie And The Hot Rods prende le mosse da Canvey Island, immediati dintorni di Londra, nel 1975. Nessun Eddie figura in una formazione schierata a cinque che comprende il cantante Barrie Masters, l’armonicista Lew Lewis, il chitarrista Dave Higgs, il bassista Paul Gray e il batterista Steve Nicol. Le prime avvisaglie del punk (i Sex Pistols debutteranno in pubblico il 6 novembre) stanno scuotendo la capitale, che comincia a mettere in naftalina la boria del progressive con un pugno di formazioni – capifila i Dr. Feelgood, pur’essi di Canvey Island, che con il loro secondo 33 giri violano i Top 20 – che recuperano la semplicità del rock’n’roll primigenio  incrociandolo con il blues elettrico più scorticato e l’animalesco errebì di complessi dei ’60 come i Them, gli Animals, i primi Rolling Stones. Dopo gli anni dei concerti con l’orchestra il rock torna nelle strade o per meglio dire nei pub, siccome questi proletari in jeans e giacchetta di pelle non hanno accesso ai teatri e alle arene frequentate dalla tristanzuola armata barocco-sinfonica. E pub-rock sia, allora, e lode a precursori come Brinsley Schwarz e Ducks Deluxe. Rispetto a costoro Edoardo e le Verghe Calde suonano più grezzi, magnifici analfabeti del pentagramma con appena qualche nozioncella in più (che consente loro di dispiegare un più ampio ventaglio stilistico) rispetto al forrestgumpismo da due accordi (Eddie sa contare fino a tre) dei Ramones. Sul palco “spaccano” comunque altrettanto, con un repertorio diviso a metà fra brani autografi e riletture di canzoni altrui, e in pochi mesi si conquistano una solida popolarità locale. Il problema è ora trasporre su vinile la carica travolgente delle esibizioni dal vivo. Missione portata a compimento con il primo sette pollici, che esce nel gennaio del 1976 e regala due assalti all’arma bianca infiorettati da un’indiavolata armonica battezzati Writing On The Wall e Cruisin’ (In The Lincoln). In febbraio i nostri eroi suonano al Marquee, con i Pistols come supporto, ed è il segnale che dalla cadetteria delle promesse di quartiere sono passati alla serie A del rock albionico. Se n’è andato nel frattempo Lewis, perdita cui ovviano con un ulteriore incremento di irruenza. Due brani tratti dalla serata, una quasi commossa esecuzione di The Kids Are Alright dei maestri Who e una Been So Long dal passo incespicante, verranno inclusi nell’esordio adulto. Prima che questi veda la luce, verso fine anno, lo precederanno però un 45 giri, con sul davanti una calligrafica Wooly Bully (Sam The Sham & The Pharaohs) e sul retro una Horseplay incorniciata per l’ultima volta dall’armonica del transfuga, e un EP (sempre formato 7”) con altri quattro pezzi colti Live At The Marquee. Tutti cover e da urlo, a cominciare da una 96 Tears di Question Mark & The Mysterians che regge anche orba di Farfisa, proseguendo con una Get Out Of Denver di Bob Seger che ammette i  suoi debiti nei confronti di Chuck Berry e finendo con il medley-apoteosi fra Gloria dei Them e Satisfaction dei Rolling Stones.

Materiale da collezionisti gli originali, potete rinvenire questi brani nella stampa digitale attualmente disponibile (su Captain Oi!) di “Teenage Depression”: album che ha i suoi apici nel rock’n’roll a rotta di collo (come un Jerry Lee Lewis incazzato nero perché qualcuno gli ha fregato il piano) di Get Across To You, in una versione di Shake di Sam Cooke irriconoscibile e tanto anfetaminica da prefigurare appieno il punk, nella caracollante filastrocca All I Need Is Money, in una Double Chechin’ Woman che potrebbe essere del giovane Townshend e naturalmente nella traccia omonima: un inno.

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