Nick Waterhouse – Time’s All Gone (Innovative Leisure)

Nel mondo in cui vive Nick Waterhouse i Beatles non sono ancora sbarcati in America, si chiamano Quarrymen, non li conosce nessuno e hanno un’età media sui quindici anni. È il 1957. Alla radio va forte Do You Mean It di Ike Turner & His Kings Of Rhythm e l’anno prima Little Willie John è andato al numero 24 nella classifica pop e all’uno in quella R&B con Fever. Van Morrison è un dodicenne che prende a calci lattine per le strade di Belfast e, avendo appreso qualche accordo dalla raccolta di spartiti (curatore Alan Lomax) Carter Family Style, è fresco di prove con la sua prima band, un gruppo skiffle chiamato The Sputniks. Non ha naturalmente idea che da lì a qualche anno formerà i Them, né che uno dei loro brani di maggiore impatto sarà, nel 1966, I Can Only Give You Everything. E come potrebbe sapere che quella canzone figurerà nel 2012 nel primo album di un giovanotto californiano nato nel 1987? Suonata esattamente come avrebbe potuto suonarla Ike Turner cinquantacinque anni prima. Fatta così, come retro di Do You Mean It sarebbe stata perfetta. Benvenuti nel mondo di Nick Waterhouse.

Va bene, un po’ ho esagerato, lo ammetto. Dire che il giovanotto è totalmente ignaro di quanto accaduto in materia di popular music dai primi ’60 in avanti è una forzatura, giacché le finora scarne note biografiche si peritano di informarci che gli appassionatissimi genitori lo tiravano su, oltre che con robuste dosi di John Lee Hooker, ad Aretha Franklin e Wilson Pickett, ma pure a Van Morrison. Fino a fine ’60 dovremmo arrivarci. Possibile che nelle prossime uscite il ragazzo, che nel frattempo avrà tutto l’agio di studiare essendo impiegato in un negozio superspecializzato in rarità black, si applichi (le basi della Atlantic già perfettamente padroneggiate) al suono della Stax e, chissà, magari addirittura a quello della Hi Records. Da qui ad allora questo divertentissimo Time’s All Gone ce lo terremo stretto. Vi sembrerà contraddittorio rispetto a quanto letto finora: rubricarlo sic et simpliciter alla voce “revival” sarebbe un errore. Il Nostro è filologico ma relativamente, non fa cover a parte la summenzionata dei Them (dunque tutt’altro che appiattita sull’originale) e del tempo in cui si immerge pare interessato più a omaggiare lo spirito che non a ricreare fedelmente i suoni. Si possono dunque mischiare le carte, come ad esempio in una Indian Love Call che ucronicamente si fa prodromo di She’s Not There. Energia cui la perdita di controllo è interdetta da un’innata eleganza, penna ispirata e ogni tanto furbetta (Fever in tralice tanto nell’iniziale Say I Wanna Know che in Teardrop Will Follow You), Nick slalomeggia in trentadue fulminanti minuti fra chitarre taglienti e sassofoni starnazzanti, ritmiche sferraglianti e voci femminili di innocenza innocentemente artefatta. E chi non muove il culo peste lo colga.

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