Le discese ardite e le risalite di Ziggy Bowie

Come avrete letto più o meno ovunque, ricorreva questa settimana il quarantennale della pubblicazione di “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”. Mi unisco alle celebrazioni recuperando un intervento con il quale partecipai a un Destroy Babylon, rubrichina nella quale – all’inizio dell’avventura in edicola di “Blow Up” – ci si divertiva a rimettere in discussione capolavori più o meno conclamati, senza rispetto per niente e nessuno. Io comunque questo classico del David Bowie era glam lo difesi. Abbastanza.

La prima cosa che colpisce tornando,  molto tempo dopo l’ultima frequentazione, ad ascoltare “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (titolo fumettistico che la dice già lunga sul modus operandi del lavoro) è la qualità dei suoni: straordinariamente ben definiti e rifiniti, dettagliati e dinamici (gira, mentre scrivo queste righe, una vecchia copia in vinile e il consiglio di “suonare al massimo del volume” appare del tutto sensato); perfettamente funzionali ad arrangiamenti che nel mentre emulavano la levigatezza di un Phil Spector anticipavano, via New York Dolls, guascone rudezze  punk-rock. Se un album per altri versi invecchiato male come questo (nonostante tanti, a partire dai primi Suede, abbiano tentato di riportarlo in auge) può ancora giustificare la nomea di “classico” che ha cucita addosso, è proprio in forza di tali arrangiamenti. Semplicemente prodigiosi, magistrali nell’impastare chitarre acustiche arpeggiate ed elettriche ringhiose, archi, ottoni e un piano rock’n’roll più nell’accezione Elton John (Star è a tal riguardo esemplare) che non in quella Jerry Lee Lewis del termine. E così facendo a trasformare brani orecchiabili ma esili  in cavalcate glamorous ognora in grado di risvegliare, come le avventure dei supereroi, il ragazzino che è in noi.

Progressioni armoniche elementari (vedi Starman,  candidata ideale a essere “la prima canzone che ho imparato a suonare alla chitarra”) e sonorità epidermiche: aggiungete un’immagine androgina e per i tempi provocatoria, ma nel contempo non troppo “pericolosa” (Iggy era un’altra cosa rispetto a Ziggy, è chiaro), e comprenderete come mai fu questo l’album che nel 1972 fece di David Bowie, dopo un lungo apprendistato, la stella che è da allora e, per qualche tempo, l’oggetto del desiderio di milioni di adolescenti con gli ormoni in subbuglio. Costoro furono gettati/gettate nell’angoscia più nera (dramma vero, tipo “Robbie ha lasciato i Take That!”) il 3 luglio dell’anno dopo quando, al termine di un concerto al londinese Hammersmith Odeon e appena prima di attaccare Rock’n’Roll Suicide, il Duca annunciava: “Non solo questo è l’ultimo spettacolo del tour, è il nostro ultimo spettacolo di sempre”. L’urlo di genuina disperazione, immortalato nel doppio “Ziggy Stardust – The Motion Picture”, che si leva dal pubblico spiega il fascino di certo rock più di quanto qualunque critico riuscirà mai a fare.

Non era tuttavia Bowie a lasciare la ribalta bensì il personaggio Ziggy, divenuto nel frattempo troppo ingombrante e limitante. Una fortuna, dacché se no ci saremmo persi quella Trilogia Berlinese, “Low”, “Heroes” e “Lodger”, che per un certo altro rock è stata determinante e che è ciò che ha reso il Nostro uno dei grandi di questa musica, ove se la sua vicenda fosse finita nel 1973 non sarebbe stato che una noterella a pie’ di pagina. Nondimeno, sebbene più rilevante a livello di storia del costume giovanile che non di storia della musica, “The Rise And Fall” dispensa tuttora fascino di nobiltà decaduta e qualche buona, fanciullesca vibrazione. C’è da dubitare che fra ventisette anni si potranno scrivere le stesse cose di Marilyn Manson.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.18, novembre 1999.

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