Archivi del mese: maggio 2012

Presi per il culto (10): The Golden Dawn – Power Plant (International Artists, 1967)

Certi gruppi sono talmente sfigati da farti tenerezza. A certi musicisti vuoi più bene che ad altri perché con loro il destino ha barato di brutto e ti viene voglia di risarcirli, per quell’infinitesimale poco che puoi. Ecco, io ai Golden Dawn voglio bene sul serio. Considerate per cominciare questo di costoro: che un’infelice scelta grafica, che relegava il nome del gruppo sul retro del suo unico LP, ha fatto e continua a far sì che persino gente che negli scaffali quel disco ramingo ce l’ha, e magari lo adora pure, confonda ragione sociale e titolo. Ho un carissimo amico con una collezione di svariate migliaia (svariate migliaia) di vinili di garage, psichedelia, acid-folk e altre assortite robine weird del bel tempo espanso che fu che ho dovuto correggere per anni, pur essendo lui molto più esperto di me in materia, ogni volta che cominciava a magnificarmi (come ce ne fosse stato bisogno) i… Power Plant. No, quello è il titolo dell’album. Loro erano i Golden Dawn. Da Austin, Texas. George Kinney alla voce, Jimmy Bird e Tom Ramsey alle chitarre, Bill Hallmark al basso, Bobby Rector alla batteria e ne metto in fila  generalità anagrafiche e mansioni (Kinney autore di tutti i testi; le musiche spartite fra lui e i sodali, con Ramsey a fare la parte del leone) perché non figuravano su nessuna delle diverse stampe (legali e non) che ho fatto girare in più o meno un quarto di secolo. Devo averlo ascoltato qualche decina di volte, “Power Plant”, e a ciascun passaggio trovandolo fresco come a un primo incontro dovuto a una singola ragione: erano sull’etichetta di 13th Floor Elevators e Red Crayola. Si poteva azzardare l’acquisto con una ragionevole probabilità che non facessero schifo. E difatti…

A proposito di 13th Floor Elevators… le storie loro e dei Golden Dawn si incrociarono più volte e da prima ancora che subito, siccome prima di fondare i rispettivi complessi Roky Erickson e George Kinney dividevano dapprima la medesima scuola e quindi la militanza (non foriera di alcuna incisione) nei Fugitives. Il gruppo di Erickson era il primo a venire posto sotto contratto, per nostra fortuna e sua disgrazia, dalla International Artists del manigoldo Lelan Rogers e proprio su raccomandazione di Erickson i Golden Dawn seguivano a ruota. Benedizione momentanea e dannazione eterna per loro il legame tanto stretto con gli Elevators, per colpa di discografici che, pur nel quadro di un’operazione di puro sfruttamento bieca e per nulla preveggente, privilegiavano sempre quegli altri. Registrato prima del classico “Easter Everywhere”, “Power Plant” vedeva la luce diversi mesi dopo per non fargli concorrenza e ha da allora la piccola fama di disco indubbiamente bello ma altrettanto indubbiamente derivativo. Nossignori e signorine: se 13th Floor Elevators e Golden Dawn risultano simili all’ascolto è perché condivisero radici, sbornie lisergiche ed evoluzioni, non perché i secondi copiarono i primi.

Comunque… Andate a toccare con orecchio e scoprirete che l’oscuro “Power Plant” ha poco da invidiare ai giustamente celebri e celebrati “The Psychedelic Sounds Of” e “Easter Everywhere”. La sua You’re Gonna Miss Me si intitola My Time e le fanno corona dieci gemme appena meno lucenti, da un’innodica Evolution che incrocia gli Elevators con i Byrds di mezzo a una Tell Me Why con scorie di Fab Four primevi, da una Seeing Is Believing che non ci si crede che non fu un hit per quanto è svelta a imprimersi nella memoria a una Everyday che azzarda il raga, da una sospesa This Way Please che prova a rendere l’esperienza psichedelica in 5’06” a un’onirica Reaching Out To You che miracolosamente ci riesce concentrandola in 2’18”. Non sono uno che usa a cuor leggero una parola impegnativa, e facile a svalutarsi, come “capolavoro”, ma è questo un caso in cui merita ed è persino doveroso spenderla.

6 commenti

Archiviato in culti

Richard Hawley – Standing At The Sky’s Edge (Parlophone)

Come minimo spiazzante… Anni passati a coltivare un suono e anche un po’ un’immagine da cantautore confidenziale – a un comunque caratteristico incrocio sul quale convergeva sì Roy Orbison ma per andare a un appuntamento con Ray Davies, Jarvis Cocker e Morrissey – e giusto dopo avere collezionato con “Truelove’s Gutter” le migliori recensioni della sua carriera, probabilmente le vendite più cospicue e come ciliegina sulla torta la designazione a “Disco dell’anno” da parte di “Mojo” che ti combina il Richard Hawley, da Sheffield? Pubblica un album, il suo settimo in studio da solista (ma qualcuno se lo ricorda ancora che fu uno dei Longpigs? ammesso che i Longpigs qualcuno se li ricordi), che per buoni due terzi di programma con i predecessori condivide praticamente nulla. Né aveva messo davvero sull’avviso il singolo Leave Your Body Behind You, certo ben più muscolare della media del catalogo del Nostro e nondimemo con un substrato di romanticismo evidente appena sotto la scorza di squillante (troppo) esultanza. In ogni caso non un biglietto da visita dei più memorabili, diciamocelo. Giusto per sottolineare subito dopo che è nettamente la canzone meno convincente delle nove in scaletta, quella che a sacrificarla il lavoro ne avrebbe tratto giovamento.

Lo metti su, “Standing At The Sky’s Edge”, e per quasi venticinque minuti non fosse per la voce non ci crederesti mai che è il nuovo Richard Hawley. Se She Brings The Sunlight potrebbero essere degli Spacemen 3 contemporaneamente in raro spolvero melodico e pieno trip orientaleggiante, Down In The Woods è tanto schiettamente Stooges da azzardare la citazione diretta. Se la traccia che battezza il disco ha echi doorsiani in rimbalzo fra un muro di chitarre e un altro (che è come assistere alla trasformazione di Chris Isaak in Glenn Danzig in una notte di luna piena), la strepitosa Time Will Bring You Winter è una Lucy In The Sky With Diamonds in versione cosmic rocker. E tutto sommato ci sta allora proprio bene che, dopo avere calato un simile, fragoroso poker, Hawley abbassi per tre brani e una manciata di minuti i volumi e torni a porgersi morbido e suadente: in una sognante Seek It; in una Don’t Stare At The Sun che alla lunga si incattivisce ma il cui tono prevalente è un sentimentalismo soft; in una The Wood Collier’s Grave che folkeggia come potrebbe un Nick Cave daccapo alle prese con una collezione di “Murder Ballads”. Quasi un anticlimax a quel punto il pezzo  scelto per anticipare l’album. Riporta in quota il congedo Before, che parte ballata gentile alla U2 e si evolve in una roba alla Paul Weller circa “Heavy Soul”, però con un surplus di testosterone ed è parola che mai avrei pensato potesse stare in una stessa frase con “Richard Hawley”. Spiazzante, sì.

4 commenti

Archiviato in recensioni

Wovenhand – Live At Roepaen (Glitterhouse)

Non so voi ma io spesso, quando mi ritrovo in mano un CD (o doppio CD, o cofanetto che sia) con un DVD allegato, accantono quest’ultimo per guardarlo in un secondo momento e mi concentro sulla parte audio. Naturalmente va poi a finire che lo metto su mesi dopo e qualche volta mai. Non così – un po’ per via della location che le foto sulla confezione annunciano inusuale e suggestiva, un po’ perché già “solo” ascoltato “Live At Roepaen” mi è parso formidabile e mi è venuta voglia di gustarlo appieno – con un album che non saprei bene come collocare nella complessa e affascinante parabola artistica di David Eugene Edwards. Sicuramente ne è uno degli apici. Sicuramente è un tirare le somme sebbene non nella misura in cui lo fu, per quanto in differita, il “Live March 2001” dei 16 Horsepower. Auspicabilmente – oppure no: in quanto da costui ci si possono ragionevolmente attendere ancora a lungo estro e invenzioni –  non è un congedo da un’avventura nata in sordina, dopolavoro rispetto al progetto principale, e cresciuta fino a occupare per intero un palcoscenico sul quale il Nostro sa essere mattatore come pochi. Ecco, non avendolo mai visto in carne e ossa ero abbastanza scettico riguardo a una nomea di via di mezzo fra un Jim Morrison e uno Ian Curtis. Non più ora che, seppure soltanto su uno schermo televisivo, ho potuto verificare l’intensità stupefacente di una performance da autentico sciamano. E la sapete una cosa? Resta sempre seduto.

Io dico che “Live At Roepaen” prima dovete vedervelo. Vi resterà nella memoria e ogni volta che sarà il CD a girare la potenza iconica di questo spettacolo eternato nel dicembre 2010 in una chiesa medioevale olandese vi catturerà di nuovo, senza scampo. Superflua una contabilità da ragioniere su cosa venga da dove eccetto che per segnalare che, nel disco che forse più di ogni altro certifica l’ampiezza dello iato stilistico fra Wovenhand e 16 Horsepower, tre dei quattordici brani in scaletta vengano dal repertorio di questi ultimi, da quello che fu il loro ultimo album in studio, “Folklore”. Definitivo perfezionamento di un canone di Arcadia rivisitata fra Wilco o, ancor meglio, fra Uncle Tupelo e The Band laddove sin dal capitolo uno i Wovenhand (e si noti che oltre al leader i due gruppi condividono il bassista, Pascal Humbert) hanno inclinato per una psichedelia gotica infiltrata, oltre che di folk nordamericano, di influenze variamente etniche. Dapprincipio in una forma piuttosto libera i cui tratti si sono però fatti con l’andare del tempo più netti, lineari. Vive di uno straordinario equilibrio fra suono puro e canzone un live in cui il blues si innesta e innesca su bordoni di afflato liturgico, l’India si confonde con le Indie (His Rest in tal senso un capolavoro), la California lisergica si ritrova di nuovo alle porte del Cosmo, che notoriamente stanno su in Germania, e una voce ieratica sormonta ora sospensioni acustiche marziali, ora serrati vortici di un’elettricità sferzante. È musica diversamente sacra, di peculiarità rara, sovente sull’orlo dell’indicibile come fosse normale.

9 commenti

Archiviato in recensioni

Blind Alley – 1980-1983 (Onde Italiane)

Nel nome il presagio di un destino amaro con in fondo una strada per l’appunto senza uscita? Mi piace pensare che no, che l’allora ventiduenne Gigi Restagno non avesse che sogni in testa e positività nel cuore quando nella primavera 1980 fondava i Blind Alley. Sigla non so se ispirata dal celebre noir del ’39 di Charles Vidor o da un parimenti famoso racconto di Asimov, o da altro ancora, e formazione a quattro che presto – con la defezione della prima sezione ritmica e il passaggio al basso del leader – si sarebbe ridotta a trio, stabile  – con Luca Bertoglio alla chitarra e Marco Ciari alla batteria – fino a uno scioglimento prematuro che avrebbe lasciato nel limbo dell’incompiutezza un’avventura magnifica. A meno di non essere di Torino e avere all’incirca gli anni che ho io, o massimo dieci di meno, per avere oggi un’idea di chi fossero i Blind Alley, e Restagno, occorre una conoscenza dell’underground tricolore dei primi ’80 ai limiti dell’enciclopedico. Ma per chi allora abitava all’ombra della Mole o poco più in là, fin dove si riusciva a sintonizzare Radio Flash, e si stava innamorando del rock, Gigi Restagno resterà per sempre il fratello più grande che giorno dopo giorno ti faceva scoprire dischi fantastici o i nuovi gruppi di cui avevi al massimo fantasticato, leggendone sul “Melody Maker” o sul “New Musical Express”. Uno non solo dai gusti impeccabili ma che sapeva far radio come pochi o forse nessuno che mi sia capitato di ascoltare dopo di lui, in oltre tre decenni. E poi c’era il Gigi Restagno che, oltre che a trasmettere belle canzoni, le scriveva pure. Chi ebbe la fortuna di vedere i Blind Alley suonare dal vivo per certo non se li è dimenticati. Chi nella primavera dell’83 si affrettò ad acquistare il singolo per la locale Shirak con Whistle March su un lato e I Was Dreaming sull’altro lo conserva come uno dei reperti più preziosi di un rock concepito in Italia soltanto per caso, di assoluto respiro e livello internazionali. Esordio favoloso che sfortunatamente era pure un congedo.

Secondo numero di un catalogo inaugurato a fine febbraio dall’antologia dei Sick Rose pre-Electric Eye di cui già vi diedi conto, “1980-1983” mette in fila sulle sue due facciate formato 12” sette demo dell’80-’81. Vi aggiunge i due brani del 45 giri di cui sopra (di uno pure una versione alternativa) e quella You Were The One che, pubblicata postuma su una cassetta allegata a un giornale, rappresentava finora a mio giudizio l’apice della succintissima discografia ufficiale del trio. Ulteriori due facciate formato 7” offrono una canzone apparsa in un documentario di Daniele Segre e due registrazioni dal vivo, una delle quali è la Streets Of Murder che i Fratelli di Soledad nel ’96 tradurranno come Sulla strada per il loro “Balli e pistole”. Ecco, magari avevate in casa un pezzo firmato Restagno e non lo sapevate. O questo, o Coriandoli a Natale, di cui nel 2006 i Subsonica faranno un singolo e pure un video. Come del disco dei Sick Rose, Onde Italiane (www.ondeitaliane.it) non ha tirato di “1980-1983” che cinquecento copie e al posto vostro non sprecherei questa possibilità di toccare con orecchio coloro che – non riassumendone che parzialmente una cifra stilistica che comprendeva Joe Jackson come gli Who, gli XTC ma anche dei Beatles punkizzati e qualcosa tanto dei primi Ultravox! che dei primi Cure – furono detti “i Jam italiani”. E pazienza per una qualità tecnica traballante per gran parte del programma. In questi solchi si fa un po’ di storia. E poi si muore.

Inopinatamente scioltisi i Blind Alley, Restagno prima darà vita ai Deafear, titolari di due EP fra i pochi vertici veri del gotico nostrano, e quindi ai neopsichedelici Misfits, parabole brevi quanto significative entrambe condivise con Max Casacci. Quest’ultimo oggi è la rockstar che merita di essere. Gigi Restagno nel gennaio 1997 trovava in capo a un percorso esistenziale intimamente tribolato quanto l’immagine pubblica era stata per lunghissimi tratti impossibilmente cool un’ultima, fatale dose. Avendolo incrociato tante volte a questo o quel concerto, in questo o quel negozio di dischi a me resta il rimpianto di essermi accontentato di scrutarlo – con ammirazione – da lontano. Quando almeno un “grazie” glielo dovevo.

12 commenti

Archiviato in ristampe

Non si esce vivi dagli anni ’80 (11)

Un omaggio a un gruppo straordinario, artefice di una neo-psichedelia tutt’altro che revivalistica. Oggi Guy Kyser fa il botanico. Di tanti si dice che sono “braccia rubate all’agricoltura”. Nel suo caso, e purtroppo per noi, sono “braccia rubate al rock’n’roll”.

 

13 commenti

Archiviato in archivi

Siamo la coppia più bella del mondo

Lo erano davvero Erick Lee Purkhiser e Kristy Marlana Wallace, meglio conosciuti come Lux Interior e Poison Ivy e per trentatré anni, dal 1976 al 2009, fulcro e anima dei Cramps. Se un cuore traditore non avesse giocato uno scherzo fatale all’unico uomo capace di eguagliare e financo superare su un palco Iggy Pop, in questo 2012 avrebbero festeggiato i loro quarant’anni trascorsi insieme, amandosi, rispettandosi, divertendosi.  Io li voglio celebrare così.

(Un grazie a Claudio Magnani per avermi segnalato la straordinaria foto del 1972, mai circolata fino a pochi mesi fa.)

Love Me Tender

1972

1977

1980

1982

1986

1991

1992

1998

2006

2008

Home Sweet Home

Bye Bye

1 Commento

Archiviato in anniversari

Spain – The Soul Of Spain (Glitterhouse)

Una fortuna nascere figli d’arte? Non direi proprio. Vero che sarai magari facilitato nel compiere i primi passi, ma lo pagherai con i continui raffronti con chi ti ha dato i natali e tanto di più quanto ne è diffusamente percepita la grandezza. A meno che tu non valga altrettanto e sono però casi rari: Tim e Jeff Buckley, Loudon e Rufus Wainwright. A meno che tu non decida di operare in un campo che è il medesimo di tuo padre/tua madre ma non esattamente. Puta caso, per dire, che tu sia figlio di un eminente contrabbassista jazz. Potrai magari pure suonare lo stesso strumento, ma sarà meglio che ti cimenti con un altro genere di spartiti. Lo capiva Eric Mingus, sangue del sangue del fu Charles, e prima di lui Josh Haden, rampollo di un altro Charlie. Davvero una faccenda di famiglia, dacché con Josh sebbene solo da ospiti suonavano le sorelle Petra e Tanya, l’esordio nel 1995 dei suoi Spain, lo stupendo “The Blue Moods Of”, nel quale di jazz se ne rinveniva sì ma rigorosamente in forma di canzone. Atmosfere notturne fra This Mortal Coil e Billie Holiday, Tindersticks e Chet Baker, quell’album faceva strage di cuori e un brano in particolare, Spiritual, da lì dritto nei repertori di Johnny Cash, Red Hot Chili Peppers, Soulsavers. Anche di papà Charlie ed era probabilmente sigillo d’approvazione più gradito di cento recensioni entusiastiche. A proposito: molto più tiepida la critica con i successivi “She Haunts My Dreams” (1999) e “I Believe” (2001), che optavano invece per un folk-rock fatto di acustiche gentili, archi leggiadri, sparsi fraseggi di piano, un organo liquido, e nei quali gli Spain si riducevano a poco più che uno pseudonimo per il leader. Non più usato fino ad alcuni concerti del 2007 di poco posteriori alla pubblicazione di un disco pure formalmente da solista, “Devoted”. Di scarsissimo impatto e da lì forse il recupero (con musicisti tutti nuovi e dalle sorelle di nuovo dei camei) di una sigla meglio spendibile commercialmente.

Bisognerebbe che ci si mettesse d’accordo: se al secondo e terzo album di Josh Haden e variabili soci era stato imputato di avere accantonato il jazz, creando un marcato stacco stilistico rispetto al debutto, pare strano che adesso a “The Soul Of Spain” si rimproveri di essere troppo nel solco – sin dalla copertina: somiglianza certamente cercata – di “The Blue Moods”. Non è poi proprio così. Lungamente meditato al di là del lunghissimo iato che lo separa dal terzo (e zeppo a detta di chi le ha scritte di canzoni composte a cavallo fra anni ’90 e i primi 2000), il quarto Spain prova in realtà a unificare i diversi canoni summenzionati e secondo me centra il bersaglio il più delle volte. Pur evidentemente privo di un classico assoluto quale Spiritual (troppo scopertamente Falling prova a rifargli il verso), l’album risulta di rimarchevole piacevolezza lungo l’intero arco dei suoi quasi cinquantasei minuti e regala ognnimmodo alcuni vertici niente male: su tutti due ballate country-blues, quali Without A Sound e Walked On The Water, non difficili da immaginare da Chris Isaak, e una, Sevenfold, facilissima da immaginare da Neil Young; poi una Because Your Love un po’ Howe Gelb e un po’ Stan Ridgway e, sul versante più rock, la giocosamente psichedelica All I Can Give.

“The Soul Of Spain” sarà pubblicato venerdì prossimo, 11 maggio.

Lascia un commento

Archiviato in anteprime, recensioni

Presi per il culto (9): Jackson C. Frank – Jackson C. Frank (Columbia, 1965)

È come se un dio feroce si fosse divertito a mischiare un romanzo di Fitzgerald con uno di Steinbeck e poi a infliggerne la trama a un disgraziato in carne e ossa: solo che nessuno scrittore avrebbe forse mostrato così poca simpatia per il suo protagonista e sarebbe stato tanto inflessibile, e totalitario, nella ricerca del perfetto opposto del lieto fine. Questo toccò in sorte a Jackson C. Frank e a ben pensarci quasi pare un colpo di fortuna – l’unico – la morte che misericordiosa lo coglieva il 3 marzo 1999, cinquantacinquenne. “Jackson chi?”, vi sarete chiesti più o meno tutti, con l’eccezione dei più profondi conoscitori del folk britannico di metà ’60. E allora adesso vi racconto una storia, che non è una bella storia. Che strizza il cuore fino a farne poltiglia e poi lo getta nella spazzatura. Ed è così che è la vita per qualcuno.

Jackson C. Frank nasce nel 1943, cresce nei sobborghi di Buffalo, New York, e incontra la musica sui banchi di scuola. Ci manca un niente che ne muoia. È l’inverno che porta il 1954 a sfumare nel ’55 quando l’aula distaccata in cui si tengono i corsi prende fuoco per via di una caldaia difettosa. Nel rogo periscono diciotto dei suoi compagni di classe, lui sopravvive ma con ustioni spaventose in particolare sulla schiena. La tragedia lo segnerà indelebilmente nel fisico (rimarrà storpio) e nella psiche. Lo renderà anche un chitarrista migliore, giacché avrà molto tempo per esercitarsi nei sette mesi trascorsi in ospedale, e, una decina di anni più tardi, un giovanotto discretamente benestante, per via degli oltre centomila dollari di risarcimento infine riconosciutigli da un’assicurazione: la sua fortuna più grande e la seconda peggiore disgrazia. Avendo precocemente imparato che del doman non vi è certezza, il giovane Jackson cerca di spassarsela quanto più può, spende e spande e pure a motivo di ciò negli ambienti del Village che già da tempo frequenta (fra i soci di gozzoviglie John Kay, che diverrà famoso cantando con gli Steppenwolf) la sua popolarità cresce a dismisura. Qualcuno in ogni caso comincia già ad accorgersi che, simpatia e generosità a parte, il ragazzo ha talento, suona bene e sono bellissime le canzoni che scrive. Non sarà però profeta in patria. Nel 1965 salta sulla Queen Elizabeth e si dirige verso la Gran Bretagna con il più prosastico degli scopi: lì potrà comprarsi l’auto dei sogni, una Jaguar, a un buon prezzo (si fa per dire). Singolarmente appropriato che giusto durante il viaggio scriva la sua canzone più memorabile, Blues Run The Game, toccante autoritratto di un ricco giovine sulla strada per l’autodistruzione: “Catch a boat to England, baby/Maybe to Spain…/Wherever I’ve been and gone…/the blues are all the same”. E a Londra… tutti pazzi per Jackson C. Frank a Londra, da una Sandy Denny ancora lungi dalla fama alla coppia Bert Jansch/John Renbourn, viceversa già in marcia per la gloria, da Al Stewart a Roy Harper, a un altro illustre espatriato (provvisorio) quale Paul Simon. È proprio costui a curare la scarna regia dell’omonimo 33 giri. Edito da EMI Columbia, a testimoniare quanto il nome fosse circolato in fretta.

Dicono che Nick Drake se lo sia studiato bene questo disco e non so se sia vero ma lo trovo verosimile. È nel suo ambito cantautorale un capolavoro, integralmente autografo, anche se naturalmente una scala qui e una melodia là (ad esempio in una Milk And Honey reminiscente di House Of The Rising Sun) ricordano altro, come spesso accade nel folk. Ma la personalità è spiccatissima, da una Don’t Look Back a squarciagola all’orecchiabile Yellow Walls, da una Here Come The Blues sintetizzata dal titolo agli struggimenti di I Want To Be Alone, che nel congedo You Never Wanted Me si fanno pressoché insopportabili. L’album vende nulla, la EMI non rinnova il contratto, l’ispirazione svanisce e i soldi idem, ancora più in fretta. Espulso dalla Gran Bretagna perché nullatenente e facente, Frank riattraversa l’Atlantico. Si sposa e ha un figlio ed è l’ultimo (l’unico?) momento di felicità: il bambino muore per una rara malattia, il matrimonio fallisce, la testa non c’è più e cominciano i ricoveri in cliniche psichiatriche. Fra questo e quello, un’esistenza abietta da barbone. Non scrive più, non fa concerti, vive di elemosine e ingrassa spaventosamente. Poco prima che muoia, un fan messosi sulle sue piste lo rintraccia e cerca di organizzargli un ritorno. Troppo tardi.

12 commenti

Archiviato in culti

Moonface – With Siinai: Heartbreaking Bravery (Jagjaguwar)

Quasi un lavoro a tempo pieno seguire in ogni sua impresa Spencer Krug, canadese, trentacinque anni da qui a un paio di giorni e una fama legata principalmente a quei Wolf Parade che, nello scorso decennio, sono stati il gruppo più chiacchierato di Montreal dopo gli inarrivabili Arcade Fire. Tre gli album pubblicati con costoro dal nostro uomo, lì nelle vesti di tastierista e autore di metà del repertorio essendo il chitarrista Dan Boeckner il firmatario dell’altra metà, catalogo relativamente smilzo cui vanno però aggiunti tre EP, il tutto dato alle stampe fra il 2003 e il 2010. E poi, in un arco cronologico appena più ampio, vale a dire dal 2002 a oggi e meno male che il buon Spencer fu un debuttante abbastanza tardivo: quattro album con i Frog Eyes, uno con i Fifths Of Seven, sei con i Sunset Rubdown, due con gli Swan Lake, uno prima di questo come Moonface. Senza contare la minutaglia e vivaddio con i Two Tonne Bowlers sembrerebbe non abbia inciso niente questo cantante, chitarrista, pianista, organista, fisarmonicista, batterista. Leggo che fanno ska e d’accordo che è un supereclettico ma in tali vesti musicali Krug proprio non riesco a immaginarmelo. Cioè… lo stesso che con i Sunset Rubdown declina art-rock sull’orlo del progressive?

Sia come sia: se dici “Spencer Krug” il cultore di cose alternative è innanzitutto e più spesso che no soltanto ai Wolf Parade che pensa, alla loro new new wave a tratti cerebrale ma capace pure di guizzi epidermici che l’hanno portata a frequentare a più riprese le classifiche USA, sebbene nelle zone basse. Come c’era da attendersi, giacché il progetto era bicefalo e sin dal 2007 Boeckner si toglie belle soddisfazioni con i poppettari di classe Handsome Furs, i Wolf Parade sono stati posti in uno stato di animazione sospesa, “a tempo indeterminato” ed è un eufemismo per non ammettere che no, non esistono più. Da allora (era lo scorso maggio), Krug ha agito solamente come Moonface e nel singolare e un po’ estenuante “Organ Music Not Vibraphone Like I’d Hoped” (così come in precedenza nel mini “Dreamland”, dall’altrettanto esplicativo sottotitolo “Marimba And Shit-Drums”) era un alias. Riportandolo in una dimensione di gruppo e sottolineandolo con il suo essere cointestato agli sconosciuti finlandesi Siinai, “Heartbreaking Bravery” lo ritrascina al centro della ribalta indie forse al di là delle intenzioni, confermandone egualmente talento e propensioni idiosincratiche. Né inaudito né prevedibile, si muove perlopiù fra post-kraut e post-punk, fra Bowie circa “Lodger” e i Joy Division, fra un ideale di Scott Walker non ancora alieno e dei Talk Talk scopertisi vicini ai Tangerine Dream non solo nell’ordine alfabetico. Ce li avete presenti i Simple Minds prima che diventassero simply boring? Ecco, più o meno. Opera magari non imperdibile (il Nostro non è mai riuscito a esserlo) e però discretamente intrigante.

Lascia un commento

Archiviato in recensioni