Presi per il culto (16): Link Wray – Bullshot (Visa, 1979)

“Non fosse stato per Rumble, non avrei mai preso in mano una chitarra”: parole di Pete Townshend citate immancabilmente quando si parla di Link Wray e il leader degli Who non era che uno dei soci di un club di estimatori quantomai variegato. Giacché non vi sono altri che possano vantare di avere avuto Jerry Garcia ospite in un proprio disco e avere ispirato a Lemmy il titolo della sua canzone più memorabile (Ace Of Spades) e una buona metà del suono dei Motörhead (inventato in pieni ’50!), di essere stati accolti nel salotto di Elvis e avere avuto più di un singolo nel jukebox di John Lennon. Ritenuto l’inventore del garage come dell’heavy metal, nume tutelare per i Cramps come per il grunge, idolatrato da Quentin Tarantino che nei ’90 lo riportava in auge piazzandolo a ripetizione in interviste e colonne sonore, il nostro uomo aveva alla morte, sopraggiunta nel novembre 2005, l’onore ultimo e definitivo di vedersi omaggiato pubblicamente sia da Dylan che da Springsteen con una cover: Rumble, guarda un po’, con la quale entrambi aprivano alcuni loro spettacoli. Se ne andava sentendosi apprezzato, a quattro mesi dall’ultima apparizione live e avendo dato una quarantina di concerti nel 2005. Non male per un settantaseienne che campava con un polmone solo da quando di anni ne aveva venticinque, avendo sacrificato l’altro alla patria in Corea. Evento che gli segnava la vita anche in questo senso: che era perché un medico gli sconsigliava di cantare che, una volta congedato, si concentrava sulla chitarra. L’avrebbe fatta suonare quella Les Paul (passerà poi a una Danelectro Longhorn dal manico sproporzionatamente lungo) come nessuno prima. Avrebbe inventato il fuzz senza il fuzz, squarciando le membrane degli altoparlanti per produrre distorsioni inaudite.

A oltre mezzo secolo dacché fu incisa ancora promana da Rumble (nello slang giovanile era l’attesa, carica di minaccia, che anticipa uno scontro fra bande di teppisti) un’aura di violenza pronta a deflagrare che stordisce. Non pare più assurdo, dopo averla ascoltata, apprendere che fu bandita – uno strumentale! – da pressoché tutte le radio americane. Andò ciò nonostante al numero 16 nella classifica generalista e a fine 1958 aveva venduto quel milione e mezzo di copie. L’anno dopo pure Rawhide supererà la soglia del milione di copie: sorta di Born To Be Wild un decennio in anticipo, inno senza parole per ogni delinquente minorile con una giacca di pelle e una moto sotto il culo, scagliata verso un infinito niente.

Io la Rawhide originale l’ho sentita qualche tempo dopo la comunque magnifica rilettura inclusa in questo LP del 1979 che catturai, a un tre o quattro anni dall’uscita, buttato fra i “tagliati” a lire 2.900 (la settimana dopo tornai e mi presi, allo stesso prezzo, un “Live At The Paradiso” successivo di un anno e al pari da urlo e da culto). Lo tirai su, avendo un’idea vaga di chi fosse questo chitarrista del North Carolina di ascendenze pellerossa sempre orgogliosamente rivendicate, per il fascino di una copertina iconica. Per quel ciuffo da Elvis, quegli occhiali da Roy Orbison, quel giaccone da James Dean, quella Gibson brandita come un’arma. Mamma mia, che colpo che fu! Sarei andato dopo a ritroso, procurandomi le incisioni storiche (incredibili) e alcune altre dei primi ’70 (prescindibili), ma per intanto per qualche settimana o mese che fu Bullshot (per Wray il momento più alto di un finale di decennio scoppiettante, innescato dal fortunato sodalizio con quel fantastico rockabilly man di Robert Gordon) monopolizzò il mio stereo. E ogni volta che torno a farlo girare lo ritrovo magnifico come nel ricordo. Superbe le cover: una Fever cupa e tagliente, da Suicide; una It’s All Over Now Baby Blue tonante e acida quasi quanto quella dei 13th Floor Elevators; una Don’t degna di Elvis. E superbo tutto l’autografo resto, dal boogie di Good Good Lovin’ a quella Rumble in sedicesimo che è Snag, da una Just That Kind con qualcosa di stoniano all’hard surf di Switchblade. A una The Sky Is Falling in transito dal languore alla vertigine.

17 commenti

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17 risposte a “Presi per il culto (16): Link Wray – Bullshot (Visa, 1979)

  1. Domino Joe

    GRANDISSSIMO ALBUM!!! Switchblade era la mia sigla in radio, circa 1979…

    • stefano piredda

      Domino Joe? Fan dei Dusty Chaps?
      Loro sì che sono da ‘presi per il culto’…

      • Domino Joe

        “DOMINO JOE”, Dusty Chaps, anno di grazia 1978, su Capitol Records, il “CONCEPT ALBUM” per eccellenza!!! Domino Joe, Goodtime Charlie, Annabel Walker, Dolores… Carne Seca Chimichanga, Chili, Hot Tamale and a bottle of beer al Club De Mexico, con western polka naturalmente…

    • Ola Domino, non avevo mica visto chi sei. 😉 Ma per trasmettere bigiavi scuola?

      • Domino Joe

        ola Venerato, non bigiavo, era alla sera dalle 22.00 alle 24.00, il programma si chiamava NIGHT OF THE LIVING ROCK (!), anni storici 1978/1979 FM radio della bassa padana, lombardia quasi al confine col piemonte… che dischi, che dischi! conobbi Link Wray attraverso “Fresh Fish Special”, il secondo in coppia con Robert Gordon, quello con la straordinaria “Fire” di Springsteen. Potevo trasmettere quel che volevo e la sigla erano i primi dieci secondi dell’intro iniziale del live dei TUBES, fino a che pronunciavano rock’n’roll, poi partiva la musica, in alternanza “Rock’n’Roll” di Lou Reed da “R’n’R Animal” o, appunto, “Switchblade”… l’inizio di “Switchblade” mi ha sempre ricordato una chitarra suonata con un coltello…

  2. stefano piredda

    Live At The Paradiso lo comprai su tuo consiglio una bella cifra di anni fa.
    (e ti ringrazio ancora adesso)

    Ed è bello che tu abbia ricordato en passant (per due volte in pochi giorni, in realtà) il grandissimo Robert Gordon,
    che era uno forte!

  3. david mariotti

    Bel disco, credo di avercelo ancora registrato su un lato di una C-90 a casa dei miei. Preferisco però Live at the Paradiso, uno dei dischi dal vivo più sottovalutati di sempre. Tra gli estimatori di Link c’è anche Jimmy Page, ne parla in una scena di It might get loud da lacrime agli occhi.

  4. stefano piredda

    Manuel Puig in persona, Maestro!

  5. Orgio

    Mi serve un consiglio, VMO (e tutti gli altri). Non ho (colpevolmente) niente di Link Wray: cosa mi metto in casa? Vedo che ci sono molte raccolte, e “Rumble! The Best Of Link Wray” mi sembra la più completa: mi sbaglio? Altre idee?
    Grazie

    • Giancarlo Turra

      Io la posseggo e posso dirti che è ottima. Va via liscia che manco t’accorgi…

      • Orgio

        Mi hai appena convinto a spendere 8 euro.

      • Bravo. E visto che ci sei potresti anche spenderne 19,90 per il fondamentale “Rock- 1000 dischi fondamentali”, in cui la raccolta in questione è doverosamente inclusa. Non vi è domanda sul significato della vita cui quello straordinario volume non offra una risposta. Ascolta me, ascolta un consiglio disinteressato.

  6. Orgio

    😀
    8 li ho, 20 insomma…comunque, l’ho scorso fugacemente in ripetute incursioni in libreria: opera senz’altro competente (Guglielmi-Cilìa, non fo per dir…) e che senz’altro presta il fianco a obiezioni (basta leggere la sezione “Chi Sono” di questo blog), ma mi pare un po’ scarna, nel senso che è l’ennesima classifica di dischi, e personalmente preferisco letture magari meno estese stilisticamente ma più approfondite, come i tuoi articoli (o altri della stampa musicale) e le relative raccolte: infatti attendo il tuo personale “Rumble!” cartaceo, che so essere in dirittura d’arrivo.

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