Biff Bang Pow: le memorabili creazioni dei Creation

Sempre adorato i Creation, dalla prima volta che mi imbattei in loro e doveva essere più o meno la metà degli anni ’80. Bizzarro allora che non conservassi memoria di avere scritto questo articolo. Alla ricerca nei miei archivi di materiale da recuperare per Venerato Maestro Oppure me lo sono ritrovato davanti con grandissima sorpresa e solo rileggendolo mi è tornato in mente di quando, poco dopo la prematura scomparsa di Kenny Pickett, Claudio Sorge mi telefonò per commissionarmelo. La raccolta che incenso non si trova più ma ce n’è in compenso un’altra, “Our Music Is Red With Purple Flashes”, che la recupera integralmente aggiungendo qualche traccia ancora.

Per definizione, dicesi “di culto” un gruppo che ha lasciato dietro di sé una scia nella quale altri si sono inseriti e una schiera di apologeti con vocazione al proselitismo. Ora, poche altre compagini di musicisti hanno incarnato l’essenza del “gruppo di culto” quanto gli inglesi Creation. Faccenda ardua con loro sfuggire alla retorica del “poveri ma belli”.

Evitare accenti retorici è reso vieppiù difficile da una sfortunata coincidenza: questo articolo viene scritto quando è ancora fresca la notizia della morte per infarto, il 10 gennaio scorso, di Kenny Pickett, che del complesso fu, oltre che il co-autore di un buon terzo del peraltro poco cospicuo repertorio, la voce. Una morte prematura (Pickett aveva cinquantaquattro anni) che farà probabilmente sì che non vi sia un seguito all’omonimo LP dato alle stampe dal gruppo un paio di anni or sono, per la Creation di quell’Alan McGee tanto devoto alla band londinese d’adozione da battezzare con il suo nome la sua etichetta e con il titolo di una canzone dei Creation stessi, Biff Bang Pow, il proprio dopolavoro musicale. Il fan numero due del gruppo, dacché il titolo di fan numero uno spetta di diritto a Pete Townshend, che nell’autunno 1966 chiese insistentemente a Eddie Phillips di unirsi agli Who come secondo chitarrista e, ottenutone un cortese diniego, vagheggiò per un attimo di unirsi lui ai Creation. Il compromesso fra le ragioni del cuore e quelle della mente fu raggiunto con l’iscrizione di Townshend al “Creation Fan Club”. Ma sarà il caso di andare per ordine…

Le cronache (che dobbiamo interamente alla penna puntigliosa del solito Brian Hogg, autore delle note di copertina della raccolta Edsel “How Does It Feel To Feel”, che nella versione su CD raduna poco meno dell’opera omnia della band) narrano che tutto cominciò dalle parti di Cheshunt, Middlesex, nel sessantatré, con un quintetto chiamato Jimmy Virgo & The Blue Jacks. Lo componevano, oltre al leader alla voce, Norman Miffen alla chitarra solista, Mick Thompson alla ritmica, John Dalton al basso e Jack Jones alla batteria. Quando prima Virgo e poi Miffen lasciarono, rilevati rispettivamente da Kenny Lee (presto Pickett) e Eddie Phillips il complesso assunse una nuova ragione sociale, Mark Four, e firmò per la Mercury. Per tale casa pubblicò due 45 giri con scolastiche riprese di Bill Haley, Larry Williams, Marvin Gaye e Johnny Otis (rock’n’roll, country, soul e rhythm’n’blues, dunque, gli stili praticati). Passò poi alla Decca per i cui tipi licenziò altri due singoli, contenenti materiale originale a firma Pickett/Phillips questi e di ben superiore levatura: canzoni energiche e melodiche nel contempo, con qualche schizzo di feedback, inchini a Bo Diddley e un sentire comune con i coevi Who e Kinks. A questi ultimi, non a caso, si unì John Dalton. La contemporanea defezione di Thompson ridusse il gruppo a quartetto. Stabilita la propria base in quel di Londra, arrivato Bob Garner a sostituire Dalton, con un nuovo manager nella persona di Tony Stratton-Smith (futuro fondatore della Charisma) e un produttore di grido e valentissimo come Shel Talmy, che proprio con Who e Kinks aveva lavorato, in cabina di regia, parve ai Nostri che fosse il caso, per sottolineare tutte queste novità, di rinnovare pure il nome: e Creation fu.

È quindi un esordio per modo di dire Making Time/Try And Stop Me, il 7” con il quale i quattro debuttarono nel giugno ’66. Strepitoso nondimeno, soprattutto il lato A, da allora uno degli archetipi del suono garage, ripreso in decine di versioni e assunto da taluni anche come ragione sociale. Il retro ha un chiaro referente negli Who di Substitute ma è lungi dall’essere copia conforme. I riscontri di classifica furono modesti: si fermò alla quarantonovesima posizione. A crescere presto a livelli notevoli fu la fama delle esibizioni live dei Creation, eventi invero memorabili a detta di chi c’era: quasi più performance teatrali che concerti, con Pickett impegnato, oltre che a cantare, a dipingere con bombolette spray fogli e tele che dava poi alle fiamme a rappresentazione terminata e Phillips intento a modellare il suono della sua sei corde con ogni mezzo ritenuto necessario, compreso un archetto di violino (Jimmy Page riprenderà l’idea). Un po’ Crazy World Of Arthur Brown (un altro che a quegli spettacoli scippò un’idea o due), un po’ (senza saperlo) Velvet Undergound alla Factory, figli di una cultura mod non più tanto à la page e antesignani di quella hippie che sboccerà solo nell’estate dell’anno dopo, i Creation si trovarono intrappolati fra due ere del pop inglese e ne pagarono lo scotto. Il 45 giri successivo, Painter Man/Biff Bang Pow (bel problema scegliere fra le lusinghe melodiche del lato A e l’incipit alla My Generation della seconda facciata) violò a malapena i Top 40 e da allora le cose andarono sempre peggio.

Inutile raccontare per filo e per segno (lo fa del resto, con dovizia di particolari, l’impagabile Hogg) le peripezie successive del gruppo, che sono poi simili a mille altre storie di musicisti fuori sincrono con il loro tempo. Basti dire che, paradossalmente, a tagliare le gambe ai Creation fu il buon successo mietuto in Germania, che fece loro trascurare il mercato britannico fino a renderli stranieri in patria. Ne derivarono frizioni con il management e contrasti interni che portarono a una girandola di avvicendamenti nella formazione di cui, con due eccezioni, non vale la pena riferire: Pickett se ne andò, salvo tornare per un ultimo tour, e a un certo punto entrò in squadra Ron Wood, già con i Birds e con Jeff Beck e da lì a poco nei Faces e quindi nei Rolling Stones. I Creation uscirono di scena a due anni esatti dall’uscita del loro primo singolo, senza avere pubblicato veri 33 giri(“We Are Paintermen”, edito in Germania nel 1967, è di fatto un’antologia), così che il più che dignitoso lavoro omonimo messo in cantiere su istigazione del McGee nel ’95, dopo che nel ’94 i Nostri erano stati mattatori della rassegna “Creation Undrugged” mettendo in riga Ride, Jesus And Mary Chain e Oasis, può essere a tutti gli effetti considerato il loro album d’esordio. Pensate un po’!

La sunnominata raccolta Edsel fa sfilare nell’arco di un’ora scarsa tutti i 45 giri d’epoca del quartetto, i pochi brani altrimenti inediti presenti su “We Are Paintermen”, qualche pezzo uscito solamente in Germania e un paio di fondi di magazzino. Se le versioni di brani altrui (fra gli altri, la solita Hey Joe e una Like A Rolling Stone bignamizzata) sono curiosità e basta, molto vi è viceversa di indispensabile fra il materiale originale, a cominciare da quella How Does It Feel To Feel che al succoso compendio dà il titolo: la sospinge un riff tanto massiccio quanto carico di swing che la fa poderosa e agile nello stesso tempo. Ascoltandola, capirete perché un bel dì a Pete Townshend venne un’idea bislacca e comprenderete come gruppi diversissimi fra loro quali gli shoegazers Ride, britannici, e i noisesters Halo Of Flies, americani, ne siano rimasti stregati a tal punto da includerla nel loro repertorio. E dopo averla metabolizzata comincerete a sentirne echi un po’ ovunque: avrebbero potuto scriverla i Jesus Lizard, oppure i Supergrass.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.63, aprile 1997.

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