Herbie Hancock 1970-1974: la canzone dello spirito errante

Ancora storie di jazz elettrico e anzi e addirittura elettronico. Declinato da un genio che venne bersagliato di contumelie se possibile più del suo ex-principale, tal Miles Davis.

Dopo lunga latitanza (era in precedenza disponibile, a prezzo di estenuanti ricerche e di un notevole esborso, solo una stampa giapponese), da alcuni mesi è tornato nei negozi “Sextant”, terzo e ultimo capitolo della troppo breve storia dell’Herbie Hancock Sextet. A un quarto di secolo dall’uscita, suscita ancora le emozioni del monolite di 2001: Odissea nello spazio: ammirata inquietudine di fronte a un oggetto alieno, carico di significati che si brama svelare ma si teme nascosti oltre la soglia dell’inconoscibile. Dell’indicibile perlomeno, che dacché qualcuno disse “In principio era il Verbo” è poi la stessa cosa.

Venticinque anni sono dunque trascorsi da quando i ballerini africani che campeggiano sulla bellissima copertina sfrenarono la loro danza. Rito propiziatorio per invocare la pioggia, fa intendere il titolo del primo brano. Efficace, annunciano i nuvoloni che salgono all’orizzonte di un pianoro che ha sullo sfondo monti e una piramide a gradoni. Il sole ormai tramontato li imporpora, mentre una luna enorme incombe e il cielo è tutto uno sfavillare di astri. Ignoro se al tempo Hancock conoscesse i romanzi di Samuel R. Delany, il più grande scrittore nero di fantascienza, ma qualcosa di costui (penso a Nova come referente) nell’artwork di “Sextant” c’è (mentre la copertina del precedente “Crossings” risulterebbe perfetta per il ciclo de Il mondo del fiume di Philip J. Farmer). Ovviamente conosceva, e apprezzava, lo stile afromitologico esposto nelle copertine di Miles Davis a partire da “Bitches Brew”. Le strade del trombettista e del pianista si erano divise immediatamente prima di quell’album.

Benché debba ancora compiere trent’anni, l’Herbie Hancock che nell’autunno del 1969 assembla il suo primo sestetto ha già un curriculum vitae con pochi eguali nel jazz di allora. Nativo di Chicago, ha intrapreso settenne lo studio del piano e appena due anni dopo ha cominciato a esibirsi in pubblico. Non passano che altri due anni e, autentico enfant prodige, lo troviamo solista, alle prese con spartiti di Mozart, con la prestigiosa orchestra sinfonica cittadina. Il jazz lo cattura adolescente. Nel 1960 il trombettista Donald Byrd, dopo averlo visto suonare a Chicago, lo invita a raggiungerlo a New York e colà lo presenta ai responsabili della Blue Note, alla quale il Nostro resterà legato per l’intero decennio. Dopo adeguati esercizi di riscaldamento compiuti suonando in 33 giri di Byrd stesso (“Royal Flush” e “Free Form”) e del Pepper Adams Quintet (“Out Of This World”), Hancock spicca il volo in proprio nel 1962 con “Takin’ Off”. Debutto a dir poco clamoroso: il brano che lo inaugura è Watermelon Man, che diventa immediatamente uno standard, sia del jazz che del pop (indimenticabile la versione di Mongo Santamaria), e un successo da Top 10 americani. Il tempo di offrire solidi contributi a dischi di Grant Green (“Feelin’ The Spirit”), Freddie Hubbard (“Hub-Tones”) e Kenny Dorham (“Una mas”) e di pubblicare altri due LP suoi, “My Point Of View” e “Inventions And Dimensions”, di rimarchevole fascino e spessore e il pianista si ritrova parte del quintetto di Miles Davis.

È la seconda volta in tre numeri che mi ritrovo ad accennare a tale formazione (la completavano il sax di Wayne Shorter, il contrabbasso di Ron Carter e la batteria di Tony Williams), a detta di molti la migliore che abbia mai fiancheggiato il trombettista. Di nuovo, non è la sede adatta per discettarne (prima o poi… ) e mi limito quindi ad appuntare il risaputo: la storia del jazz moderno, orbata delle alchimie di tale stellare compagine, sarebbe stata un’altra e assai meno appassionante. E per la qualità media stratosferica dei dischi e perché codesti fecero da ponte fra il jazz modale di “Kind Of Blue” e l’eretica svolta elettrica di “Bitches Brew”. Insieme e autonomamente, tutti i componenti del gruppo nei tardi ’60 subiscono la fascinazione della rivoluzione psichedelica e l’influenza del montante nazionalismo afroamericano.

Pure dopo essere entrato a far parte del quintetto di Davis, Herbie Hancock ha continuato a suonare in album di altri (i compagni Shorter e Carter, ma anche Jackie McLean, Stanley Turrentine, Wes Montgomery, Lee Morgan, Miroslav Vitous, Albert Heath…) e a incidere come leader, pubblicando in tale veste pietre miliari come “Empyrean Isles” (1964), “Maiden Voyage” (1965) e “Speak Like A Child” (1968). In quest’ultimo 33 giri la voglia di elettricità traspare con chiarezza.

Benché Hancock goda di una grande fama, la sua decisione di assemblare un sestetto appare un azzardo. Il mercato del jazz è troppo ristretto per sostenere un organico così numeroso. Giusto un Davis e qualche gigante della vecchia guardia possono permetterselo e difatti il gruppo non riuscirà mai, nella sua triennale esistenza, a sostenersi da solo e sarà il pianista stesso a finanziarlo di tasca sua, con i diritti d’autore dei vecchi dischi e soprattutto della sempreverde Watermelon Man.  Sacrificio giustificato dalla straordinaria qualità della musica prodotta: a dispetto dell’indifferenza del pubblico (una situazione inedita per un artista applauditissimo sin dal suo apparire alla ribalta) e della miopia, pari a quella dimostrata nei confronti del Miles Davis coevo, della critica, Hancock sarà evidentemente consapevole che le piste seguite portano a lande inesplorate, vero Eldorado per una creatività bisognosa di nuovi stimoli che le evitino di impantanarsi nel manierismo.

Sebbene brillante, l’esordio del sestetto non offre anticipazione alcuna delle strabilianti avventure a venire. Un po’ perché la formazione, che schiera una sezione fiati composta da Joe Henderson, Johnny Coles e Garnett Brown, con Buster Williams e Albert Heath a provvedere i ritmi, non è quella che si delineerà poco dopo, con superstite il solo Williams, e vivrà sull’abbrivio di un’intesa telepatica. Un po’ perché la musica subisce le limitazioni derivanti dal dovere accompagnare delle immagini. “Fat Albert” è una popolare serie a cartoni animati presentata da Bill Cosby. Hancock, che tre anni prima ha firmato la colonna sonora di Blow-Up di Michelangelo Antonioni e il cui cavallo di battaglia Maiden Voyage era nato come commento alla pubblicità di un’acqua di colonia, appronta come sigla un roboante funky che Cosby fa ascoltare ad amici della Warner Bros. Costoro si entusiasmano e offrono un contratto al pianista. “Fat Albert Rotunda” esce nel 1970 e per gran parte del suo svolgimento non si distacca dagli stilemi della title-track: la ritmica è grassamente funky, il piano swinga  ossessivo, i fiati impazzano su cadenze boogaloo. Fanno eccezione le splendide ballate Tell Me A Bedtime Story e Jessica. In quest’ultima il leader si/ci concede l’unico assolo acustico dell’intera collezione, dopo che il trombone di Garnett Brown ha disegnato il tema e il corno di Johnny Coles ha distillato struggimenti infiniti. Ma per quanto piacevole all’ascolto “Fat Albert Rotunda” è opera minore nel canone hancockiano, poco più che una bella curiosità da consigliare ai ricercatori di rare grooves. Ben altro doveva andargli dietro.

Nei mesi successivi all’uscita, Hancock torna intermittentemente a collaborare con Davis (figura tanto in “A Tribute To Jack Johnson” che in “Live/Evil”) e suona in dischi di Freddie Hubbard e di Quincy Jones. Il suo gruppo resta fermo ai box per i continui cambi di formazione. Vanno via Henderson, Coles, Brown e Heath e arrivano un altro Henderson, Eddie (tromba e corno), Benny Maupin (clarinetto e flauto), Julian Priester (trombone) e Billy Hart (batteria). Nei crediti del primo LP, registrato il 31 dicembre del 1970, figurano rispettivamente come Mganga, Mwile, Pepo Mtoto e Jabali, mentre Buster Williams è Mchezaji e Herbie Hancock è Mwandishi. Nomi swahili, si viene a sapere: un segno dei tempi, che chiamano i neri d’America ad acquisire consapevolezza delle proprie radici e a rivendicarle. È un segno dei tempi anche la dedica del brano che inaugura “Mwandishi”: Ostinato (Suite For Angela), omaggio alla militante comunista di colore Angela Davis, incarcerata con accuse pesantissime (dall’omicidio al sequestro di persona) che il processo dimostrerà infondate. Planando sopra il Fender Rhodes del leader tromba e clarinetto tratteggiano trame aeree ma inquiete che l’ingresso di una seconda batteria (Ndugu Leon Chancler), crepitanti percussioni (Jose “Cepito” Areas) e una chitarra elettrica (Ronnie Montrose, nientemeno) infiamma di spigoloso rhythm’n’blues. In You’ll Know When You Get There, che completa la prima facciata, la tromba di Eddie Henderson è se possibile anche più lirica e davisiana, ideale complemento a un basso morbido e sensuale e a un piano che è sciaguattio in chiare, dolci, fresche acque. Ma il capolavoro è Wandering Spirit Song, che occupa per intero il secondo lato e sale lentissima fra incroci di fiati e tintinnare di tastiere, luminoso valzer primaverile che sboccia in uno degli assoli di trombone più spezzacuore che mai si siano uditi.

Il 1971 è occupato in buona parte da un fitto calendario concertistico. L’affiatamento fra i sei raggiunge la perfezione, mentre la musica assume inusitate sonorità elettroniche che scandalizzano i soliti puristi. In realtà di elettronico sul palco c’è poco, giusto qualche effetto applicato da Hancock al suo piano elettrico. Dal banco del mixer, poi, il tecnico del suono aggiunge riverbero ai fiati, donando loro coloriture bizzarre per il jazz. L’inserimento in squadra, come ospite, di un settimo elemento vorrebbe dare alla musica accenti più commerciali. Il Moog di Patrick Gleeson finisce al contrario per renderla del tutto “altra”,  alienando irrimediabilmente pubblico e stampa. Nel 1972 “Down Beat” liquida “Crossings” con toni sprezzanti e mezza stelletta. Per quanto la refrattarietà dei critici alle rivoluzioni sia una costante nelle vicende del jazz, la loro sordità lascia ogni volta sbalorditi. Andate a toccare con orecchio (“Crossings” è rintracciabile, con i suoi due predecessori, sul doppio CD “The Complete Warner Bros. Recordings”) e scoprite di persona una delle svolte epocali della musica (non solo del jazz) degli ultimi trent’anni. Nelle tre lunghe composizioni, Sleeping Giant, Quasar e  Water Torture, che gli danno vita convivono Sly Stone e Stockhausen, una fisicità tutta africana (l’incipit percussivo di Sleeping Giant è tellurico) e melodie astruse, sapori lounge e fughe elettroniche alla Sun Ra, fraseggi pianistici di gusto classico e ritmi sbilencamente funky. Un misconosciuto fratello del davisiano “On The Corner”, che usciva quello stesso anno.

E siamo arrivati a “Sextant”: un passo ancora oltre, laddove nessuno si era mai spinto, sin dall’iniziale Rain Dance. Pensate al Miles Davis di “Bitches Brew” che corre su una Autobahn kraftwerkiana. Pensate che nemmeno i Kraftwerk stessi avevano ancora percorso quell’autostrada. Pensate all’effetto che dovette fare e sappiate che Hidden Shadows e Hornets sono al pari spiazzanti e avvincenti, in miracoloso equilibrio fra l’improvvisazione degli umani e la fissità delle macchine, fra suoni di terra e di altri mondi. Jazztronica ambientale rimasta insuperata.

Con mossa che svela tutto il suo acume manageriale, Hancock ha lasciato la Warner ed è passato alla Columbia prima che fossero evidenti le dimensioni del fallimento commerciale dei primi due lavori del sestetto. Convinti di avere fatto un colpaccio, i suoi nuovi datori di lavoro si svegliano bruscamente quando “Sextant” è un flop persino più drammatico. Non sembra tuttavia che lo scioglimento del gruppo e la successiva svolta, pressoché copernicana, nella musica del Nostro siano stati determinati da loro pressioni. Ritenendo probabilmente di avere esaurito le possibilità del connubio fra jazz ed elettronica e di avere dato fondo alle risorse dei suoi collaboratori, Hancock  assembla una nuova formazione che della vecchia conserva il solo Bennie Maupin. L’unico altro elemento di continuità fra “Sextant” e “Head Hunters”, che esce l’anno dopo, è la presenza dietro il mixer del fido David Rubinson. Per il resto, difficile immaginare dischi tanto diversi e dagli esiti mercantili tanto distanti: poche migliaia di copie vendute il primo, oltre un milione a tutt’oggi, nei soli Stati Uniti, il secondo, risultato che ne fa l’album più fortunato della storia del jazz.

È un disco eccellente, “Head Hunters”, e non ho esitazione alcuna nel consigliarvelo, ma il suo funky che riesce a essere nel contempo elegante (e di conseguenza lezioso, connotazione non positiva) e anfetaminico non offre che una frazione infinitesimale dei livelli di lettura di “Mwandishi”, di “Crossings”, di “Sextant”. Valgono le medesime considerazioni per il seguente “Thrust”, che vedrà la luce sempre nel 1974 e farà anch’esso un bel botto nelle classifiche.

In una carriera immacolata, Herbie Hancock si troverà ancora una volta all’avanguardia, quando nel 1983 confezionerà il brano electro per eccellenza, Rockit. Ignoro cosa se ne scrisse su “Down Beat”. 

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.9, gennaio/febbraio 1999.

10 commenti

Archiviato in archivi

10 risposte a “Herbie Hancock 1970-1974: la canzone dello spirito errante

  1. ma guarda… io Sextant ce l’ho in vinile americano, e me lo godevo beatamente senza saperne nulla…

    • La grande arte è grande arte. Uno può benissimo stragodersi un “Sextant” – e coglierne appieno la bellezza – senza necessariamente essere consapevole di quanto fu anche, a suo tempo, rivoluzionario.

      • Caro Eddy, sono così d’accordo che mi hai fatto meditare sulla differenza tra: il godersi un opera senza averne alcuna informazione, magari senza neanche conoscerne l’autore, e a tutto il gusto o il peso che si può aggiungere venendone a sapere vita morte miracoli e contesto storico sociale di chi quell’opera l’ha suonata, cantata, e chi gli stava attorno.
        Ma l’opera non dovrebbe essere goduta a prescindere? Escludendo tutto ciò che la circonda?
        Ma potrei gustare Robert Johnson o i Sex Pistols o i Neu! senza pensare alla crisi del ’29, alla Thatcher, o alla Baden Meinhof?
        Tra secoli (se ce ne sarà modo) ci sarà qualcuno che potrebbe dire che i Rancid sono meglio dei Clash, o gli Oasis meglio dei Stones solo perchè sono registrati meglio?
        Lo so, sono turbamenti da nerd… ora vado nella scatola delle audiocassette sfuse senza titoli ad ascoltarmi qualcosa di ignoto, e spero di gustarmi un pezzo senza chiedermi niente.

      • Credo che una grande opera d’arte possa essere goduta a prescindere, ma che saperla contestualizzare di norma accresca il godimento. Penso ad esempio che le canzoni di Robert Johnson abbiano una tale intensità che riusciranno a trasmetterti delle emozioni anche se non hai idea di chi fosse chi le ha scritte e interpretate, persino se non ne capisci una parola. Saperle collocare in un tempo e in una cultura, essere consci dell’influenza che hanno avuto sposterà a un livello diverso – sebbene non necessariamente superiore – il piacere dell’ascolto.

  2. stefano piredda

    Questo articolo non lo conoscevo. E devo dire che ho apprezzato molto, al di là della guida all’ascolto dell’Hancock migliore (che è questo sicuramente), la citazione di NOVA: un libro davvero formidabile di un grandissimo scrittore ahimé misconosciuto.

    • Ho avuto un periodo assai lungo (direi almeno quindici anni) in cui ho letto tantissima fantascienza. E ogni tanto qualche citazione saltava fuori.

      • Giancarlo Turra

        Amore per la SF che trova in “Interstellar Overdrive” un inizio?
        mi ricordo anche recensioni dell’immenso PK Dick su Dynamo, Maestro. così come la già da queste parti citata “quote” di Ursula Leguin in riferimento a Julian Cope, vedi sempre Dynamo…

  3. Finalmente la settimana scorsa mi sono deciso a ordinare sul sito di Blow Up Scritti nell’anima ed è arrivato oggi preciso nel giorno del mio compleanno! Potenza del Venerato…

  4. Sciabar

    Come di consueto post magistrale, esaustivo nella ricostruzione degli eventi e profondo nella lettura del contesto storico, sociale, musicale nel quale l’artista si e’ espresso. In effetti molte delle opere dei discepoli di Miles, transfughi del post Bitches Brew, e di tutto il Davis del periodo 1969 – 1975 dovrebbero essere oggetto di un attento revisionismo storico. Troppe volte accusati dalla parte talebana degli appassionati e dei critici jazz di aver voluto fare cassetta grazie al presunto appeal della loro musica sui fans del rock erano in realta’ un manipolo di visionari che cercavano di aprire nuove strade a dispetto del jazz canonico che stava rischiando di entrare in un cul de sac.
    La musica del Miles “elettrico”, dell’Hancock trattato in questo articolo, dei primi Weather Report, del primo Lifetime di Williams, quello di “Emergency!” , fu in realta’ un salto nel futuro, decisamente eccessivo per certi “bacchettoni” dell’epoca. Nonostante oggi ci sia stata una evidente riabilitazione, anche da parte della critica piu’ ortodossa, per tanti il peccato di apostasia resta imperdonabile. D’altronde la storia si ripete sempre, Bird, Dizzy, Trane, Ornette, Ayler, Monk ed altri grandi sono stati spesso dileggiati per essersi distaccati dalle estetiche imperanti nel momento in cui hanno espresso le nuove idee. Ne avessimo tanti anche oggi di Capitani coraggiosi cosi’!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.