Presi per il culto (18): The Fun And Games – Elephant Candy (UNI, 1968)

Dobbiamo alla benemerita Rev-Ola, dipartimento prima Creation e poi Cherry Red nato nell’88 per iniziativa di Slaughter Joe Foster, l’unica riedizione che abbia mai avuto – ed era il 2005 – questo unico album mai pubblicato dai texani Fun And Games. Vicenda intricata, o forse sembra tale per la meticolosità con cui è rievocata in un libretto di ventiquattro pagine illustratissime ma in un corpo minuscolo, quella di una numerosa compagine che passava per vari cambi di ragione sociale – da Six Pents a Sixpentz, a The Fun And Games Commission (un 7” all’attivo su Mainstream) – prima di optare per quella con cui viveva un fuggentissimo attimo di gloria per poi venire consegnata a un ingiusto oblio. Non così interessante però da riferirne qui, quando il lettore interessato può approfondirla lì. Qui l’importante è evidenziare come la condicio sine qua non per strappare un contratto alla al tempo discretamente potente UNI per il gruppo formalmente capitanato dal cantante, chitarrista e trombettista Roger “Rock” Romano  era quella di riempire il suo primo LP di composizioni del produttore. Il che nulla toglie al valore di “Elephant Candy” e pazienza se sulla copertina ci dovrebbe forse essere scritto “Gary Zekley”. Mai sentito nominare?

Eppure scommetto che avete in casa, o che come minimo vi è familiare, una canzone scritta da costui: Superman, in origine eseguita dai Clique e relegata sul retro del discreto successo a 45 giri Sugar On Sunday, passava inosservata nel 1969, salvo assurgere nell’86 agli onori delle cronache rock, e da lì passare direttamente alla storia del genere, quando la riprendevano i R.E.M. in “Lifes Rich Pageant”. Autore in precedenza di hit per Jan & Dean e per i fantomatici Yellow Balloon, il nostro uomo assecondava la tendenza già ben presente nei Sixpentz (titolo programmatico del loro brano-simbolo: Summer Girl) a permeare di un gusto alla Beach Boys musiche per il resto chiaramente in scia al Mersey Beat. Con l’aggiunta di un tocco barocco comunque non estraneo alla band e di una scorzetta nobile (per quanto possibile) di bubblegum, il cocktail Fun And Games era pronto. Intervistati qualche anno fa i componenti del gruppo sopravvissuti al produttore, scomparso nel 1996, dichiaravano di detestare, o come minimo di ritenere poco rappresentativa del loro sound, The Grooviest Girl In The World, ossia la canzone – nei Top 100 di “Billboard”, ai margini dei Top 50 di “Cashbox” e addirittura un numero 3 a Los Angeles – che rischiava di farne delle star. Avranno le loro ragioni ma a me paiono matti, trattandosi di uno sbarazzino mischione che asserire irresistibile è poco di Beatles e Beach Boys, Kinks e Sam The Sham. Sistemata a inaugurare “Elephant Candy”, non gli regalava purtroppo i numeri che avrebbe meritato in forza di altre tre o quattro gemme: una leggiadra Topanga Canyon Road, una traccia omonima più Beach Boys dei Beach Boys (ma con l’organetto di Question Mark & The Mysterians!), una Something I Wrote capace di insegnare il mestiere ai Turtles, una The Way She Smiles che sono i Byrds alle prese con “Forever Changes”. Sono griffate “Romano” le ultime due che ho citato e inevitabilmente inducono interrogativi su sin dove avrebbero potuto spingersi i Fun And Games se Zekley e la UNI li avessero lasciati liberi di crescere.

Sbandavano invece e si scioglievano, dopo la beffa atroce di un singolo – We, siglato Zekley ma di nuovo sul limitare dei Love di cui sopra – che faceva un bel buco nell’acqua mentre il pezzo di Harry Nillson che era stato considerato come alternativa, One, vendeva centinaia di migliaia di copie nella versione dei Three Dog Night. Prima del “rompete le righe” i piedi nella storia del rock Roger Romano e un paio dei sodali riuscivano ad ogni buon conto a metterli: accompagnatori di Mayo Thompson dei Red Crayola nel meraviglioso “Corky’s Debt To His Father”.

14 commenti

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14 risposte a “Presi per il culto (18): The Fun And Games – Elephant Candy (UNI, 1968)

  1. Nicholas

    dunque “Corky’s Debt to His Father” merita a suo giudizio?

    • Non te lo meriteresti tanto, visto che incorri nel peccato capitale di darmi del lei, ma ti copia-incollo ugualmente una scheda dell’album in questione che scrissi per il numero 7 di “Extra”. 😉

      MAYO THOMPSON
      Corky’s Debt To His Father
      (Texas Revolution, 1970)
      Fa sempre piacere vedere qualcuno che ha l’onestà di riconoscere i debiti contratti: richiesto di recente da “Perfect Sound Forever”, ottima rivista americana solo “on line”, di elencare i suoi dischi “da isola deserta”, David Grubbs ha sistemato al primo posto proprio “Corky’s Debt To His Father”. A ripagare Mayo Thompson dell’enorme influenza avuta sulla sua educazione musicale aveva del resto cominciato già da tempo, e anche molto concretamente, suonando con l’attuale edizione dei Red Crayola. È questo l’album che andò dietro al dissolversi della prima, all’indomani dei due rivoluzionari lavori, anticipatori del rumorismo e di tanta sperimentazione “in rock”, editi dalla International Artists. Coacervo di blues lunare e arcane filastrocche, musichette circensi prossime a Van Dyke Parks, sghembo pop con retrogusto folk e quant’altro (Venus In The Morning sono i Velvet versione blues; Worried Worried sono i Velvet versione rhythm’n’blues) “Corky’s Debt To His Father” ha dal canto suo preconizzato certo post-rock e in primo luogo, come già avrete inteso, i Gastr Del Sol. Disco apparentemente di grande semplicità, eppure capace di suonare perennemente nuovo, ascolto dopo ascolto, dopo ascolto.

      • Nicholas

        AHAHAH chiedo venia..
        Ma no, se ti ricordi la prima volta che ti scrissi usai il lei, era per dare un pò di Conceptual Continuity zappiana. …..
        Grazie per la scheda, non posseggo quell’extra, mi sa che devo rimediare sisi

  2. Henry Trave

    Ho visto la track-list dell’album di Mayo Thompson.
    “Horses” è il pezzo cantato assieme a David Thomas che c’è anche su un disco dei Pere Ubu?
    E’ la stessa versione?

  3. miki67

    mi infilo qui perchè si parla di texas (e ne approfitto, da nuovo commentatore quale sono, per portare i miei complimenti sia per questo blog che per tutto il tuo lavoro, nelle varie riviste dove da anni ti seguo, ti cerco e ti leggo); ebbene, quando ti capita, fra culti, canzoni per cui val la pena vivere o quant’altro, mi piacerebbe assai che ci parlassi (o riparlassi se mi è sfuggito qualcosa in passato) dei cold sun/dark shadows, altrettanto oscuri texani di fine sixties. Io li ho scoperti da poco e altrettanto poco loro hanno lasciato, ma che razza di disco di culto è !!! Completamente folgorato ! Li conosci ? Ce ne parli ?

    • Giancarlo Turra

      Sono quelli che poi funsero da backing band a Roky Erickson, da Austin, se non sbaglio. Sono un paio di anni che per motivi di $$ rinvio continuamente la ristampa su World In Sound… ma si sente decentemente, almeno?

      • miki67

        Mah, io ne ho una versione in cd acquistata su e-bay (al momento sono in ufficio e non saprei dirti l’etichetta, nel caso rimedio stasera da casa) e devo dire che si sente discretamente bene (anche se non mi reputo un esperto in materia audio). Quanto a parentele con Erickson, ricordo di aver letto da qualche parte che il frontman Bill Miller ebbe qualche ruolo negli Aliens del buon Roky, anyway tutte le notizie sul gruppo sono abbastanza fumose e confuse, persino il nome del gruppo non è poi certo

      • Miller è uno dei musicisti che suonano in “The Evil One”, dell’81.

    • 1) Grazie per i complimenti. 2) Non si finisce mai di imparare: non conosco gruppo e album che citi. Vedrò di studiare. 😉

  4. Paolo Maria Scortichini

    Te lo chiedo qui perchè li citi. Come mai nessuno considera i Turtles un gran gruppo visto che hanno fatto delle canzoni melodiche bellissime al pari di quelle dei Beatles? mi spieghi tanta indifferenza e snobbismo nei loro confronti? (lo domando cosi, senza polemica, per pura curiosità)

    • Il problema è che i loro album sono tutti carini e nessuno – secondo me – imprescindibile. Tante belle canzoni, questo sì, ma tutte un po’ “nello stile di”. Alla fine, il miglior modo per goderseli resta una raccolta ben fatta.

  5. marktherock

    oh, ma non uno che abbia detto nei commenti quanto è bello il disco dei Fun & Games! (non bastassero tutti i nomi portati dal VM a referenza di questi texani, ce ne aggiungo uno io: Zombies)

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