Patti Smith – Banga (Columbia)

Sostiene il recensore della BBC che “Banga” è il migliore album di Patti Smith addirittura da “Horses” e quindi il suo secondo migliore di sempre. E forse esagera. Sostiene il recensore del “Guardian” che Patti Smith in vita sua non ha mai cantato così bene come in questa dozzina di canzoni. E forse esagera. Sostiene il recensore di “Now Magazine” che ben poco di quanto è contenuto in “Banga” sembrerebbe apocrifo se trapiantato nei dischi che negli anni ’70 resero Patti Smith la leggenda che ha continuato a essere.  Nonostante certi sprofondi qualitativi negli anni 2000, a dispetto di troppa e troppo compiaciuta autoreferenzialità. E forse esagera. Forse esagerano tutti quanti, ma più gli ascolti si susseguono e meno mi sembra sia così. Forse non esagerano, oppure solo un poco. Ma poco, eh?

Naturalmente non può avere, “Banga”, l’intensità indicibile e dolentissima di un “Gone Again” che si nutriva di lutti impossibili a elaborarsi nel breve. A maggiore ragione dopo che nel 2010 uno di quei cari estinti, Robert Mapplethorpe, è tornato per uno di quei miracoli che solo l’Arte con la “a” maiuscola può compiere a vivere, nelle pagine di un libro straordinario quale Just Kids. Rito di pacificazione che ha sparso e insieme asciugato le ultime lacrime. E altrettanto naturalmente sarebbe stato insensato, folle aspettarsi dall’undicesimo album in studio di Patti Smith i sommovimenti tellurici che indusse il primo, trentasette anni or sono. La stessa lingua di miele e di fiele, di marmo e di magma, una medesima febbre salvifica ed entusiasmante di gioventù che non può darsi in nessuna sessantacinquenne, per quanto di Patti Smith si possa dire oggi ciò che fino a ieri l’altro si diceva del suo amico e maestro Tuli Kupferberg: la più anziana teenager al mondo.

Che cosa si poteva allora – ragionevolmente – domandare a “Banga”? Qualche canzone, se non esattamente degna del Mito dell’artefice, almeno passabile quando “Gung Ho” non ne aveva offerte che due e l’orrido “Trampin’” una. Una produzione meno tronfia di quella che avrebbe affondato comunque due lavori di loro incapaci di stare a galla. E quale confessione più chiara di inaridimento creativo ci sarebbe potuta essere, dopo, della collezione di cover perlopiù pletoriche di “Twelve”? Insomma: a questo giro si supplicava da Patti il minimo sindacale. È allora quasi più sconcerto che sollievo quello che prende da subito, dal cambio di passo dal recitativo su un rintoccare di piano al cantato su ritmica e violino una manciata di secondi dentro Amerigo. Fatto è che immediatamente si respira un ineffabile qualcosa che si era fatto così antico che a reincontrarlo pare nuovo. Fatto è che la teatralità (indubbia) vive di nuovo di dinamismi imprendibili assecondati da una produzione che non sottolinea ma accompagna. Isolato miracolo sistemato a incipit piuttosto che in calce come era stata in “Trampin’” la traccia omonima? Il timore viene spazzato via prima dalla doppia apoteosi di ritmica squadrata, basso discendente e chitarre scintillanti del dittico April Fool/Fuji-san, quindi da una This Is The Girl deliziosamente indecisa fra blues e valzer. E se forse fino a questo punto a “Banga” mancava qualcosa capace di andare oltre una pur bellissima calligrafia ed era precisamente quella febbre che ho appena scritto sarebbe stato irragionevole attendersi, ecco, avanza al proscenio la title-track ed è come se fosse di nuovo il tempo del CBGB’s. Dopo di che tutto il resto potrebbe essere mancia e così non è, assolutamente: non una Maria di incantatoria tenerezza, non l’innodia liturgica in botta d’Oriente di Mosaic, non la psichedelia adeguatamente cosmica di Tarkovsky o sinuosamente seducente di Nine. Men che meno lo struggersi di archi appesi a un arpeggio chitarristico di Seneca, introduzione appropriatamente modesta all’odissea spoken su una sorta di raga di Constantine’s Dream, dieci minuti che la prima volta ti provano e la terza vorresti che fossero venti, che non finissero mai. Così come la prima volta la fedele resa del classico di Neil Young After The Gold Rush sistemata a suggello ti pare posticcia e la terza ti commuove. Cristosanto, Patti… che razza di grandissima figa che sei ancora.

20 commenti

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20 risposte a “Patti Smith – Banga (Columbia)

  1. Carlo Bordone

    ero curioso di sapere cosa ne pensassi.
    sospiro di sollievo…

    • Giancarlo Turra

      A caldo, senza aver ascoltato il disco, un grumo di riflessioni: 1) una cosa scritta in modo così sublime la diresti sprecata per internet: poi pensi al blog dov’è pubblicata e tutto ha senso; 2) se il disco è veramente così bello – e non ho ragione di dubitarne, ma preferisco toccare con mano – ecco che ci troviamo l’ennesimo lavoro grandioso da un’artista di una certa età.

      Alla faccia della “musica govane”. Questa è la musica classicoa di oggi.

      • Rispondo al punto 1: il rispetto per il lettore è dovuto sempre, dovunque uno scriva, fosse anche il giornaletto del circolo delle bocce.

    • Al primo ascolto ti domandi: “Ma è DAVVERO così buono?”. Al terzo non te lo chiedi più. E finalmente un po’ di bella gioventù irruppe in una possibile lista di dischi dell’anno che, a oggi, includeva come sicuri soltanto quei vegliardi di Leonard Cohen e Dr. John…

      • Giacomo

        Sono pienamente d’accordo sul rispetto per il lettore. Infatti nel quotidiano per cui correggo le bozze non tralasciamo nemmeno la settimanale pagina delle bocce.
        Definisci Trampin’ “orrido”, mentre sul Mucchio si becca un “pessimo”. Io l’ho ripreso e mi sembra un ottimo disco. A cominciare dalla Jubilee iniziale.

      • Per giudizio praticamente unanime quel disco è il peggiore di sempre di Patti Smith. Poi i gusti sono gusti, va da sé.

      • giuliano

        beh, giudizio proprio unanime non direi. mojo gli diede la 5 stelle, se non ricordo male…

      • Possibilissimo. “Mojo” io da sempre lo compro per gli splendidi e documentatissimi articoli, non certo per una sezione recensioni di affidabilità davvero bassa.

  2. giuliano

    lo sto ascoltando da qualche ora e, altro che sospiro di sollievo: è un disco finalmente degno della sua storia (a me, tuttavia, twelve piacque molto). E dire che al primo ascolto amerigo e april fool -le prime due- non ti prendono subito il cuore. poi il disco decolla, e a ogni ascolto guadagna qualcosa. La prima volta after the gold rush lascia qualche dubbio per quel finale con il coro di bimbi, che appare stucchevole. poi sì, hai ragione, commuove. I picchi sono tanti: nine, fuji san, maria, banga… e poi constantine’s dream, con quel recitativo in italiano, centrato su un dipinto di piero della francesca (così mi pare di aver capito) un po’ mi emoziona, lo ammetto.

    e siccome la mia lista di metà anno, a questo punto, è la seguente (in ordine di gradimento)

    1 patti smith – banga
    2 mark lanegan – blues funeral
    3 pontiak – echo ono
    4 sharon van etten – tramp
    5 damien jurado – maraqopa
    6 ty segall/white fence – hair
    7 alabama shakes – boys & girl
    8 pond – beard wives denim

    …noto con piacere che qualche ggiovane, per fortuna, c’è.

    • Però concedimi che i più giovani di tutti – quegli Alabama Shakes che in quattro fanno poco meno degli anni di Cohen da solo – stilisticamente sono i più fedeli alla linea nell’ambito di un ben preciso canone. Sembrano quasi usciti da una capsula temporale e lo dico (vedasi recensione proprio su questo blog) pur avendoli apprezzati parecchio.

    • Giancarlo Turra

      Pontiak, secondo me, inferiore agli eccelsi predecessori… bello e molto, ma gli manca il quid che avevano gli altri dischi. comunque un ***/***** 😀

      • giuliano

        Allora non mi rimane che prendere anche i predecessori, perché questo era il mio primo disco dei pontiak. E mi ha steso.
        Lo stesso effetto me lo avevano fatto l’anno scorso i Wooden Shjips con West, per rimanere in tema di neo-psychedelia.
        Per non parlare dei Tame Impala con Innnerspeaker due anni fa.

  3. Cristo santo Eddy, che razza di ormoni hai? (ok, altro disco da mettere in lista!)

  4. ” E se forse fino a questo punto a “Banga” mancava qualcosa capace di andare oltre una pur bellissima calligrafia ed era precisamente quella febbre che ho appena scritto sarebbe stato irragionevole attendersi”.

    Mi spiegava Patti che la sua intenzione era proprio quella di riprendere la struttura di tanti capolavori degli anni ’60, che iniziavano in modo pop e lasciavano “la febbre” verso la fine.

    L’esempio che mi faceva erano i Doors, che aprivano i loro dischi con pezzi tutto sommato pop, e li finivano con brani che esprimevano la febbre della quale parli.

    Dopodiche’ mi diceva che aveva avuto la stessa intenzione anche con Horses, anche se in questo caso un po’ dissento perche’ Horses aveva, appunto, una febbre da cavallo fin dalla prima nota.

    Ciao,
    Fabio

    • Giancarlo Turra

      Benvenuto Fabio. Pensavo ti avrei trovato qui (e non andiamo oltre con l’OT stile Raffaella Carrrà :D)

      • Proprio se Eddy e’ disposto a ospitare la carrambata: quando ho letto il tuo nome qui non mi sono affatto stupito, carissimo Giancarlo.

    • Per chi legge – e potrebbe anche non saperlo – dico che Fabio Barbieri è, fra altre cose, un collaboratore storico di Radio Popolare. Grazie per l’intervento.

      • Giancarlo Turra

        Eccellente padrone di casa, il VM, davvero. Posso lasciare una boccia di Porto (per ora) virtuale, per chiudere le chiacchierate autoreferenziali ;D ?

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