Le Freak (Out) c’est poco chic: qualche stagionato appunto sul primo album di Frank Zappa

Era un altro 27 di giugno, di – un po’ mi fa spavento scriverlo – ben quarantasei anni fa: i o le Mothers Of Invention debuttavano a 33 giri ed era debutto che per certo si faceva notare, addirittura quattro facciate di vinile e nel rock fino a una settimana prima, al Dylan di “Blonde On Blonde”, nessuno aveva osato tanto. Figurarsi degli esordienti! Controverso da subito almeno quanto ambizioso e dunque moltissimo, dello sterminato catalogo zappiano “Freak Out!” resta uno degli articoli che più dividono. Ben a ragione di ciò Stefano Isidoro Bianchi ne faceva, nell’ottobre 2002, l’argomento di una delle puntate di Destroy Babylon, brillante e indimenticata rubrichetta blow-uppiana in cui si scherzava con i santi e si lasciavano in pace i fanti. Io contribuivo così.

Tanto vale dichiararsi subito: mai amato l’uomo di Cucamonga (sono per Beefheart, io), alcuni tratti della cui personalità – umana e artistica – ho sempre trovato detestabili e principalmente presunzione, frigidità emotiva e gratuita volgarità (spacciata per satira e allora Beavis & Butthead sono i Voltaire che ci meritiamo). Ma più che altro, pur annoverandone alcuni fra i miei più cari amici e/o fra i colleghi che maggiormente stimo, non ho mai sopportato gli zappofili, tristanzuola genìa che dal suo idolo mutua puntualmente e peggiorandoli gli aspetti più sgradevoli. E dire che tanto di Zappa ci sarebbe da salvare, a livello perlomeno di intenzione se non per gli esiti! In primis – dice bene Giordano Montecchi che fra gli esegeti del Frank è fra i più acuti e i meno smaccatamente apologetici – una capacità di sintesi (che è altra cosa rispetto alla contaminazione) inaudita. Anche se non sono poi affatto certo che lo stesso Caro Estinto condividerebbe la sua iscrizione in toto in una – seppure da lui grandemente allargata – orbita rock.

Tutto questo lungo preambolo per dire che mi sono accostato al riascolto di “Freak Out!”, che da molti anni prendeva polvere nei miei scaffali, armato di robusti pregiudizi. L’ho sempre pensato opera sopravvalutata nell’ambito della stessa discografia zappiana e se sta a casa mia è giusto per meriti “storici”, non perché mi sia mai piaciuto, ove “Hot Rats” e il poco considerato “Waka/Jawaka” (voti: 9 e 8) sono stati viceversa, in altri tempi (quando il tempo per mandare a memoria i dischi ancora c’era), mandati a memoria. Fra i tanti capolavori di quel paio di anni che cambiarono irrimediabilmente la musica popolare del XX secolo (tanto per andare giù con i calibri pesanti mi limito a citare Hendrix, i Beatles e i Velvet) mi è sempre parso il proverbiale vaso di coccio fra quelli di ferro. Un vaso sgraziato poi, sghembo, dai colori lividi e con qualche crepa. Non ho cambiato idea. Devo però onestamente ammettere che me lo rammentavo peggiore e che ho cavato un qualche piacere dal tornare brevemente a frequentarlo, soprattutto per quanto attiene alle prime due facciate. Se non proprio pepite, si scavano fra i loro solchi pietruzze sbrilluccicanti mica male, dall’orroroso vaudeville di Who Are The Brain Police? all’esilarante doo wop di Go Cry On Somebody Else’s Shoulder, dal valzerino con influenze soul How Could I Be Such A Fool a quella clamorosa parodia dei Fab Four che è Any Way The Wind Blows. Passato al secondo LP, ho parecchio goduto con una Trouble Everyday che a me ricorda (deliro?) i 13th Floor Elevators, salvo poi annoiarmi sempre più ed essere quasi tentato di togliere a metà The Return Of The Son Of Monster Magnet. Caos alle mie orecchie poco o punto palingenetico in cui taluni hanno individuato un afflato stravinskijano che mi sfugge.

Tanto altro si potrebbe naturalmente dire su “Freak Out!”, partendo magari dalla confezione e dall’interminabile lista che espone di “persone che hanno contribuito materialmente in molti modi a rendere la nostra musica ciò che è”. Centosettantanove nomi, fra cui innumerevoli esponenti della musica colta ma anche diversi bluesmen, e non è curioso per uno che la negritudine non l’ha mai padroneggiata? Ma sono altri gli album di Zappa che meritano analisi approfondite. (7) al primo disco, (6) al secondo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.53, ottobre 2002.

23 commenti

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23 risposte a “Le Freak (Out) c’est poco chic: qualche stagionato appunto sul primo album di Frank Zappa

  1. Anonimo

    Ahi ahi Eddy, vedo lampi minacciosi all’orizzonte, speriamo non si scateni l’inferno…
    Comunque sul fatto che potesse apparire supponente e freddo hai ragione, ma credo che fosse anche una sua forma di autodifesa… poi sul discorso della volgarità, certo ha spesso ecceduto soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma non dimentichiamo che il tipo si era fatto una settimana di carcere anni prima fregato da una vergognosa vigliaccata da parte di un poliziotto, (gli aveva commissionato un nastro a luci rosse) cosa che doveva essere stata piuttosto traumatica per lui, vista la rabbia enorme che ha riversato poi contro il perbenismo americano.
    D’accordo con te su Hot Rats a Waka, aggiungo Weasels Ripped My Flesh (copertina stupenda tra l’altro) Burnt Weeny Sandwich, Absolutely Free e Uncle Meat. Freak Out!

  2. stefano piredda

    Posso chiederLe una cosa, Maestro?
    La versione in CD di Hot Rats, quella Ryko del 1987 (credo…), fu ‘manipolata’ un tantino dall’artista?

    (mai ascoltato Hot Rats in vinile)

    • Io al contrario “Hot Rats” l’ho sempre avuto in vinile. La riedizione in CD dell’87 dovrebbe avere una Gumbo Variations quattro minuti più lunga e differenze (minori) rispetto agli originali anche in Willie The Pimp e Little Umbrellas.

      • Giancarlo Turra

        Copertina strepitosa, tra l’altro, quella di “hot rats” che ne giustifica il possesso in vinile…

      • giuliano

        ce l’ho in quell’edizione, con gli interventi di cui parli – che già all’epoca, ragazzino alle prime armi zappiane, mi parvero un po’ assurdi.
        In quegli anni di cd con altrettali, discutibili, lavori di montaggio, ne fece uscire altri. Poi rimessi in circolo in versione più filologicamente corretta. Ricordo altri interventi un po’ folli, qua e là sui tantissimi live che vennero fuori a fine ’80 e inizio ‘90, con parti strumentali prese da concerti di epoche differenti e assemblate. Mi spiace non poter essere più preciso in merito, ma i miei ricordi sono un po’ sfocati, ché il mio periodo zappiano si è chiuso qualche anno fa.

        Zappa/Beefheart: nella inevitabile lista dei miei 10 dischi da isola oggi c’è sicuramente “safe as milk”. Di Zappa – un po’ incredibilmente, poiché sono stato un fan davvero estremo – nulla. Però, se la lista potesse allargarsi a 50, “we’re only in it for the money” e “absolutely free” ce li metto tutta la vita.

        Su Beefheart ho sempre avuto questo cruccio: avventurandomi gradualmente nella sua discografia post SAM, ho amato, ad esempio, clear spot, shiny beast, the spotlight kid… (E, insomma, brani come “i’m gonna booglarize you” sono, per l’appunto, da isola). Ma trout mask replica non sono mai riuscito ad ascoltarlo per intero. Mai. Ma forse una delle ragioni del suo fascino controverso sta proprio lì, nella sua epica, ben studiata osticità. D’altronde leggevo tempo fa su un articolo relativo a una sua biografia credo mai pubblicata in Italia che l’uomo era davvero difficile: alcuni, avendo avuto la possibilità di avvicinarlo nei suoi ultimi anni, ne hanno avuto letteralmente paura.

      • Alle prese con un album certamente non ostico come “Trout Mask Replica” e anzi un capolavoro del pop, ed è di “Pet Sounds” che sto parlando, per molti anni mi sono chiesto il perché della sua straordinaria reputazione. Ascoltavo, riascoltavo e non capivo. Poi un bel dì è scattato qualcosa, sono riuscito a entrarci e da allora è pure per me, oltre che un classico totale, un disco da isola deserta. Magari un giorno succederà pure a te con quello che è IL capolavoro di Beefheart. Che alle mie orecchie è sempre parso faccenda aliena rispetto alla quasi totalità della popular music coeva e successiva ma non nel contesto dell’opera del Capitano. Fa insomma parte – assolutamente – del medesimo universo di “Clear Spot” o “Shiny Beast”, ma anche del certamente molto più potabile “Safe As Milk”.

  3. Romano

    Pur non condividendone i giudizi questo è il post che preferisco fra quelli pubblicati fino ad ora.Il disco che preferisco di Zappa è Uncle meat perchè raccoglie tutto il suo mondo:complesse partiture orchestrali, jazz moderno, stupid songs,musica contemporanea(peccato che nella versione cd siano stati inseriti spezzoni del suo film),poi Hot rats e Absolutely free( che include fra le altre Brown shoes:fra i brani più originali di quegli anni,molto oltre il livello medio delle jam dell’epoca).Vero che in alcuni casi cadeva nella cacofonia e nella provocazione fine a se stessa ma in tanti altri era tra i pochi,forse l’unico con Robert Fripp,per il quale lil termine “avanguardia”fosse appropriato.D’accordo nell’avere,diciamo,perplessità verso gli zappiani che fanno di tutto per rendere il proprio beniamino antipatico a chi non ne è un fan.Non riesco ad essere d’accordo sul parteggiare per Captain Beefheart:oltre l’ottimo esordio non sono riuscito ad apprezzare quasi niente del suo repertorio pur con ripetuti e periodici ascolti.

    • La genialità di Frank Zappa era di questo mondo, quella di Captain Beefheart (che Zappa seppe cogliere) apparteneva ad altri universi. Capisco che per molti, quasi per tutti, Beefheart continui a restare un oggetto alieno, per taluni intimidente, per altri semplicemente irritante, ma per quanto mi riguarda io Cuor di Bue tutta la vita.

  4. Romano

    Una curiosità : la recensione di Freak out presente nel libro dei 1000 dischi da chi è stata scritta?

  5. Chango

    “in altri tempi (quando il tempo per mandare a memoria i dischi ancora c’era), mandati a memoria.”
    Bellissimo.

    • Il problema è che da allora sono passati diversi altri anni e di tempo per mandare a memoria i dischi che se lo meriterebbero ce n’è ancora di meno. Praticamente zero.

  6. Chango

    “Alle prese con un album certamente non ostico come “Trout Mask Replica” e anzi un capolavoro del pop, ed è di “Pet Sounds” che sto parlando, per molti anni mi sono chiesto il perché della sua straordinaria reputazione.”

    Per fortuna, credevo di essere uno dei pochi, vista la sua presenza costante nella Top 3 di qualsiasi graduatoria seria o meno che possa essere.
    Non ne capisco la sua grandezza, di conseguenza lo ascolto poco e di conseguenza ogni volta che tento di ascoltarlo mi sento sempre più solo.
    Di Smile ad esempio, pur conoscendone la storia e l’importanza, non me ne sono mai curato vista l’esperienza con Pet Sounds. Quest’anno incuriosito dalla bella uscita delle session di Smile l’ho ascoltato per la prima volta e me ne sono innamorato.
    Stranezze della musica……

    • Io però, come scrivo, un bel giorno ci sono entrato e da allora pure per me “Pet Sounds” è un classico fra i classici. E certo che sì, anche “Smile” mi piace un bel po’.

      • Giancarlo Turra

        Insomma, potremmo ricavarne che chiunque è per così dire “settato” in modo soggettivo, così che alcuni dischi fanno più fatica di altri a rivelarglisi. Per me, con “Pet Sounds” fu amore a primo ascolto, e idem “Trout Mask Replica”. Pe esempio, ancora faccio una fatica boia a mandar giù gli Allman Brothers e ai Muse sparerei dritto in fronte, per non far nomi.

      • Chango

        Beato te!!
        A parte tutto anch’io spero di entrarci come è successo a te (a questo punto sono anche curioso di sapere dopo quanto tempo), volevo solo rimarcare che anche a me aveva fatto quell’effetto per di più per un disco che male che va te lo ritrovi terzo in un’ipotetica classifica di tutti i tempi.

        @Turra
        Beh consolati, almeno nè gli Allman Brothers nè i Muse fanno e faranno mai parte di una Top 3 o Top 10 che sia…..

      • giuliano

        quella di pet sounds deve essere una storia più comune di quanto si pensi, perché anche io ho fatto per anni una grossa fatica ad amarlo.
        poi è stato amore, di quelli che rimangono. non so più in quante versioni lo posseggo.
        i BB hanno qualcosa di davvero magico: qualche mese fa riascoltavo “surf’s up” e mi sono imbattuto in “‘til i die”

        non l’avevo evidentemente mai centrata bene… Un pezzo di una bellezza sconvolgente

  7. Romano

    La prima formazione della Allman brothers fa sicuramente parte della mia top 10 pur odiando le jam sessions:non credo sia mai esistita,nel rock o anche nel jazz,una formazione musicale più affiatata.

  8. giuliano

    il quintetto di miles davis degli anni ’60?

  9. Romano

    La Band l’ho sempre ammirata e rispettata ma mai veramente amata mentre il Miles Davis che ascolto spesso è quello di fine ’50 (Kind of blue e Sketches of spain) e fine ’60 (In a silent way,il mio preferito,e Bitches brew),i dischi del quintetto ’65/’68 mi piacciono abbastanza… ma solo abbastanza.

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