Presi per il culto (13): George Brigman – Jungle Rot (Solid, 1975)

La sua musica è stata definita “psychedelic punk acid blues boogie”. O anche: “burning fuzz fried mutant space boogie”. L’hanno raccontata pure come “throwback fuzz guitar and swamp bass hoodoo” e davvero non si può dire che George Brigman non abbia sempre goduto di ottima stampa, conquistandosi cantori appassionati in almeno un paio di generazioni di critici americani. Nel 1982, sulle pagine di “Musician”, l’autorevole e di solito poco propenso ai superlativi David Fricke si spendeva per un album, “I Can Hear The Ants Dancin’”, pubblicato soltanto in cassetta fino ad azzardare che si aggirasse in territori non esplorati nemmeno dall’Experience. Infatuazione passeggera, uno di quegli abbagli da cui neanche il più posato degli studiosi di cose rock può andare del tutto esente? Macché. Tredici anni dopo e questa volta su “Rolling Stone”, occasione la prima stampa in vinile di un lavoro che ci metterà quell’altro tondo decennio a venire edito in CD, non arretrava di un passo e nostalgicamente ricordava di avere finito per sciuparlo quel nastro per quanto lo aveva fatto girare. Da lì a pochi mesi una penna ben più giovane ma di pari reputazione, Fred Mills, così si lasciava andare su “Magnet” scrivendo pur’egli di una ristampa: “Immaginate i Can, i Chrome, gli Stooges e Captain Beefheart che si mettono assieme per dare vita a una band di acid blues”. Nella frase prima sono citati i Blue Cheer, in quella successiva è chiamato in causa Slim Harpo. Stava parlando di “Jungle Rot”.

Perdenti si nasce. George Brigman lo fa a Baltimora, non il posto ideale negli Stati Uniti per costruirsi una carriera suonando se non si è disposti ad andare altrove, e nel 1954: troppo tardi per potersi ritagliare uno spazio nell’era aurea della psichedelia e dell’hard primevo; troppo presto per non farsene plasmare in maniera decisiva, con la conseguenza di scoprirsi poi su una diversa lunghezza d’onda rispetto a punk e new wave. È un concerto dei Cream cui assiste nel 1968 a chiarirgli cosa gli piacerebbe fare da grande. Da lì a breve sono altri britannici con radici nel blues ma la propensione ad alzare il volume e incattivire con estro il tutto, i Groundhogs di Anthony Charles “Tony T.S.” McPhee, a illuminarlo d’immenso. Per chiarire quanto profonda e duraturà sarà l’influenza basti annotare che chiamerà il principale dei suoi gruppi Split (come il quarto 33  giri dei Groundhogs), un altro Hogwash (come il settimo LP di costoro) e la fantomatica casa discografica che licenzierà il suo debutto Solid (come l’ottavo album di McPhee e sodali). E di chi la sola cover (Status People) mai pubblicata? Sì, avete indovinato. Deciso cosa fare da adulto, il ragazzetto fa trascorrere tre anni prima di passare dalle fantasticherie all’azione, in compenso sfoggiando a quel punto talento e/o stakanovismo bastanti a fargli padroneggiare perfettamente la chitarra elettrica in circa un anno. Quindi i ritmi si placano evidentemente di nuovo, se è vero come è vero che siamo nel 1972 e “Jungle Rot” non raggiungerà i negozi – pochi nella città del Nostro, pochissimi nel resto del Maryland, probabilmente nessuno altrove – che nel 1975. Non fosse per i lunghissimi capelli che il ventunenne autore già esibisce nelle due foto di copertina, sapendo la data all’ascolto si sarebbe tentati di cogliervi presagi di punk. Per certo a parte le chiome – capellutissimo pure il giovanotto posizionato alle spalle di George, il batterista Jeff Barrett – di hippy c’è meno di nulla in scatti che immergono in una decadenza urbana di ballardiana desolazione. Parte la traccia inaugurale e omonima e non è proto-industrial ciò che scaturisce dai solchi ma una collisione ognimmodo bella intimidente, testimone Iggy Pop, fra il Link Wray in anticipo di vent’anni sull’heavy metal e il Jimi Hendrix di dieci anni dopo, oppure prima. Bradipica, aguzza e malevola, DMT fa salire ulteriormente una tensione che permane altissima negli intrecci fra surf ed errebì bianco di Don’t Bother Me. Benvenuto allora il rilascio indotto da Schoolgirl, per quanto non sia che una piacevole canzoncina, un esercizio sui generis di seduzione post-adolescenziale. Si riparte con lo sferragliare del Bo Diddley apocrifo di I’ve Got To Know e resterà l’unico momento in cui si insinua un sentore di psichedelia, in forma di suggestione quicksilveriana. Tempo di girare il disco. I Feel Alright sa di Stooges non soltanto per il titolo, però degli Stooges in combutta con i Cream meno onanisti e più incendiari. (T.S.) è omaggio ancora più scoperto e avrete colto a chi. Che resta? Il folk-rock fuori dal coro di Worrying; il finto Muddy Waters tongue fermamente in cheek di I’m Married Too.

Rarissimi e offerti quando li si incontra a cifre da capogiro gli originali, “Jungle Rot” è stato bootlegato a più riprese e riedito legalmente per la prima e unica volta nel 2005, da Anopheles (vinile) e Bona Fide (CD). L’una e l’altra stampa si trovano ancora, a prezzi per il momento abbordabili e al posto vostro non ci penserei troppo su.

4 commenti

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4 risposte a “Presi per il culto (13): George Brigman – Jungle Rot (Solid, 1975)

  1. stefano piredda

    Sarà fatto.

  2. Henry Trave

    i prezzi “abbordabili” però non li ho visti…

  3. Giancarlo Turra

    Beh, un ventino di euri e rotti è comunque un buon prezzo, se comparato a una copia d’epoca, per la quale le opzioni “muto”, “leasing” e “mercimonio del proprio corpo” andrebbero eventualmente valutate. Io le rifiuto in blocco, tutte e tre. Per ora, almeno 🙂

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