Japandroids – Celebration Rock (Polyvinyl)

Ma in concerto come faranno? La domanda sorge spontanea dopo questi altri trentacinque minuti (i primi ce li avevano recapitati tre anni or sono) di gioioso massacro sonico inscenati da Brian King e David Prowse. E d’accordo che spergiurano che è più o meno tutto “dal vivo in studio” ma io la natta vorrei proprio togliermela, sentirli con orecchio, e soprattutto vederli, mentre erigono un simile wall of sound con giusto una chitarra elettrica e una batteria: “Look, mom, no hands!”. E fino a quel momento non riuscirò a fidarmi al 100% dei resoconti entusiastici di chi a un loro spettacolo ci è stato. Spalanchi la confezione di “Celebration Rock” – nel nome un programma – ed eccolo lì Brian, strumento levato al cielo di fronte a un mare di braccia tese e plaudenti. Sul davanti di copertina invece (stessa identica grafica del predecessore “Post-Nothing”, stesso numero di brani) guarda come il suo compare dritto in camera e hanno entrambi facce un po’ così. Quelle espressioni un po’ così di gente che è stata a Vancouver (ci è nata) e darsi al rock era pure un modo di andar via. Ricordate? Il disco prima iniziava con The Boys Are Leaving Town e ho qualche dubbio che fosse una citazione dei Thin Lizzy.

Qui si parte con The Nights Of Wine And Roses e chissà se, fra i tanti rimandi insiti in un titolo così, ce n’è pure uno ai Dream Syndicate. Per intanto e solamente per la seconda volta, singoli compresi e la prima era incredibilmente oscura, i ragazzi si producono in una cover.  Se vi dico che For The Love Of Ivy segna non esattamente un momento di requie ma almeno un attimo in cui la pur ludica tensione si stempera un filino (con un pezzo dei Gun Club!) intenderete quali siano i due passi cui viaggia il disco: veloce e più veloce. Volume? Fragoroso e più fragoroso. Potrebbe diventare una bella noia non fosse che i ragazzi si porgono con brio eccezionale e un gusto per il pop che non è da tutti. Per quanto la chitarra sferzi e urli, la batteria trituri, le voci declamino, mai l’insieme si fa claustrofobico e anzi è il contrario, arioso. Come una collisione fra Dinosaur Jr e gli ultimi Hüsker Dü, benedetta dai Replacements. Prima dei fuochi d’artificio che chiudono (letteralmente) la marziale Continuos Thunder e con essa il disco, i Japandroids consegnano agli annali una loro Born To Run 2012 chiamata The House That Heaven Built e lì l’applauso scatta spontaneo.

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