File Under: Essential Listening – La vita, il tempo, le opere degli Hüsker Dü

Mi piacerebbe potere affermare che la sera del 16 giugno 1987 lasciai il Big Club di Torino lieto di avere appena assistito a uno dei concerti più memorabili della mia vita, ma mentirei a me stesso prima che a chi mi legge. Me ne andai invece sottilmente insoddisfatto del pur esplosivo spettacolo di cui ero stato testimone e senza sapermi spiegare il perché. Forse in quell’ora o poco più di canzoni straordinarie eseguite impeccabilmente avevo oscuramente colto – mi dissi qualche mese dopo, quando la notizia dello scioglimento degli Hüsker Dü gettò nel lutto una generazione: la mia – che quegli anni importanti di cui parla la canzone che apre “Warehouse: Songs And Stories” erano giunti al capolinea. E che nessuno avrebbe potuto restituirceli. Ma nessuno potrà nemmeno rubarceli, mai. Quando sette anni dopo mi ritrovai a scrivere questo articolo un’altra generazione aveva da poco perso il suo di eroe, in maniera tragicamente più definitiva.

Hüsker Did

Sarebbero potuti essere… “i vecchi Nirvana”: il primo gruppo d’estrazione punk ad assurgere allo stardom globale. Guardando le cose da un altro punto di vista: la loro epopea avrebbe potuto avere un epilogo ben più triste di quello, pur amarissimo, che ebbe. Ipotesi. Ma esaminando il “caso Hüsker Dü” (uno dei più sovente ripresi in mano, ultimamente, dalla critica d’ogni dove) emergono anche alcune solide certezze. Una delle quali è: niente Hüsker Dü, niente Nirvana. Con tutto ciò che consegue. Sarebbe immaginabile la scena rock odierna senza il gruppo di Smells Like Teen Spirit? Sarebbe divenuto mainstream ciò che un tempo era l’underground? Ci si troverebbe con i Green Day e gli Offspring (prossimamente, i Bad Religion: vogliamo scommetterci?) per mesi nei Top 10 USA e con band assolutamente anticonvenzionali come i Butthole Surfers e i Melvins sotto contratto per delle major? Sicuramente no. Ebbene, furono gli Hüsker Dü a spianare la strada a quanto è venuto dopo, firmando, dopo una mezza dozzina di LP su New Alliance, Reflex, SST, per la Warner. Se poterono farlo senza che la confraternita punk, solitamente fondamentalista, mugugnasse più di tanto è solo perché si erano in precedenza guadagnati sul campo un patrimonio di credibilità che nemmeno il disgraziato finale della loro carriera dilapiderà del tutto. Dimostrando che si poteva incidere per una multinazionale senza scendere a compromessi, sfidarono/sfatarono un tabù che oltre Atlantico era dominante e resero possibile quanto è accaduto da allora. Ne sono dunque corresponsabili, nel bene e nel male.

Ma la loro influenza sul rock attuale è enorme anche in termini di impatto sonico e costruzione delle canzoni. Sul valore di quelle si misura alla fine, quando si tirano le somme di una parabola artistica ormai conclusa, l’effettiva statura di un gruppo, e negli otto album dei Nostri figurano non poche fra le canzoni più memorabili di un decennio che soltanto R.E.M. e Sonic Youth hanno segnato altrettanto in profondità. Se il “suono Hüsker Dü”, possente e grintoso, violento eppure generoso di seduzioni melodiche, è imitatissimo e nel contempo resta unico e inimitabile è perché non nascono tanto spesso autori del calibro di un Bob Mould o di un Grant Hart. Da molti punti di vista, il Lennon e il McCartney della loro generazione.

Non paia un’eresia a nessuno il raffronto fra Beatles e Hüsker Dü. Naturalmente inaccostabili in termini di influenza extramusicale sulla loro epoca, le due band hanno per il resto seguito percorsi sorprendentemente simili: gli uni e gli altri hanno consumato la loro vicenda in un arco temporale relativamente breve, nel corso del quale si sono dimostrati eccezionalmente prolifici; tanto i primi che i secondi sono giunti allo scioglimento in maniera traumatica, e in entrambi i casi cogliendo di sorpresa i fans; infine, persino il post-split presenta non poche similitudini. Gli Hüskers molto dovevano alla lezione dei quattro di Liverpool ed ebbero l’onestà di riconoscerlo. Lo ufficializzarono persino, con una stupenda rilettura di Helter Skelter, catturata in concerto, sul primo 12” per la Warner. Restò a lungo in scaletta quel tellurico assalto all’arma bianca (pure questo merito, fra i tanti altri, hanno avuto i Beatles: l’avere inventato, con un singolo brano una dozzina d’anni in anticipo sui tempi, l’hardcore) cui seguiva, in medley, una liricissima Ticket To Ride.

Altre due celebri cover dei ’60 hanno fatto parte del repertorio del trio del Minnesota, significative quantomai per chiarire ove quel sound modernissimo affondasse in larga parte le sue radici: Sunshine Superman, del menestrello hippie per eccellenza Donovan;  Eight Miles High dei Byrds, che era stato forse il migliore singolo dell’era psichedelica e che gli Hüskers resero, nella loro interpretazione, il migliore singolo hardcore di sempre.

Si diceva dianzi dell’inusuale prolificità della band formata dal chitarrista Bob Mould, dal bassista Greg Norton e dal batterista Grant Hart (la formazione resterà fino in fondo questa) in quel di Minneapolis, sul principio del ’79: fra il primo 45 giri, datato gennaio 1981, e l’ultimo 33 ci sono poco più di sei anni, nel corso dei quali hanno visto la luce otto album, due dei quali doppi, e almeno altrettanti fra 7” e 12” contenenti materiale inedito. Ora, chiaramente, a rendere fuori dal comune la produzione degli Hüsker Dü non è tanto la quantità (qualcuno per caso si ricorda dei Milkshakes? sono andati avanti per anni facendo uscire un LP ogni tre o quattro mesi… no, vedo che nessuno alza la manina) quanto la qualità uniformemente elevata, spesso straordinaria. Fin dal debutto.

Statues/Amusement, singoletto marchiato Reflex ormai materiale da fiera del disco raro (ma niente paura: i due brani sono stati inseriti come bonus, con i tre dell’EP In A Free Land e un paio di inediti, nell’edizione su compact di “Everything Falls Apart” – e trattasi per di più di CD economico), suona oggi (non ottenne a suo tempo recensioni granché entusiastiche) come un’inequivocabile promessa di grandi cose a venire. Non tanto per via del pur pregevole lato A, oltre sei minuti di nervosissimo punk-funk-jazz in scia ai Minutemen, quanto grazie al retro: Amusement è un’anemica ballata dal ritornello a presa rapida che sa di grunge “unplugged” prima che a chiunque venisse in mente una cosa o l’altra (figuriamoci le due insieme). Il primo capolavoro firmato Bob Mould, insomma.

Tutt’altri suoni escono prorompenti dai solchi dell’esordio a 33 giri, registrato dal vivo nel corso della prima tournée della band, nell’estate ’81, e dato alle stampe all’inizio dell’anno seguente dalla californiana New Alliance. “Land Speed Record” è di gran lunga l’opera più grezza ed estremista della storia degli Hüsker Dü: diciassette… canzoni? tutte molto brevi, tranne la conclusiva Data Control, che parlano la lingua di un hardcore forsennato, caotico almeno in apparenza (ma vi è del metodo in questa follia), velocissimo, fragoroso. Persino oggi, in epoca post-grind, l’ascolto di questi suoni fra l’urticante e il lancinante risulta difficoltoso, intimidente persino.

Da “Land Speed Record” in avanti, però, ogni lavoro degli Hüskers risulterà più accessibile rispetto al precedente, sempre meno hardcore e più pop, più articolato. Influenze molteplici – dal pop chitarristico dei ’60 al garage-punk di quello stesso decennio e del seguente, passando per la musica popolare americana, la psichedelia, certo jazz – si affacceranno e renderanno il suono, nello stesso tempo, più vario e personale, inconfondibile. “Everything Falls Apart”, datato 1983, di nuovo su Reflex (fantomatica casa discografica gestita dal gruppo stesso), è paradigmatico al riguardo, con i sentori Black Flag secondo periodo di From The Gut, la muscolare ripresa di Sunshine Superman, l’irresistibile richiamo punk-pop della title-track. Ci si trova di fronte a una band in crescita, è lampante, ma nessuno all’epoca (probabilmente, nemmeno gli Hüskers stessi) avrebbe potuto immaginare quanto, e quanto rapidamente.

Fu nel 1984, l’anno dell’ingaggio da parte della SST del non ancora ex-Black Flag Greg Ginn (piccola etichetta che gli Hüsker Dü dapprima salvarono dal fallimento e poi resero la principale indie americana), che divenne evidente che il trio di Minneapolis era oramai una delle colonne portanti del rock a stelle e strisce. Tre i manufatti vinilitici di quell’annata invero di grazia. Aprì le ostilità un mini, “Metal Circus”, sette scariche d’adrenalina ad alto tasso di assorbimento mnemonico. Lo seguì a ruota il 7” con sul lato A Eight Miles High, di cui già si è detto. E poco dopo, ecco “Zen Arcade”. Una pietra miliare, l’album che da solo ridefinì – e da molti punti di vista archiviò (nel senso che dopo nessuna autentica evoluzione era più possibile) – l’hardcore. Ammesso che un’etichetta come “hardcore”, o qualunque altra, possa essere appiccicata a quattro magmatiche facciate nelle quali composizioni di un’efferatezza sonica degna di “Land Speed Record” si alternano a siparietti semi-acustici e entusiamanti assalti popcore (un titolo per tutti: Pink Turns To Blue, uno dei migliori del catalogo di Grant Hart), e il tutto sfocia negli allucinati quattordici minuti (raga-punk?) della conclusiva Reoccuring Dreams. Una performance che al ventesimo ascolto lascia a bocca aperta per lo sconcerto e l’ammirazione esattamente come al primo.

Incredibile, ma vero, come le notiziole della “Settimana Enigmistica”: “Zen Arcade” ancora non era nei negozi e già i nostri eroi erano chiusi in studio, in una breve pausa fra un tour e l’altro, per registrarne il seguito. Come non pensare, a posteriori, che proprio questa frenesia creativa abbia contribuito, oltre che alla leggenda del trio del Minnesota, alla sua fine? “Vivi in fretta, muori giovane, cerca di essere un bel cadavere” era il motto del gangster protagonista di un noto film hollywoodiano: gli Hüsker Dü lo presero alla lettera. Quasi.

“New Day Rising” usciva nel gennaio ’85, “Flip Your Wig” otto mesi più tardi. Tuttora campioni di vendite della label della West Coast, sono gli ultimi due del poker di titoli dei Nostri per la SST. Sono dischi, praticamente intercambiabili fra di loro, che di “Zen Arcade” conservano la varietà d’ispirazione smussandone nel contempo gli spigoli più acuminati. Si fa preferire il primo (ma sono entrambi nel complesso straordinari) per via della presenza di alcune canzoni particolarmente memorabili: I Apologize innanzitutto, dal ritornello che è un colpo al cuore; Terms Of Psychic Warfare, che rivela potenti influssi dylaniani; Books About UFOs, con quel suo inedito pianoforte ai limiti del boogie.

Passano altri cinque mesi (veramente: era dall’epoca dei Beatles e dei primi Stones che un gruppo non faceva uscire i suoi LP – e che LP! – a ritmi così serrati) ed ecco “Candy Apple Grey”. Un album che doveva affrontare una sfida erculea – convincere i vecchi fans che il passaggio alla Warner non aveva (né avrebbe) avuto influenze deleterie sulla musica degli Hüskers e contemporaneamente conquistarne di nuovi – e la vinse con una disinvoltura impressionante. Degno prologo a quello storico doppio, “Warehouse: Songs And Stories”, che un anno dopo avrebbe segnato insieme lo zenit della vicenda artistica dei Nostri e il nadir di quella umana. Il conseguente scioglimento va ritenuto, con il senno di poi, calamità inevitabile.

Era successo che da qualche parte – fra un concerto e l’altro su e giù per gli States, fra una seduta e l’altra in sala d’incisione, fra una prova in cantina e l’altra alla vigilia dell’ennesima, interminabile tournée, mentre canzoni bellissime seguitavano a sbocciare – l’amicizia fra i due leader era appassita. Battaglie di ego in non più rispettoso confronto si erano scatenate. Da una comunicazione franca e cordiale si era passati gradualmente all’incomunicabilità più totale. I problemi personali – l’alcolismo di Bob Mould, la tossicodipedenza di Grant Hart, di cui fino all’ultimo nessuno ebbe nemmeno sentore al di fuori della band – si erano pesantemente aggravati.

Un pullman a bordo del quale nessuno parla che corre sulle strade d’America: ecco il ricordo che ho dell’ultimo periodo di vita degli Hüsker Dü. Nessuno di noi riusciva più a comunicare con gli altri. Si respirava un’aria spessissima.” (Grant Hart, 1989)

Chi oggi ha diciassette-diciotto anni, e quindi andava all’asilo quando vide la luce “Land Speed Record”, può ascoltare i dischi degli Hüsker Dü e apprezzarne in pieno la grandezza, ma non potrà mai capire fino in fondo quanto risultò scioccante per l’underground la notizia del loro scioglimento. Perché erano stati amati, gli Hüskers, non soltanto per la loro musica ma per l’immagine fiera e pulita insieme, ai limiti dello straight-edge ma senza quella intolleranza che aprirà la via alla dittatura infame del “politicamente corretto”. Erano gentili, intelligenti, problematici… sembravano perfetti. Fu un brutto colpo accorgersi da un giorno all’altro che erano… umani. Che avevano i loro difetti. Che loro stessi non erano riusciti a praticare quanto (senza mai essere dogmatici, sia chiaro) a lungo avevano predicato.

Erano a un passo dal diventare delle megastar e avrebbero potuto fare ancora dei dischi immensi, anche se è difficile ipotizzarli superiori a “Warehouse”. Probabilmente, però, li avrebbero pagati cari. Troppo. Seppero invece fermarsi, come sfortunatamente Cobain non ha saputo, un attimo prima che fosse irreparabilmente tardi.

Il testo – scritto nel 1982! – di It’s Not Funny Anymore suona allora inquietantemente profetico: “Puoi fare ciò che vuoi fare/Puoi dire quello che desideri/Puoi pensare quello che pensi di volere/Non ha comunque immportanza/Non è più divertente/Suona quello che ti va di suonare/Senti ciò che vuoi sentire/Non preoccuparti dei risultati/o dell’effetto che avrà sulla tua carriera/Comportati come preferisci/Sii quello che vuoi essere/Scopri ciò che veramente sei/E non prestare attenzione a me/Non è più divertente”.

Nova Mob Over America. Not!

Sarebbero potuti essere “i vecchi Nirvana”. Con ogni probabilità, un altro album sarebbe bastato. Perso allora il treno della fama (quella vera, non il culto degli aficionados), Grant Hart e Bob Mould non sono più riusciti a riprenderlo. Ove però il secondo potrebbe ancora farcela, il primo non sembra in grado neppure più di trovare l’ingresso della stazione. La cosa è sorprendente, perché dei due si è sovente dimostrato quello dalla sensibilità pop più spiccata: basti pensare che portano la sua firma Pink Turns To Blue, The Girl Who Lives On Heaven Hill, Flexible Flyer, Don’t Want To Know If You Are Lonely, Sorry Somehow, Charity, Chastity, Prudence, And Hope, vale a dire larga parte degli episodi più melodici e istantaneamente memorizzabili del repertorio degli Hüsker Dü. A farla breve: se lui e Mould sono stati il Lennon e il McCartney della loro generazione, Hart era McCartney. Eppure… Certo non è imputabile soltanto alla pochezza dei mezzi promozionali delle etichette per le quali sono usciti i suoi tre lavori – il primo è su SST, gli altri sono stati pubblicati da Rough Trade – la scarsa attenzione suscitata finora dalla carriera solistica del Nostro. Il problema è che la sua penna non ha oggi che occasionalmente i guizzi che un tempo erano la norma. Raramente graffia, accontentandosi di un’aurea mediocrità che è forse più indisponente di un fallimento totale.

Aveva cominciato tutt’altro che male il post-Hüsker Dü, Grant Hart. 2541, che precedette di qualche mese a 45 giri l’esordio sulla lunga distanza, è una delle più belle canzoni degli anni ’80 e regge il confronto con qualunque capolavoro marchiato Hüskers. Ma già nel 33, “Intolerance”, niente vale questa ballata indimenticabile, che parte acustica e nel suo incedere si carica di elettricità e di struggimenti infiniti. Più di qualcosa di buono, ad ogni buon conto, c’è: All Of My Senses, epica e dominata dall’organo; Now That You Know Me, dylaniana e già in scaletta nell’ultimo tour con Mould e Norton. Con il suo continuo mischiare Byrds e Animals, ricordi di punk e tentazioni folk, “Intolerance” manca di unitarietà ma in compenso frizza quanto basta. Gli LP a nome Nova Mob (il nuovo gruppo – in principio un trio, adesso un quartetto – di Grant, che comunque firma da solo quasi tutti i pezzi) che l’hanno seguito, il primo nel 1991, il secondo nel ’94, cadono nel peccato opposto – son troppo uniformi! – e non regalano che una canzone davvero magnifica: Shoot Your Way To Freedom (sul più recente).

Non si può certo dire, di “The Last Days Of Pompeii” e “Nova Mob”, che siano brutti dischi. Si fanno ascoltare, con le loro sonorità da Byrds post-hardcore, ma arrivi alla fine e ti accorgi che di quei brani che tanto ti erano parsi orecchiabili non ne ricordi uno. Possibile che, ancora più vicino ai trenta che non ai quaranta, Grant Hart abbia già espresso tutto quanto era nel suo potenziale? È un’eventualità che non si vorrebbe accettare ma che bisogna rassegnarsi a considerare.

Però si è assistito, negli ultimi anni, a resurrezioni (Lou Reed, Neil Young… Bob Mould) talmente inattese che una speranza alberga sempre in fondo al cuore. Ritorna Grant, ritorna!

All’inferno. E ritorno

Il post-Hüsker Dü di Bob Mould si divide a tutt’oggi in due fasi nettamente distinte fra loro: i primi due album, usciti a suo nome e sotto l’egida della Virgin; i tre lavori come Sugar, marchiati Creation nel Regno Unito (al boss della casa discografica britannica Alan McGee si deve il ritorno in auge del nostro eroe) e Ryko negli Stati Uniti. Separano i due periodi un biennio di totale silenzio e atteggiamenti nei confronti della vita antipodici. La nascita degli Sugar e l’ingaggio da parte dell’etichetta underground più importante, con la Sub Pop, dell’ultimo lustro hanno restituito a Mould fiducia nei suoi mezzi e una (relativa) positività nei confronti del mondo da troppo tempo (poco dopo “Zen Arcade”?) smarrita.

Dello stato depressivo in cui Bob era caduto all’indomani della separazione dai vecchi compagni “Workbook”, debutto in proprio uscito nel 1989, è testimonianza fin troppo esplicita. È un’opera intimista (già il titolo è eloquente al riguardo) e cupissima, che giusto il 45 See A Little Light (altro titolo significativo) rischiara un attimo, con le sue fragranze byrdsiane e il ritornello spensierato. Il resto è vita. Triste ai limiti della disperazione. Testi chiaramente autobiografici in cui la paranoia è di serie e la speranza un accessorio quasi mai montato. Musica che più che di Hüskers sa di Richard Thompson in vena di suicidio: folk elettrico da confessionale.

L’anno seguente tocca a “Black Sheets Of Rain” (“Nere coltri di pioggia”: allegria!) dettagliarci sulla situazione psichica del Nostro. Appena migliorata. Appena appena. La musica riscopre qui e là il gusto della chitarra incazzosa su ritmica a manetta (assicurata, come nel precedente lavoro, da una coppia formidabile: Tony Maimone al basso, Anton Fier alla batteria). Torna a far sano casino, ma spesso sono più strilli isterici che urla liberatorie. Tre brani di stratosferica levatura – It’s Too Late e Stop Your Crying, cavalcate rabbiose in purissimo Hüsker Dü-style; The Last Night, una superba ballata alla Tom Petty – fanno preferire questo secondo (e formalmente ultimo) capitolo della carriera solista di Messer Mould al primo, che pure vanta una consistenza media maggiore.

Tanto “Workbook” che “Black Sheets Of Rain” sono LP di buon livello (indiscutibilmente superiori, tanto per esser chiari, ai parti di Grant Hart) e in fondo già si sarebbe stati contenti se Mould, oltre a non ammazzarsi, avesse continuato a proporne di pari levatura. Ha fatto di più. Molto.

“Copper Blue”, l’album con cui ha esordito il marchio Sugar, riprende il discorso da dove “Warehouse: Songs And Stories” si era interrotto, proponendo un rock solido e compatto, potente e nello stesso tempo irresistibilmente pop, che dal punk viene ma punk non è più, se non nello spirito. Molte delle sue canzoni hanno la statura dei classici (tre in particolare: A Good Idea, Changes e If I Can’t Change Your Mind, non a caso tutte pubblicate pure su singolo) e anche il brano meno riuscito (diciamo Hoover Dam, che un synth fuori luogo deturpa un po’) è comunque stupendo. Il bassista David Barbe e il batterista Malcolm Travis non offrono contributi compositivi ma si guadagnano ugualmente il premio partita, in due modi: creando un muro di suono impressionante; restituendo, evidentemente, all’ex-Hüsker Dü l’entusiasmo di suonare.

Tanto sono state proficue le sedute d’incisione di “Copper Blue” che pochi mesi dopo, all’inizio del ’93, fruttano un altro LP, un mini questa volta, contenente sei composizioni che dal suo fratello maggiore erano state escluse perché figlie di un’ispirazione diversa (non, si badi bene, minore): per niente pop queste (unica eccezione la conclusiva Walking Away, caratterizzata da un organo chiesastico), rissose invece, turbolente. Catartiche.

“File Under: Easy Listening” (notare il titolo mordace) media suoni e atmosfere dei suoi predecessori ed è faccenda di un paio di mesi fa. Regala almeno un altro brano capolavoro (Your Favorite Thing) e fa degli Sugar una vera band (Company Book, la canzone firmata da Barbe, vale i nove episodi siglati Bob Mould). “Copper Blue” era stato disco d’oro negli Stati Uniti e aveva fatto sfracelli nelle classifiche indipendenti britanniche: “File Under” potrebbe replicarne alla grande le gesta. Sarebbe una soddisfazione non da poco per un musicista che i più, dopo il tempestoso divorzio dalla Virgin, davano per irrimediabilmente disperso.

A proposito di dispersi: qualcuno ha notizie di Greg Norton?

Concludendo

“Nova Mob” e “File Under: Easy Listening” non sono stati i soli dispacci provenienti da casa Hüsker Dü che abbiamo ricevuto nel corso del ‘94. Uno c’è stato inviato dalla Warner: “The Living End”, registrato dal vivo nel 1987, nel corso dell’ultima tournée, nulla ha tolto e nulla ha aggiunto alla leggenda degli Hüsker Dü. Ma ascoltarlo è stato piacevole. E pure un po’ commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.2, dicembre 1994.

37 commenti

Archiviato in archivi

37 risposte a “File Under: Essential Listening – La vita, il tempo, le opere degli Hüsker Dü

  1. el murro

    notarella a margine: la “love is all around” coverizzata da Mould e compagnia suonante non è quella dei Troggs bensì quella omonima di Sonny Curtis (http://www.youtube.com/watch?v=zkuEfGZffRY), meglio nota come sigla del “Mary Tyler Moore show” (che era ambientato a Minneapolis, guarda caso)

    • OK, ti sei guadagnato un impiego da revisore (temo non retribuito…) dei miei prossimi libri. 😉 Hai pienamente ragione. Ho cercato di capire – e diciotto anni dopo non è facilissimo – come io sia potuto incorrere in un simile errore e dopo un po’ ci sono arrivato: non posseggo il singolo di cui la cover in questione costituiva il retro. Evidentemente diedi per scontato – in era pre-Amazon e pre-YouTube controllare era improbo – che si trattasse della canzone dei Troggs. Adesso in qualche modo correggo. Grazie per la segnalazione.

      • el murro

        In realtà quella cover è un’effettiva sbandata nel percorso rigoroso di scelta nei cataloghi altrui da parte degli Huskers (tutto pop anni sessanta, più i Ramones che di certi canoni sixties era un’attualizzazione) quindi sarebbe stata assai più logica la scelta del pezzo dei Troggs. Errore venialissimo, perciò (e una cover del genere avrebbe avuto più senso nello scombiccherato repertorio dei dirimpettai Replacements).
        Peraltro, obiter dictum, pare che la sig.ra Moore sia una sorta di guilty pleasure in ambito indie-alternativo: la sigla di cui sopra è campionata in coda a “Nite and Grey” degli Urge Overkill.

        ps: niente retribuzione per la mia opera, ma un caldo invito a proseguire il ripescaggio dai tuoi archivi (ti seguo dall’autunno ’89 – “Velvet” con Gabriel in copertina e tuo articolo sui R.e.m. – quindi ne ho di lacune da colmare) 😉
        pps: le cover degli Husker Du devono essere un’autentica bestia nera per i rockritici italiani, anche Guglielmi all’epoca parlò di “Keep Hangin On” come di una rilettura delle Supremes (mentre è un originale di Mould)

  2. Visionary

    Un nickname come il mio lascia pochi dubbi su quanta gioia abbia provato nel rileggere queste righe (dovrei ancora avercelo quel Dynamo, mi toccherà fare un salto in garage), e difatti, caro Maestro, non intervengo per commentarle (cos’altro potrei dire che già non hai scritto?!) ma, da tuo fedelissimo lettore fin dal 1983, solo per ringraziarti di aver ricordato cosa avevano rappresentato gli Husker Du per chi aveva 20 anni negli eighties….
    P.S. ottima scelta quella del murro come tuo revisore: non puoi immaginare in quale “portatore sano” di memoria storica musicale ti sei imbattuto :-).

  3. david mariotti

    Ma guarda un pò, El Murro e Visionary.

    • Mumble mumble… Ho come l’impressione che voi sappiate qualcosa che io non so.

      • david mariotti

        Anni fa c’era un newsgroup di musica rock piuttosto vivace ed abbastanza partecipato, prima che degenerasse. El Murro e Vis erano tra i frequentatori che si facevano leggere con piacere. Tutto qua.

      • Visionary

        No Maestro, confermo quanto scritto dal buon David, nessun segreto particolare, solo un manipolo di vecchi amici che si è ritrovato dopo un po’ di tempo grazie al tuo blog. Una specie di carrambata insomma…. 😉

      • Mi fa piacere. Tocco ferro mentre lo scrivo ma… finora oltre milleduecento commenti, più di cento persone che almeno una volta sono intervenute nella discussione in poco più di cinque mesi e… un unico troll. Considerata la percentuale di cretini che si aggira per Internet mi pare semplicemente miracoloso.

  4. roberto

    Siete meravigliosi ragazzi! Prima mi delizio col Maestro e poi mi spasso coi commenti. Mai visto un blog simile.

    • Antonio

      Antonio,
      Caro Roberto, ti si sei imbattuto nel miglior sito di musica rock della rete.
      Grande articolo Eddy !!!
      saluti Antonio

      • Giancarlo Turra

        Ricordo il mio primo “viaggio premio” estivo in Inghilterra: agosto della terza liceo, il giorno dopo essere arrivato, alla prima pausa delle lezioni esco e mi fiondo nel primo “Our Price” che trovo. Il primo disco che acquisto è, guarda caso, “Warehouse Songs And Stories”. Lo ascoltati tornato a casa, a fine mese. Piangevo di felicità. letteralmente. Ancora oggi, che lo conosco come nemmeno le mie tasche, mi scuote con la stessa potenza.

      • el murro

        Stai a vedere che gli Huskers sono il gruppo da bildung per antonomasia: pure io comprai il loro cd all’estero (Parigi, gita dell’ultimo anno del liceo) che fu peraltro il mio primo disco in assoluto. Ma all’ascolto al ritorno, a differenza dell’ottimo Turra, non piansi di gioia -semmai di timor panico- visto che si trattava di “Zen Arcade”… fu necessaria una frequentazione lunga e sofferta, tra tormento ed estasi, prima della rivelazione definitiva.

  5. Orgio

    Uno dei migliori gruppi di sempre raccontati dal miglior critico musicale italiano vivente: cosa chiedere di più? Forse solo che Eddy curi un nuovo volumetto Giunti sul rock indipendente americano degli Ottanta.

    • Giancarlo Turra

      Il fatto è che a 17 anni e mezzo, un vinile doppio come “Warehouse Songs And Stories” è qualcosa che ti investe, specialmente se è un disco “della tua epoca”, uscito da poco, che cogli nel momento dell’uscita e ti travolge come un treno in corsa. Ecco il perché di certe reazioni, che probabilmente puoi avere solo a certe età. in segiuto ne provi di simili, ma non sono la stessa cosa ed è giusto così.

    • Che poi sarebbe quello che si chiamava college-rock… non-genere assoluto se mai ce n’è stato uno, new wave a parte. La vedo un po’ dura ma un pensiero ce lo faccio.

      • Orgio

        Ecco, pensaci attentamente, restiamo così! 🙂
        Tanto più che adesso il vecchio volume “Punk & Hardcore” è stato splittato in due distinti…se poi aggiungiamo che quello sul grunge non è ancora stato ristampato, quale migliore occasione per allargare lo spettro? Dai Maestro!

  6. stefano piredda

    Apoggio la proposta di Orgio sul volume Giunti (che acquisterei per me e altri).

    (ed Eddy Cilìa è effettivamente il miglior critico musicale italiano vivente CON – non dopo, CON – il signor Riccardo B.: come complimento non riesco ad immaginare niente di meglio)

  7. neutron

    Bellissimo articolo, che potrei sottoscrivere quasi senza riserve, anche se a me il lavori post Hüsker di Grant Hart non dispiacciono affatto; soprattutto Good News for Modern Man che all’epoca dell’articolo però non esisteva ancora.

  8. Grande recupero, Venerato: Dynamo era una testata fuori dal mio radar e questo articolo su una delle mie band preferite in assoluto e’ una vera gioia. Fa pensare che all’epoca il ruolo degli Husker Du fosse un dato di fatto indiscutibile mentre oggi vengono citati di rado e i loro album pre Warner sono spariti. Da anni vorrei recuperare New day rising e Flip your wig che ho solo su cassetta… Perché ristampano qualsiasi cosa e monumenti di questo livello no? (lo so che su ebay ci saranno, ma finche’ ci sono i negozi io resisto)

    • Per quanto riguarda i due titoli che citi, be’, non direi che ci sia bisogno di ricorrere a eBay se non, eventualmente, per risparmiare. Da ricerchina volante che ho appena effettuato si trovano con grande facilità e a buon prezzo in un sacco di negozi on line, da quello più grande che tutti conosciamo ai piccoli che tutti frequentiamo.

  9. davide

    Ricordo il concerto al Big nel 1987; Grant Hart che fumava sulla porta mentre noi si faceva la coda. Grazie EC

  10. Bella retrospettiva! Fa il paio e va a completare il capitolo che Azerrad dedica ala band su American Indie (Arcana).
    Io sarei stato più di manica larga con i dischi solisti di Mould, specialmente i bellissimi primi due…ma mi rendo conto che è un questione affettiva: per questioni generazionali non ho potuto conoscere direttamente la musica degli Husker Du e ci sono arrivato nei primi anni 90 proprio grazie a Workbook e Black Sheets Of Rain 😉

  11. non pensate che dischi del genere avrebbero bisogno di una rimasterizata, anche se non avverrà mai vista l’incompatibilità attuale fra Mould & Hart?

  12. L’ha ribloggato su dimaggiobaseballteame ha commentato:
    This Article (in Italian) say anything about Husker Du!

  13. ero a quel concerto, al big
    grande concerto e grande impressione
    che bello ricordare quegli anni e quella musica

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